L’ultimo regalo del signor Galliani

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Claudio Marchisio e Riccardo Montolivo. Sappiamo bene che a molti, forse, potrà suonare fastidioso leggere parole non negative su un’icona della squadra più antipatica d’Italia, protagonista delle vittorie degli ultimi anni. Ma il confronto, oggi, è inevitabile e per un commentatore diventa impossibile schivare il parallelismo. Cresciuto nel vivaio bianconero, Marchisio ha percorso tutte le tappe per arrivare in prima squadra. Dotato di buon talento e ottimi polmoni, probabilmente non è mai stato un campione di livello internazionale, ma il suo l’ha sempre fatto e pure bene. Si narra che all’inizio della stagione 2007/2008, davanti agli spogliatoi della primavera bianconera appesero due magliette della prima squadra, in modo che le vedessero tutti, dai pulcini in su: quella di Giovinco e, appunto, quella di Marchisio. Come dire, ai ragazzini: ce l’hanno fatta loro, ce la potreste fare anche voi, prendete esempio. Negli anni ha più volte vestito la fascia di capitano, è diventato un simbolo di quel gruppo che con Conte prima e Allegri dopo ha vinto sette scudetti, quattro coppe nazionali, tre supercoppe e ha giocato due finali di Champions . Però gli anni passano per tutti, gli acciacchi aumentano ed arriva il momento in cui anche la bandiera più splendente si fa pesante da sventolare. Marchisio l’ha capito al volo e, suo malgrado, non senza rimpianti e qualche disappunto, ha scelto di uscire a testa alta, rescindendo un contratto che gli avrebbe garantito ancora ottimi guadagni. Con dolore e dignità. «Viene prima la Juve», ha detto. E si è fatto da parte.

Riccardo Montolivo del Milan non è e non sarà mai, invece, una bandiera rossonera. Verrà probabilmente ricordato come uno dei malinconici riferimenti dell’ultima fase dell’era del Condor, quella della decadente e del caos. Voluto fortemente dal signor Galliani nel 2012, fu strapparlo alla Fiorentina a parametro zero e subito insignito dei galloni di capitano senza un perché. Non è mai entrato nei cuori dei tifosi, che non ne hanno mai apprezzato l’atteggiamento, la qualità calcistica e il suo modo di stare in campo, riservandogli spesso e volentieri valanghe di fischi e di improperi addirittura fuori misura. Dopo 4 anni di tribolazioni, interrotti da un grave infortunio rimediato in nazionale, la sua storia avrebbe dovuto concludersi naturalmente nel 2016, alla scadenza del contratto. Invece no. Erano gli ultimi giorni di maggio. Pochi mesi dopo il Milan sarebbe stato ceduto. I cinesi erano alle porte, la trattativa era bella matura e il Milan si preparava a un mercato al ribasso, in attesa di una nuova governance, nuovi capitali e soprattutto di giorni migliori. A 31 anni, la stessa età che aveva Andrea Pirlo quando fu lasciato andare gratis alla Juve, tutto lasciava presagire che il contratto di Montolivo non sarebbe stato rinnovato. Poi iniziò la ridda. Prima i giornali sportivi – in perenne luna di miele con questo giocatore che piace tanto ai tifosi delle squadre per cui non gioca -a spingere per un rinnovo che, secondo loro, avrebbe rappresentato non solo un fattore tecnico, ma anche un dovuto atto di gratitudine. Perché se era vero che Montolivo, quattro anni prima, «aveva fatto di tutto per venire al Milan e solo al Milan», incendiando l’ambiente fiorentino e pagandone personalmente le conseguenze ambientali, allora meritava una sorta di premio, un riconoscimento per il presunto attaccamento ai colori rossoneri. E poi c’era l’aspetto tecnico. A differenza di quanto i tifosi vedevano in campo, per i colleghi sportivi Montolivo era fondamentale, centrale, insostituibile, vitale, era l’unico in grado di far girare la squadra, il regista dei registi, il più grande recuperatore di palloni della Serie A, dati statistici alla mano. In pratica, per questi vati del giornalismo calcistico, avevamo in squadra un raro e prezioso incrocio tra Iniesta, Gerrard e Xavi e non ce ne eravamo mai accorti.

E così, complice anche quel clima mediatico, il signor Galliani pensò bene di fare a noi e a lui l’ultimo regalo. Un regalo dei suoi. Non un rinnovo annuale, così come la società si era imposta di fare pochi anni prima per i giocatori «over 30», ma un ricco triennale, a una cifra che i media quantificano in 2.5 milioni di euro l’anno, poco più di 4.5 lordi.

Montolivo, il silenzioso capitano, il bravo ragazzo per antonomasia, la vittima dell’odio social, il samaritano del calcio italiano, che manda carezze via Twitter agli idioti che festeggiavano per le sue disgrazie, era ancora una volta riuscito a cadere in piedi. Ma il cambiamento, quello vero, era alle porte. E per il capitano dell’ultimo Milan dell’era del Condor, iniziarono i tempi duri. Quell’anno, complice un problema fisico, giocò soltanto 9 partite. L’anno successivo, poi, con l’arrivo dei nuovi acquisti, fu da subito chiaro che il suo ruolo sarebbe stato drasticamente ridimensionato, superato nelle gerarchie della mediana da Lucas Biglia e insidiato anche dal giovane Locatelli. La consegna, poi, della fascia di capitano a Leonardo Bonucci, appena arrivato dalla Juventus e icona degli eterni rivali, suonò come una scomunica ufficiale. Uno sgarro al quale forse chiunque altro avrebbe reagito  mandando a stendere tutti, strappando il contratto e andando a cercar fortuna altrove. Ma non Montolivo. Lui non fece una piega, almeno pubblicamente, e stette al suo posto. E se c’era da far panchina, pazienza. Ogni tanto, ribadiva lil suo peso e il suo carisma a mezzo stampa, riuscendo a conquistarsi paginate di interviste sui più importanti quotidiani sportivi italiani. Ma i numeri del campo erano impietosi: 18 presente, molte delle quali dovute agli altrui infortuni o frutto di subentri a partita in corso.

Quest’estate la mazzata finale: nemmeno convocato per le amichevoli estive. Messaggio chiaro e diretto: a 33 anni e mezzo occorreva prendere atto che la storia era finita. Invece no. Montolivo anche questa volta non ha fatto una piega. Nessuna rescissione, nessun passo indietro, soltanto un timido tweet con una foto di palestra in cui prometteva, testualmente, amore per la maglia e sudore per la maglia. Come dire, hic manebimus optimae, da qui non ci si muove. Forse le piazze da cui sarebbero arrivate offerte (si è parlato di Parma e Bologna, in particolare) non erano adeguate per appagare l’ego calcistico dell’ex capitano. Oppure, come hanno sostenuto i più maliziosi, gli interessi economici avrebbero avuto la meglio sulla voglia di giocare ancora a pallone da protagonista. Sta di fatto che, ad oggi, Montolivo è ancora a Milanello. Da separato in casa, come confermano giornali e siti specializzati. Attendendo gennaio o addirittura fine giugno del prossimo anno per svuotare, con tutto comodo, il suo armadietto e levare le tende.

«Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo». (Leonardo Sciascia, «Il giorno della civetta», 1961).

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.