Il derby, tra pronostico e prudenza. Centrocampo, geometrie e variabili. Questa Juve non è eterna.

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Non è scaramanzia. E’ soltanto sano, forse antipatico, ma sicuramente salutare realismo. Nelle stracittadine la favorita, spesso, favorita non è. E deve pararsi bene le terga. Prendiamo il derby di domenica. Sulla carta il Milan parte più che favorito. E’ davanti in classifica, fresco di sorpasso. Ha dimostrato di aver trovato una compattezza nemmeno ipotizzabile prima di Natale e in Piatek un bomber implacabile e spietato. Non solo. Ha pure dimostrato – come a Roma contro la Lazio o in altre sfide vinte di mestiere – di saper gestire le flessioni massimizzando gli sforzi e portando a casa il massimo risultato. Per dirla tutta: certe partite lo scorso anno le avremmo perse, quest’anno le vinciamo. E questi sono segnali molto importanti. L’Inter invece, per dirla invece con un eufemismo, è nel guano fino al collo. Scottata dall’eliminazione subita in casa dal Francoforte (sì, il Francoforte), con lo spogliatoio scosso dal caso Icardi (che meriterebbe un libro intero, un manuale, a giudizio di chi scrive, sui malvezzi e le degenerazioni del cosiddetto «calcio moderno») e dalla situazione di un allenatore visibilmente irritato e con  con le valigie in mano. Il derby, per i nerazzurri, arriva quindi nel momento peggiore, probabilmente il più basso dall’inizio della stagione. E allora? E allora delle due l’una. A prescindere da come giocherà, il Milan potrebbe trovarsi di fronte a una squadra alla deriva oppure – e qui bisogna stare molto, ma molto attenti – a un undici con più nulla da perdere e il coltello fra i denti. Ecco perché Gattuso dovrà essere bravo a motivare la squadra, spegnendo però eventuali eccessive sicurezze o ardori. Saranno frasi fatte, ma sono altrettanto vere: il derby è sempre il derby e la palla è rotonda. Ah, a proposito. Dovesse finire pari il punto sarebbe più prezioso per noi che per loro. Non è un auspicio, sia chiaro. E’ soltanto cronaca.

Come era ampiamente prevedibile il rientro – peraltro in ottimo stile – di Lucas Biglia ha contribuito ad alimentare discussioni sulla possibile o non possibile, opportuna o non opportuna convivenza del regista argentino con Tiemoué Bakayoko che, da quando è stato chiamato in piena emergenza a sostituire l’ex laziale, è tornato ad essere molto simile a quel rullo compressore ammirato nel Principato di Monaco. Il recente esperimento di coesistenza tentato da Rino Gattuso ha dato frutti incoraggianti, ma il Milan di oggi a centrocampo ha tre posti e onestamente, alla data attuale, è difficile pensare di fare a meno di Kessie e di questo Paquetà. Il rebus, che a prima vista pare complicato, avrebbe razionalmente una soluzione piuttosto semplice: concedere un po’ di riposo a Suso, che ultimamente – complici i fastidi fisici – non sta rendendo come un tempo, avanzare l’ex Santos e piazzare uno tra Chalanoglu e Castillejo a supporto di Piatek. L’alternativa potrebbe invece essere quella di un centrocampo a tre con il brasiliano (o il turco) trequartista e l’inserimento di Cutrone a fianco di Piatek. Certo, il derby non è la partita più adatta per azzardare esperimenti, ma la curiosità di vedere all’opera i due attaccanti assieme con continuità è parecchia, così come è ferma la convinzione che il giovane attaccante di Como, dopo un inizio di carriera oltre ogni aspettativa, meriti considerazione nonostante le impressionanti prestazioni del cecchino polacco. Sarebbe un peccato perderlo a fine stagione.

Da Ronaldo a Ronaldo. Due maggio 2007. Dodici marzo 2019. Milan-Manchester United. Juventus-Atletico Madrid. Due partite definite «perfette» dalla critica con un solo protagonista in comune: Cristano Ronaldo. Giovane, «arrogantello» e sconfitto nel Manchester sopraffatto dagli «invincibili» di San Siro. Maturo e trascinante nel successo della Juventus conto l’Altetico Madrid. Fermi tutti. Prima di scaldarsi è bene specificare – e  non certo per scadere nella trappola della minuta retorica di bandiera – che la seconda squadra di Madrid non è certo paragonabile, come forza, rosa e carisma, a quel Manchester dei Giggs, dei Rooney, degli Scholes e compagnia cantante. Perché ne scrivo? Perché credo che ci sia moltissimo Ronaldo (34 anni compiuti) in questa Juve che, per certe caratteristiche anagrafiche della sua ossatura pare essere arrivata – e lo scrivo oggi, in tempi non sospetti, all’indomani di una bella vittoria – verso la fine di un ciclo quasi decennale. Che può certamente rinnovarsi, concludersi o proseguire ancora per un pochino. Però, al di là della prova di forza di Champions e della pochezza della concorrenza interna in campionato, l’impressione è che qualche cosa stia per finire.  E allora ecco che arriva il momento, per le pretendenti, di farsi sotto. Il Milan, oggi, ha tutte le carte in regola. Ha un’ossatura solida e giovane in ogni zona del campo. Da Donnarumma a Romagnoli, da Kessie a Paquetà, da Cutrone a Piatek, solo per citarne alcuni. Ha una proprietà magari «pro tempore», ma certamente solidissima. Ha un allenatore che ha fame da vendere. Ha tutti gli ingredienti per aprire un ciclo molto lungo. Il primo passo deve e non può che essere la qualificazione in Champions, magari impreziosita da un trionfo in Coppa Italia che manca da troppi anni. Poi occorrerà pensare a lottare per lo scudetto senza paura. Perché tutto passa. Anche la Juve dei record. Bisogna soltanto, si fa per dire, farsi trovare pronti al momento giusto. 

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.