La Coppa Italia l’abbiamo vinta noi

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Il titolo è volutamente provocatorio ma anche estremamente reale. Sì, la Coppa Italia l’abbiamo vinta noi. Noi tifosi. Quei trentamila (e oltre) che erano presenti all’Olimpico di Roma a cantare e incitare il Milan. L’hanno vinta tutti coloro che l’hanno vista in tv, torcendosi le budella per la tensione. L’hanno vinta coloro che in ogni parte del Mondo ci hanno creduto e ci hanno sperato, collegandosi ad orari infernali per dare un supporto alla squadra. L’ha vinta chi l’ha vista su un tablet di ritorno verso casa dopo un aperitivo a base di spritz e risate. L’ha vinta chi era in un lettino di ospedale e chiedeva informazioni al telefono. L’ha vinta chi è andato in diretta su Radio Rossonera in una serata dall’umore nefasto. Per tutto questo, noi l’abbiamo vinta. Di nuovo. Abbiamo dimostrato alla società e a questa squadra che quando c’è da impegnarsi, in prima linea, noi tifosi ci mettiamo tutto. Sempre. Noi. Le finali sappiamo come giocarle. Abbiamo sposato un progetto con entusiasmo, con voglia e con passione. L’abbiamo sposato a suon di “cose formali” senza se e senza ma. L’abbiamo subito dimostrato il 3 agosto 2017, quando in oltre 65.000 (sessantacinquemila) abbiamo affrontato il caldo e la canicola milanese per assistere ad una partita praticamente inutile. L’abbiamo dimostrato durante tutta la stagione quando gli abbonamenti si sono duplicati e alle partite in casa si è viaggiato a suon di 45.000 spettatori.

Il credito accumulato è stato eroso in poco più di dodici mesi. Mi dispiace scrivere queste cose ma la passione e l’attaccamento a questi colori non può prescindere dalla valutazione di una caduta di credibilità che nel corso dei mesi si è ampiamente manifestata. Perchè i sacrifici nostri non sono minimamente tenuti in considerazione da questi ragazzotti? Perchè la società non riesce ad imporre una linea guida decisa, diretta e precisa a questa “ciurma”? Troppe volte quest’anno abbiamo sentito pronunciare dalla società la parola “vergogna”, troppe. Ma da quella vergogna sono nati solo dei brodini caldi buoni per curare un raffreddore, ma noi abbiamo una malattia ben più grave. L’assuefazione alla mediocrità. Va estirpata il prima possibile e in maniera radicale. In questi giorni mi sono confrontato molto con tutti gli altri redattori e ho potuto ascoltare ed analizzare tanti punti di vista. Tutti giusti, tutti lucidi e, soprattutto, tutti dettati dall’amore per questi colori. La mia conclusione è semplice. Il progetto intrapreso è solo all’inizio, ma partire subito con la scalata del Mortirolo ti logora energie e forza fin dall’inizio, il rischio di “piantarsi” è altissimo.

Probabilmente l’attuale amministratore delegato ha problemi ed emergenze ben più delicate da affrontare ma è necessario un cambio di rotta. Forte, diretto e deciso. Questa squadra non ha storia vincente. Anzi, nasce dalla mediocrità. A questa caratteristica, alla quale ci si è assuefatti (non noi tifosi), sono stati aggiunti dei mattoncini importanti ma che non hanno la minima idea di cosa significhi indossare questa maglia. Non può essere da solo un allenatore a provare a trasmettere il DNA vincente. La società deve essere presente fino allo sfinimento. I giocatori devono sentire la pressione, devono capire che la sconfitta non è un’opzione contemplata. Devono percepire che non è tollerato il minimo passo indietro verso un obiettivo. Devono vivere la pressione per un allenamento fatto male o per una partita interpretata con sufficienza. In questo, il direttore sportivo ha responsabilità molto più grandi dell’AD. Doveva e deve vegliare costantemente sui suoi diretti sottoposti. Allenatore, giocatori e staff. Per ripartire, oggi, al posto delle “cose formali” serve che la vergogna tanto nominata venga provata veramente e vi si ponga rimedio. Quello visto a Roma è inaccettabile. Basta con partite da giocare “come finali”, quando le finali le giochiamo con la paura di farci male. Basta.

Torniamo al credito e al rispetto che meritiamo come tifosi. Come ho scritto per mesi, la mia gratitudine nei confronti di coloro che hanno allontanato il regime culinario precedente sarà infinita. Però desidero avere spiegazioni, desidero capire perchè il rilancio tanto atteso è ancora in fase di decollo e perchè oltre alla “vergogna” proposta davanti ai media non ci sono interventi decisi. I casi qui sono due, ahimè. O questa squadra è composta da un branco di smidollati dediti al cazzeggio che appena si allenta la presa cominciano lo svacco. Oppure la forza e il potere di questa dirigenza non sono sufficienti a far capire gli obblighi che hanno i propri tesserati e non riescono a far serrare i ranghi e tenere la barra a dritta. Non è possibile che, nel corso di questa stagione, ci siano stati diversi episodi apostrofati con la “vergogna” ma che non hanno mai portato ad un reale, costante, serio, deciso cambio di rotta. Dove sta il problema?

Io mi sono dato delle risposte. La prima che mi viene in mente è che questo spogliatoio (tranne nei casi di Bonucci e Biglia) non conosce la cultura della vittoria, men che meno la storia del Milan. Non sa proprio cosa sia. Per questi ragazzi “vincere” è fare 3 mesi all’anno decentemente e poi chiudere la stagione il prima possibile. L’assuefazione alla mediocrità è a livelli fuori dalla soglia della normalità. La seconda che mi viene in mente è che la sola idea di “non poter far peggio dei precedenti agli occhi dei tifosi”, abbia portato la dirigenza a non tenere conto di evidenti problemi che sono stati sottovalutati e hanno portato ad un vuoto di potere che i giocatori hanno percepito subito dedicandosi al culto dell’ozio.
La terza è che abbiamo accumulato un divario con il calcio “che conta” (conta sia in campo che fuori dal campo che in termini di fatturato) mastodontico. Questa stagione, l’anno zero, ha portato in dono 9 gol dai bianconeri in tre partite e 5 gol con l’Arsenal in due partite. Ne abbiamo segnati 2, uno con un tiro da Camden Town di Calhanoglu e l’altro sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Le prestazioni non bastano (se rimangono fini a se stesse e sporadiche), appena si è andati sotto (tranne a Torino) abbiamo imbarcato acqua senza fine. Il gesto più avvilente che ho visto mercoledì a Roma è stato dopo il 4-0, quando Khedira in mezzo all’area di rigore, al posto di esultare con i compagni abbraccia Ricardo Rodriguez e gli dà un buffetto di consolazione. Siamo ridotti ad una piccola comparsa alle feste altrui. L’amico scemo da invitare per poterlo spennare a poker. Questo perchè abbiamo perso ogni cromosoma di Milan, non facciamo paura ma abbiamo paura. Quando le cose vanno male, riusciamo a non reagire e inoltre continuiamo a prendere schiaffi. Mercoledì sera siamo usciti dal campo con 6 falli fatti…

Io sono il più grande critico e detrattore di Donnarumma. Dissi a giugno che per me aveva finito di essere Gigio e diventava ufficialmente Donnarumma. Non mi piace lui, non mi piace la sua famiglia e men che meno il suo procuratore. Detto questo, non facciamo l’errore di racchiudere la sconfitta di Coppa Italia ai soli errori del portiere. Madornali, sì. Inaccettabili, sì. Ma la differenza tra le due squadre in campo era disarmante. Khedira che giocava di fianco a Mandzukic in inserimento mentre Locatelli giocava a nascondino dietro a Pjanic. Personalità. Testa. Mentalità. Poi quando prendi 10 tiri in porta a partita, l’errore salta fuori. È matematica.

Personalità. Eh sì, proprio quella che questa squadra non ha. L’unica grande critica che mi sento di fare a Gattuso è che se la reazione ad un “per noi è la finale di coppa del Mondo” è quella di vedere le gambe di questi ragazzi piombate dal terrore, forse anche qui c’è moltissimo da lavorare. Non è tutto da buttare ma quello che i tifosi pretendono è chiarezza nel progetto tecnico. La stagione nuova deve essere impostata con le idee chiare, senza ansia, senza stravolgimenti epocali. Partiamo dai punti fermi che verranno individuati e si lavori per integrare al meglio questa rosa. Idee chiare. Il margine d’errore si è assottigliato, si porti avanti un progetto tecnico definito. Dallo schema agli uomini, dall’allenatore agli obiettivi. Zero proclami e tanto lavoro.

Chiudo con questo pensiero che arriva dalla strada. Dall’animo dei tifosi. Dal polso del popolo rossonero.
Cosa racconterà il papà al piccolo Pietro (6 anni) che faceva la fila ai tornelli dell’Olimpico con me, Axel e Larry sotto il diluvio e il freddo di Roma? Un bambino che tifa Milan, lo mostra con orgoglio, lo dice con passione. Con il sorriso ci guarda e con la genuinità che solo un bambino può avere ci dice: “Io sono del Milan e voi?”. Si merita di aver vissuto una sensazione così difficile da dimenticare? Questo bambino è solo uno dei tanti che erano presenti allo stadio e davanti alla tv. Una generazione di tifosi che si stanno abituando alla mediocrità ormai da troppo tempo. Stanno vivendo nella sconfitta questa loro infanzia rossonera. Queste nuove leve di tifosi che vivono dei ricordi riportati dai “più grandi”, hanno bisogno di essere nutriti di idoli, vittorie e storie da raccontare. Noi ci siamo fatti la corazza e possiamo portare il Milanismo “porta a porta” ma per quanto dovremo farlo da soli? La mentalità vincente si acquisisce vincendo e non postando sui social.

FORZA MILAN

Johnson

P.s. Non sono incazzato, sono frastornato

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.