Paquetà e lo smacco degli «insider» da tastiera. Stop alle pause per le nazionali. Cinesi e americani, prima di giudicare bisognerebbe guardarsi indietro.

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Ti aspettiamo, ragazzo. Facci sognare!

Già il fatto che il suo cognome faccia rima con Kakà è di buon auspicio. Se poi il 21enne Lucas Paquetà, acquistato dal Flamengo per una cifra intorno ai 35 milioni e in arrivo a gennaio, potrà anche soltanto fare un decimo di quanto il bambino d’oro ha combinato in maglia rossonera, allora sarà un gran successo. Chi lo conosce lo descrive come un trequartista tecnico, magari non fulmineo, ma decisamente abile con la palla al piede e con grande visione di gioco. Uno che ogni tanto non disdegna nemmeno di fare gol. Vedremo, valuteremo. Sta di fatto che il fulmine a ciel sereno dal Brasile ha lasciato ancora una volta con il cerino in mano quella categoria che da qualche tempo a questa parte spopola sui social e che era rimasta già scottata, e non poco, la sera del 17 agosto, quando è stato chiaro a tutti che Sergej Milinković-Savić non si sarebbe mosso da Roma. L’allusione è ovviamente alle centinaia di «insider». Di quelli – per capirci – che hanno un amico di un cugino o un fratello della cognata della moglie che lavora dentro e sa tutto. Sì, proprio quelli che hanno «le fonti», che ricevono soffiate di bora direttamente dalle direzioni generali e dalle stanze che contano delle sedi delle società. Di quelli che tra un turno e l’altro chiamano il loro amico dirigentissimo per farsi spifferare le ultime. Già, un tempo si diceva che i bar italiani fossero la sede operativa di 60 milioni di commissari tecnici della Nazionale. Oggi, invece, da quando il sistema ha permesso a chiunque di possedere uno smartphone, un tablet e un pc, da potenziali allenatori sono diventati tutti «insider», grandi esperti di mercato, sempre informatissimi. Tutti con una tastiera tra le dita e tanti amici nei posti che contano. Poi, però, da un giorno all’altro arriva il signor Paquetà (peraltro strappato a squadre come il Psg, non alla Pro Patria, con tutto il rispetto per la mitica Pro) e allora si torna tutti al bar, aspettando la prossima soffiata e attendendo l’arrivo del nuovo responsabile dei rapporti con l’Uefa, Umberto Gandini. A proposito, arriva vero?

Parlavo dei milioni di ct della Nazionale. Per ora ce n’è uno che non vince una partita nemmeno per errore e un altro – che dopo la mancata qualificazione per i mondiali in Russia era stato descritto come la causa di tutti i mali del mondo – che ha trovato subito una panchina in serie A. Ne accenno perché uno dei periodi più bui dell’anno sportivo, almeno per il sottoscritto, è l’inizio del campionato, con le due pause nazionali ravvicinate che spezzettano da subito la serie A. Bene, sforzandomi di cavare anche quell’ultimo velo pietoso di ipocrisia nazionalista approfitto di questo prestigioso spazio per lanciare un appello: basta con le pause nazionali. Stanno diventando quasi una farsa e non fanno contento nessuno: in primis il tifoso, che dopo aver pagato abbonamentoni e abbonamentini è costretto a passare il week end senza la propria squadra. Le squadre, terrorizzate che i loro giocatori, pagati fior di milioni ogni mese, tornino spaccati dall’esperienza in Nazionale. E, paradossalmente, anche i selezionatori, che invece di ringraziare lamentano di avere poco tempo per «costruire la squadra». E allora facciamo una bella cosa, per salvare capre e cavoli: riduciamo le pause per le Nazionali, abbreviando le fasi di qualificazione ai grandi appuntamenti (Mondiali ed Europei), escogitando qualche formula innovativa e restituiamo il campionato a chi paga, ovvero club e spettatori. Evitando anche a chi magari si è indebitato per acquistare un abbonamento allo stadio per tutta la famiglia di non poterci andare perché si gioca in un giorno lavorativo in mezzo alla settimana. Sarò impopolare, forse, ma credo che in tanti la vedano come me.

In queste ore tengono banco questioni di conti. Questioni in cui non ci vogliamo e non possiamo (non siamo commercialisti o revisori contabili) addentrarci nel dettaglio. Sta di fatto che la pubblicazione di alcuni dati di bilancio hanno riacceso, semmai ve ne fosse stato bisogno, gli animi delle fazioni. Di chi dal primo giorno ha sostenuto la proprietà cinese, Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli (loro diretta espressione, così come tutto il Cda di allora…) e di chi invece ha sostenuto, al contrario, che fosse tutto fumo e niente arrosto, che «i cinesi non esistevano» che la dirigenza non fosse adeguata e avanti di questo passo. Ora, davvero, credo che esprimere giudizi sia tecnicamente possibile, (per chi se ne intende di conti, non certo io) ma emotivamente impossibile. Qualsiasi tifoso rossonero, dopo il calvario degli ultimi anni, con una proprietà che pareva assente e mercati fatti di tacconi, gente sul viale del tramonto e parametri zero come se piovesse avrebbe salutato come il messia chiunque fosse arrivato a rilevare la baracca. Cinesi, francesi, congolesi, arabi, norvegesi o canadesi. Spetterà ad altri valutare e giudicare gli errori del cinese, di Fassone o di Mirabelli. Ma, onestamente, è ingiusto – oggi – prendersela con chi, in buona fede, ci ha creduto. E’ scorretto andare a spulciare i numeri di un bilancio che fanno fatica a capire anche quelli che hanno studiato, con il solo fine di rinfacciare l’entusiasmo dell’estate 2017 a chi, anche di fronte a improbabili scelte comunicative, era tornato a credere in un sogno. Così come sarebbe scorretto – sempre oggi –  ricordare a chi sbava per Leonardo e Maldini che il Milan è in mano a un prestigiosissimo ed eccellente hedge found. E chi non sa che cosa sia e come operi un hedge found è pregato di aggiornarsi. La verità è che noi tifosi milanisti abbiamo mangiato tanto, ma tanto, pane duro e latte acido, negli ultimi anni. E che ogni alternativa a quella cosa là, in quel preciso momento, sarebbe andata bene a chiunque. Dobbiamo guardarci in faccia e dircelo chiaramente. Poi quel che è stato è stato e quel che sarà sarà. Se qualcuno avrà sbagliato pagherà, se qualcuno stesse sbagliando oggi ne risponderà domani. Ma, oggi come ieri, bisogna mantenere i piedi per terra, limitandosi a girare soltanto il collo. Per guardare verso il futuro con ottimismo, certo. Senza però dimenticarci di buttare un occhio su un passato che ci ha regalato lontane emozioni, ma anche recenti e reiterate sofferenze che ancora bruciano sulla pelle. E che ci accomunano tutti, senza distinzione alcuna.

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.