Liberi dalle catene (?)

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In un calcio ormai farlocco e sintetico, che si sublima in gesti mediatici come la ‘Dybala mask’ di CR7, in show insulsi e altamente scriptati, in polemiche e manfrine bizantine e artificiose, mi piace trovare quell’1% di umano che sopravvive. Quando si trova bisogna mettere da parte un secondo i soliti discorsi. Del numero di tiri che Calhanoglu ha effettuato prima di trovare il siluro che ha perforato Berisha poco mi interessa. Guardate la gioia con cui si libera del peso, e averlo avuto significa essersi reso conto della responsabilità, non come qualche vacuo imbecille nel recente passato; anche i suoi compagni sentono il momento. Poi c’è quell’istantanea con Gattuso che dice tutto. Parliamo di numeri finchè vogliamo, di tattica pure, e sia chiaro non abbiamo mica vinto nulla. Ma ci sono momenti dove bisogna fermarsi e compiacersi un attimo. Stiamo marcando la differenza rispetto alla concorrenza anche con questi elementi: unità, positività, valori. Parliamo spesso di quanto conti non solo la vittoria ma anche il come; e mi spiace quando tanti, fra cui anche uno che sicuramente ci vuol bene come Sacchi, si soffermano solo sugli aspetti tattici. C’è un come che va oltre e che, forse, conta quanto se non di più.

Però niente Osanna a Gattuso per favore. Già la stampa, che lo dava esonerato per Donadoni innalzato da Montolivo, che lo dava per spacciato al primo pareggio, che lo istruiva su come e quando schierare Paquetà, si sta sbizzarrendo. Rino piace nel mondo del calcio, piace a chi lo conosce, e non gliene farei un torto; se uno è una brava persona che si è fatta sempre rispettare e ben volere non può essere una colpa. Ma da qualche settimana anche l’opinionista medio è in sollucchero. Certo, meglio che sparare ogni giorno un nome nuovo in panchina. Ma a Cesare bisogna dare quello che è di Cesare, non tutto l’Impero, prima che scappi qualche pugnalata. Finora Gattuso è stato l’uomo giusto al momento giusto e abbiamo visto con Sarri (ora degradato ingiustamente al rango di guru della pizza e del mandolino) quanto questo faccia la differenza; ha costruito un gruppo partendo dalle basi, messo in campo una squadra solida e difficile da affrontare e sta ottenendo risultati. L’ho considerato solo un traghettatore per un anno e mezzo e mi devo ricredere. Tuttavia sono i giocatori i veri protagonisti.

Romagnoli sta emergendo come leader a 360°. Fuori dal campo, e qui ci dobbiamo fidare di un certo Maldini che lo identifica come esemplare a un’età a cui lui stesso non lo era; in campo perché è evidente che il suo rendimento dopo qualche anno di alti e qualche basso e lontano dall’ombra di presunti leader col mal de panza (Bonucci) si è consolidato a un livello alto e tende all’altissimo. Alessio Romagnoli è l’unico difensore d’Europa insieme a Virgil Van Dijk a non aver mai subito un dribbling in questa stagione. Punto. Accanto a lui è normale osservare la crescita di Musacchio, abbastanza disastroso negli esperimenti ‘a 3’ di Montella l’anno scorso e poi panchinato; ma né lui né lo staff hanno mollato e ora raccolgono i frutti. “Musacchio mi ha emozionato, non è contento perché gioca poco ma è un leader. E’ uno vero, che parla faccia a faccia e gli auguro il meglio, sono questi gli atleti e gli uomini che piacciono a me”, così dichiarava Gattuso dopo un quarto d’ora vibrante giocato dall’argentino da terzino contro il Chievo nel marzo 2018. Immagino le risate che ci siamo fatti all’epoca, eppure. La coerenza è il valore più grande riacquisito da questo Milan.
In mezzo si sta tranquilli grazie a Bakayoko. Il francese è uno degli interditori più forti al mondo, per riprendere la definizione perfetta data da Emanuele Mongiardo de l’Ultimouomo (a volte tornano sui loro livelli nonostante la skyizzazione…): “è un mismatch che cammina”. Chi lo ha visto almeno una volta dal vivo può aver presente la sensazione. A Bergamo contro la squadra più asfissiante e pressante del torneo ha giocato un primo tempo a bassi giri ma comunque spiegando al Papu che de chi se pasa no; ciaone, vai in fascia, vai dove vuoi ma non in mezzo. Nel secondo tempo ha messo a cuccia la controparte atalantina, Freuler, oltre a passeggiare in testa a De Roon ristabilendo la Zona di Alienazione di fronte all’area milanista. Ci potrebbe anche stare dargli un po’ di respiro, ma il Baka è talmente dominante contro le medio-piccole che sembra quasi di fare un regalo agli avversari. Kessie gli gira intorno, lo supporta, e dopo un periodo di adattamento sembra aver ritrovato i suoi spazi; se si riuscisse a farlo correre meno la fase offensiva potrebbe giovarne. Il game-changer è comunque Paquetà, l’uomo che mancava. Prima del suo arrivo scrissi: rischioso, perché a noi serve una mezzala pronta, fatta e finita; difficile per un giovane che cala dal Brasile in gennaio con quel prezzo attaccato. E invece eccolo qua, pronto per il calcio europeo persino nella declinazione molto difensivista di Gattuso. D’altronde anche in Brasile, confrontando i numeri, Lucas era portato al contrasto (i numeri sono rimasti uguali) ma qui dimostra proprio quel grado di applicazione che serve a tutto l’impianto di gioco andando a chiudere in modo importante fin dentro l’area. In manovra il coinvolgimento è ancora medio, sono circa 30 i palloni distribuiti, pochi i tiri, i passaggi chiave, i dribbling. Ma pur non cogliendo l’occhio tante volte il ragazzo ha il talento per fare la differenza nei momenti giusti; qua si va oltre i numeri certamente, e proprio nei numeri fra qualche mese si troverà riscontro, perché Paque ha margini di crescita clamorosi e crescerà.

Se non sei del Milan ti fa malissimo, ma ti devi complimentare. Così li vogliamo i centravanti

E veniamo a Kristo. Lui è il centravanti dei sogni, anzi è un monumento ai sogni. Si fa in fretta a mollare gli ormeggi e partire per crociere di miele con questo qua davanti. Parla con l’umiltà di Sheva, e ne condivide un fisico d’acciaio, non strabordante nei numeri ma nell’utilizzo; meno fondista, probabilmente più potente, il polacco come l’ucraino non dà l’idea di essere fatto dello stesso materiale dei difensori. Si scaglia in area con le movenze predatorie di un Batistuta robotico. A Bergamo è entrato nel cuore anche dei più cauti con un gol devastante; e per questo si può iniziare a parlare di fuoriclasse ragazzi, perché il gol lo fa il gesto, il contesto, ma l’arte del timing…quella solo i campioni ce l’hanno. Lo minacciano promettendogli ‘calcetti’ e lui li spazza via. Ad oggi può far tutto e di conseguenza anche il Milan; con un centravanti da one shot one kill la Champions la poteva sognare appunto anche l’Atalanta. Ora i suoi compagni e Gattuso devono lavorare per costruire un contorno non tanto di supporto quanto capace di sfruttare l’enorme volano di entusiasmo che Piatek sta portando. Giocare con un attaccante che esalta la folla è il massimo della vita. Giocare con un attaccante che cattura le attenzioni dei due centrali e del portiere avversario, che si muovono poco e circospetti, quando non col pannolone, è diverso che giocare con i Kalinic o Higuain del caso. Aumentano spazi, cambiano le situazioni; hai voglia ad “attendere schierato il Milan, che tanto…”. Un lusso che non si può più permettere quasi nessuno.
Sulla ‘staffetta’ Piatek-Cutrone mi fido. Tornando a monte, il tanto vituperato Calha che doveva lasciare il posto pure a Borini a momenti (parole mie, sia chiaro) ha ribaltato il primo match decisivo dell’anno con un rocket-gol, un pallone che senza rete avrebbe fatto due volte il giro del mondo. Altri che dovevano essere ceduti per quattro banane e rimpiazzati con giovani della primavera, o con ex dai presunti meriti (vedi RR-Antonelli, un cadavere che ovviamente a Milano con la sua squadra nemmeno verrà…), sono titolari e stanno facendo la differenza in positivo. Dunque se chi gestisce bene la squadra ritiene che Patrick meriti 20 minuti a partita, e ne abbia bisogno per restare in forma, in tensione, mentalmente attivo, va bene così. Chissà mai che qualche altro momento saliente dell’anno non possa vederci gioire tutti insieme al ‘frustrato’ Pat. Anche se sarebbe bello vederli in campo insieme, se funzionasse…ma questo forse è un sogno esagerato.

Due grandi prove ci aspettano: primo, continuare a crescere in un clima positivo e non nel solito tran tran fatto di emergenze, punti da strappare ad ogni costo, clima da congiura imminente. Se siamo davvero forti l’aver consolidato il quarto posto e dimostrato grande forza deve farci volare, rendendo più leggeri gesti che senza la fiducia riuscivano si ma molto meccanici. Seconda prova, saper affrontare la battuta d’arresto senza problemi. Non con ottimismo, ma con realismo dico che il Milan ad oggi è in buona posizione per la qualificazione Champions, vuoi per calendario suo, vuoi per quello delle altre; non vuol dire che vincerà 14 partite di fila, o che non verrà mai scalzato dal quarto posto. Potrebbe anche succedere. Subiremo qualche stop, inevitabilmente. Ma non si deve perdere d’occhio la realtà: abbiamo agguantato la posizione alla quattordicesima, e riagguantata alla ventesima, pur passando per un mese difficile con svariati problemi in campo e fuori. La posizione è nelle nostre corde, l’obiettivo è pienamente possibile.
Finalmente.

Larry

 

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.