Perché (se arriverà) accoglierò Marco Giampaolo con fiducia

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Le origini

Marco Giampaolo nasce a Bellinzona 52 anni fa da una coppia di operai abruzzesi emigrati in Svizzera per ragioni di lavoro, che decidono di fare ritorno a Giulianova quando il piccolo Marco ha appena un anno.

La famiglia Giampaolo non naviga nell’oro, ma fa ogni sforzo possibile per far studiare Marco e il fratello Federico e per educarli con principi sani e valori “forti”: parole come serietà, onestà, dignità e orgoglio non sono vuoti vocaboli fini a se stessi, ma comportamenti che come vedremo ricorreranno spesso nella carriera del Giampaolo allenatore.

Il giovane Marco percorre la carriera da calciatore con alterne fortune, a posteriori si autodefinirà “un play ordinato, con discreta tecnica e molta generosità”, la realtà è che trascorre una decina d’anni militando prevalentemente in formazioni di serie C1 e C2 con un’unica annata in serie B alla Fidelis Andria, e che la sua carriera agonistica si chiude bruscamente ad appena trent’anni a causa di un brutto infortunio alla caviglia.

 

Le prime esperienze in panchina

Leggenda narra che la prima partita vista allo stadio da un giovane Marco poco più che ventenne sia stata un Ascoli-Milan con Arrigo Sacchi sulla panchina rossonera, e che la visione di una squadra così perfetta nei suoi meccanismi, in cui ogni talento era al servizio del collettivo e in cui c’era poco spazio per l’improvvisazione, abbia lasciato una traccia indelebile nel suo modo di concepire il calcio.

Tra i maestri del Giampaolo allenatore, e non potrebbe essere diversamente nel calcio abruzzese degli anni ’90, troviamo anche quel Giovanni Galeone che con il suo Pescara produce un calcio champagne fatto di difesa alta e possesso palla, tutto allegria ed estroversione.

Ma Giampaolo è diverso, caratterialmente è chiuso ed introverso, il suo mondo è fatto di bianco o di nero, di tutto o di niente, le sfumature di grigio e il compromesso non sono contemplati: anarchico e allergico alle regole (lui che si ispira a Sacchi, la vita è fatta di contraddizioni…) trascorre le prime due stagioni in panchina nel calcio professionistico senza il patentino, vice del prestanome Massimo Silva ma allenatore in capo di fatto di un Ascoli che conduce alla serie A nel 2005 e ad un ottimo decimo posto nella massima serie l’anno successivo.

Nella stagione 2006/2007 firma un triennale con il Cagliari di Cellino, con il quale vive un’esperienza a dir poco burrascosa, dopo un primo esonero nel dicembre 2006 torna sulla panchina isolana a febbraio 2007 dopo l’esonero di Colomba che aveva preso il suo posto, conducendo infine la squadra alla salvezza con una giornata di anticipo.  La stagione successiva viene riconfermato sulla panchina rossoblu, ma dopo un inizio di stagione altalenante viene nuovamente esonerato da Cellino e sostituito in panchina da Nedo Sonetti, che però dopo appena un mese si dimette con la squadra ultima in classifica: a quel punto il vulcanico presidente sardo richiama nuovamente Giampaolo, ancora sotto contratto fino al 2010, ma quest’ultimo reagisce con orgoglio facendo uscire un comunicato stampa nel quale dichiara “pur nella consapevolezza del danno economico che ne deriverà, rinuncio a tornare a Cagliari: l’orgoglio e la dignità non hanno prezzo”.

Nella stagione 2008/2009 viene chiamato al Siena, dove disputa un buon campionato ottenendo la salvezza e il record di punti in serie A per la squadra toscana, suscitando anche l’interesse di una Juventus in piena fase di ricostruzione dopo i fatti di Calciopoli: l’intesa con Alessio Secco sembra cosa fatta, ma Giampaolo viene sedotto e abbandonato dalla Vecchia Signora che decide di affidarsi a Ciro Ferrara, e la botta per il suo morale è di quelle forti.

 

Gli anni difficili e la strana scomparsa di Brescia

Nella stagione successiva viene esonerato dal Siena dopo un inizio di campionato difficile (5 punti nelle prime 10 giornate), e l’anno dopo a Catania non va meglio, viene allontanato all’inizio del girone di ritorno  pur avendo totalizzato 22 punti nelle prime 20 partite perché  accusato di proporre un calcio noioso e difensivista (col senno di poi, affermazioni che suonano paradossali).

Nell’estate 2011 firma un biennale con il Cesena ma la partenza con la squadra romagnola è a dir poco disastrosa, 3 punti nelle prime 9 giornate, ultimo posto in classifica, grandi contestazioni della tifoseria ed inevitabile nuovo esonero.

E’ il momento più difficile della carriera di Giampaolo e il suo carattere introverso non lo aiuta, finisce per isolarsi cadendo in una forma di depressione che lo tiene lontano dai campi di calcio per quasi due anni, le cronache non ufficiali lo dipingono assorto a guardare il mare grigio nelle lunghe giornate invernali, seduto a piedi nudi sulla spiaggia di Giulianova intento a mangiare scatolette di tonno.

Nel luglio del 2013 Ivo Iaconi, DS del Brescia e suo vecchio amico, si ricorda di lui e propone la sua candidatura a Gino Corioni per la panchina del Brescia, Giampaolo firma un biennale tornando ad allenare dopo quasi dieci anni nella serie cadetta, convinto dai progetti di Corioni che promette di costruire una squadra per tornare velocemente in serie A.  Giampaolo viene accolto con una certa dose di scetticismo dalla tifoseria, che lo accusa di conoscere poco la categoria e che è rimasta legata al ricordo di Alessandro Calori, che l’anno prima aveva condotto le Rondinelle fino alla semifinale playoff presa contro il Livorno.

A peggiorare le cose contribuisce lo stesso Giampaolo nominando come suo vice Fabio Gallo, suo capitano in una delle primissime esperienze in panchina al Treviso, ma che agli occhi degli ultras bresciani è solamente il giocatore che dieci anni prima aveva lasciato il Brescia appena retrocesso in B per approdare all’Atalanta appena promossa in A: già durante il ritiro estivo, i capi ultras fanno capire a Gallo che non è aria, e lui finisce per dimettersi prima ancora che cominci il campionato.

Un Giampaolo inquieto e destabilizzato inizia la stagione in maniera altalenante, con 3 pareggi ed una vittoria sofferta nelle prime 4 partite, ma quando sabato 21 settembre il Crotone dei ragazzini terribili espugna il Rigamonti con il gol di un giovanissimo Bernardeschi che punisce un’uscita difettosa di Cragno (proprio lui), sugli spalti esplode una contestazione violenta che covava da tempo sotto la cenere.

Per motivi di ordine pubblico, la Digos accetta le richieste della tifoseria, ed organizza a fine partita in uno stanzino accanto agli spogliatoi un confronto molto acceso tra i capi ultras del Brescia da una parte, e l’allenatore e il capitano dall’altra: Giampaolo vive la situazione come un‘umiliazione assurda e inaccettabile, la sera stessa comunica le proprie dimissioni al DS Iaconi e al figlio del Presidente Corioni, dopodiché stacca il telefonino e sparisce per 3 giorni.

La situazione che si crea nei giorni successivi assume tinte surreali, Corioni fa il pesce in barile dando Giampaolo per scomparso, persino la redazione di “Chi l’ha visto” finisce per interessarsi della vicenda, prudenzialmente stoppata dall’ufficio stampa del Brescia.

Quando qualche giorno dopo Giampaolo decide di tornare a parlare, lo fa rilasciando un’intervista alla Gazzetta dello Sport in cui usa parole durissime contro il Brescia: “Ho lasciato per non tradire il mio modo di fare calcio. Sono stato fatto passare per un pazzo, invece sono molto lucido: semplicemente, non mi riconosco in questo calcio selvaggio. C’è un concetto che per me non ammette deroghe: la dignità. Viene prima di tutto. Andare a colloquio per rendere conto ai tifosi è stato umiliante, inaccettabile, e la società avrebbe dovuto tutelarmi. Mi sono dimesso la domenica e sono restato a casa a Brescia, ma il mio silenzio è stato manipolato dalla società per creare una sceneggiata. Ci sono cattive abitudini che il calcio italiano non riesce a estirpare. Ma la colpa non è dei tifosi. La colpa è dei club che hanno istituzionalizzato queste politiche e continuano a praticarle».

La rinascita di Empoli

Dopo le vicende bresciane il destino di Giampaolo nel mondo del calcio sembrerebbe inevitabilmente segnato, ma l’anno dopo a Cremona si ricordano di lui, subentra  a novembre in Lega Pro conquistando un tranquillo ottavo posto e valorizzando qualche giovane di prospettiva, come il figlio di Eusebio di Francesco.

E nella primavera del 2015, Maurizio Sarri che si è appena conquistato la fiducia del Napoli di De Laurentiis imponendosi all’attenzione del calcio italiano alla guida di un Empoli rivelazione del campionato, consiglia al Presidente Corsi di chiamare nelle vesti di suo successore proprio Marco Giampaolo, convinto che possa essere l’uomo giusto per proseguire nel solco da lui tracciato.

Forse per la prima volta in carriera, per tornare in serie A da protagonista dopo 4 anni di assenza, Giampaolo si rende conto di dover rinunciare ad una parte dei suoi principi accettando dei compromessi con se stesso e rispettando il lavoro del suo predecessore come mai gli era capitato prima, probabilmente dopo l’impressionante sequenza di esoneri degli anni precedenti capisce di non avere più margini di errore.

La sfida è di quelle toste, sostituire l’allenatore rivelazione del campionato precedente e ripartire con una squadra che ha perso molti dei suoi pezzi forti (Hysaj, Rugani, Valdifiori, Vecino su tutti), ma Giampaolo dimostra intelligenza e duttilità, mantenendo il modulo 4-3-1-2 sarriano e gli stessi principi tattici: difesa alta, pressing, molto possesso palla con combinazioni rapide e ravvicinate.

Il punto di forza della squadra è la circolazione di palla, che inizia dal portiere Skorupski e si dipana attraverso il rombo di centrocampo, nel quale Giampaolo valorizza alcuni giovani di prospettiva: il vertice basso e nuovo regista è Paredes, ai suoi lati agiscono il quantitativo Buchel a sinistra e il qualitativo Zielinski a destra, il vertice alto è Saponara.

In fase di costruzione il marchio più evidente è la verticalità dei passaggi, che parte dai centrali di difesa e viene facilitata dalla struttura a rombo della mediana, che moltiplica le linee di passaggio; è chiaro che un gioco così verticale richiede una buona tecnica sia da parte di chi effettua il passaggio sia da parte di chi lo riceve, spesso costretto ad un passaggio all’indietro in favore di un giocatore con lo sguardo rivolto alla porta avversaria, che può sfruttare i triangoli.

Queste caratteristiche di gioco rendono quasi naturale la perdita frequente del pallone, ma ciò non costituisce un problema nella misura in cui la squadra rimane corta e compatta facendo grande densità nella zona del pallone per riconquistarlo: nel caso in cui manchi la necessaria pressione sul portatore di palla avversario, la squadra risulta potenzialmente vulnerabile ai rapidi cambi di gioco da una parte all’altra del campo.

Contrariamente ad ogni aspettativa, Giampaolo conclude il campionato facendo addirittura meglio rispetto all’anno precedente di Sarri, conduce la squadra ad un inaspettato decimo posto con 46 punti e si guadagna la chiamata della Sampdoria.

Gli anni recenti alla Sampdoria

Come di consueto, l’inizio di Giampaolo alla Samp non è dei più facili, dopo un paio di vittorie in apertura la squadra inanella 4 sconfitte consecutive e quando il 2 ottobre 2016 giunge a Marassi il Palermo Giampaolo è già in forte odore di esonero, e lo spettro del fallimento incombente si fa sempre più minaccioso quando Nestorovski porta in vantaggio i rosanero a metà della ripresa; ma il Dio del calcio evidentemente decide che Giampaolo in panchina ha già sofferto abbastanza e il pareggio di Bruno Fernandes al 95esimo assume le sembianze della classica sliding door, da quel momento in poi i blucerchiati iniziano ad assimilare gli schemi del loro allenatore, per poi concludere con un buon decimo posto a 48 punti.

Quella Sampdoria è un mix di pochi giocatori esperti e di tanti giovani promettenti, che Giampaolo riesce a valorizzare mettendoli nelle migliori condizioni possibili per esprimere le proprie qualità: davanti al portiere Viviano la coppia di centrali difensivi è formata dall’esperto Matias Silvestre e dal giovane sconosciuto Milan Skriniar, il consueto rombo a centrocampo vede un giovanissimo Lucas Torreira sul vertice basso, ai cui fianchi agiscono due prospetti altrettanto interessanti, Praet a destra e Linetty a sinistra, mentre sul vertice alto del rombo si alternano Bruno Fernandes e Ricky Alvarez, le due punte sono Muriel e Quagliarella, con un giovanissimo Patrick Schick (che chiuderà il campionato a 11 reti da subentrante) a completare un tridente d’attacco da 34 reti complessive in stagione.

La grande capacità di Giampaolo di creare valore sulla rosa consente alla Sampdoria di perseguire la propria strategia di player-trading, nell’estate 2017 vengono ceduti  Skriniar, Muriel e Schick per un controvalore complessivo che sfiora i 90 milioni, al loro posto arrivano il giovanissimo centrale danese Andersen, Caprari, Gaston Ramirez e Duvan Zapata, con un saldo positivo della campagna acquisti di oltre 40 milioni e fondamentali plusvalenze in grado di far respirare il bilancio blucerchiato.

Giampaolo si ritrova con una rosa stravolta in alcuni elementi cardine ma non si perde d’animo, riesce ad inserire i nuovi con grande rapidità nei suoi schemi e nel suo secondo campionato alla guida dei blucerchiati veleggia a lungo tra la zona Champions e la zona Europe League, fino al consueto calo nel girone di ritorno che non si capisce bene se sia dovuto ad un difetto di preparazione atletica o ad una precisa volontà societaria, evidentemente non strutturata per poter affrontare con le carte in regola un’avventura in ambito europeo. In ogni caso Giampaolo conferma il decimo posto dell’anno precedente, ma con 6 punti in più a referto (54 vs 48).

Arriviamo così alla stagione appena conclusa, che vede partire nella scorsa estate Torreira ceduto all’Arsenal per 30 mln e Duvan Zapata in direzione Bergamo, ed arrivare Ekdal, Jankto, Saponara e Defrel, con una campagna acquisti sostanzialmente a saldo zero ma con la grande plusvalenza su Torreira iscritta a bilancio; il campionato della Sampdoria ricalca sostanzialmente quello dell’anno precedente, ottimo girone d’andata e ritorno sottotono, con 53 punti finali e nono posto in graduatoria.

A fine stagione Giampaolo rilascia un‘intervista in cui, seppur con i consueti toni pacati, inizia a mostrare una certa insofferenza nei confronti della strategia di player-trading perseguita dalla società blucerchiata, rimarcando la necessità di mettere dei punti fermi senza stravolgere la rosa ogni anno, al fine di poter finalmente alzare l’asticella dell’ambizione e degli obiettivi finali: è il preludio al mancato rinnovo contrattuale con Ferrero e alle voci sempre più insistenti che lo vogliono in orbita Milan.

 

Perché Giampaolo merita una chance

Nella considerazione pressoché unanime degli addetti ai lavori Marco Giampaolo sembra riscuotere grande stima, i colleghi allenatori vedono in lui un punto di riferimento, una sorta di maestro dalla grande integrità morale che si è conquistato il rispetto sul campo con una lunga gavetta e con principi di gioco chiari e definiti, basati sul controllo del pallone e sulla supremazia territoriale, una sorta di anomalia in un campionato in cui prevalgono gli allenatori che prediligono il controllo degli spazi rispetto a quello della palla e la flessibilità nei moduli rispetto al rigore tattico.

Se parli invece con un tifoso del Milan l’atteggiamento è molto diverso, in questo momento sarebbe disposto a fare carte false pur di vedere Maurizio Sarri sedere sulla panchina rossonera mentre al nome di Giampaolo rimane tiepido nel migliore dei casi, apertamente scettico o contrario nel peggiore.

Eppure a ben vedere i profili dei due tecnici sono sostanzialmente sovrapponibili fino all’esperienza comune di Empoli, tanto nei principi di gioco che nei risultati sul campo, con qualche buona stagione alle spalle alternata a qualche esonero di troppo.

La grande differenza è che ad un certo punto della sua carriera Sarri ha finalmente avuto la sua chance in una grande squadra, e l’ha saputa sfruttare grazie al lavoro di un Direttore Sportivo capace (Giuntoli) che gli ha comprato calciatori funzionali ai suoi principi di gioco e grazie alla pazienza di un Presidente (De Laurentiis) che lo ha protetto e sostenuto negli inevitabili momenti di difficoltà iniziale.

E qui veniamo al punto.

Nella sua recente esperienza alla Sampdoria, Walter Sabatini (non proprio l’ultimo dei direttori sportivi) ha affermato scherzando ma non troppo che costruire una squadra per Giampaolo non è cosa facile, perché l’allenatore abruzzese predilige i giocatori bravi tecnicamente, e quel tipo di calciatori costano cari.

Il prossimo DS del Milan (quale?) dovrà essere abile ad individuare prospetti futuribili dai costi non proibitivi ma dotati di buona tecnica, soprattutto in quella zona mediana del campo in cui gli unici profili adatti per i principi di gioco di Giampaolo tra i calciatori attualmente in rosa sembrano essere Paquetà, Bonaventura e forse Calhanoglu.

Ed altrettanto abile dovrà essere la società a proteggere il nuovo allenatore dall’allucinante tritacarne mediatico che gravita intorno all’universo Milan, soprattutto se i primi risultati non dovessero essere positivi.

La critica più scontata che viene rivolta a Giampaolo è infatti quella di essere all’esordio in una grande piazza, e di non essere potenzialmente in grado di reggere alle pressioni che ciò comporta per una certa fragilità caratteriale di fondo.

E’ indubbio che questo tipo di rischio esista, ma ostracizzare Giampaolo unicamente per questo motivo senza tener conto delle sue indubbie capacità tecniche mi sembrerebbe esercizio francamente riduttivo, una sorta di negazione aprioristica della capacità insita in qualunque individuo di evolversi, formando al proprio interno anticorpi in grado di proteggerlo dalle avversità che trova sul proprio cammino.

Ecco perché, se arriverà, Marco Giampaolo avrà il mio benvenuto e il mio sostegno.

 

Max

 

 

Il mio primo nitido ricordo del Milan risale all'8 aprile 1973, compleanno della buonanima di mio papà: sono sulle sue spalle a Marassi, e' il Milan allenato dal Paron e da Cesare Maldini, vinciamo 4-1 e lui mi indica la 10 di Gianni Rivera... Da allora tutta una vita accanto ai nostri colori, vivendo con la stessa passione gioie e delusioni, cadute e rinascite, disfatte e grandi trionfi, fino alla foto a fianco...ecco, il mio Milan è finito lì, dopo è iniziata l'era del Giannino....ma adesso, forse, si ricomincia.