Metti una sera a cena …

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E’ pomeriggio a Napoli. Nella Hall dell’Hotel Vesuvio due pischelli si stanno facendo coraggio. Sono i primi giorni di Gennaio e la multinazionale che li ha assunti da poco come “specialisti di prodotto” li ha mandati lì assieme ad altri colleghi. La classica riunione vendite come si facevano una volta quando il grano girava copioso e queste occasioni servivano alle “grandi potenze” per dimostrare la loro forza ed arringare i commerciali. I due ragazzotti dovranno convincere una platea di circa 200 tra venditori, agenti e capi area di quanto sono meravigliosi i prodotti che gestiscono. Gente scafata a cui non si raccontano balle e che ti toglie la pelle dal culo se non sei preparato e convincente e con la dirigenza schierata al gran completo a giudicare. I due si stanno cagando sotto di brutto. In qualche modo prima l’uno e poi l’altro, fanno la loro parte ed il supplizio arriva alla fine. Il primo, tale Roby, ringrazia il cielo che il leggio su cui e sistemata la lavagna luminosa dietro il quale si trincera lascia intravedere solo il busto altrimenti si vedrebbero le gambe tremare. Il secondo, un po più spigliato, finisce balbettando anche lui sotto un fuoco di fila di domande maligne. E’ andata ed i due si ritrovano nuovamente nella hall. Nonostante il sospiro di sollievo per aver superato le forche caudine sanno di non aver fatto questa gran figura e sono distrutti dalla tensione.

mi rendo conto che visto così … dovrete credermi sulla parola ma questo è quel “picoglass”

Mentre i colleghi si riuniscono a gruppetti per decidere dove passare la serata i due preferiscono cenare nel ristorante dell’albergo troppo stanchi anche solo per pensare di uscire. Verso le otto e mezza sono seduti al ristorante e stanno finendo di cenare. Sono soli insieme ai due camerieri che presidiano la sala. Improvvisamente un piccolo signore in tuta da ginnastica si palesa al limite del corridoio d’ingresso. Sta camminando all’indietro mentre parla a qualcuno ancora nascosto dal muro. Il piccolo signore si chiama Carmando ed i ragazzi, che l’hanno riconosciuto, si chiedono cosa possa farci lì ed incuriositi iniziano a seguire la scena. Si sentono altre voci indistinte e finalmente entrano altri due signori. Il primo è Albertino Bigon, il secondo, niente popò di meno, il presidente Ferlaino. Dietro di loro un ragazzo. Alto, altissimo. I due si guardano increduli. “Cazzo, è Van Basten”. Marco Van Basten, proprio lui, incredibile ma … cazzo ci farà lì ? vuole andare a giocare nel Favoloso Napoli di Maradona ?

I due sono incuriositi e continuano e seguire la scena. Di sottecchi per non farsi sgamare ma, ripensandoci oggi, dubito che ci siano riusciti. Marco ed i partenopei si siedono in fondo alla sala a solo due tavoli di distanza dai due. Neanche il tempo di dirlo che i camerieri arrivano solertissimi a prendere le ordinazioni e corrono immediatamente a portarle in cucina. I due sempre più incuriositi decidono di traccheggiare per avere la scusa di rimanere seduti e vedere che succede. Dopo qualche minuto, al tavolo del milanista, arriva la prima portata. Ferlaino e soci si alzano e salutano Marco. Giro di strette di mano e se ne vanno e l’olandesone può finalmente iniziare a cenare in santa pace.

Erminio ed Roby decidono che si faranno coraggio e chiederanno l’autografo ma pensano che non si può rompere le scatole ad uno che mangia e per far passare il tempo ordinano un dolcetto prima, poi un giro di limoncello per finire con un amaro. Un po passa il tempo un po l’alcool darà loro il coraggio necessario. L’olandese sta finendo il secondo ed i due decidono che è il momento giusto. Si danno di gomito, si alzano e si avvicinano al tavolo del campione. Roby è inebetito e ci pensa Erminio. “Scusi Sig. Van Basten” esordisce. “Non è che …”. Il ragazzone alza gli occhi ed Erminio si blocca. Un secondo, un silenzio di gelo. Poi improvvisamente il volto dell’Olandese si illumina con un sorriso aperto. “Milaniscti ?” chiede con un Italiano perfetto con solo un lieve accento nordico che trasforma la s in sc. “Io Sig. Van Basten” Risponde Roby a cui la parola è tornata di colpo “Lui è gobbo, ma è un bravo ragazzo, un vero amico”.

Il ragazzone li squadra per un attimo e poi inaspettatamente: “sedetevi ragasci, sono solo anch’io fatemi compagnia”. I due si guardano increduli e si accomodano spostando le sedie con la stessa cura con cui tratterebbero un cristallo Swarowsky. Non riescono a credere che stia succedendo proprio a loro. Sono seduti a tavola con Marco Van Basten. Un uomo che, prima di quel magico momento, avevano visto solo in TV e, Roby, a San Siro sulle gradinate mentre il fuoriclasse scendeva in campo in mezzo alle ovazioni di tutto lo stadio.

“ehm … ah … uh…”. I due sono completamente impallati e dalle loro bocche non esce una parola, sono inibiti, non sanno che dire. La situazione rischia di diventare imbarazzante, anzi, lo è già. Si trovano seduti al tavolo con un mito, come se fossero al cospetto di Dio in persona, e sono completamente bloccati. L’Olandese è giovane ma intelligente. Capisce al volo la situazione e per togliere i due dall’imbarazzo la butta lì: “che ci fate qui ragasci ?”. E’ come aprire un lattina di Coca Cola calda dove averla agitata violentemente; esplode. I due partono e raccontano di loro. Cercano di darsi una certa importanza, di darsi un tono. Devono giustificare il fatto di essere lì, seduti assieme al grande campione. E lui risponde, chiede, li fa parlare. Passano pochi secondi ed i tre sono diventati solo tre (quasi) coetanei che si sono trovati per caso ad un tavolo. Un Olandese e due Milanesi che si trovano lontano da casa e cercano, nella compagnia, ognuno il conforto e la vicinanza dell’altro. Non c’è più il fuoriclasse, quello osannato dalle folle, cercato dai giornalisti che darebbero il culo per un’intervista, voluto dai DS di tutto il mondo. Sono solo Marco, Erminio e Roby. Tre giovani ragazzotti lontano da casa che passano una serata insieme e si fanno compagnia. Nulla di più.

Vinciamo tutto, stai tranquillo …

L’atmosfera è gioviale ed il tempo perde il suo significato e, tra una battuta e l’altra, passa ma i due non sapranno mai dire se siano trascorsi pochi minuti o secoli interi. Si parla di amenità ma, come si fossero intesi al volo, non si parla di calcio. Il grande campione in quel momento vuole solo essere Marco e parlare di calcio lo farebbe diventare Van Basten e la magia di quei pochi momenti divertenti e spensierati si perderebbe. Arriva l’ora del congedo. Roby però l’autografo lo vuole e per un momento torna ad essere un tifoso al cospetto del suo giocatore preferito, quello che considera (e considererà per tutta la sua vita) il più grande di tutti. “Marco”, perché adesso il Sig. Van Basten è solo Marco, “l’autografo me lo fai però, vero ?”. L’olandese ride compiaciuto. Si fa portare dai camerieri un foglietto (quello delle comande) e firma una dedica. “A chi lo intesto ?”. “A patrizia Marco. E’ mia moglie ma è ancora più tifosa di me” Lo stesso fa Erminio che però, essenso gobbo, lo fa intestare a sé stesso. Il momento è passato ed i tre si stanno congedando. Roby però ha una domanda nella gola e non riesce a trattenersi. Mentre gli stringe la mano chiede timidamente: “Ma quest’anno ?”. Dall’alto del suo 1,88 l’Olandese lo guarda e replica con un sorrisone; “Vinciamo tutto, stai tranquillo, Vi aspetto in centro a Milano per i festeggiamenti…”,  guarda il gobbo Erminio e ride …

I tre si separano e finisce lì. Roby ed Erminio prenderanno strade diverse nella loro vita. Divisi dal lavoro, dai kilometri e dagli impegni di famiglia. Ma quella serata li ha legati per sempre. Si sentono solo un paio di volte all’anno, giusto per farsi gli auguri nelle feste comandate ma quel ricordo comune è rimasto a tutti e due e, dopo gli auguri di rito, ad ogni telefonata, tornano lì a quella sera che li legherà per sempre.

Non sanno e non sapranno mai se il grande campione ha un ricordo. Probabilmente no e per lui, abituato ad essere un protagonista in qualunque contesto, non sarà rimasto nemmeno la traccia di quell’incontro fortuito e del tutto insignificante con due pistolotti qualunque. Eppure, per una sera, il grande campione ha voluto fare felici due persone. A lui non costava nulla ma per qui due tizi è stato un momento della vita che porteranno sempre con loro. Un gesto generoso. Una piccola scocciatura che ha fatto felici due persone (e la terza che si è vista recapitare l’autografo con la dedica) e sono queste piccole cose che fanno di un grande campione anche un grande uomo. Poteva mandarli via scocciato e finire in santa pace la sua cena. Invece ha deciso , per qualche minuto, di essere solo Marco, un essere umano senza distinzione in mezzo ad altri esseri umani e fare ai due un grande regalo.

Inutile dire quante volte ho rivissuto quella cena. Quanto volte mi sono chiesto se fosse successo davvero o me lo fossi sognato. Ma, a parte le telefonate con Erminio, quel foglietto è lì, nel suo picoglass ad imperitura testimonianza. Purtroppo i fogli delle comande sono fatti in carta copiativa (chimica) e negli anni l’autografo e la dedica si sono sbiaditi. Potrei ripassarli, evidenziarli con il carboncino ma ho sempre preferito lasciarlo così com’è. So da dove arriva, quello che c’è scritto, chi l’ha scritto e quello che significa. Il resto non conta. Non voglio “sporcarlo” in nessun modo. Quando penso a quella sera capisco tante cose di quel Milan e del Milan. Non è stato immenso solo per i grandi giocatori ma lo è diventato perché molti di quei grandi giocatori erano, e sono, anche grandi uomini. Non basta il talento, ci vuole tutto il resto per compiere imprese immemorabili come questi hanno saputo fare. Però mi dico anche che se quei grandi uomini (e tanti altri prima e dopo di loro) hanno scelto di diventare grandi con questi colori è segno che in questi colori c’è qualcosa che non potrà mai esistere da nessuna altra parte. Questo è il nostro DNA. No, non siamo uguali a tutti gli altri. Nella nostra storia c’è qualcosa di diverso, di più grande e di immenso. Non riesco a spiegarlo, sento solo che c’è. E nei periodi difficili, come quello che stiamo vivendo dove la confusione regna sovrana, penso a queste cose e mi faccio coraggio. Noi siamo destinati a questo. Magari soffrendo e passando dall’inferno ma a questo prima o poi torneremo. Perché il Milan è la storia di tanti grandi uomini, come Marco, ed ai grandi uomini siamo destinati. Scusate se mi scappa una lacrimuccia malandrina ma ci credo davvero. La magia che sta nella nostra storia non si compra e non si può fabbricare. O c’è o non c’è. Basta crederci e prima o poi la magia accadrà nuovamente.

PS. Per chiunque abbia avuto, anche solo per un momento, un dubbio atroce. In quegli anni si giocò (una o due volte non ricordo) una partita durante la sosta Natalizia (allora era molto più lunga di adesso) tra il Napoli “favoloso” di Maradona ed una rappresentanza “All Stars” del campionato Italiano. Poteva forse mancare Marco Van Basten ? No, lui era “la Star”, l’unica oltre a Diego. Di lasciare il Suo Milan credo non gli sia mai nemmeno passato per la testa.

PPS: avrei voluto pubblicare questo ricordo, condividerlo con tutti voi, il 31 ottobre, la data del compleanno di Marco Van Basten. Avrei tanto voluto fargli gli auguri con questo ricordo che porto dentro di me e che mi accompagnerà per tutta la vita ma la contingenza, il campionato, le partite ed il nostro presente hanno giustamente avuto la precedenza. Spero possiate capire e che “Marco” possa perdonare. Auguri campione. Arrivano in ritardo ma sono sinceri … So che in fondo, anche tu che sei un professionista ed un uomo di mondo, gridi spesso  “Forza Milan” come tutti noi, come fanno tutti i tifosi che, a dispetto di tutto e qualunque cosa accada, amano questi colori…

Axel

Puoi cambiare tutto nella vita. La fidanzata, la moglie, l'amante, la casa, il lavoro, la macchina, la moto e qualsiasi altra cosa che ti viene in mente. Solo una cosa non potrai mai cambiare. La passione per questi due colori. "il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari". Grazie mamma che mi hai fatto milanista, il resto sono dettagli.