Contro la Lazio è già decisiva. Champions, la miglior pastiglia contro tutti i mal di pancia. Mercato, vietato sbagliare a centrocampo.

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Una delle frasi fatte, banali, scontate, telefonate, ipocrite e più comuni del gattopardesco mondo del calcio è che la partita, qualsiasi essa sia, «non è decisiva». Certi dirigenti, allenatori e giocatori sarebbero capaci di ripetere la formuletta in loop anche prima di una finale di coppa del mondo, potessero. Ecco, al contrario io dico che la partita di domani pomeriggio contro la Lazio, direttissima avversaria per la qualificazione in Champions League, sarà decisiva. Cruciale perché, in caso di vittoria, rappresenterebbe probabilmente un passo avanti fondamentale nella corsa al quarto posto, anche se lo scarto sarebbe risicato. Decisiva perché, diciamocelo chiaramente, con gli uomini contati e tante assenze, anche un pareggio in trasferta varrebbe come oro. Già, perché la nottata deve passare, gli infortunati ritornare e i rinforzi arrivare. Nel frattempo occorre fare fuoco con la legna che si ha in casa. E più alta e intensa sarà la fiamma che ne scaturirà, tanto sarà di guadagnato. Arrivare a gennaio nella medesima posizione di classifica e con distacchi invariati sarebbe davvero fondamentale. Da metterci la firma. Ecco perché, al di là de sogni, occorre andare a Roma con l’umiltà dei frati e stringere i denti, giocare innanzitutto per non perdere e, se è possibile, provare a colpire in contropiede. Il bel gioco può attendere tempi migliori, in casi come questo. Adesso è il tempo dei punticini preziosi e non certo degli svolazzi. Che, sia chiaro, se arrivassero sarebbero oro colato, ma non è quello che dobbiamo pretendere o aspettarci. Se poi succede, tanto meglio. Ma pensare di poter scendere in campo con supponenza (o, ancora peggio, con sufficienza) in una situazione del genere, sarebbe sconsiderato. Domani, all’Olimipico, sarà decisiva. E tornare a casa indenni, per quanto mi riguarda, equivarrebbe già a una gran bella vittoria. 

Approfittando dell’ennesima (a proposito, ma quando si decideranno a piantarla con queste farse?) pausa di campionato per le nazionali e dopo la prevedibile sconfitta contro la Juventus tanti media, che naturalmente facevano fatica a riempire le pagine e i siti, hanno deciso di puntare secco su un più o meno presunto «caso Higuain» tirando in ballo pure mal di pancia vari e suggestive voci di mercato, rafforzate anche dalle immancabili testimonianze degli amici degli amici del fratello del cugino di turno. Ora, è evidente che a Higuain non avrà sicuramente fatto piacere essere scaricato dalla sua ex squadra (perché è questo che è successo) per accogliere il 34enne Cristiano Ronaldo, dopo tutto quello che il Pipita aveva combinato in maglia bianconera. Così come evidentemente (e non bisogna essere amici di famiglia per intuirlo) un attaccante di anni 31 il prossimo 10 dicembre, che in carriera ha segnato la bellezza di 289 reti in 569 partite, preferirebbe lottare per la conquista dello scudetto e della Champions piuttosto che sbattersi per conquistarlo, un posto in Champions. Qunidi per i media mainstream, prima Higuain si sarebbe fatto espellere perché incazzato di stare al Milan. Poi, incassata la smentita della famiglia, sarebbe il Milan, oggi, a non volerlo più riscattare per non meglio precisate ragioni di cassa. Tante chiacchiere (che somigliano molto a quelle dei bar) senza dire o scrivere mai l’unica verità, l’unica cosa giusta: che se il Milan vuole tornare «grande» e diventare un punto di arrivo per i campioni veri e non un parcheggio per pensionandi o una punizione per gli esuberi delle altre, in Champions deve tornarci subito. E da lì, costruire, andare avanti. Quindi a me dove sarà il Pipita il prossimo anno interessa relativamente poco. A me interessa dove sarà il Milan. E vorrei che fosse nuovamente nel giro che conta, per iniziare quel percorso di risalita più volte tentato, in questi anni, ma mai davvero avviato correttamente. 

Pare, almeno così dicono i più informati, che Zaltan Ibrahimovic abbia detto sì. O che almeno sia sul punto di dirlo. Bene, i miei dubbi sui contro dell’operazione li ho già espressi altrove. A questo punto, fossero vere le chiacchiere dei bene informati, occorrerebbe pensare a come impiegare nella maniera più corretta il 36enne svedese. Per quanto mi riguarda, escludendo a priori una sua disponibilità a partire dalla panca, l’unica soluzione è farlo agire da seconda punta dietro al centravanti, che sia egli Higuain o Cutrone. Con alle spalle un trequartista efficace, che potrebbe essere Suso (che però si trova meglio a partire da esterno) o Cialanolu (lo scrivo come si deve pronunciare, visto che molti telecronisti nostrani, seppur dal sottoscritto avvertiti perseverano nello storpiare la lingua turca) che probabilmente si ritroverebbe nel suo ruolo naturale. A questo punto, ipotizzando un centrocampo a 3 più il trequartista e dato per sontato l’impiego di Kessie e del redivivo Bakayoko (in attesa del rientro di Biglia) servirebbe dal mercato un rinforzo di estrema qualità e affidabilità in mediana. Non un regista. Quelli li lascio volentieri a Cinecittà. Ma uno che abbia polmoni, gambe, cuore e un minimo di piedi. Uno che ogni tanto sappia anche inserirsi tra le linee della difesa avversaria e buttarla dentro. Uno alla Vidal dei bei tempi. Dei bei tempi, ho scritto. Non certo il Vidal di oggi, che per età e logorio fisico pare oggettivamente in fase discendente. Per il resto servirebbe una toppa anche in difesa, ma credo che in quel comparto l’emergenza sia più contingente che strutturale. Con la spada di Damocle dell’Uefa e la necessità vitale di arrivare almeno quarti, occorre non sbagliare una mossa. E non buttare soldi in latrina. Ecco perché, ammesso che arrivi davvero Ibra, il vero «colpo» dovrà essere solo e soltanto a centrocampo. Non possiamo (più) sbagliare. Ne va del nostro futuro. Oggi più che mai. 

Marco Traverso

Giornalista professionista, marketing & communication manager, social media manager, fotografo amatoriale, milanista, tonsore.