Milan, Toro e quelle sliding doors

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foto Daniele Buffa/Image Sport

Tornando indietro con la memoria la sfida di andata contro il Torino rappresentò il vero punto di rottura della stagione, due club già in crisi dopo sole quattro giornate e un’estate a dir poco deprimente. Due squadre per certi versi legate dalla sorte con due sconfitte su quattro partite e il boccone amarissimo della mancata partecipazione all’europa league (Milan autoescluso a favore proprio del Toro poi eliminato ai preliminari). Quella partita decise il nostro futuro segnando nella sostanza la fine di Giampaolo e la crisi di Piatek (si mangiò due gol enormi).
Lunedì sera la situazione non era molto differente, da una parte un Torino con quattro sconfitte consecutive e una zona retrocessione troppo vicina e dall’altra un Milan schiantato nel derby, stanco dalla sfida contro la juventus, senza vittorie da tre partite e scavalcato da mezza serie A. Anche in questo caso una mancata vittoria avrebbe aperto le porte dell’inferno più profondo e con tutta probabilità ci avrebbe ricordato la fragilità mentale di questo gruppo. Così non è stato e non era affatto scontato visto che questa squadra è sempre mancata nell’orgoglio, nella reazione, nella volontà di soverchiare gli eventi.
Il Toro non era certo l’avversario più insidioso da affrontare, ma se possibile quello affrontato all’andata era anche peggio e nonostante tutto siamo affondati miseramente con due colpi estemporanei. Lunedì sera invece è andata diversamente, con un gioco ben diverso (finché è durato) e una generosità in alcuni giocatori davvero encomiabile, perché a ben vedere questa squadra da inizio anno ha giocato 10 partite in poco più di 40 giorni come Juventus, Inter e Napoli, ma senza averne l’organico, aggiungeteci poi gli infortuni, tanto da vedere dei primavera in panchina se non in campo. Proprio per questo la partita non era da sottovalutare e la convinzione più che le energie avrebbero fatto la differenza e così è stato.
Come spesso accade quando le cose vanno abbastanza bene (o male) si assiste a dichiarazioni esagerate sui singoli, così Rebic passa dall’essere una porcellana da bagno a fenomeno, Ibrahimovic da pensionato a santo e Pioli da padre pio lee a mister che ha cambiato la squadra. Io dico di andarci piano.
Rebic non era quella porcellana vista nei pochi spezzoni di inizio stagione, così come non è l’attuale Re Mida capace di trasformare ogni pallone in gol (non lo ha mai fatto in vita sua), ma un buon giocatore che nella nostra squadra diventa ottimo visto il livello degli altri. Allo stesso tempo Pioli non era un cretino, ma non è nemmeno l’allenatore che servirà in futuro, esattamente come Gattuso l’anno scorso nello stesso periodo. Per non buttare come sempre la stagione in autunno occorrerà un signor allenatore e dei signori giocatori perché le sliding doors accadono, ma tante volte possono solo posticipare l’inevitabile.

Per la serie chi si rivede Paquetà è tornato a calcare i campi come titolare dopo tempo immemore. Aspettarsi una prova spumeggiante era per me impossibile dopo un gennaio trascorso da corpo estraneo, ma a differenza di molti non ritengo la sua prova da buttare perché tre delle cinque azioni più pericolose passano proprio dai suoi piedi. Suo è il passaggio che porta Castillejo al cross basso trasformato in gol da Rebic, suo il bel tiro che nei fatti rappresenta l’unica parata di Sirigu, suo è il pressing e il recupero di palla con annesso passaggio per Bennacer a un passo dal raddoppio. Certo ha sbagliato almeno un paio di volte il passaggio vincente ed ha finito la benzina dopo un’ora, ma a mio avviso c’è materiale su cui lavorare, deve mettere la stessa voglia e determinazione vista nel primo tempo. Se capisse che senza il lavoro e l’applicazione non si va da nessuna parte potremmo recuperare un giocatore con qualità, magari non straordinaria come direbbe il suo cartellino, ma importante per questo gruppo.
Ci sarebbero poi due parole da spendere su Theo. Arrivato nello scetticismo generale ha una forza e una potenza di calcio impressionante, qualcosa che su quella fascia non si vedeva da troppo tempo. Ci sono però dei correttivi da apportare affinché Theo diventi devastante in tutto e riguardano la fase difensiva. E’ giovane e ha tempo per migliorare, ma deve avere meno amnesie in marcatura perché anche ieri l’unico vero pericolo (tiro di berenguer) arriva da una sua totale dimenticanza a cui si aggiunge un posizionamento rivedibile. Non lo voglio crocifiggere sia chiaro, non sono cretino, ma vedendo in lui un potenziale fuoriclasse mi aspetto una sua crescita nella fase difensiva che ad oggi in parte c’è stata ma non è ancora sufficiente.

Insufficiente è anche la produzione di gol nonostante un Rebic in formato bombardiere e un Ibrahimovic stella polare. Segnare così pochi gol e centrare così poco la porta nonostante la mole offensiva prodotta è sintomo (e certezza) di un attacco da rifare. Con Pioli sono state numerose le partite con un gran numero di tiri (pensate solo a quella col Sassuolo giusto per fare un esempio), ma il numero di gol segnati è ridicolo, una roba da non crederci. Potremo sempre alzare il dito per rammentare la necessità di acquisire un terzino destro o un centrocampista da affiancare a Bennacer al posto di Kessié, ma se davanti non c’è gente da doppia cifra fissa con quel dito potremo solo alzare lo sguardo al cielo e pregare. Sì pregare, perché alla lunga la normalità presenterà il conto alla straordinarietà Rebic (un gol ogni 100 minuti) mostrandoci come il nostro attacco sia di rara inconcludenza e per questo da rifondare.
Riportate in maglia rossonera gente con carisma come Ibrahimovic in grado di aiutare tanti buoni giovani (ci sono in questa rosa), ma non dimenticate di portare gente che ha sempre e sottolineo sempre segnato perché alla fine lo scopo del calcio è fare gol.

Seal

Ricordo Baresi entrare in scivolata e poi l'ovazione del pubblico, da quel momento ho capito che fare il difensore era la cosa più bella del mondo. Ancora mi esalto quando vedo il mio idolo Alessandro Nesta incenerire Ferrara sulla linea di porta mentre credeva di essere a un passo dalla gloria. Se la parola arte fosse compresa appieno le scivolate del n.13 sarebbero ammirate in loop al MoMA di New York.