Il bicchiere mezzo pieno

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Archiviata la partita con il Napoli di questo pomeriggio, che non ha dato nessuno scossone nè in senso nè nell’altro, credo sia arrivato il momento di ragionare onestamente sul lavoro che ha fatto e che sta facendo Gattuso. Premesso che ho sempre difeso, e sempre difenderò, un esempio di attaccamento ai colori e al lavoro, come Rino, va sottolineato anche quello di buono (e qualche errore) che ha fatto, e sta facendo, con questa squadra. La stessa squadra che non più tardi di un girone fa, va ricordato, contro lo stesso avversario, non riuscì nemmeno ad entrare in area di rigore avversaria per tutto il primo tempo. Toccando uno dei punti più bassi della gestione dell’aeroplanino. Che piaccia o non piaccia, questa squadra non ha mai avuto delle concrete possibilità di entrare in Champions League. Soprattutto dopo aver collezionato cinque sconfitte nelle prime undici giornate. Soprattutto dopo aver totalizzato 25 punti in tutto il girone d’andata. Cominciare adesso con “io l’avevo detto”, “fa tutto schifo”, “anno buttato” è qualcosa che non riesco proprio a digerire. Facciamo un pò di conti e vediamo se riusciamo, finalmente, a vedere il bicchiere mezzo pieno.

PUNTI – Il Milan di Gennaro Gattuso, nel girone di ritorno, facendo il minimo sindacale, ha totalizzato già 28 punti. Frutto di 8 vittorie, 4 pareggi e 1 sconfitta (in casa della squadra che ha vinto gli ultimi 6 campionati consecutivamente e che nei 90 minuti di Torino è stata spesso in difficoltà). Pertanto il punteggio è già sopra al girone d’andata e al girone di ritorno della stagione scorsa (rispettivamente 25 e 24 punti). Mancano ancora 6 giornate alla fine e 18 punti disponibili, con la media punti attuale (2,15) in prospettiva, questa squadra può chiudere con un girone di ritorno da 41 punti. Sarebbe superiore anche al girone d’andata della stagione scorsa. Ma siccome, come dice giustamente Gattuso, con i se e i con i ma ci sarebbero decine di flipper in giro per l’Italia, atteniamoci ai fatti attuali. Abbiamo affrontato tutte le squadre che ci sono davanti in classifica, sia all’andata che al ritorno. All’andata abbiamo conquistato la bellezza di zero (0) punti, con 13 gol subiti e 4 fatti (2 dei quali a partita già strachiusa). Nel ritorno abbiamo conquistato 8 punti con 4 gol subiti e 5 fatti (imponendo due 0-0 a due avversarie che hanno attaccato più e meglio di noi). La differenza di punti conquistati è importante, le prestazioni in queste partite (chi se le ricorda) sono state sempre positive, vedendole nel concetto di gioco di Gattuso che è sempre stato bravo a imbrigliare il gioco degli avversari per poi provare a colpire.

7 gol in 2, sono così poco incisivi?

LA DIFFERENZA – Nel calcolo degli “scontri diretti”, se vogliamo chiamarli così, salta all’occhio un miglioramento difensivo evidente. I gol subiti sono meno di 1/3 rispetto a prima. Tutti i giocatori hanno aiutato la fase difensiva, portando degli evidenti miglioramenti al lavoro dei due centrali (Bonucci e Romagnoli), senza dimenticare che l’assetto difensivo a 4 ha dato più equilibrio a tutta la squadra. Su questo il lavoro di Gattuso è evidente. La grande e importante differenza è la fase d’attacco. Tra le due fasi è quella che purtroppo ha portato meno risultati. Tra gli “scontri diretti” c’è una differenza di un solo gol, questo sottolinea ancor di più come i problemi più grossi siano sempre stati là davanti. Proprio là davanti, tra modulo che non aiuta, tra giocatori non all’altezza è necessario un cambiamento drastico. Cambiamento obbligatorio per cercare di arrivare al livello di chi ci sta davanti. Il nostro attaccante più prolifico in Serie A (Cutrone con 7 gol) in queste partite ha segnato 2 volte (Lazio e Roma al ritorno), gli altri due non hanno mai segnato in queste partite e in due hanno fatto 7 gol in totale in Serie A (ad oggi). Se le prestazioni, sia di Kalinic che si Silva, sono praticamente le stesse con due allenatori diversi, forse, dovremmo iniziare a fare un discorso sulle loro qualità. Di entrambi. Qui sta la grande differenza con chi ci sta davanti in classifica. Attaccanti come Icardi, Immobile o Dzeko, ci avrebbero fatto molto comodo in certe situazioni ma non avrebbero risolto tutti i nostri problemi. Ad oggi, un’altra difficoltà che ci penalizza molto è lo schema. Questo stramaledetto 4-3-3.

Primo anno in A, 36 gol in 3

LO SCHEMA – Premesso che per come interpreto io il calcio l’unico 4-3-3 che dovrebbe esistere è quello di Zemaniana memoria (Rambaudi-Baiano-Signori), con tre attaccanti veri. Gente che la porta la puntava davvero e non attaccava con i piedi invertiti. Assodato ciò, questo schema non ha più senso di esistere in casa rossonera. Dobbiamo uscire da alcuni errori tattici che ci obbligano ad interpretare le partite in questa maniera. Gattuso, nel corso delle partite, ha provato a cambiare per provare a dare più “prolificità” a questa squadra. A volte con risultati decenti (Chievo e Genoa, anche se con difficoltà immense), altre volte con risultati pessimi (Sassuolo, dove abbiamo imbarcato acqua con il rischio di affondare). In questo, Gennarino deve lavorare tantissimo. Deve uscire da alcuni equivoci tattici. Sistemata la fase difensiva, la fase offensiva va impostata con due punte e Calhanoglu alle spalle. Io la vedo così. Mi dispiace per Suso ma, per come vedo io il calcio, non posso impostare la squadra su un giocatore (che non sia Maradona). Nonostante, ad oggi, le azioni più pericolose passino molto spesso dai suoi piedi ma molto meno che in passato. Kalinic e Silva, sicuramente, non sono due fulmini di guerra ma mi piacerebbe vederli giocare con una spalla, per non dover essere là davanti a prendere botte e a vedere pochi palloni giocabili. Quei pochi palloni giocabili che, per di più, molto spesso vengono sparacchiati all’ippodromo. La conclusione amara è che questa squadra non è predisposta ad un gioco d’attacco, non “ama” (o fatica molto) costruire calcio offensivo corale. “La coperta è corta” continua a ripetere Gattuso, ma è proprio con questa coperta che dobbiamo arrivare alla fine della stagione. Con una qualificazione in Europa da conquistare e una finale di Coppa Italia da giocare al meglio.

STAGIONE PROSSIMA – Prima di continuare a fasciarci la testa su ciò che sarebbe stato, la società e l’allenatore devono lavorare su quello che sarà. Evidente che questa squadra al massimo delle condizioni fisiche, al massimo delle condizioni mentali e al massimo delle motivazioni può giocarsela con tutti. Questa seconda parte di stagione l’ha detto chiaramente. Ma giocarsela non è vincere, il primo passo è stato fatto (diventare competitivi), ora dobbiamo fare il salto più alto. Cioè quello di diventare una squadra che le partite le deve giocare per vincere con una logica di gioco, non solo con l’abnegazione degli undici titolari. “Il gioco ti tira fuori da guai, sempre”, diceva il mio allenatore. Non dimentichiamoci mai il divario mostruoso che si è aperto con le dirette competitor. Risanare questo gap in una stagione era impensabile. Ora fiducia per chiudere al meglio la stagione, che non è affatto finita. Partite impegnative e avversari rognosi ci aspettano da qui alla fine di maggio. Con quell’infrasettimanale che ci aspetta a Roma, che non dobbiamo sottovalutare nè dimenticare. Va giocata. Va respirata di nuovo l’aria di partite decisive.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.