Riflessioni notturne

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Ammetto che è molto difficile essere lucidi dopo un sabato sera del genere. Appena il triplice fischio ha sancito la fine di Milan-Benevento, ho semplicemente spento la televisione e mi sono messo a letto. Non ho proferito parola, ho spento il cellulare nel quale stavano già impazzando e impazzendo messaggi di ogni genere e mi sono messo sotto le lenzuola. Ero discretamente fuori di me, ma come spesso succede, la mia parte “sana” ha preferito soprassedere e guardare oltre. Se avessi scritto o parlato dopo la partita sarebbero venute fuori parole e pensieri che non avevano un costrutto ma solo una gran confusione, dettata dalla rabbia. Inutile dire che non ho chiuso occhio. Ma ho avuto tempo di riflettere molto. Perdere in casa contro il Benevento è un evento nefasto. Soprattutto in una stagione come questa che ci ha visto troppo spesso prendere l’ottovolante, sia a livello sportivo che a livello umorale. La lezione di impegno e serietà che hanno impartito i giallorossi campani è da segnare sul calendario. Una squadra, che è condannata alla retrocessione da mesi, sta portando avanti un campionato con una dignità e una serietà encomiabili. Loro non hanno staccato la spina. Loro. Non l’hanno staccata dopo aver preso valanghe di gol dalla Lazio o dalla Roma e hanno dimostrato di voler rimanere sul campo fino all’ultimo. Non l’hanno staccata nonostante l’obbiettivo salvezza fosse sfumato già alla quinta giornata di campionato quando avevano segnato un solo gol e ne avevano già presi oltre una dozzina.

Una lezione inutile, dimenticata in un girone

LA VOGLIA – Quello che più mi fa pensare è questo atteggiamento di sufficienza che la nostra squadra ha messo in campo sabato (ma risale ormai a qualche settimana fa). Le partite non si vincono solo con il nome o solo per forze divine, si vincono con impegno, sudore, tecnica e volontà. Quello che più mi fa pensare è che queste caratteristiche, questa squadra, le ha messe per un certo periodo, poi, appena il porto d’arrivo si allontanava pian piano, ha deciso di lasciarsi andare alla deriva. Non è accettabile. Ci sono stati diversi errori di gestione che hanno minato questa stagione ma non è possibile fermarsi, per l’ennesima volta, prima della conclusione di questa annata. È un problema che questa squadra ha da ormai troppi anni. Cambiano allenatori, cambiano (alcuni) giocatori, è cambiata anche la società. Eppure ci sono serate come quelle di sabato che, per me, sono inaccettabili e sono paragonabili al recente passato. D’accordo, non abbiamo un gioco d’attacco. D’accordo, non abbiamo gente che la butta dentro. D’accordo, non abbiamo una rosa lunga e completa. D’accordo, non abbiamo un allenatore esperto. D’accordo tutto, ma anche in otto, con le braccia legate e il vento a sfavore, il Benevento in casa va battuto. Punto. Non ci sono scuse. “Siamo stanchi, siamo sfortunati, non ce la facciamo, se fosse entrata la traversa a Torino, senza il rigore a Londra…”, sono le tipiche scuse dei perdenti che si sentono autorizzati a mollare, visto che tutto il mondo gli gira contro. La delusione nasce anche dal fatto che la partita dell’andata non ha insegnato nulla. Uno schiaffo sonoro che, al posto di tenere l’attenzione alta, ci ha fatto assistere ad una prestazione del genere.

LA TESTA – Mi dispiace puntare ancora su questo tasto ma la testa fa tutto. Allenare la testa, entrare nella testa dei giocatori è una caratteristica difficilissima. La stanchezza ti fa perdere lucidità, è vero, ma quando hai la testa predisposta al sacrificio, predisposta alla voglia di emergere in qualsiasi situazione, una buona parte del lavoro viene da sè. Un giocatore normale come Gattuso, senza la testa, che carriera avrebbe fatto? Un talento come Morfeo, con la testa, che carriera avrebbe fatto? Ci sono decine di esempi di giocatori che non hanno avuto le caratteristiche mentali per stare a certi livelli. Ahimè, nonostante le spese estive per rimettere le cose a posto. Esclusi alcuni elementi, in questa rosa, non vedo ragazzi con le caratteristiche mentali giuste per giocare nel Milan. Alcuni di questi ragazzi ritengono che il minimo sindacale sia fare una decina di partite all’anno e poi vivere di rendita. Non è la strada. Si deve lavorare anche su questo e Gattuso sa bene come fare. Va bene il bastone e la carota ma in questo caso va fatto capire chiaramente che indossando la maglia del Milan si hanno onori ma tanti, tanti oneri. La maglia del Milan pesa anche per questo. Lo stadio di S.Siro è un palcoscenico che ha fatto piangere Diego Fuser e ha fischiato Manuel Rui Costa, bisogna farsi entrare in testa questo concetto, altrimenti si viene inghiottiti e si vive nella normalità. Nel Milan si vive di cose straordinarie. Spetta sempre ai giocatori portarsi dalla loro parte i tifosi. Non con gesti ormai inflazionati ma con il comportamento esemplare in campo e in allenamento.

GENNARINO – Un’ultima chiusura credo sia doverosa. Quando scrissi che avremmo dovuto stare vicino a Gattuso anche quando le cose sarebbero andate male, ci credevo veramente. Ad oggi, il suo lavoro è stato importante ma non sufficiente. Ma non possiamo mollarlo, aspettiamo la fine della stagione. Il suo amore per questi colori è indiscutibile, le sue capacità sono in divenire. Scrivo questo con la tristezza nel cuore perchè penso che quest’uomo stia mettendo tutto se stesso in questa avventura ma, forse, non basta. Io vorrei che Rino non guardasse in faccia a niente e nessuno, come ha sempre fatto nella sua carriera. Se, nel post partita di sabato, dichiara che erano giorni che si respirava “aria di scampagnata”, per me, non si doveva fermare, doveva farli sudare, farli allenare come dei muli. Sono stufo di gente che arriva al Milan e si sente arrivata. Il minimo sindacale al Milan è vincere, convincere e rivincere. Il minimo sindacale al Giannino era campare, sperare e mangiare. Sono stufo di “piccole serie” di vittorie e prestazioni che poi rimangono lì, fini a se stesse. Lo ha ripetuto molte volte Rino. Giocare bene con la Juve e finire 3-1, non conta. Ci si ricorderà solo di questo. Giocare bene a Londra e finire 3-1, non conta. Ci si ricorderà solo del risultato negativo. Qualcuno dia una mano a Gattuso, qualcuno più in alto di lui, dia manforte al proprio allenatore. La vergogna a fine partita fa onore ma non basta. Non basta più a questi tifosi che la di cose vergognose ne hanno viste a vagonate, ormai da un lustro.

Per quanto mi riguarda, da qui alla fine del campionato, non esistono giorni di riposo. Si sgobba, si lavora e si rimette in piedi una stagione che non è affatto finita. Dopo si tireranno le somme. Tutti. Compresi tutti noi tifosi che troppo presto abbiamo gioito e troppo presto ci siamo disperati. Testa sul campo per creare il Milan. Si deve continuare a costruire, mattoncino dopo mattoncino. Anche passando da momenti difficili ma che devono essere superati da uomini. Da quegli stessi Uomini (con al U maiuscola) che possono indossare la maglia rossonera.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.