I «registi»? Stanno bene a Cinecittà. Il veleno di Gattuso. Cutrone, il fenomeno dato per scontato.

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Luka Modrić, fresco vincitore del Pallone d’Oro 2018, dopo la vittoria della Champions con il Real Madrid e la semifinale mondiale persa contro la Francia.

L’assegnazione del Pallone d’Oro 2018 a Luka Modrić mi offre lo spunto che attendevo da qualche tempo per dire la mia su un argomento che probabilmente molti non condivideranno, ma sul quale nutro certezze granitiche: i cosiddetti «registi», nel calcio, servono a poco. O meglio: servono (e a volte fanno la differenza) soltanto in determinate condizioni e in determinate squadre. Parrà un paradosso. Ma come, un «regista» ha appena vinto il più prestigioso riconoscimento al quale un calciatore può ambire e quel cretinetti di Traverso, il giorno dopo, scrive che i «registi» sono inutili? Avrà bevuto. Questo può essere. Ma sul tema, scherzi a parte, tengo il punto. Andiamo con ordine e partiamo dal fondo. Intanto se la Croazia non avesse realizzato l’impresa di arrivare in finale mondiale probabilmente Modrić quel trofeo l’avrebbe visto soltanto in cartolina. Così come l’avrebbe ammirato esclusivamente in foto se il Real non avesse alzato l’ennesima Champions, se Messi non avesse fatto la stagione che ha fatto e se Cristiano Ronaldo non avesse vinto così tante volte da risultare quasi imbarazzante farglielo ritirare per la sesta volta in dieci anni. Tanti se ma, in fondo, è stato giusto così, anche considerando l’età del giocatore e una brillante carriera alle spalle che non gli riserverà in futuro altre annate come quella appena passata. Ciò detto torniamo al tema «registi». La faccio breve. Il «regista» davanti alla difesa, quello che imposta il gioco e fa girare la squadra è utile quando c’è una squadra da far girare e un gioco da impostare. Ergo, nei top club. Ma proprio top. Altrimenti sapete che fa, il nostro «regista», se non ha a disposizione gli «attori» giusti da dirigere? Prova a recuperare palloni e a dare una mano in difesa, cosa che non è generalmente nelle sue corde. E quando gli arriva il pallone tra i piedi alza la testa, vede tutti immobili e la passa a quello a fianco. Come ha fatto per anni Montolivo e come ha fatto recentemente, anche se con tutto altro piglio, quando il fisico lo ha sorretto, Biglia. Ciò constatato, a quel punto tanto vale piazzare in quella posizione un mastro mazzulatore, non certo uno dai piedi fini. Lo aveva capito bene Massimiliano Allegri, quando chiese ad Andrea Pirlo di giocare un pelo più in avanti, sulla mezzala, per far posto a Van Bommel. Pirlo la prese malissimo, quasi fosse una bocciatura. Invece no. Allegri sapeva che quel Milan non avrebbe potuto permettersi uno con le caratteristiche difensive di Pirlo davanti alla difesa. E sapeva ancor meglio che senza un interditore vero in quel ruolo, sarebbero stati dolori. Pirlo non gradì e andò a fare il Pirlo alla Juve. Una Juve che giocava il 85 per cento del tempo nella metà campo avversaria, con due terzini/ali da lanciare con i suoi proverbiali lanci lunghi da effettuare senza pressione alcuna e con gioco così offensivo che addirittura un difensore centrale come Bonucci poteva permettersi il lusso di andare a dettare l’ultimo passaggio dalla lunetta dell’area avversaria. Certo, in quelle condizioni Pirlo tornò a fare il fenomeno. Poi, magari, una sera arrivava il Bayern, la Juve era costretta a difendere e con Pirlo dietro erano dolori acuti. E infatti la sostanza era ed è quella: senza «attori» il «regista» è inutile. Anzi, paradossalmente può diventare un uomo in meno. 

E’ vero che con il senno di poi, con i vari «io l’avevo detto» e gli «io lo sapevo» siamo tutti intenditori. Ma, pur non rientrando nella categoria di quelli che la sanno lunga, con una certa sicurezza, mi sento di affermare che partite come quella di domenica a pranzo contro il Parma, lo scorso anno, le avremmo perse. O, al limite – ma proprio al limite  – pareggiate. Emergenza assoluta. Infermeria piena. Voci di mercato che possono fare bene, ma anche malissimo. Poco tempo per rifiatare. Ne avevamo di ogni. Basterebbe citare Abate difensore centrale e Mauri titolare per capire in che stato stavamo combinati. E ancora, il Parma – squadra che in parecchi considerano una delle più belle sorprese della stagione – che passa in vantaggio. Avrebbe potuto essere la fine, il crollo psicologico di una squadra messa insieme alla benemeglio, reduce peraltro da una partitaccia contro una compagine dalla caratura dopolavoristica. Eppure il Milan l’ha sfangata. E non per caso. E nemmeno per il Var. Ma perché ha saputo tirare fuori quel veleno che Gattuso invoca da un anno e che, forse, finalmente è riuscito a instillare nei canini dei suoi ragazzi. Già, i suoi ragazzi. La squadra, dopo tanti anni, pare compatta con il suo mister. E se c’è da sputare sangue lo sputa, nonostante legittime pause mentali come, appunto, quella concessa contro il Dudelange. Che poi tutta questa tragedia è finita 5-2. Io ho sempre difeso la posizione di Gennaro Gattuso quando più di uno lo voleva esonerato e lontano da Milanello, anche perché espressione di chi oggi non c’è più e che non se ne è andato, per dirla con un eufemismo, in pace e concordia. E non perché pensi che Ringhio sia un mago della panca. Ma perché ho l’impressione che stia costruendo il clima giusto, la giusta mentalità. In poche parole, che abbia creato una squadra. Che – se andiamo a ripassare un po’ di storia recente – non è poco. Anzi. E’ come va di moda dire da qualche tempo a questa parte, «tanta roba». Avanti così, in attesa di qualche bella notizia a gennaio. 

Patrick Cutrone, il prossimo 3 gennaio, compirà 21 anni. E in 45 gare ufficiali giocate nel Milan ha già segnato 25 reti. Una media da bomber di razza. Non so voi, ma al di là dell’affetto figliale da parte di San Siro e, in generale, dei tifosi del Milan, l’impressione è che il ragazzo sia un pochino sottovalutato. O meglio, dato un po’ troppo per scontato. Sarà una mia impressione, spero errata, ma un attaccante così, che ti spunta dalla primavera in un’estate incasinatissima e si fa largo a suon di gol, capita, se va bene, ogni 25 anni. E sono andato largo. Ma c’è di più. Cutrone, a 20 anni, non solo segna. Cutrone, a 20 anni, trascina. La sua sintesi è nella rete segnata al Parma. Di classe, intuito, ma soprattutto di rabbia, di attributi tirati fuori sempre e comunque nonostante quel San Siro che ha inibito e inibisce fior di campioni. «Eh certo, quello è bravo, ma a San Siro è un’altra cosa…». Cutrone se ne fotte, San Siro o non San Siro ci mette lo stesso piglio e la stessa sicurezza che metterebbe in un campetto di Lambrate e quando la squadra è in difficoltà, quando la tensione cala è il primo a guardare in faccia i compagni e ad accendere la scintilla che spesso fa divampare l’incendio. Sarà una banalità, una frase fatta, ma è terribilmente vera: se invece di Patrick Cutrone si chiamasse Patricio Coutrinho e se invece di essere nato a Como arrivasse da Salvador de Bahia o da San Miguel de Tucumán uno così oggi varrebbe 70 milioni, la sua maglietta sarebbe la più esposta negli store e i top club europei farebbero la fila dal suo procuratore. E allora, oltre  aspettare i futuri numeri di tal Paquetà, che sarà certamente fortissimo (ce lo auguriamo di cuore) ma che nessuno di noi comuni mortali non addetti ai lavori conosce davvero, godiamoci fino in fondo questo Cutrone, ammirando in quel ragazzino dalle palle pesanti come macigni quello spirito guerriero rossonero che da troppo tempo, a San Siro, era soltanto più un ricordo.

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.