La vacca nelle verze

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Ve lo posso confermare. Ufficialmente. Mi sono più o meno ripreso dal derby malamente gettato alle ortiche domenica sera. E la conferma del fatto che, dopo la depressione caspica fortunatamente condivisa in loco (San Siro) con l’amico Johnson, sta tornando quel discreto ottimismo che mi accompagna da qualche mese a proposito delle magnifiche sorti progressive del nostro Milan.

L’ennesima sconfitta nella stracittadina ha lasciato certamente degli strascichi ma ormai ahimè ci stiamo facendo l’abitudine visto che, leggevo di recente, la statistica riguardante il campionato e relativa agli ultimi 20 derby è impietosa: 4 vittorie, 6 pareggi, 10 sconfitte. Un disastro insomma, a testimonianza ulteriore di come gli ultimi 10 anni per i tifosi del Milan siano essenzialmente una via crucis continua

Rimango discretamente ottimista relativamente al fatto di agguantare l’agognato quarto posto e magari anche la finale di Coppa Italia e non vedo l’ora che sia passata l’inutile sosta delle nazionali per ricominciare la rincorsa a Genova, campo ostico ma non impossibile una volta ritrovata un po’ di brillantezza e soprattutto la compattezza perduta nella sciagurata partita contro la terza squadra di Milano.

Tra le tante cose andate storte domenica sera mi preme sottolineare la sciagurata e immotivata scelta di schierare dall’inizio Paquetà: il ragazzo già da diverse partite dava evidenti segni di sfinimento fisico e mentale, derivante anche dal passaggio diretto dal campionato brasiliano al contesto europeo senza fare una reale pausa. Contro una squadra fisica come l’Inter è stato davvero azzardato da parte di Gattuso e del suo staff decidere di rischiarlo bruciandosi un cambio e regalando ancora di più il centrocampo ai nerazzurri. Questa scelta sbagliata ha confermato ancora una volta come il mister sia poco propenso a cambiare e abbia un approccio molto conservatore che, come scriveva Johnson ieri, lo rende anche leggibile tatticamente per gli allenatori avversari. Io personalmente domenica, stante la forma più che scadente del’ex Flamengo, avrei riempito la zona nevralgica del campo con Biglia come vertice basso e Bakayoko mezzala. Ma tant’è… come dicevano i miei nonni ormai per il derby “gh’e ‘ndà la vaca ind’i verzi”.

Dal vivo a San Siro si è percepita chiaramente, oltre alla mancanza di personalità generale della squadra nel contesto dei grandi appuntamenti, l’assenza di un giocatore di carisma e classe sufficienti per prendere le redini della situazione nei momenti di burrasca. In parte lo ha fatto Bakayoko nel secondo tempo ma servirebbe qualcuno con maggiore capacità tecnica che possa affiancare Tiémoué in questa fungendo da leader. Uno come Seedorf, anche se non è mai stato tra i miei preferiti del grande Milan ancelottiano. O, venendo ai giorni nostri, uno alla Pogba per intenderci. Un leader tecnico e tattico che possa mettersi a prua della nave quando l’onda anomala sembra travolgerla.

Il timore quindi non è tanto ( o non solo ) che si possano bucare gli obiettivi per la stagione in corso ma anche che, in prospettiva,  diversi di questi giocatori e lo stesso tecnico non siano adatti ad un ulteriore salto di qualità che pare essere nei piani e nelle aspettative, oltre che di noi tifosi, anche della proprietà americana e della dirigenza.

Pur avendo questo tipo di consapevolezza mi sto obbligando a rimanere motivato, carico e concentrato sul momento presente. Acchiappare il malloppo, economico, morale e sportivo, della qualificazione in Champions League è una pietra imprescindibile su cui ambire di costruire un edificio solido. Senza questa pietra rimarremo ancora per molto troppo tempo avviluppati in una rincorsa chimerica all’interno di un labirintico castello costruito sulla sabbia e pieno dei fantasmi del nostro glorioso passato remoto e del nostro terrificante passato prossimo.

FORZA VECCHIO CUORE ROSSONERO

Raoul Duke

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Milanista dalla nascita, primo ricordo Milan-Steaua del 1989 e prima volta nella fu Curva Sud in occasione di un derby di Coppa Italia vinto 5-0. Affezionatissimo al Milan di Ancelotti nonostante tutto e fiero delle proprie scorribande in Italia e in Europa al seguito della squadra fino al 2005, anno in cui tutto è cambiato. DAI NAVIGLI ALLA MARTESANA, DA LORETO A TICINESE, TRADIZIONE ROSSONERA, TRADIZIONE MILANESE!