L’ora della verità

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Inutile girarci troppo attorno. La situazione attuale del Milan non è simpatica e la cosa ancor meno simpatica è che le nuvole nere si sono addensate arrivate all’improvviso, paradossalmente in uno dei momenti più positivi degli ultimi 8 anni. Ad oggi pare che quel maledetto derby abbia segnato lo spartiacque tra un prima e un dopo, tra un Milan compatto, coeso, vincente e un Milan nuovamente involuto, sterile, impacciato e per certi versi pure sfigato. Già, perché anche la sfiga arriva nei momenti in cui non deve arrivare e così il carico negativo aumenta. In questo mare di negatività ci sono però due note positive. Molto positive. La prima è che nonostante tutto siamo ancora quarti in solitudine, seppur con il fiato sul collo. E poi l’Inter, se vogliamo, non è così lontana. Questo per dire che il periodo di negatività iniziato il 17 marzo per ora non ha prodotto conseguenze irreparabili. La seconda buona notizia è che contro la Juventus abbiamo rivisto un buon Milan, penalizzato da episodi e da errori arbitrali sui quali, come sempre, non voglio soffermarmi perché si è già scritto parecchio e sarebbero lettere buttate al vento. Quindi per farla semplice ora non resta che ri imboccare la retta via e proseguire il discorso interrotto dalla stracittadina del mese scorso. Non ci resta che attendere, osservare e sperare. 

Però un passo indietro occorre farlo. Perché il sospetto è che certe situazioni possano essere state innescate e/o peggiorate da una gestione scellerata dell’ambiente da parte di chi, per mestiere, dovrebbe proteggere, sostenere, far sentite la propria presenza e fiducia proprio nei momenti di difficoltà. 

Ricapitoliamo un attimo: tu hai una squadra che da mesi ha trovato un’identità e una compattezza che non si vedevano da anni e anni e anni ancora. Hai un allenatore che potrà avere duecentomila limiti, ma che è riuscito a farsi apprezzare e soprattutto seguire dallo spogliatoio, tutto lo spogliatoio, a differenza di quanto era accaduto ai vari Mister Entusiasmo, Brocchi, Seedorf e compagnia cantante. Hai perso un derby, certo, l’hai perso contro un Inter odiosa, che pareva allo sbando, presa addirittura a schiaffi pochi giorni prima dal temibilissimo Francoforte. E quando guardi l’atteggiamento supponente con il quale la squadra è scesa in campo e il tabellone di San Siro a fine partita ti girano gli zebedei, proprio come girano a tutti noi tifosi che già pregustavamo il sorpasso. Però hai anche la fortuna che le altre non ne approfittano e sei sempre lì, al quarto posto, che è l’obiettivo stagionale che non io, non voi, ma la società si era prefissata. 

Che fai a questo punto? Il buon senso vorrebbe che, come nei cartoni di Mazinga, schiacciassi un tastone rosso per creare una barriera intorno all’allenatore e alla squadra. In fondo era ed è una partita andata male dopo mesi di soddisfazioni. E invece? E invece no. Inizi a storcere il naso. Magari non lo fai direttamente, davanti ai microfoni, ma parliamoci chiaro: se la stampa scrive che c’è maretta tra Gattuso e la società e al di là delle frasi di circostanza nessuno urla per smentire tutto, la situazione, almeno a livello comunicativo, inizia a puzzare come una conferma. Poi a sbagliare non è soltanto la società, ma pure il tecnico, che prima della gara con la Samp se ne esce con una frase sul futuro che non può che avere lo stesso effetto di una bomba atomica. Ora, capite che una roba del genere, nel clima quasi da favola che si era creato ha avuto lo stesso effetto dell’evento di Tunguska del 1908. Risultato: ko a Genova con squadra molle, pareggino in casa contro l’Udinese con la squadra tenuta in piedi dal solito Piatek, che sarà certamente forte ma che non può, da solo, tirare la carretta fino a fine anno. 

Ora, dopo la parentesi non negativa – se non nel risultato – di Torino, è arrivato il momento della verità. Quella contro la Lazio (anzi, mi verrebbe da dire quelle contro la Lazio) è decisiva. Non tanto per i punti ma a livello psicologico. Se non è «dentro o fuori» poco di manca. Ritroviamo compattezza, scendiamo in campo con sicurezza e senza sicumera, facciamoci tornare la fame, perché se non mangiamo adesso poi rischiamo di non aver più nulla da mettersi sotto i denti e di aver buttato alle ortiche, l’ennesima stagione. 

Cosa che questo Milan, questo allenatore e questa società non possono più permettersi di fare. 

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.