La scintilla

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La settimana scorsa mi auguravo l’accensione di una scintilla che potesse scatenare una reazione e potesse accendere un falò. Quella scintilla che ti può cambiare la stagione, quella scintilla che può darti l’energia e la consapevolezza di percorrere la strada giusta. Se nelle due partite con il Napoli i segnali erano stati positivi ma la deflagrazione non era totalmente avvenuta, riponevo una discreta fiducia nella trasferta di Roma, che il fato ci aveva anche messo lievemente in discesa. Il risultato umiliante del Franchi, in Coppa Italia, aveva lasciato scorie a Trigoria e il pubblico giallorosso non è così incline al perdono, pertanto i segnali erano più che positivi. A quel punto la pira era pronta, si doveva solo attendere la scintilla per scatenare il fuoco.

Purtroppo, come spesso capita a questa squadra, l’esame di maturità è stato fallito. Troppo timore di spiccare il volo, troppa paura di rimanere scottati dal fuoco sacro del successo. A volte bisogna osare per ottenere dei risultati, la partita d’andata ci avrebbe dovuto insegnare questo. Un pareggio trasformato in vittoria grazie alla volontà di rischiare Cutrone in campo negli ultimi minuti, in coppia con l’ex centravanti. Si è osato e si è stati premiati. La partita è stata preparata male e gestita peggio. Io non voglio la testa di Gattuso, sono un suo estimatore come uomo, ma conosco molto bene il suo modo di interpretare il calcio, come allenatore. A volte cambiare aiuta a crescere, aiuta a capire se la strada percorsa è quella giusta oppure no. Il cambiamento aiuta sempre. Questa è una massima che Rino non vuole fare sua. Preferisce picchiare la testa (dura), continuando sui suoi concetti anche quando si dovrebbe fare e dare di più. La Roma era ferita ed era agonizzante, lo stesso Di Francesco lo aveva ammesso in conferenza stampa il giorno prima della partita. Proprio lì dimostri la tua capacità di essere meritevole di lottare per posizioni di alta classifica. Devi dare il colpo finale, devi “ammazzare” la partita. Invece, fin dall’inizio, l’atteggiamento è stato più contenitivo che offensivo; e pensare che dalla Curva Sud partivano solo cori contro i propri giocatori e contro la società. Il clima era, per la Roma, molto intimidatorio. Invece, i timidi e gli spaesati eravamo noi. Nonostante il vantaggio. Questo non è accettabile, per me. Non lo accetto dal Milan di Gattuso, che dovrebbe essere la sua immagine, quella battagliera, grintosa e cattiva che tutti conosciamo. Quando questa dannata asticella si alza, questa squadra, e Rino con lei, puntualmente non riesce a saltare. Pare che l’unica soluzione per vedere una squadra “cattiva” sia quella di avere l’acqua alla gola. Solo quando si sta per affondare, escono le prestazioni. Altrimenti, da favoriti, non si riesce a combinare nulla. Si aspetta sempre quel qualcosa, che se non lo si stimola, ovviamente non succede.

NON PUOI VINCERE LE PARTITE SE NON LE GIOCHI

Premetto che la mia interpretazione del calcio è lontana anni luce da quella di Gattuso e dal 433 attuale. Non solo il suo ma anche quello di molti suoi colleghi. Però non mi scaglio contro Rino, semplicemente perchè è l’unico allenatore che possiamo permetterci e che ci possa far sperare di arrivare in Champions League in questa stagione. Poche balle, in questa situazione chiunque sarebbe imploso, non dimentichiamoci l’estate scorsa, non dimentichiamoci il Natale che è appena trascorso. Febbri, trattative, tweet e tutto il resto. Lui ha il merito di aver tenuto in piedi la baracca, di aver forgiato un gruppo (che ormai ha preso tutti i suoi umori) e di rimanere sempre con la testa concentrata sul campo. La partita di domenica è figlia del suo modo di interpretare le partite. Purtroppo se alcuni interpreti come Suso e Calhanoglu sono impresentabili, lui non ha il coraggio di cambiare. Eppure basterebbe poco, nessuno chiede il calcio champagne ma quanto meno un tentativo di offendere l’avversario (non a male parole) che possa far sperare in una scintilla. Domenica scorsa, Olsen ha fatto lo spettatore per tutta la partita. Prima sul tiro di Piatek finito in rete, poi si è svegliato al minuto 86, sul tiro ravvicinato di Laxalt. Per il resto abbiamo vivacchiato, in attesa di una calo della Roma per provare a mettere la testa di fuori. Questo non è un atteggiamento che fa crescere. Almeno secondo me.

Quando intendo cambiare, intendo che si può anche mantenere il modulo attuale ma utilizzando interpreti diversi. Per esempio cambiando questa maledetta, odiosa, inutile volontà di giocare con gli esterni a piedi invertiti. Che il dio del calcio fulmini chi l’ha pensata. La morte per l’attaccante centrale e la fine delle fasce laterali. Prendiamo il mese di gennaio fino alla partita contro la Roma. Escludendo la patita di Jeddah, che non ho voglia di commentare, abbiamo giocato 5 partite. Tre di campionato e due di Coppa Italia. Abbiamo fatto 7 gol. Come sono venuti questi gol? A Genova contro la Samp, doppietta di Cutrone con cross dalla destra, di destro di Conti e lancio in verticale in profondità di Calhanoglu sempre per il numero 63. Contro il Genoa cross dalla destra, di destro di Conti per Borini e lancio in verticale in profondità per Suso. Contro il Napoli in Coppa Italia sempre lancio in profondità di Laxalt dalla sinistra, di sinistro che mette in porta Piatek e assist di Paquetà di sinistro dalla sinistra per il polacco che poi si inventa il 2-0. A Roma ancora il duetto Paquetà-Piatek con assist di sinistro del brasiliano, sull’anticipo del polacco ai difensori. Cross verso l’esterno. Quelli bravi dicono, 3 indizi fanno una prova, qui ce ne sono 7 di indizi. Questo intendo per cambiare, provare anche a smetterla con i “ghirigori” come li definisce Gattuso, alla quale la squadra si deve abituare. Eh no Rino, io non mi adeguo agli umori di Suso o Calhanoglu o Castillejo. Io devo mettere in porta i miei attaccanti, dandogli la miglior assistenza possibile. Chiedete ad una punta centrale se ama un cross dalla sinistra ad uscire verso il dischetto o se ama un lancio in profondità rispetto a dover ogni volta spizzare la palla che rientra verso il portiere. Quando giocavo a calcio, il nostro allenatore ci faceva fare 100 cross ogni allenamento, tutti dovevano arrivare sul dischetto per la punta. Il sinistro dalla sinistra, il destro dalla destra. Troppi anni fa? Può essere, ma il calcio è più semplice di quello che si vuole far credere.

Sempre qualche settimana fa, avevo esposto la mia idea su Elliott e su tutto ciò che gira intorno. Non sto ad ammorbarvi con altre “teorie” ma bisogna prendere atto che il disinteresse totale delle situazioni di campo non dovrebbero lasciarci così tranquilli. A Roma, al netto della prestazione non esaltante, c’è stato ancora una volta un arbitraggio terrificante. La mancata espulsione di Pellegrini è una scelta arbitrale precisa. Sul rigore si può sbagliare, anche al VAR si può non essere così convinti ma l’espulsione è palesemente un segnale. Qui si fa come vogliamo noi. Punto. Se fischi il fallo, se vedi la trattenuta, se prendi in mano il cartellino ma poi non fai nulla, c’è premeditazione. Questa è la parte più grave del gesto. Anzi forse la parte più grave è nel dopo partita, dove come dei bravi scolaretti non si è nemmeno alzato la mano per prendere la parola. Questo sistema in Italia non funziona e non funzionerà mai, a meno che, del rispetto sul campo e del fantomatico quarto posto, poco importi ai nostri proprietari.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.