Il rossonero Bakayoko

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Nascere nei primi anni novanta in Francia ha significato, per migliaia di bambini, cominciare a prendere confidenza con il calcio grazie ad una nazionale multietnica che nel 1998 sarebbe poi stata la nazionale Campione del Mondo, per la prima volta nella sua storia. Nel mese di agosto del 1994, il giorno diciassette, nasce a Parigi, dalla famiglia ivoriana Bakayoko trapiantata in Francia per lavoro, un bambino di nome Tiémoué. Il piccolo  Tiémoué Bakayoko cresce nel quartiere di Barbes nel XIV° arrodinssement parigino, un quartiere prevalentemente popolato da famiglie africane e nel quale i suoi genitori cercano qualsiasi tipo di impiego per portare a casa il denaro sufficiente a vivere in Francia ma anche per poter spedire dei soldi al resto della famiglia in Costa d’Avorio. Il numero quattordici (come oggi) sarà il suo numero per sempre, in onore alle sue origini. In questo contesto l’istruzione del piccolo Tiémoué non è la priorità, anzi trascorre molte ore nei cortili a giocare a calcio con gli amici. L’ossessione per questo sport diventa totale quando quella nazionale Campione del Mondo mette in vetrina giocatori che segnano per sempre la crescita di Bakayoko. “…Sono stato sempre ispirato dai giocatori di colore di quella squadra. Amavo i grandi difensori e i centrocampisti di rottura. Impazzivo per Thuram, Vieira e Desailly…” dichiara sull’argomento in età adulta, dimostrando grande rispetto e gratitudine a giocatori che onorarono la maglia francese ma che avevano origini africane molto radicate.
I genitori del bambino capiscono che la passione per lo sport, unito ad un naturale talento, possono rappresentare una svolta alla loro vita in Francia. Decidono di iscriverlo all’età di cinque anni all’accademia calcio Paris 15, in modo che si possa valutare il suo reale valore. In quattro anni all’accademia dimostra di essere molto al di sopra della media e sorprende per le sue qualità. Comincia così una breve scalata tra le accademie migliori fino al Montrogue FC 92 dove dovrà affrontare il suo primo, grande momento di difficoltà sportiva. Ha solo 10 anni.

Durante una sfida con i pari età si infortuna gravemente. Il responso medico non lascia scampo, frattura dell’omero distale. Quello che già risultava essere un stop complicato, diventa un vero e proprio calvario. Non riesce a recuperare e i tempi continuano ad allungarsi. Bakayoko rimane fermo per oltre tre anni. Il ragazzo ricorda quei momenti: “…è stato un periodo di intense sofferenze per me e la mia famiglia. La mia carriera sembrava appena iniziata e già finita…”. Inutile dire che il carattere di Bakayoko si forma anche in questa difficoltà. Dopo uno stop così lungo nessuna squadra è convinta di dargli spazio, anche i suoi vecchi club non sono convinti sul suo recupero, fisico e psicologico. La famiglia prova anche la carta dell’Accademia di Clairefontaine. In passato da qui sono usciti molti talenti come Henry e Gallas. Più recentemente il talento indiscusso di Mbappè, che giocherà insieme a Bakayoko al Monaco. L’accademia permette di allenarsi e formarsi in un ambiente unico e altamente controllato. Non si è ancora del tutto professionisti ma ci si avvicina molto. Qui Bakayoko, dopo un provino, viene rifiutato per problemi caratteriali. Il giovane Tiémoué risulta essere problematico, i problemi fisici non sono insormontabili ma il suo carattere dà dei segnali che non piacciono. A questo punto l’unica carta che si presenta nel mazzo, abbastanza scarno, della famiglia Bakayoko è di colore rossonero. Si tratta del Rennes. I Bretoni sono gli unici che intravedono delle possibilità per il ragazzo e decidono di puntare su di lui. Nel frattempo il suo fisico si sviluppa in maniera imponente, è molto alto per i ragazzini della sua età e la sua presenza fisica fa subito la differenza. Fa tutta la trafila delle giovanili, fino all’esordio con il Rennes 2 (le seconde squadre…) nel 2012/13, dove però si deve fermare per una lesione al menisco. Brucia comunque le tappe e si merita presto la promozione nella rosa della vera prima squadra dei rossoneri in Ligue 1. Ottimo campionato il suo, quello del 2013/14, che lo mette subito in mostra in mezzo al centrocampo rossonero. Il Monaco a fine stagione investe 8 milioni di euro per averlo. Il suo fisico è ormai statuario, è alto 1,90 e pesa 75 chili, la sua presenza “fisica” si fa sentire e sembra ormai pronto a seguire le impronte dei suoi idoli di quando era bambino. In un club tra l’altro che spesso riesce a far sbocciare talenti ancora in erba. Al Monaco, però, i fantasmi caratteriali di Clairefontaine riaffiorano e alla prima giornata di campionato, dopo una prestazione insufficiente, viene sostituito alla mezz’ora del primo tempo dal tecnico portoghese Jardim. Apriti cielo. Il ragazzo vive la sostituzione come un oltraggio e non le manda a dire al suo allenatore. Il rapporto tra i due, appena cominciato, si logora immediatamente. Oltre a questo, anche gli infortuni ricominciano a tormentarlo. Le due cose, insieme, lo accompagnano sempre di più fuori dal giro dei titolari. La concorrenza a centrocampo di Kondogbia e di un certo Mario Pasalic, il suo atteggiamento lassista e la scarsa professionalità in allenamento lo costringono ormai sempre più fuori dai titolari.

L’uomo della rinascita

Quando tutto sembra finito, con la carriera di Bakayoko destinata all’anonimato e ad un semplice ruolo da comprimario, arriva in suo aiuto un altro uomo di quelle nazionali multietniche francesi che segnarono la sua adolescenza, Claude Makelele. Altro centrocampista francese di origini africane, nato in Congo ma subito trapiantato in Francia. Piccolo fisicamente ma di un’intelligenza tattica disarmante. Vice-Campione del Mondo nel 2006 e con una carriera ricca di successi nel Real Madrid e nel Chelsea. L’ex-centrocampista diventa direttore tecnico del Monaco a gennaio del 2016 e prende sotto la sua ala protettrice il ragazzo. Ore e ore di spiegazioni sono solo una parte degli insegnamenti che Makelele offre a Bakayoko. Ogni allenamento piovono insegnamenti e consigli per gestirsi in campo e, sopratutto, fuori. “…Makelele mi ha aiutato molto. Mi ha dato molti consigli e mi ha insegnato ad adattare il mio gioco alla squadra. Mi ha permesso di chiamarlo per un ulteriore aiuto, quando ho bisogno…” queste sono le parole di Tiémoué riguardo il suo rapporto con il piccolo ex-metronomo francese. L’incontro con il nuovo direttore tecnico lo cambia in ogni aspetto. Dieta nuova, rispetto dei compagni, stile di vita più corretto. Decide anche di tornare a vivere in un piccolo appartamento, abbandonando il lusso della villa che aveva acquistato a Montecarlo. Comincia a praticare la boxe e l’unico vezzo che non riesce a togliersi è quella mania di tingersi i capelli con i colori più strani. Un vizio che applica anche alle sue auto. Si narra che la sua Porsche di colore rosa (!?!) abbia cambiato colore più volte, arrivando fino ad un più sobrio nero. Cambiando la sua testa, cambiano anche le sue prestazioni in campo. Nonostante rimanga lento nei primi passi, quando parte in progressione diventa inarrestabile grazie alla sua potenza e alla sua lunga falcata. Molto bravo nel difendere, ha necessità del contatto fisico per mantenere il controllo di palla e ripartire. Spesso si bea un pò troppo delle sue qualità tecniche in zone di campo “pericolose” ma questo difetto lo sta lentamente perdendo. Diventa un centrocampista completo che inizia anche ad assaporare il profumo della Nazionale.

Dopo una rinascita nel Principato, condita anche con un colpo di testa che condanna il City di Guardiola all’eliminazione prematura dalla Champions League, approda proprio in Inghilterra, per 40 milioni, alla corta di Abramovich la stagione scorsa. In panchina c’è Antonio Conte che lo imposta subito al fianco di Kantè. Inizia bene ma poi, lentamente si perde. La squadra e l’allenatore non riescono ad esaltarne le qualità. Fa molta fatica ad adattarsi ad un calcio diverso da quello francese. Come in passato, in un momento di difficoltà i colori rossoneri si ripresentano in suo soccorso. Oggi il Milan, come il Rennes da bambino, gli dà la possibilità di riprendere da dove si è fermato a Londra e dimostrare il suo valore. A Milano, come a Montecarlo con Makelele, troverà un direttore del “peso” di Maldini e un allenatore (centrocampista) come Gattuso che, sicuramente, lo aiuteranno a recuperare il suo stile di gioco. Bakayoko non è un fenomeno “…ma se arriva con la testa giusta e mette a disposizione le sue doti fisiche può aiutare molto il nostro centrocampo”, mi fido delle parole a riguardo del nostro Larry. I suoi chili e la sua prestanza fisica, in un campionato come il nostro, sono doti assolutamente interessanti. Tra i suoi idoli da bambino c’era un certo Marcel Desailly che diede un’energia tutta nuova a quel centrocampo. Ora è il momento di seguire le orme dei suoi idoli e diventare grande. In tutti i sensi.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.