Mission (im)possible

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I numeri dovremmo conoscerli, ne abbiamo scritto negli anni, ma meglio ripetersi ogni tanto. Mentre i soliti dinosauri dell’opinione milanista, alcuni dei quali ormai fossili, accolgono Gazidis descrivendolo come alla Galliani, per intendersi al volo, io preferisco parlare della della “mission impossible” che attende il nuovo AD sudafricano: proiettare il Milan nel tempo presente su tutti i fronti, principalmente quello economico, rimuovendo polvere dagli ingranaggi. E magari, chissà, fossili dalla sala stampa e dintorni.
Mentre i servi erano occupati a giustificare le campagne acquisti da mercato del pesce del Condor sbandierando del sano vittimismo verso scheicchi e petroldollari, refrain cavalcato per un lustro dal disconesso di Arcore, in realtà decollava un nuovo business in cui in teoria il ‘presidente più vincente della Storia’ e ‘il miglior dirigente sportivo italiano’ avrebbero dovuto sedersi in cattedra: il calcio. Ma per svariate ragioni, prima delle quali perchè per Berlusconi il calcio è stato sempre e solo una questione propagandistica e politica, il Milan è rimasto al palo; e attaccato a questo stesso palo lo trova Gazidis.

Nel 2005-06 stando alla Deloitte Money League, la classifica dei club calcistici col maggiore fatturato, il Milan si trovava in sesta posizione con 238 milioni; al primo posto il Real Madrid con 292 milioni (+54 milioni rispetto a via Aldo Rossi, allora Turati), al decimo posto per raffronto il Liverpool con 176 milioni: 10 top club chiusi in uno scarto di 100 milioni e rotti.
Passato un decennio il calcio è diventato sempre più business, con l’esplosione della Premier e l’ingresso di facoltosi magnati arabi e russi a scompigliare sicuramente le carte; a questo proposito mi viene anche da dire che un imprenditore ultraliberista come Berlusconi faceva ridere a lagnarsi del mercato aperto a cambiamenti. Ci fu anche un’espansione del mercato globale, il rinnovamento di stadi e del merchandising e il concetto di calcio come ‘entertainment’ a segnare il confine invalicabile fra vincitori e perdenti. Noi partivamo da posizione dominante: i più vincenti degli ultimi 20 anni, di proprietà di un magnate delle televisioni, con una dirigenza ultra-stabile, uno stadio iconico, un fatturato di tutto rispetto.

Nel 2016-17, ultima pubblicazione della Deloitte Money League, il Milan per la prima volta è uscito dalla top20. Occupa la ventiduesima piazza per fatturato, con uno sconcertante 191 milioni ovvero più di 40 milioni in meno di un decennio fa. Nel mentre il primo fatturato è divenuto quello dello United a 676 milioni (+485 milioni rispetto a noi), il decimo quello della juventus che fattura 405 milioni, più del doppio del Milan. La progenie ovina fatturava nel 2005-06 251 milioni, ‘spicci’ più di noi. I 10 top europei sono dunque chiusi in una forbice di 270 milioni, più ampia del passato, e con una ‘quota minima’ divenuta doppia rispetto a quella di un decennio fa. Le italiane schierano nella top 30 l’Inter, ferma a 262 milioni ma senza i ricavi da Champions che impatteranno tantissimo, e che nel 2005-06 ne fatturava 206; il Napoli a 200 milioni, dieci anni fa non rilevato; la Roma a 171 milioni ma oscillante a seconda della partecipazione alla Champions fino ai 200, dieci anni fa era a quota 127.
La nostra posizione privilegiata è stata sorpassata un po’ da chiunque, poichè l’espansione dei ricavi ha riguardato praticamente tutti i club che rientravano nella top20 e 30 di un decennio fa, tranne noi. L’ambito nazionale la dice lunga sulla favola dei ‘petrodollari’. Il calcio ha fatto BOOM e noi siamo rimasti fermi: ci vuole dell’abilità per fare un simile disastro. E questi dati valgono più di quelli sportivi nell’analizzare il decennio passato, a mio avviso, nel dare la prospettiva corretta: un DISASTRO TOTALE. Il tutto sottolineato dal fatto che fino al 2013-14 pur rimestando abbastanza il brodo e investendo poco e nulla, il Milan era rimasto attaccato alla top10 con un aumento modesto ma stabile di ricavi, attestatisi nel 2013-14 appunto sui 260 milioni. Ma la lungimiranza nella distuzione alla fine ha pagato: venduti Ibra e Thiago, rimpiazzati da un gruppone di mediocri che alla lunga sono costati ben di più, e abbandonata la Champions League si è scivolati fra il Lione e lo Zenit San Pietroburgo. Questo il nostro livello economico oggi.

Ho aspramente criticato la gestione ‘cinese’ dopo che questa si è rivelata totalmente incompetente in ogni settore rischiando di farci dare il colpo di grazia dall’UEFA. Dei cartonati erano, dei cartonati sono, non importa quante interviste-verità rilascino. Tuttavia mi piacerebbe sentire un po’ più spesso parlare di quanto sopra, del vero disastro, del vero motivo per cui siamo a dibatterci per un quarto posto (o prima per un sesto). A volte viene il dubbio che il passaggio dei cartonati servisse anche per attribuire loro un po’ di colpe sgravandole ad altri, tipo quella del ‘non poter fare mercato’ a causa della campagna acquisti del 2017. In realtà noi non possiamo competere sul mercato per certi profili perchè per un decennio la dirigenza si è seduta, per usare una metafora gradita, sul pozzo di petrolio senza spendere due lire per costruire una pompa.

E arriviamo a Gazidis, un uomo che pare intelligente. Prima arriva il suo curriculum, poi lo stipendio, poi lui. Impareremo a conoscerlo con piacere, al momento ha una reputazione molto più impressionante delle sue prime parole. Si è studiato discorso, momenti e pose, ma per sua sfortuna ne abbiamo sentiti troppi in questi anni e restare colpiti dalle parole è ormai difficile per un milanista.
Se è sveglio e abile come pare farà tutto l’opposto di Fassone a livello tecnico e comunicativo, e di Galliani a livello gestionale (e comunicativo, ma credo sia superfluo aggiungerlo). Il ‘comando totale’ dell’amministrazione, tecnico e operativo va lasciato a un’epoca remota; occorrono competenze e responsabilità in tutti i settori non l’ennesimo Fuhrer della minchia che dopo un po’ non sa più distinguere fra le varie sfere di interessi. Ma di pericoli in tal senso ne vedo pochi.
Non credo che il sudafricano possegga la bacchetta magica, ma forse non servirà. Il Milan può ancora utilizzare le leve che avrebbe dovuto usare anni fa, servirà un po’ più di forza per muoverle e di pazienza per vederle fruttare. Siamo ancora tanti, abbiamo ancora una legacy, anche in campo qualcosa si muove. Specie in ambito nazionale Gazidis si guardi da pericolose commistioni e si prepari alla guerra. Del cinese dell’Inter meglio non fidarsi: giovane, spregiudicato, lontano come modo di fare e di pensare dall’Europa, ma pare molto attivo. Biosgna fare attenzione. Sugli Agnelli ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, ma per l’intanto si consideri che la juventus sguazza nel monopolio e al di là delle dichiarazioni di facciata non ha alcun interesse a riaprire la competizione in ambito nazionale. Il monopolio impigrisce.
Considerato che il 40% e forse più dei ricavi derivano da introiti televisivi è ovvio che a qualche tavolo con questi qua bisognerà sedersi, ma attenzione. In questo bisognerà vedere la differenza di standing del Gazidis: meno campanilismo e foto sul cellulare del gol di Muntari, più fatti. Non competiamo con i nostri rivali storici ormai da un decennio, li abbiamo visti alternarsi nel dominio approfittando solo del ‘passaggio di consegne’ per un ultimo successo.
La differenza alla fine la faranno le idee, e Gazidis pare averne. Prepariamoci a tante chiacchere, da affrontare con serenità, e incrociamo le dita: l’uomo giusto al posto giusto può segnare davvero il restart che ci serve per tornare dove il fato e i dirigenti incapaci ci hanno abbandonato.

Larry

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.