La (lunga) strada per tornare a essere il Milan

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Da lui si parte

Prima Bonucci, adesso (forse) Higuain. Pare proprio che ai cosiddetti top players l’aria di Milanello crei fastidiosi mal di pancia. Ora, la vicenda che riguarda l’ex capitano è ormai storia e non servono particolari approfondimenti o chiavi di lettura. Il presunto caso Higuain è invece cronaca di questi giorni, fresca fresca, e necessita di qualche riflessione in più. Chiariamo subito un concetto. A mio giudizio per provare a capire la situazione occorre fare quello che a molti non riesce: togliersi con la forza – almeno per qualche minuto – la giacchetta del tifoso, di quello che meglio del Milan non c’è nulla, dell’innamorato della propria squadra, del fazioso, anche se in buona fede. E poi compiere un grande sforzo di realismo e di razionalizzazione della realtà. Prima considerazione, quasi banale, ma non chiara a tutti: i calciatori sono professionisti fatti e finiti. E spesso anche un po’ cinici, per usare un eufemismo. Non «tifano» per nessuna squadra. Semmai simpatizzano per il loro primo club, ma nulla di più.  Della maglia che indossano gliene frega zero o quasi, salvo rarissime eccezioni, ormai in via di estinzione. Ai campioni, in particolare quelli che vengono iscritti alla categoria dei top players interessano due cose: guadagnare tanto e vincere. O perlomeno giocare ai massimi livelli, arrivare in fondo alle competizioni più importanti, accumulare statistiche e aumentare il proprio appeal. Specie se l’età non è più così verde e i contratti importanti non saranno più tanti nella loro carriera. E se la prima esigenza, quella economica, paradossalmente, potrebbe essere esaudita da chiunque (anche un club di terza fascia, acquistato improvvisamente da un magnate, potrebbe strapagare chiunque) per il secondo requisito non c’è santo che tenga: occorre che la squadra che ambisce ad avere in rosa i top players occupi stabilmente i posti che contano. 

Prendete la Juventus. Io che abito a Torino ho un certo polso di quell’ambiente. La Juventus – dopo il viaggio andata e ritorno in serie B – ha tentato di ricostruire la squadra più volte, fallendo diverse campagne acquisti. Ha tentato di avvicinare alcuni dei migliori giocatori dell’epoca ricevendo porte in faccia a ripetizione. Quelli che ha preso pensando che lo fossero non si sono rivelati tali, (Diego e Krasic su tutti) ma giocatori costruiti mediaticamente per essere impacchettati e venduti al prezzo più alto. Il massimo che, spendendo valanghe di soldi, si sono potuti permettere, era quel Felipe Melo che in quell’anno, in Italia, era considerato uno dei migliori nel ruolo. Ma dei grandi, quelli veri, nemmeno l’ombra. Ad eccezione di Andrea Pirlo, che arrivò, se non erro, nel 2011 a 32 anni, che all’epoca (sembra passato un secolo, ma è cambiato molto) erano parecchi: non a caso quel Pirlo era considerato da tutti (noi compresi) un giocatore, se non finito, che aveva comunque già dato tutto, o quasi. Tanto che non ci fu nessuna asta tra i migliori club europei per accaparrarselo e il Milan lo lasciò andare via gratis. Poi la svolta: il primo scudetto. Vinto non con i campionissimi (che non sarebbero arrivati senza una prospettiva concreta e tangibile) ma con acquisti azzeccati (che sarebbero diventati top players, come Vidal), buoni e affidabili elementi come Lichtsteiner, giocatori di media caratura come Vucinic e portatori d’acqua come Giaccherini. In quel mercato la Juve commise anche più di un errore, leggi Estigarribia, Pazienza e Ziegler. Ma, grazie a una buona dose di culo, alla bravura e alla capacità motivazionale di Antonio Conte, al gol di Muntari e al crollo verticale di un Milan già in profonda crisi intestina (che perse di fatto il titolo in casa con Bologna e Fiorentina) riuscì a vincere lo scudetto. Il primo di una serie, purtroppo per noi, non ancora interrotta. Ed allora, piano piano, aumentarono i giocatori di alto livello che accettavano di buon grado la destinazione bianconera. Dal primo, Tevez, (che il Milan aveva opzionato, ma poi tutti sanno come è andata) a Ronaldo. Morale: l’atteggiamento di chi se ne vuole andare a giocare la Champions e a competere per qualche cosa di importante fa incazzare, ma è comprensibile. Quello che occorre fare, a mio giudizio, non è «legare alla sedia» i dipendenti scontenti, ma creare le condizioni per far sì che i dipendenti, da quella sedia, non vogliamo più staccarsi. E per farlo non serve altro (eh già, è una parola…) che tornare perlomeno nel calcio che conta in pianta stabile (leggi Champions e lotta scudetto). Facile a dirsi, molto meno a farsi. Ed ì qui che si misurerà la capacità dell’attuale management.

Leonardo e Maldini non dovranno cadere nell’errore di inseguire chimere da dare in pasto alla piazza per sedarne gli umori, ma scovare – confidando anche un fondamentale pizzico di buona sorte – le chimere del futuro, quelli che oggi non sono ancora top, ma che lo saranno domani. Investire quanto possibile in elementi funzionali, monetizzare e reinvestire i mal di pancia degli eventuali scontenti, puntare su un tecnico in grado di tirare fuori il meglio da ogni singolo elemento della rosa con un unico obiettivo: tornare in pianta stabile tra le prime quattro. Poi il resto verrà da sé. E così con il tempo, la pazienza (e magari, nel medio periodo, una nuova proprietà con danari, volontà e idee chiare) il Milan potrà tornare nel posto che gli compete. Perché vincere non è e non deve essere un obbligo. Provarci sempre, però, sì.

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.