La macchina del tempo

4660

Come se fossimo rinchiusi all’interno di una macchina del tempo, continuiamo a rivivere lo stesso incubo anno dopo anno. Nonostante ci siano, a tratti, dei segnali di miglioramento e/o di risveglio, subito dopo si ricade in un loop di negatività e passività che trascina questa squadra verso la mediocrità. L’assuefazione media alla mediocrità è il male peggiore e più difficile da estirpare all’interno di questa squadra. La mancanza di mentalità vincente ci sta lentamente logorando, portando l’umore di tutti i tifosi ad essere pessimo e disfattista. Ma, a volte, il tifoso ci azzecca. Ci vede più lungo. Come quando sosteneva che il Giannino stava distruggendo tutto. Sono anni che si riparte da zero, quest’anno sono state messe altre pietre nella costruzione ma è evidente che il processo sarà molto più lungo del previsto. Se dopo la partenza di B&G, mi sono sempre preso almeno cinque sessioni di mercato per sistemare tutto lo scempio creato in precedenza, oggi penso che il processo sarà ancora più lungo (ahimè) e dovrà toccare veramente a fondo ogni angolo della società, dello spogliatoio e del campo.

Domenica si sono viste le due facce di questa squadra. La prima, quella bella, che prova a fare la partita, che approccia bene il match e che sviluppa delle trame di gioco interessanti. La seconda, quella brutta, che si adagia su quello fatto in precedenza, che si intimorisce appena sente scricchiolare qualche certezza e che non è in grado di azzannare l’avversario alle corde. La prestazione contro l’Atalanta ha portato alcune novità importanti che non possono passare in secondo piano. Esempio i tanto criticati (da me in primis) Suso e Bonaventura che quando sono in giornata possono essere decisivi positivamente. Inserimenti e verticalizzazioni che fanno molto male agli avversari. Il fatto che facciano bene per me è un piacere. Non godo nelle loro prestazioni negative e non ho necessità di svalutarli quando fanno ciò che la squadra si aspetta da loro. Allo stesso modo mi prendo alcune righe per affrontare un tema “caldo” che deve essere analizzato. Calhanoglu. Il turco è in condizioni psico-fisiche inappropriate e sta decisamente rendendo sotto le sue possibilità. Il fatto che faccia la fascia avanti e indietro non è più una giustificazione. Troppo timido e remissivo, si avvicina molto al Calhanoglu di Montella. Quello che non stava in piedi e pascolava sulla fascia sinistra. Urge un cambio di passo. Velocemente.

Due cambi offensivi e tutto è cambiato

La parte più preoccupante del pareggio contro i bergamaschi è la mentalità. Questo è un punto focale, sul quale si possono aprire dibattiti e accuse, ma sta di fatto che la testa di questa squadra non gira sempre come dovrebbe. I “black-out” dei quali parla Gattuso non sono più giustificabili con scarsa esperienza o altro. La testa di questa squadra si accende e si spegne con una frequenza preoccupante. La mentalità vincente, che non si costruisce in due giorni, va detto, è latitante tanto da non far chiudere delle partite come quella di domenica, nella quale, la grande squadra, appena sente odore di sangue di azzanna e ti finisce. L’Atalanta non può essere definita una “grande” ma ha mentalità vincente. Crede nei propri mezzi e ha avuto l’intelligenza di rimanere aggrappata alla partita. Colpa nostra in primis, ma loro non hanno mai sbroccato. Tipo il Milan a Napoli, giusto per fare un esempio veloce e concreto. Sono rimasti lì, con la testa sulla partita. Questo punto, a mio modo di vedere, fa la differenza tra un’annata positiva e una negativa. Non credo sia tutta colpa di Gattuso, credo che la mancanza di veri e propri leader (Higuain a parte) pesi ancor di più. Però su questo Rino deve lavorare, non può e non deve minare le piccole e poche certezze che questa squadra ha acquisito. I cambi diventano decisivi e le indicazioni alla squadra sono fondamentali. Un allenatore che non ho mai apprezzato particolarmente, Alberto Zaccheroni, un giorno disse una cosa importante riguardo alla mentalità. Quando era sulla panchina del Milan, in un’intervista a fine partita nella quale gli venne chiesto il perchè di una mancata sostituzione, disse che “…non volevo inserire un difensore per dare un messaggio negativo alla squadra…”. Credo che questa frase racchiuda molto del segreto di “entrare nella testa” dei giocatori. Qui Rino deve prendere coraggio e “parlare” ai propri giocatori anche con i cambi. Il messaggio che deve arrivare, deve essere necessariamente diverso da quello attuale. Non siamo scarsi e non dobbiamo avere paura. Osiamo. Lo scrissi anche dopo la partita contro la Roma, Rino deve osare. Ci deve provare, meglio pareggiare con l’Atalanta lasciando Bonaventura in campo e rischiare qualcosa, che mangiarsi le mani per un pareggio in recupero, perchè ci siamo portati il nemico in area di rigore.

A questo punto va fatta una scelta, ma deve essere chiara e decisa. Che venga data una mentalità a questa squadra è fondamentale, non si può vivere nella terra di mezzo. Non si può fare la grande squadra ma avere paura, non si può avere paura e ostentare sicurezza con un giro palla pericoloso. O uno o l’altro, solo così si raddrizza la baracca. Giocare in contropiede e in maniera sparagnina non è un problema ma non va nascosto con un possesso palla nella nostra area di rigore. Giocare da piccola può essere una soluzione ma si deve ragionare da piccola, pertanto sudore e fatica per 100 minuti. Giocare da grande può essere una soluzione ma non si deve ragionare da piccola, pertanto una volta in vantaggio ti schiaccio per chiudere il match. Di due, una. L’ibrido non porta da nessuna parte. Anzi, ci porta ancora all’interno della macchina del tempo citata all’inizio nel quale tra qualche anno saremo ancora qui a maledire B&G e i cinesi ma la posizione in classifica sarà sempre la stessa.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.