Crisi Milan: dalle buone mani alla mano di poker, dalle mani forti alla mano di bianco

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C’è un filo sottile che attraversa tutte le vicende recenti di questa tragicomica fiction chiamata Milan, e quel filo sottile risponde al nome di Silvio Berlusconi.

L’ età dell’oro
Tutto inizia nel febbraio del 1986, quando un imprenditore brianzolo di mezza età rileva la maggioranza delle azioni del Milan in un’aula di Tribunale, scongiurando un fallimento che sembrava già scritto per le nefandezze economiche della gestione precedente.
E’ tutt’altro che uno sconosciuto, negli stessi anni ’70 in cui Steve Jobs poneva le basi per il mito Apple nella Silicon Valley, il Nostro in maniera più tradizionale lavorava alacremente nella Cement Valley per realizzare una cittadella architettonicamente innovativa alla periferia nord-est di Milano. Ci trovassimo di fronte ad un banale palazzinaro tutto finirebbe lì, se invece hai a che fare con un uomo in cui scorre la scintilla del genio basta un pretesto qualunque per appiccare il fuoco. All’interno di Milano 2 esiste una piccola TV via cavo, TeleMilano, che i residenti utilizzano per seguire la messa e le attività ludiche dei figli all’interno del quartiere: quando Berlusconi acquisisce l’emittente a compensazione di alcuni affitti arretrati nasce Canale 5, e da lì inizia la scalata che porta alla creazione del grande network televisivo privato italiano.
Quello che acquista il Milan è dunque già un imprenditore con una storia di successo alle spalle, ma la sua popolarità è destinata a crescere esponenzialmente, di pari passo con i successi della squadra in campo nazionale ed europeo. Berlusconi entra infatti nel mondo del calcio con la forza di un ciclone tropicale, si circonda di manager giovani e capaci, spazza via l’establishment precostituito con mercati faraonici (memorabile la battuta stizzita dell’Avvocato che lo definisce un “calmieratore”) e quando incontra un tecnico semisconosciuto dalle idee rivoluzionarie come Arrigo Sacchi inizia un ventennio probabilmente irripetibile nella storia del calcio, in cui il Milan vince tutto quello che si può vincere in Italia e in campo internazionale.

L’età della decadenza
Grazie all’immagine costruita con i suoi successi imprenditoriali, al vuoto di potere causato da Tangentopoli e ad altri fattori che sarebbe inutile approfondire in questa sede, nel 1994 Berlusconi fonda Forza Italia e, pur con alterne fortune, condiziona le scelte politiche, economiche e giudiziarie del nostro Paese per i vent’anni successivi.
In questo periodo si allontana gradualmente dalla sua creatura calcistica, che lascia sostanzialmente nelle mani di uno dei suoi fedelissimi della prima ora, quell’ Adriano Galliani che assume di fatto le vesti di plenipotenziario delle cose rossonere. A dire il vero Fininvest continua a garantire al Milan adeguate coperture economico-finanziarie, ma quella che viene a mancare è proprio la spinta propulsiva del Capo, in tutt’altre faccende affaccendato.
Il canto del cigno è la Champions di Atene 2007, da lì in poi inizia una discesa senza fine che (parentesi Ibra a parte) arriva fino al periodo odierno. Il calcio sta cambiando con l’entrata in scena di nuovi attori dalle disponibilità finanziarie illimitate, i Nostri se ne rendono conto ma anziché adottare una strategia oculata si limitano alle mere enunciazioni di principio. Con i suoi 200 milioni di fatturato, il Milan di quel periodo è tra le prime tre società d’Europa, ma anziché sfruttare quella colossale rendita di posizione per svecchiare la rosa, creare una valida struttura di scouting e modernizzare la società dotandola degli strumenti idonei a stare al passo coi tempi (per un Presidente del Consiglio in carica sarebbe stato così difficile costruire uno stadio di proprietà?), la proprietà e la dirigenza bivaccano tra parametri zero e slogan propagandistici privi di significato (“il club più titolato al mondo”, “Milan giovane e italiano”, “il Milan ai milanisti” e amenità similari).
Inizia la triste era del Giannino, in cui gran parte della tifoseria non riesce a scorgere per tempo i segni del declino incombente, obnubilata da un comprensibile sentimento di riconoscenza per i successi passati e confusa da un vergognoso apparato mediatico corrotto che mistifica la realtà, facendo da cassa di risonanza per i vuoti slogan societari.
In questa fase l’unica soluzione interna percorribile sembrerebbe essere quella del passaggio generazionale, ma nessuno tra i figli di Berlusconi sembra mostrare un reale interesse per le sorti del Milan, l’erede designata Barbara si distingue più che altro per liason con calciatori, comparsate con truccabimbi, amicizie con architetti psichedelici che progettano stadi senza senso, lotte intestine con l’amministratore delegato in carica che finiscono per ripercuotersi sulle sorti della squadra: combattuto tra due fuochi, Silvio Berlusconi inizia lentamente a prendere in considerazione, obtorto collo, l’idea della cessione.

Dalle “buone mani” alla mano di poker, cessione parte prima
Però c’è un però, anzi ce n’è più d’uno: per cedere la società Berlusconi pretende cifre fuori mercato, vicine al miliardo di euro, in grado di mettere in fuga qualunque compratore serio, stante la necessità di mettere poi mano ad un’opera di profonda rifondazione della rosa inaridita da anni di mala gestio.


Inizia così un estenuante teatrino che ha il suo prologo nell’estate del 2015 con la comparsa dello sconosciuto finanziere thailandese Bee Taechaubol, per tutti Mr. Bee, che sigla un accordo con il quale si dichiara disposto ad acquisire una quota di minoranza del Milan per la folle cifra di 480 milioni di euro: per mesi è un susseguirsi ininterrotto di surreali colpi di scena, tra garanzie fideiussorie di fantomatiche banche asiatiche, improbabili mediazioni di Licia Ronzulli (sigh) e business plan fantasiosi che prevedono la quotazione sulla borsa di Hong Kong… quando si sparge la notizia che la Guardia di Finanza ha acceso i riflettori sugli advisors svizzeri di Taechaubol, uomini con un passato lavorativo in Fininvest, Mr. Bee ritorna improvvisamente nel nulla da cui è arrivato e la cessione salta.
Ma “il bello” deve ancora arrivare, nella primavera del 2016 inizia a trapelare la voce di un accordo imminente per la cessione del Milan da Fininvest ad una misteriosa cordata cinese: il prestigio degli advisors coinvolti (istituzioni finanziarie del calibro di Lazard e Rothschild) e la presenza come mediatore di un manager di provata esperienza nel settore come l’italo-americano Sal Galatioto fanno pensare che questa volta si faccia sul serio. Berlusconi annuncia solennemente che lascerà il Milan “in buone mani” e la fanfara mediatica a supporto inizia a diffondere ipotesi fantasiose sulla presenza nella cordata di colossi industriali e finanziari legati a doppio filo con il governo cinese (Huarong e Ali Baba, solo per fare due tra i tanti nomi usciti).
In una calda notte d’agosto Sal Galatioto scompare improvvisamente di scena e Berlusconi sigla un accordo preliminare in esclusiva per la cessione del Milan per 740 mln di euro con la Sino Europe Sports, un fondo incaricato di raccogliere i soldi necessari per concludere l’acquisto entro dicembre 2016 rappresentato dal misterioso imprenditore cinese Yonghong Li.
Inizia a questo punto il neverending closing, una vicenda surreale in cui tutto è talmente anomalo e irrituale da sfiorare i confini dell’assurdo: complice la stretta di Pechino all’esportazione di capitali all’estero, Yonghong Li chiede continue dilazioni per la conclusione dell’affare, e le ottiene versando tre caparre da 100 milioni di euro attraverso complesse triangolazioni sull’asse Hong Kong – Isole Vergini Britanniche – Lussemburgo.
Le banche italiane che ricevono i fondi sui conti Fininvest fanno l’unica cosa che possono fare in casi come questi, ossia si parano le chiappe aprendo 3 SOS – Segnalazioni di Operazioni Sospette – non essendo in grado di fornire alcuna certezza sulla provenienza dei bonifici (sulla cosa, a distanza di 3 anni, pare che stia continuando ad indagare la Magistratura milanese, con le immaginabili difficoltà a districarsi tra i paradisi offshore).
Per chiudere il deal mancano però all’appello 300 milioni, e dato che i presunti colossi appartenenti alla cordata di Li non sembrano in grado di metterli, a togliere dall’impaccio il “finanziere” cinese interviene il fondo Elliott di Singer che presta il necessario al modico tasso dell’11%, e ottiene come garanzia di restituzione a 12 mesi il pegno sulle azioni del Milan stesso; sul ruolo di Elliott in questa vicenda tornerò diffusamente più avanti, per il momento mi limito ad osservare che il fondo piazza alcuni uomini di fiducia nel CDA del nuovo Milan per vigilare sull’operato di Yonghong Li, tra i quali un fedelissimo di Silvio Berlusconi come Paolo Scaroni, vice presidente di Rothschild.
Può così avere inizio l’era del Milan cinese, un anno tra i più pazzi nella secolare storia di questo club: per la messa a terra del “progetto” vengono chiamati Fassone e Mirabelli, il business plan prevede fantasmagorici ricavi provenienti dall’espansione del brand sui mercati orientali (col senno di poi, la montagna partorirà il topolino di un accordo con la scuola calcio di una scosciata e un’acqua minerale), a diffondere ulteriore entusiasmo contribuisce il pirotecnico mercato delle “cose formali”, finanziato da un paio di prestiti obbligazionari ad hoc, che alla modica cifra di circa 200 milioni porta a Milanello 11 nuovi giocatori tra cui il fiore all’occhiello Leonardo Bonucci “strappato” alla Juventus.
Certo, qualche dubbio sulla consistenza della cordata cinese inizia a far capolino, dei presunti colossi statali non si vede neanche l’ombra, e certe voci sulle fantomatiche miniere di fosforo di Yonghong Li dovrebbero instillare il sospetto che più che in buone mani si sia finiti all’interno di una mano di poker. Ma una tifoseria stremata da anni di prese in giro gallianesche preferisce non sentire ragioni, accoglie l’esercito di liberazione cinese con lo stesso spirito con cui vennero accolte le truppe Alleate, come ebbi modo di scrivere a suo tempo dalle Jeep ci tirano involtini primavera misti a gianduiotti e ce li mangiamo avidamente.


A riportare tutti con i piedi per terra contribuiscono prima di tutto i risultati del campo, men che modesti in rapporto all’impegno finanziario profuso sul mercato; poi le bastonate sui denti in arrivo dall’Uefa, che nel giro di pochi mesi nega a Fassone la possibilità di aderire prima al Voluntary e poi al Settlement Agreement; infine le difficoltà sempre più evidenti di Yonghong Li nell’adempiere agli aumenti di capitale legati ai covenants imposti da Elliott, con il tiramolla estenuante dei bonifici che ogni volta tardano ad arrivare.
Quando a febbraio 2018, nel mezzo della bufera mediatica che lo dipinge come un bancarottiere squattrinato, Yonghong Li diffonde un video surreale e grottesco che lo ritrae dietro ad una credenza a fare gli auguri di Capodanno ai tifosi rossoneri insieme alla sua consorte, qualche dubbio inizia a venire anche ai devoti più incrollabili. Da lì in poi è un crescendo rossiniano, che porta in rapida successione all’esclusione del Milan dalle Coppe Europee, al mancato adempimento di un aumento di capitale da parte di Li, alla conseguente escussione del pegno da parte di Elliott che pone fine all’era cinese dopo poco più di un anno: dopo aver investito (?) circa 400 milioni di euro, Yonghong Li scompare nel nulla senza colpo ferire.

Dalle mani forti alla mano di bianco, cessione parte seconda
Parliamo dunque di Elliott, che nella fiction di cui stiamo parlando ha un ruolo centrale almeno quanto quello di Silvio Berlusconi; e allo scopo è utile un antefatto.
Nella stessa primavera del 2016 in cui sta trattando la cessione del Milan ai “cinesi”, Fininvest sigla un accordo per la cessione di Mediaset Premium a Vivendi, colosso francese nel settore dei media; di lì a poco, però, escono conti trimestrali di Premium che evidenziano un rosso ben superiore alle attese, Vivendi ci ripensa e impugna l’accordo dando inizio ad una battaglia legale senza esclusioni di colpi con Fininvest.
Come diretta conseguenza della mancata cessione di Premium, i prezzi delle azioni Mediaset crollano in borsa, dando modo a Vivendi di iniziare una scalata ostile per il controllo della società attraverso il rastrellamento di azioni sul mercato: stiamo parlando di un settore nevralgico per la sicurezza nazionale come quello dei media, lo stesso governo italiano dichiara di avere allo studio adeguate contromisure per contrastare la scalata dei francesi, e in quei mesi convulsi le caparre che arrivano a tranches dai “cinesi” sono manna dal cielo che consentono a Fininvest di contrastare la scalata ostile rastrellando a sua volta azioni Mediaset sul mercato.
Non casualmente, qualche tempo dopo Elliott fa il suo ingresso in pompa magna nel capitale azionario di TIM, altro settore nevralgico per la sicurezza nazionale, ed anche in questo caso il nemico comune da contrastare sono i francesi di Vivendi: è forte l’impressione che in questo periodo si stia combattendo una battaglia strategica per il controllo del settore media/telecomunicazioni, e che in questo quadro la cessione del Milan sia un semplice effetto collaterale, una piccola pedina sulla quale si è disposti a chiudere un occhio (forse due) in nome di interessi superiori.


Mettendo da parte la dietrologia e limitandoci alla cronaca, Elliott prende possesso del Milan accompagnato dalla sua fama di fondo “avvoltoio”, capace in passato di mettere in difficoltà Stati Sovrani grazie all’abilità dei suoi legali “belva” e in grado di garantire ai propri investitori interessi a due cifre per le comprovate capacità dei suoi manager.
Ed in effetti l’esordio suscita l’impressione di essere finiti sotto il controllo di mani forti, all’enunciazione di un generico progetto di riportare il Milan ai massimi livelli nel medio termine si accompagna immediatamente il ribaltamento al TAS della sentenza Uefa con riammissione della squadra in Europa, l’arrivo di un manager di esperienza come Leonardo che mette insieme in tempi oggettivamente molto ristretti un mercato estivo decente (impreziosito dall’arrivo di Higuain ma sostanzialmente a saldo zero) ed infine un investimento di circa 70 milioni sul mercato di gennaio per l’acquisto di due potenziali campioni come Piatek e Paquetà.
Nel frattempo nel dicembre 2018 fa il suo ingresso in società il super-manager Ivan Gazidis, reduce da un’esperienza pluriennale in Premier League dove pare sia stato in grado di far lievitare in maniera esponenziale il fatturato dell’Arsenal attraverso la leva delle sponsorizzazioni e dei ricavi da stadio: nell’immaginario collettivo diventa l’uomo degli sponsor, nella realtà dei fatti a distanza di un anno dal suo insediamento si rivela essenzialmente per quello che è, l’uomo di fiducia di Elliott per il controllo dei conti.
Alla fine del campionato scorso, infatti, la squadra non centra l’ingresso in Champions League per un misero punto, ed i mancati introiti europei determinano un deciso cambio di strategia da parte della proprietà, che vira con decisione verso la mano di bianco: Leonardo e Gattuso capiscono velocemente l’antifona e tolgono subito il disturbo, alla foglia di fico Maldini si affianca la foglia di fico Boban, viene siglato con la Uefa un patto di esclusione dalle Coppe in cambio di un accordo tombale sui passivi delle gestioni precedenti, viene scelto un allenatore di seconda fascia come Giampaolo potenzialmente bravo a lavorare coi giovani, si effettua un mercato contenuto che porta appunto a Milanello soltanto qualche giovane di belle speranze, oltretutto nemmeno troppo rispondente ai canoni tattici del nuovo allenatore (che gioca con trequartista e due punte, non arriva né il trequartista né la seconda punta).
I risultati sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, Giampaolo va subito in confusione denotando una manifesta incapacità di reggere dal punto di vista psicologico alle pressioni di una grande piazza (ero convinto che le esperienze precedenti avessero formato in lui gli anticorpi adatti alla bisogna, e’ del tutto evidente che mi sbagliavo), e la squadra mette insieme la peggiore partenza da 80 anni a questa parte.
La soluzione più scontata è l’esonero dell’allenatore, qualche sostituto libero di livello in giro ci sarebbe anche (i primi che mi vengono in mente sono Allegri e Spalletti), ma per evidenti ragioni di bilancio la proprietà opta per un’altra robusta mano di bianco e ingaggia Pioli.
Inizia insomma a delinearsi con tutta evidenza la vera essenza di Elliott, che non sembra essere quella di un vero proprietario animato da chissà quali progetti di sviluppo ma piuttosto quella di un fiduciario che custodisce il Milan in conto vendita in attesa di un prossimo compratore: quindi messa in sicurezza dei conti, taglio dei rami secchi e bilanci finalmente in ordine, magari con la ciliegina di una bella speculazione edilizia sul quartiere di San Siro già infiocchettata (ah, i vecchi amori…).

In conclusione
Se avete avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto, probabilmente starete maledicendo con tutte le vostre forze l’ennesima sosta per la Nazionale, che vi costringe a sorbirvi pistolotti di questo calibro…tranquilli, da lunedì prossimo torno ad occuparmi delle amate pagelline.
Il concetto che volevo provare a trasmettervi è di fatto sostanzialmente uno, ed uno soltanto: il Milan riuscirà a liberarsi dalla cappa di mediocrità nella quale è sprofondato solo nel momento in cui si sarà finalmente compiuto il vero, autentico passaggio ad una nuova proprietà.
Fino ad allora potremo serenamente scannarci sul malcapitato allenatore di turno, su Suso, sul trequartista o sui diversi moduli di gioco, ma il rischio implicito sarà quello di fare la stessa figura dei capponi di Renzo, intenti a beccarsi tra di loro mentre sono legati per le zampe a testa in giù.

 

Max

 

Il mio primo nitido ricordo del Milan risale all'8 aprile 1973, compleanno della buonanima di mio papà: sono sulle sue spalle a Marassi, e' il Milan allenato dal Paron e da Cesare Maldini, vinciamo 4-1 e lui mi indica la 10 di Gianni Rivera... Da allora tutta una vita accanto ai nostri colori, vivendo con la stessa passione gioie e delusioni, cadute e rinascite, disfatte e grandi trionfi, fino alla foto a fianco...ecco, il mio Milan è finito lì, dopo è iniziata l'era del Giannino....ma adesso, forse, si ricomincia.