
Provare a dare una lettura a questo Milan è un’opera complicata essendo vittima e artefice di partite tra loro estremamente contraddittorie, a volte nemmeno parenti se non per i colori sociali. Da diversi anni sembriamo in perenne lotta contro noi stessi, cadendo e rialzandoci più volte senza un filo conduttore, uno spartito da seguire, come se in fondo non si avesse un obiettivo credibile, una visione a lungo termine, quasi come se tutto fosse lasciato al caos o se volete al caso. Noi stessi come tifosi siamo oramai scoglionati per lo più oltre ad essere scaglionati in mille micro fazioni, alla perenne ricerca di qualcosa in cui credere che non sia uno stadio nuovo di cui francamente interessa il giusto. Il fatto che Gerry sia ancora lì non solo non aiuta, infastidisce, la sua commozione per un derby e non una Champions ci fa quasi girar le balle perché una reazione simile appare esagerata, direi fuori scala ancor più visto il trend recente nella stracittadina. Eppure da critico fin dal giorno zero di Cardinale non posso non notare qualcosa di diverso che a maggior ragione mi fa imbestialire ancor di più: il cambio di vento.
Da quel benedetto 25 maggio che ha sancito l’allontanamento di Furlani una serie di cose sono cambiate: le cifre immesse sul mercato per un singolo giocatore, la comunicazione social del Milan molto più aderente alla nostra storia e non più selettiva, la coreografia in curva. Alcuni potranno vedere tutto questo come piccole cose, per me manco per niente. Le coreografie sono la storia del nostro stadio e del nostro tifo e constatare tutti questi cambiamenti (sarebbe meglio dire ritorno alla normalità) poco dopo l’addio del vecchio amministratore delegato è qualcosa che lascia l’amaro in bocca: avevamo sempre avuto ragione a riguardo. Sì certo, esistono le coincidenze nella vita, intanto però annoto come quella netta (e voluta) separazione creatasi in questi anni, quantomeno registri delle anomalie in cui la considerazione verso i simboli del milanismo e la passione del tifoso non sono più sbertucciati o messi alla porta. Da capire, e lo scopriremo solo col tempo, quanto tutto ciò sia frutto di una banale politica di business in cui la disaffezione generava cortocircuiti economici e quanto siano frutto di un reale cambiamento; nel frattempo non possiamo che osservare guardinghi con lo spirito critico di chi si aspetta la fregatura perché finora così è andata.
Questo Milan però il derby lo ha vinto e lo ha fatto con merito grazie a quelle che sono le sue colonne portanti: Maignan, Modric, Rabiot, Moreira e Pulisic. Escludendo gli ultimi due, gli altri sono la parte forte dello spogliatoio, quella che ha vinto e sa come si vince perché alla fine il calcio ha delle regole ed i vincenti le scrivono. Come tifosi non possiamo che vivere di illusioni perché il futuro non possiamo prevederlo e la loro partenza dopo una stagione tra le più nere degli ultimi anni non solo era un’opzione realistica, direi quasi scontata. Quanti di noi davano Maignan al Chelsea, Modric in predicato di ritirarsi e Rabiot da Allegri? Tanti, eppure è accaduto il contrario. Non mi sbilancio perché questo Milan è di difficilissima lettura e questa serie di alti e bassi non aiutano, ma l’eventuale rinnovo di Rabiot dopo quello di Pulisic e l’ingresso di un professionista come Krosche quantomeno mi farebbe pensare a una serie di cose fatte finalmente con criterio e chissà perché con la possibilità che avvengano in rapida sequenza dopo l’uscita di Furlani.
Parlando un po’ di campo, chi sembra sprofondare sempre più è Gonçalo Ramos autore di una prova ancora una volta incolore condita dall’aver stoppato una conclusione di Modric che con tutta probabilità avrebbe fatto venir giù San Siro. Il giocatore non è un fenomeno, ma allo stesso tempo credo che questo modo di giocare non lo valorizzi, al contrario lo depotenzi se possibile. Credo che Amorim debba trovare dei correttivi a riguardo perché se davvero lo ha voluto non può solo macinare chilometri come fosse Forrest Gump.
L’ultimo passaggio lo lascio all’europa league, competizione a cui tengo molto e spiego subito il motivo: arrivare quarti non è un trofeo. Snobbare questa coppa per me rimane un errore strategico nella crescita della squadra perché forma i giocatori e costruisce un gruppo più coeso con la possibilità di alzare una coppa che per quanto di secondo piano rispetto alla champions rimane nella loro carriera. Non parliamo poi di noi tifosi che non abbiamo gioie da troppi anni e al massimo abbiamo visto festeggiare la setta furlaniana con la coppa bilancio. Sono stufo di guardare gli altri, vorrei finalmente vedere un Milan impegnato sui due fronti perché ce lo meritiamo, perché è questione di mentalità.
Seal
Ricordo Baresi entrare in scivolata e poi l’ovazione del pubblico, da quel momento ho capito che fare il difensore era la cosa più bella del mondo. Ancora mi esalto quando vedo il mio idolo Alessandro Nesta incenerire Ferrara sulla linea di porta mentre credeva di essere a un passo dalla gloria. Se la parola arte fosse compresa appieno le scivolate del n.13 sarebbero ammirate in loop al MoMA di New York.
Seguiteci anche su
