Germogli di Rinascimento Rossonero

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Gran parte delle riflessioni che leggerete nelle prossime righe le ho maturate nel corso degli ultimi 3 mesi, ma devo ammettere che sono state messe a dura prova dalla sberla rimediata domenica scorsa nel derby, che ha fatto ancor più male perché giunta a sorpresa e inaspettata, come un fulmine a ciel sereno.

Il Milan, come già successo in altre circostanze, ha fatto la figura dello scolaro diligente ed applicato che studia con metodo e costanza, ma appena l’asticella si alza ed il compito in classe diventa più difficile si fa prendere dal panico e torna a casa con un brutto voto.

Bisogna però evitare di cadere nel pessimismo più cupo e rimanere prigionieri di cattivi presagi, le brutte sensazioni che aleggiano sopra le nostre teste sono probabilmente fugaci e soggettive, figlie dell’emotività di un momento negativo, la fredda analisi dei numeri costituisce invece elemento oggettivo e può offrirci un sereno rifugio per esaminare con razionalità l’andamento della nostra squadra.

Nel primo quarto di stagione, quello che va da agosto alla sosta di novembre, il Milan gioca 12 partite di campionato ad andamento altalenante, con qualche pareggio di troppo all’inizio, diversi errori individuali che ci fanno lasciare diversi punti per strada, 3 sconfitte in campionato (Napoli e Inter fuori, Juventus in casa) ed una in Europe League (Betis): totalizziamo 21 punti, media 1.75 a partita, proiezione finale a 66.

Il secondo quarto è quello che conduce alla sosta natalizia, ed è sicuramente il periodo più problematico per la nostra squadra, con una miriade di infortuni, gioco lento e involuto, una drammatica sterilità offensiva accentuata dall’avvitamento su se stesso e dai malumori isterici di Higuain. In questo segmento usciamo dalla Europe League perdendo ad Atene in maniera rocambolesca con l’Olympiakos (e a gioco lungo potrebbe essere la nostra fortuna), in campionato cadiamo in casa con la Fiorentina e pareggiamo a reti bianche in due orribili trasferte a Bologna e Frosinone, portando a casa in tutto il misero bottino di 10 punti in 7 partite (media 1.42) che ci fanno chiudere il girone di andata a 31 punti, proiezione finale a 62 che basterebbero a stento per un’altra inutile Europe.

Durante la sosta la nostra dirigenza si muove con grande intelligenza, ufficializza l’acquisto di Paquetà e piazza in tempo zero il cambio Higuain-Piatek, probabile vera chiave di volta della nostra stagione.

L’inserimento positivo ed istantaneo dei due nuovi acquisti, unitamente alla crescita di Donnarumma, Romagnoli e Bakayoko, produce effetti benefici immediati sul rendimento della squadra, che trova finalmente un assetto difensivo impenetrabile (solo 4 gol subiti in 12 partite fino ai 3 di domenica scorsa) e  porta a casa 5 vittorie consecutive in campionato e qualificazione in semifinale di Coppa Italia; in questo terzo quarto di stagione i punti in campionato sono 20 in 9 partite, che portano ad un totale di 51 in 28, media 1.82 e proiezione finale a 69 punti, quota probabilmente sufficiente quest’anno per tornare a sentire la musichetta della Champions a partire dal prossimo settembre.

Senza avventurarmi in fantasiose tabelle che portano una sfiga incommensurabile, il succo di questo ragionamento è che nell’ultima parte della stagione il Milan non è costretto a chissà quali imprese per raggiungere il suo obiettivo iniziale, è sufficiente che mantenga una velocità di crociera analoga a quella tenuta nei primi tre quarti di campionato per portare a casa 18 punti nelle ultime 10 partite, a patto naturalmente di non perdere lo scontro diretto in casa con la Lazio (dando per scontati i 3 punti nel recupero con l’Udinese, i biancazzurri dovrebbero a quel punto farne 21 nelle altre 9, abbastanza improbabile calendario alla mano – ancora più improbabile, allo stato attuale, che la Roma ne faccia 23).

Se poi il 15 maggio, in una tiepida notte di primavera romana, riuscissimo finalmente a trovare la forza per alzare al cielo un nuovo trofeo, quella attuale potrebbe essere ricordata come la prima stagione di un nuovo Rinascimento Rossonero.

Perché credetemi, dopo un ventennio di trionfi e dominio imperiale concluso con il canto del cigno di Atene 2007, per il Milan e i suoi tifosi è cominciato il lunghissimo Medioevo del Giannino, un viaggio nelle tenebre sofferto e tribolato.

Ci sono stati gli anni del Tardo Impero, in cui il monarca assoluto ormai dedito ai festini e alle giovani fanciulle, di tanto in tanto buttava qualche attenzione alla sua vecchia creatura senza crederci nemmeno più, veri e propri lampi nel buio (2011).

Gli anni del Satrapo vorace dedito all’ingrasso e agli affaracci suoi, camuffati dietro vuoti slogan di facciata finalizzati a mistificare la realtà celebrando i fasti di un passato ormai alle spalle e ad inebetire e dividere una tifoseria smarrita, incapace di riconoscere lo scempio che si stava consumando sotto i suoi occhi per un malinteso senso di gratitudine.

I tristi anni di eredi designati al trono palesemente incapaci, tutti dediti al truccabimbi e ad improbabili progetti di improbabili stadi portati avanti insieme ad improbabili architetti.

Gli anni orribili di giocatori scarsi, tatuati, crestati ed indisciplinati, senza carattere e senza tecnica, coordinati da capitani senza carisma e da allenatori senza capacità tattiche e comportamentali, vassalli e valvassori manovrati dal Satrapo e coperti nella loro manifesta incapacità dai racconti in malafede dei giullari e menestrelli di corte al soldo del sovrano (molti di loro sono ancora lì al loro posto, e questa è la cosa più triste): un vero e proprio inferno dantesco insomma, ricordo che al proposito un paio di anni fa scrissi sul Night uno dei miei pezzi più ispirati.

Dulcis in fundo, la colossale presa per i fondelli del Basso Medioevo, la fantomatica cessione a presunte multinazionali dell’economia statale cinese poi rivelatesi teste di legno con le pezze al culo rappresentati da dilettanti allo sbaraglio, sulla quale sta continuando ad indagare sotto traccia la magistratura.

Eppure nonostante tutto siamo ancora qui, dal mare magnum della confusione totale e della mala gestio sta iniziando a nascere una nuova speranza, forse è proprio vero come diceva qualcuno che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”… i primi verdi germogli del Rinascimento Rossonero sono lì, ben visibili e riconoscibili: la spina dorsale della squadra parte da Donnarumma(20) e attraverso Romagnoli(24) e Bakayoko(24) giunge fino a Paquetà(21) e Piatek(23), sono 112 anni in 5, media 22.

E attorno a loro non c’è il vuoto, ci sono Calabria(22)-Conti(25)-Caldara(24) e Rodriguez(26) in difesa, Kessie(22)-Suso(25)-Castillejo(24) e Calhanoglu(25) a centrocampo, Cutrone(21) in attacco: l’età media dei primi 14 giocatori in rosa è pari a poco più di 23 anni, e all’occorrenza disponiamo anche di qualche  alternativa un po’ più agée ma ancora valida come Reina, Zapata, Musacchio, Biglia e Bonaventura.

Non occorrono insomma altre rivoluzioni, credo bastino 2/3 innesti mirati ma di grande qualità: un terzino sinistro “di gamba”, un centrocampista centrale di grande personalità abile nelle 2 fasi (probabilmente la pedina fondamentale mancante), un’ala sinistra “di strappo” con una decina di gol nelle gambe.

Nomi non ne faccio, mi fido dell’operato di Maldini e Leonardo, uomini di calcio capaci e oculati.

Così come mi fido di questa proprietà protempore, che ha tutto l’interesse a valorizzare il proprio investimento nell’ottica di cederlo profittevolmente nel medio termine. Vi dirò di più, Singer è quanto di meglio potesse capitarci in questa fase storica, per portare avanti trattative difficili con l’Uefa all’esterno e per tentare di arginare sotto traccia l’establishment ovino-romanesco all’interno: Elliott in  passato ha dimostrato capacità di lobbying in grado di portare alla bancarotta Stati Sovrani, non credo dovrebbe trovarsi troppo a disagio nei meandri della Serie A TIM, teniamolo a mente quando cediamo alla tentazione del complottismo e del vittimismo, le manie di persecuzione lasciamole agli interisti.

Infine capitolo coach.

Gennaro Gattuso è l’allenatore perfetto per questo periodo di passaggio, persona onesta e coerente che si è dimostrata capace di formare e cementare un gruppo vero, mettendo al centro del progetto la disciplina, il lavoro, lo spirito di sacrificio dove prima regnava l’anarchia e la confusione.

A queste capacità umane unisce doti tattiche non disprezzabili, con le quali è riuscito a plasmare una squadra solida e compatta, difficilmente perforabile per la grande capacità di chiudere tutte le linee di passaggio e per la disponibilità di tutti i giocatori a raddoppiare il portatore di palla avversario: se a fine anno il Milan riuscirà a raggiungere l’agognato obiettivo buona parte del merito sarà proprio di Gattuso.

Tuttavia, e lo dico con la morte nel cuore, per un vero Rinascimento Rossonero ci vuole altro, ci vuole un tecnico in grado di dare alla squadra un’impronta di gioco propositiva e riconoscibile, non necessariamente un nome affermato e costosissimo, piuttosto un “visionario” motivato e affamato ma con forte personalità e carisma… anche qui non chiedetemi nomi, mi verrebbe da dire Ten Hag per il pressing asfissiante con cui il suo Ajax ha stritolato il Real Madrid nel primo tempo dell’andata degli ottavi di Champions, ma sarebbe una suggestione e nulla più.

Per il momento testa alla Sampdoria.

 

Max

 

 

Il mio primo nitido ricordo del Milan risale all'8 aprile 1973, compleanno della buonanima di mio papà: sono sulle sue spalle a Marassi, e' il Milan allenato dal Paron e da Cesare Maldini, vinciamo 4-1 e lui mi indica la 10 di Gianni Rivera... Da allora tutta una vita accanto ai nostri colori, vivendo con la stessa passione gioie e delusioni, cadute e rinascite, disfatte e grandi trionfi, fino alla foto a fianco...ecco, il mio Milan è finito lì, dopo è iniziata l'era del Giannino....ma adesso, forse, si ricomincia.