
Domani si gioca Sassuolo-Milan, oserei dire finalmente, perchè di questa sosta lunghissima non ne potevo più. Storicamente Sassuolo-Milan non offre molto, e la memoria non può andare a quel maggio 2022. Perchè certi pomeriggi hanno il potere quasi magico di fermare il tempo, di sospendere la realtà e di imprimere nella memoria collettiva un’immagine destinata a rimanere eterna. Reggio Emilia, ventidue maggio duemilaventidue.
Al fischio finale di Sassuolo-Milan, mentre il Mapei Stadium viene letteralmente travolto da un’ondata rossonera al limite del mistico, l’istantanea più bella e iconica di quel diciannovesimo scudetto, a mio avviso, resta senza dubbio l’esultanza di Paolo Maldini. Non si tratta soltanto del pugno chiuso al cielo di un dirigente vittorioso, ma del ritorno a casa definitivo di un’anima che non ha mai smesso di sognare, l’abbraccio simbolico di una dinastia che coincide con la storia stessa di questo club. Le parole che pronuncia a caldo nel caos dei festeggiamenti hanno il sapore della commozione vera: «Oggi mio padre e mia madre sarebbero stati orgogliosi di loro figlio». Una dedica toccante a Cesare e Marisa, le radici profonde di un albero che per decenni ha regalato frutti d’oro al Milan.
Quel tricolore possiede l’epica incontaminata delle grandi imprese sportive, di quelle che sulla carta sembrano proibitive e che invece prendono forma domenica dopo domenica attraverso il lavoro, il sudore e la cospirazione degli eventi. Il Milan ci crede fino alla fine, costruendo una rimonta entusiasmante ai danni dei cugini nerazzurri in un duello testa a testa che tiene un’intera nazione con il fiato sospeso. Lo spartiacque supremo di quell’annata indimenticabile rimane la notte del derby di ritorno.Sotto di un gol nel punteggio e schiacciato sul piano del gioco, il Milan trova la forza di rialzarsi nei minuti finali grazie a un lampo di pura classe e opportunismo: la doppietta fulminea di Olivier Giroud. L’uomo dei gol pesanti che si gira in un fazzoletto di campo non firma soltanto la vittoria nella stracittadina, ma riapre ufficialmente una corsa al titolo che molti addetti ai lavori consideravano già chiusa a favore dell’Inter.
Da quel momento in avanti, ogni partita si trasforma in una battaglia epica dove il gruppo di Stefano Pioli trova risorse fisiche e mentali impensabili. La spinta decisiva, quella che spazza via ogni residuo dubbio e trasforma la speranza in granitica certezza, arriva qualche settimana dopo sul prato dell’Olimpico contro la Lazio. In un clima di tensione altissima, con il cronometro che scorre inesorabile verso un pareggio che avrebbe favorito i rivali, il zampata disperata e generosa di Sandro Tonali allo scadere scatena un boato spaventoso. Un urlo liberatorio che unisce Roma a Milano e regala all’ambiente rossonero la convinzione assoluta che il destino sia ormai saldamente riposto nelle mani del Diavolo.
In tutta questa cavalcata, la figura di Paolo Maldini si rivela drammaticamente centrale. Dopo aver svestito la fascia di Capitano di mille battaglie, Paolo indossa i panni del dirigenziale visionario, capace di plasmare un progetto vincente basandolo su valori umani, competenza scouting e coraggio, piuttosto che su budget faraonici o scorciatoie finanziarie. «Siamo stati sottostimati», ricorda con orgoglio rivendicando la forza di un gruppo compatto che ha saputo trovare energia proprio nello scetticismo generale della critica. In quella gioia liberatoria a Reggio Emilia c’è tutta la dignità e la classe di chi riporta il Milan esattamente dove deve stare: sul tetto d’Italia, con l’eleganza sobria di chi non ha bisogno di strillare per dimostrare di appartenere alla leggenda del calcio mondiale.
Guardando oggi quelle immagini a distanza di pochi anni, io provo una sensazione strana, un misto di profonda nostalgia e di bruciante ampiezza critica. Quel giorno a Reggio Emilia pensavo, ed eravamo in milioni a pensarlo, che la vittoria dello scudetto rappresentasse il punto di partenza, la prima pietra angolare per la ricostruzione di un Milan di nuovo grande, competitivo e dominante anche nel panorama europeo. Credendo fermamente nel lavoro e nella visione di Maldini, vedevo un futuro tracciato con logica, identità e rispetto della nostra storia centenaria.
Invece, la realtà dei fatti si è incaricata di smentire bruscamente quei sogni. Io ho la netta impressione che la proprietà americana abbia drammaticamente frainteso la natura di quel trionfo. Hanno pensato che quel successo fosse il frutto di una formula matematica, di un algoritmo perfetto o di un modello economico basato unicamente sul risparmio e sul player trading, senza comprendere che invece a fare la differenza era stato il fattore umano, la competenza calcistica, l’appartenenza e la presenza quotidiana a Milanello di figure dal peso specifico immenso come Paolo Maldini e Frederic Massara.
Aver smantellato quel patrimonio di valori in nome di una gestione aziendale arida e senz’anima è stato, a mio modo di vedere, un errore madornale di cui stiamo pagando le conseguenze ancora oggi. Quel pomeriggio di Reggio Emilia rimane una pagina di poesia purissima scritta sul campo, ma osservandola con gli occhi del presente non posso fare a meno di considerarla anche la più grande illusione incompiuta della nostra storia recente.
W Milan
Harlock
“Quando il Milan ti entra nelle vene avrai sempre sangue rossonero”
Ho visto la serie B, ho visto Milan Cavese, ho toccato il tetto del Mondo con un dito e sono ricaduto ma sempre rialzato. Ho un papà Casciavit….Grazie per avermi fatto milanista.
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