​Il punto di svolta a Udine: il pomeriggio in cui il Milan di Zaccheroni diede inizio all’impossibile

​Nel fantastico romanzo dei campionati di Serie A esistono stazioni che cambiano per sempre il corso degli eventi. Nell’aprile del 1999 quella stazione si chiama stadio Friuli, terra di confine e patria di quella cultura contadina abituata a stare in equilibrio, dove prende forma l’incipit di una delle rimonte più esaltanti e travolgenti nell’ultracentenaria storia del Milan.

​Il Milan sbarca in Friuli reduce da due annate disastrose, in cui a nulla sono serviti i ritorni nostalgici di Arrigo Sacchi e Fabio Capello. Ai nastri di partenza l’unico obiettivo reale era ritrovare dignità, guidati da un blocco friulano d’eccezione prelevato proprio dall’Udinese: il tecnico Alberto Zaccheroni, il bomber Oliver Bierhoff e il laterale Thomas Helveg. A sette giornate dal termine, la classifica vede i rossoneri sorprendentemente in alto ma staccati di ben sette lunghezze dalla capolista Lazio.
Lo scontro diretto dell’Olimpico, terminato con un fortunoso pareggio e un conto corner di tredici a zero per i padroni di casa, sembrava aver certificato la definitiva superiorità dei biancocelesti.
​Poi, improvvisamente, il destino spariglia le carte sul tavolo. Mentre il Milan piega il Parma, la Lazio incassa due cadute consecutive del tutto inattese: prima la sconfitta nel derby capitolino e poi il crollo interno contro una Juventus crepuscolare, propiziato persino da una goffa papera del portiere Marchegiani su un tiro da fuori di Thierry Henry.

L’incredibile combinazione di risultati trasforma la trasferta di Udine nell’occasionissima della vita: una vittoria porterebbe il Diavolo a un solo punto dalla vetta. Proprio lì dove pochi mesi prima il folle retropassaggio di Bogarde aveva inaugurato la stagione con i contorni dell’ennesimo calvario, si presenta l’opportunità di riaprire un campionato che tutti davano per chiuso.
​L’Udinese è un cliente ostico, in piena corsa per l’Europa e trascinata dal fuoriclasse brasiliano Marcio Amoroso. Ma quel pomeriggio il Milan scende in campo con il furore di chi sente l’odore del sangue e trasforma una gara insidiosa in un trionfo travolgente. Dopo appena mezz’ora la doppietta d’autore di Zvonimir Boban spacca in due la partita. Poi salgono in cattedra la doppietta di Oliver Bierhoff e il gol di George Weah, che festeggia la sua centesima rete rossonera con una maglietta celebrativa fatta in casa. Il tabellone recita un clamoroso cinque a uno per il Milan.

​Quella vittoria travolgente a Udine è la scintilla che innesca una serie devastante di sette successi consecutivi nelle ultime sette giornate. La squadra di Zaccheroni acquisisce una consapevolezza d’acciaio, travolgendo ostacolo dopo ostacolo in un crescendo di pathos romanzesco. La marcia prosegue con il blitz esterno sul campo del Vicenza firmato da Bierhoff e Leonardo, prima di una sfida epica e drammatica contro la Sampdoria a San Siro, risolta in pieno recupero da un’autorete di Castellini. Successivamente arriva la gigantesca affermazione per due a zero al Delle Alpi contro la Juventus, piegata da una straordinaria doppietta di George Weah.

​L’estasi del sorpasso si compie alla penultima giornata. In un San Siro straripante d’entusiasmo, il Milan travolge l’Empoli quattro a zero grazie alla devastante tripletta di Oliver Bierhoff e al sigillo di Leonardo. Contemporaneamente la Lazio frena a Firenze: il Diavolo balza incredibilmente in testa alla classifica a novanta minuti dalla conclusione. L’apoteosi si consuma al Curi di Perugia. Sotto gli occhi di un popolo rossonero in delirio, l’incursione vincente di Andrés Guglielminpietro e il solito imperioso stacco aereo di Oliver Bierhoff — unito al leggendario intervento istintivo del giovanissimo Christian Abbiati su Bucchi nel finale — regalano al Diavolo il sedicesimo scudetto della sua storia.
​Rimane così scolpito nella memoria rossonera quel pomeriggio di aprile a Udine: il momento esatto in cui una squadra data per spacciata smise di inseguire i fantasmi del passato, innescando la più bella e inattesa cavalcata tricolore del calcio moderno.

​Io riavvolgo spesso il nastro a quella primavera del 1999 quando sento parlare di progetti complessi o di campionati già scritti a metà percorso. Lo scudetto di Zaccheroni resta la dimostrazione più pura di cosa significhi indossare la maglia del Milan: una combinazione irripetibile di fame, spirito di gruppo e orgoglio che sa ribaltare ogni pronostico logico. In un calcio attuale sempre più schiavo dei calcoli e della rassegnazione, quel 5-1 di Udine ci ricorda che la storia del Milan la fanno gli uomini capaci di credere nell’impossibile quando tutti gli altri vedono soltanto macerie.

W Milan
Harlock

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