Il Milanismo oggi, tra cantori, oltranzisti e critica

C’è qualcosa di profondamente distorto nel dibattito che accompagna le vicende del Milan, soprattutto sui social e su YouTube, dove il confronto sembra essersi trasformato in una guerra tra opposte tifoserie ideologiche. Da una parte i cosiddetti “menestrelli”, i cantori di corte del «va tutto bene, madama la marchesa», per i quali ogni scelta societaria è illuminata e ogni critica è disfattismo. Dall’altra una minoranza rumorosa di contestatori oltranzisti, per i quali nulla può essere salvato e persino una vittoria rischia di diventare fastidiosa perché contraddice la narrazione di un disastro permanente, ribaltabile soltanto con la dipartita di Redbird e di Gerry Cardinale. Entrambi sembrano talvolta più interessati ad avere ragione che a vedere vincere il Milan.

Chi scrive non appartiene né agli uni né agli altri. E rivendica due responsabilità: quella del giornalista e quella del milanista. La critica, per un giornalista, non è una concessione ma un dovere professionale. L’articolo 2 della legge 69/1963 tutela la libertà di informazione e di critica, richiamando il rispetto della verità sostanziale dei fatti, della lealtà e della buona fede. Il Codice deontologico ribadisce i principi di indipendenza, accuratezza e completezza dell’informazione. Un giornalista non è un addetto stampa né un propagandista: deve raccontare, analizzare e, quando necessario, contestare. Ma senza pregiudizi. La critica nasce dai fatti, la contestazione permanente da una sentenza già scritta. Chi ha deciso che tutto va bene non fa giornalismo critico. Ma non lo fa neppure chi ha stabilito che tutto va male.

Esiste però una seconda questione: che cosa significa essere milanisti? Il Milanismo è un’identità culturale e sportiva, un patrimonio di memoria collettiva, un modo di intendere la competizione, la bellezza del gioco, l’ambizione e la vittoria. È l’orgoglio di appartenere alla storia di una società che ha cambiato il calcio mondiale. È una forma di fedeltà esigente, che pretende molto proprio perché conosce la grandezza del passato. Ma soprattutto il Milanismo è tifo. E non può prescindere dal desiderio che il Milan vinca.

Si può non amare la proprietà, contestarne le strategie, ritenerla inadeguata e auspicarne la sostituzione. Ma questo non dovrebbe mai trasformarsi nel desiderio che il Milan perda. Perché la proprietà non è il Milan. I proprietari passano, i dirigenti cambiano, gli allenatori arrivano e se ne vanno, i calciatori vengono acquistati e ceduti. Il Milan resta. Confondere la squadra con chi temporaneamente la possiede significa attribuire a una gestione contingente un’importanza superiore alla storia del club. Una vittoria appartiene innanzitutto ai tifosi, ai giocatori e alla maglia. Non a un fondo d’investimento.

Ed è qui che emerge il paradosso di una certa opposizione oltranzista. Si sostiene, legittimamente, che il Milan debba tornare ai vertici europei e non accontentarsi della mediocrità. Lo condivido. Ma da quando l’ambizione è incompatibile con la gioia? Da quando pretendere lo scudetto impedisce di esultare per un derby vinto? Si può criticare una campagna acquisti e applaudire un calciatore, giudicare insufficiente un progetto societario e commuoversi per un gol decisivo. La contraddizione nasce quando una vittoria viene accolta con imbarazzo perché offre argomenti alla parte avversa e una sconfitta quasi (?) con soddisfazione perché conferma le proprie convinzioni. A quel punto il tifo diventa militanza, e la militanza ha bisogno soprattutto di avere ragione.

C’è poi la curiosa accusa di «risultatismo» rivolta a chi festeggia una vittoria, magari proprio contro l’Inter. Come se gioire per un derby significasse ignorare i problemi societari. Un derby vinto non cancella gli errori della dirigenza, ma rimane un derby vinto. E un milanista ha tutto il diritto di esserne felice. Soprattutto, chi sostiene che soltanto lo scudetto possa giustificare l’entusiasmo è a sua volta un risultatista, forse nella sua forma più estrema. Chi dice «o vinciamo lo scudetto oppure non c’è nulla da festeggiare» non supera la logica del risultato: la assolutizza. Sostituisce semplicemente il risultato della singola partita con quello dell’intero campionato. La differenza non è filosofica, è soltanto temporale.

Il Milan merita tifosi esigenti e un giornalismo rigoroso, non una tifoseria anestetizzata né una contestazione ideologica. Perché esiste una differenza fondamentale tra rigore e rigidità: il primo valuta i fatti, la seconda li piega alle proprie convinzioni. L’oltranzismo, da qualunque parte provenga, è il vero peccato mortale del dibattito milanista. Non voglio essere un cantore di corte, ma neppure un oppositore di professione. Voglio poter criticare ciò che considero sbagliato, riconoscere ciò che funziona e soprattutto essere felice quando il Milan vince. Perché il giornalista che è in me ha il dovere di esercitare la critica, anche severa e impopolare. Ma il milanista che è in me ha un dovere altrettanto irrinunciabile: tifare Milan. Sempre. Non per una proprietà, un dirigente o un allenatore. Per quella maglia, quella storia, quei colori.

La critica è un dovere. Il tifo è un’appartenenza. L’oltranzismo è un peccato mortale.

E chi, pur di avere ragione contro la proprietà, non riesce più a gioire delle vittorie rossonere dovrebbe porsi una domanda: sta ancora tifando per il Milan oppure sta tifando per le proprie opinioni?

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