Milan: la crisi rapportata al periodo

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Uno stato di crisi perenne si può ancora definire crisi, o è lo stato dell’arte? Questa la domanda che vi pongo questa settimana, relativa alla situazione di questa stagione. Il mio pensiero (e speranza) è che mister Pioli guardando il calendario abbia scelto un approccio ‘alla bersagliera’ per le prime quattro gare della sua gestione, per cercare con un azzardo più punti possibile. Tre casalinghe, due contro piccole e due contro le romane impegnate anche in Europa, fattore che per molti sarebbe decisivo nel drenare energie fisiche e mentali, anche se ogni anno scopriamo che no, non è decisivo. Sembrava un filotto goloso in confronto al seguito, e Pioli deve aver pensato: azzardiamo ora o mai più, visto il declinare proibitivo del mese di novembre con juve-sosta-Napoli e in chiusura una doppia trasferta insidiosa. Da qui alcune scelte un po’ cervellotiche, cambi offensivi contro la Lazio, e in generale un approccio molto aggressivo nelle prime mezz’ore.
Non ci vuole l’esperienza di Pioli per osservare che tatticamente lasciamo parecchio a desiderare, sia a livello di pressing che viene condotto con impeto ma senza distanze corrette e senza esiti apprezzabili, che a livello di scalate e coperture difensive che saltano spesso generando situazioni di 1vs1 in campo quasi aperto, specie sulle fasce. Il Milan ha intercettato solo 5 passaggi nella trequarti offensiva nelle ultime 4 gare, l’uscita altissima di alcuni giocatori non è assolutamente giustificata dai numeri.
Il mister parmense è già nella situazione di Giampaolo (e non poteva essere altrimenti): come la fa la fa, la sbaglia. Alcuni uomini sono persi, e stante la situazione dietro le quinte non sono recuperabili a mio avviso (papale: a chi è stato fatto intendere di fare le valige quest’estate non frega un cazzo, nè ora né domani), altri stanno producendo fiammate, spegnendosi incredibilmente anche da un momento all’altro nel corso della stessa partita. Speriamo che alcune dichiarazioni tipo “la Lazio ha riposato un giorno in più” (Pioli), “la mia miglior partita contro la SPAL” (Paquetà), “obiettivo Champions” (Castillejo) siano solo il classico sfogo di una situazione mentale difficile; se a queste fregnacce a Milanello credono davvero che gli Dei abbiano pietà di noi.
Fatto salvo il match di Torino, da affrontare a cuor leggero, dovrebbe da ora in avanti iniziare una fase in cui un tecnico con molti anni di esperienza dovrebbe far scomparire la classifica dai pensieri dei suoi (di conseguenza ogni discorso sulla Champions), concentrandosi gara su gara primo sul non perdere, e sulla gestione dei momenti in-match che è drammatica. Trovare equilibrio sarà fondamentale, così come inculcare (o se preferite re-inculcare) nel gruppo alcune basi; ad esempio che la partita dura 90 minuti e bisogna lottare e usare la testa per tutti e 90 i minuti, cosa che non pare ben chiara a parecchi elementi.
Sarò anche esagerato, ma questi giovani considerati ‘di talento’ alti, grossi, agili e che sanno palleggiare 2000 volte con una biglia sul mignolo del piede nel loro salotto, ma che in campo rifiutano i contrasti e si perdono in cazzate, mi fanno rimpiangere certi elementi ‘di sussistenza’ che è meglio non nominare, sia fra quelli che ci hanno lasciato sia fra quelli ancora presenti in rosa.

Per cercare di dare un contesto alla situazione attuale ho preso lo storico recente, diciamo del ‘Giannino’ e degli ultimi tre anni.
Anzitutto la prima cosa che salta all’occhio è la differenza fra il periodo post-dismissione, quello del Regno dell’Imperatore del Mercato e delle Pippe from Ibiza, e quello transitivo e del cina-panettone con conclusione in Elliott. Le media punti 2012-2015 è di 55; quella 2016-2019 di 65, mentre la differenza maggiore in punteggio è fra il Milan 2013-14, 52, e quello dell’anno scorso, 68. Se uno scarto fra i 10 e i 16 punti vi pare poco beh è la differenza che nell’ultimo campionato è passata fra l’Atalanta a podio e l’anonima Sampdoria del Maestro; o, nel penultimo, fra l’Inter in Champions e la Fiorentina di Pioli. Oppure fra queste e il Genoa appena salvo, o il Sassuolo di Iachini. Insomma è praticamente un salto, avanti o indietro, di livello.
E qui la mia prima considerazione: negli ultimi anni non abbiamo ‘fatto schifo uguale’. Il fatto è che per il milanista medio, quindi anche io, per 25 anni finire sotto il terzo posto è stato FALLIMENTO quindi nella nostra testa giungere al di sotto del podio era ricadere in una zona grigia indistinta, informe, da cancellare e mai analizzare. Anni di magra ci hanno fatto riconsiderare il quarto posto, che però è un miraggio che non abbiamo mai raggiunto, ma al di sotto di quello l’impressione è che per quasi tutti sia tutto uguale. E non è così. Questa stagione sembra avviata a concludersi sotto i 60 punti, se in abbondanza o meno staremo a vedere, e significherebbe aver fatto un bel passo indietro. Visto che la sensazione da alcune dichiarazioni è che Paolo&Zvone la vedessero più o meno come il tifoso medio e non considerassero dunque l’ultimo periodo milanista come uno step di crescita ma parte indistinta del pattume post-2012, e volendo ripartire da zero senza né le risorse né la competenza, ecco in arrivo una probabile durissima lezione. Che io mi sarei evitato.
Poi c’è la questione sconfitte. Se è pur vero che l’ultimo Milan di Allegri dopo undici partite aveva un punto in meno di questo tristissimo attuale, rimane un fatto che questo è la versione del Diavolo più perdente del Dopoguerra. Sei sconfitte, tre casalinghe, a fronte delle otto complessive dell’anno precedente, e delle tredici maturate al primo anno di Montella (massimo di periodo), a nemmeno un terzo di torneo. Ecco perchè vedo come priorità cercare l’autoprotezione prima di ogni alta cosa. Oggi meglio tre pareggi di una vittoria e due sconfitte.
Poi c’è il discorso differenza reti. Mai il Milan ha avuto uno scarto così ampio fra gol fatti e subiti, e se i gol presi sono in linea con quelli delle altre stagioni il problema principale è l’attacco che con soli undici gol accusa minimo quattro e massimo dieci gol di differenza rispetto allo storico considerato. Oltraggioso il confronto proprio con l’anno scorso: ventuno gol fatti da una squadra molto difensiva, affidata alle individualità e a Suso, con Bonaventura già ai box e Higuain già col prurito al culo (e alla schiena), impegnata pure in Europa; e tutti su azione. Quest’anno undici fra cui tre rigori, una punizione e un’autorete.
Le proiezioni sulle prossime quattro ci dicono anche che avremo bisogno di almeno una vittoria e due pareggi per restare in linea con gli andamenti del periodo recente, sia ‘Giannino’ che post; altrimenti finiremo sotto una linea di galleggiamento mai esplorata; e se conforta comunque il dato del 2013/14 con una chiusura di andata a soli 22 punti con vista sulla B, rimane inteso che per chiudere a 60 punti il Milan da domani avrebbe bisogno di rientrare alla media punti di 1.75 tenuta nell’anno e mezzo con Gattuso in panchina, consapevoli che altri giri a vuoto la spingerebbero sempre più su a quote che renderebbero le già ridicole dichiarazioni di “caccia alla Champions” solo bassa fantascienza. Pensando più terra-terra pensiamo a tenerci anzitutto sopra quota 50 punti, impresa che continuando a inanellare sconfitte diventerebbe proibitiva, e che se mancata renderebbe il Milan di Elliott e Gazidis il peggiore di sempre.
Male che vada si può prendere Pep.
Iachini.

Larry

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.