Giù la maschera

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E’ andata come doveva andare, le speranze erano proprio poche e quando ti riduci a lasciare il tuo destino in mano ad altri, non puoi che rimpiangere quello che non hai fatto per essere tu stesso il padrone delle tue sorti. Se poi pensiamo che le nostre sorti erano in mano a due squadre neroazzurre, allora è meglio non stare troppo a piangersi addosso. La stagione è finita come ormai ci si aspettava da diverse settimane, il post-derby con tutti gli strascichi che ha lasciato, ha segnato in maniera indelebile ed inguaribile il cammino verso la Champions League. La sorpresa, almeno per me, è che la qualificazione alla Champions non è mai stata presa in considerazione come panacea dei nostri mali, perchè le sorti di questa società e di questa squadra non si giocano sul campo. La Champions avrebbe solo dato fiato alle casse ma non avrebbe migliorato la nostra situazione sportiva che ha bisogno di programmazione seria.

Ora non ci sono più scuse, dal 27 maggio è cominciata la nuova stagione, c’è tempo per le analisi e tempo per porre rimedio agli scempi che sono stati perpetrati durante questa stagione. Ora Elliott, e il suo braccio armato Gazidis, dovranno rendere conto a tutti i tifosi. Non mi piace l’autocelebrazione ma diversi mesi fa, a dicembre, avevo accolto con grande scetticismo e sarcasmo l’arrivo del nuovo amministratore delegato sudafricano preannunciando un progetto al “risparmio” (qui), anche qui sul blog ci fu una levata di scudi per “difendere” il progetto lungimirante e maestoso dei ricconi americani. Che, ricordo a tutti, non sono nè benefattori, nè uomini di sport ma uomini d’affari. Oggi anche diversi giornalisti o presunti tali, iniziano a dubitare sul progetto, dopo però aver accettato il lungo silenzio di Gazidis su qualsiasi argomento rossonero bollandolo come lavoro sotto traccia. La linea sta per essere tracciata, vediamo l’evoluzione nelle prossime settimane ma se dopo nemmeno un anno il direttore sportivo potrebbe fare le valigie, l’allenatore, di fatto, è stato esautorato il giorno stesso dell’acquisizione, e l’uomo immagine che è stato presentato come “garanzia del progetto” sta pensando di lasciare la baracca, forse qualcosa di diverso dai proclami e dalle parole sta succedendo. Dopo la mancata qualificazione alla CL, domenica sera l’unica dichiarazione societaria è stato un laconico quanto terrificante messaggio whatsapp, che l’ufficio stampa ha mandato con firma Aivan. Che progetto è questo? L’ipotesi di portare avanti un mercato basato sull’acquisto di giovani speranze per poi fare plusavalenze per me ha un solo nome, ridimensionamento. Questa filastrocca è identica al “Milan giuovane e italiano” che abbiamo sentito decine di volte da qualcun altro. Che però prima ha vinto e stravinto.

Io lo ribadirò fino alla morte, il Milan non può essere considerato un Arsenal italiano. Storie diverse, tifosi diversi, Paesi diversi ma soprattutto bacheche diverse. La Storia non si compra e non si svende, non dà plusvalenze, la Storia va ricordata e va tenuta in considerazione quando si pensa di lavorare per il Milan. Questa è l’ennesima stagione che ci vede fuori dalla Champions, l’ennesima stagione senza un trofeo vinto, l’ennesima stagione nella quale dal punto di vista tecnico non abbiamo creato nulla di futuribile con un tecnico non all’altezza messo lì per fare esperienza. Per questa proprietà la vittoria è solo un contorno, la priorità, però, è la crescita del fatturato (più che lecita ma che tuttora latita se non fosse per i tifosi che hanno riempito lo stadio) e la costruzione di uno stadio (più che lecita se non fosse che per farlo servono soldi veri e progetti veri), l’inserimento di nuovi sponsor (più che lecita se non fosse che ad oggi c’è stato solo l’annuncio del rinnovo del contratto con Alps water e Bioscalin) e la creazione di giovani da rivendere al miglior offerente (più che lecita se non fosse, e non è colpa loro, che la primavera è retrocessa nel suo girone). Peccato che l’Italia non è l’Inghilterra dove riempiono lo stadio anche se perdi dieci partite consecutive. In Italia contano la vittorie, contano i successi, contano le posizioni in classifica alla fine dell’anno. Forse Gazidis si dimentica del deserto a San Siro quando giocava l’ultimo Milan del duo B&G? In Italia conta la politica nel Palazzo, conta sapersi muovere in questo ambiente. Vanno strette alleanze di mercato, si deve avere una presenza costante sui media. Forse Gazidis non parla perchè non ha nulla da dire? Da che mondo è mondo i bilanci non vanno in campo e alla fine della stagione, che io sappia, non viene consegnato lo scudetto del fatturato.

Il Milan dei giovani

Siccome sono stato criticato di credere ancora in un calcio dove un magnate investe a vuoto, vorrei spiegare bene la mia posizione. Mi piacerebbe che qualcuno mi illuminasse sul perchè in tutta Europa, l’unico club che parla di FPF da anni a questa parte è il Milan. Trovatemi una piazza che piange lacrime sul FPF come a Milanello. Non c’è in tutta Europa. Vorrei capire come mai il City e il PSG (due a caso) riescono a fare da anni dei magheggi finanziari per i quali le loro società possono permettersi gente forte e allenatori di livello. Vorrei capire come mai sempre il City e il PSG sono sempre “sotto investigazione” dalla UEFA, ma non vanno a Nyon ogni due settimane a “fare colloqui amichevoli”, non chiedono udienza al TAS,TAR, TAC, TIC o TOC. Anzi, se ne STRAFOTTONO e sono sempre lì a giocare la Champions. Poi non la vinceranno mai perchè mancano di tradizione ma sono lì. Qui non si tratta di magnati o di sognare ad occhi aperti, si tratta di voler vincere qualcosa o, almeno, di voler essere competitivi per vincere lo scudetto, non solo per arrivare al quarto posto. Gli sceicchi e gli emiri vogliono vincere, non pensano al guadagno. Elliott ha bisogno di guadagnare per rendere conto agli azionisti. Questa è la grande differenza. Inoltre Elliott non ha idea delle variabili che ci sono nel calcio e che possono far saltare il banco ma ha ben chiaro in testa come smantellare le ambizioni. Prima si tira a pari il bilancio e poi si vedrà. Il sunto vuol dire almeno altri tre anni di bocconi amari, allenatori di seconda o terza fascia e giovani promesse che al primo mugugno di San Siro entrano in analisi. Facendo un rapido calcolo, passerebbero quasi otto anni dall’ultima apparizione in CL (2014 a Madrid con l’Atletico, 4-1). Poche storie, qui sul blog lo si ripete da anni, lo ha detto Gattuso a più riprese, lo disse anche Leonardo il giorno della sua presentaziona. Va fatto un mix di esperienza e gioventù per provare a vincere, non si fanno i miracoli con i ragazzotti pagati pochi euro. Anche perchè per avere tre ragazzi buoni, ne devi prendere almeno venti. Non è che tutto quello che esce dalle Academy dell’Arsenal è oro. Per non parlare del Lille. Idem il tanto decantato esempio dell’Atalanta. Vanno fatti investimenti importanti. I giovani che dovrebbero portare plusvalenze, devono avere un palcoscenico per farsi notare ma se giochi sempre per la decima posizione in campionato, la vedo dura fare soldi. Se non spendi, non ritorni al livello degli altri. Semplice. Se vuoi investire sui giovani, va bene, ce la giocheremo con il Torino, la Sampdoria e il Sassuolo per arrivare nella metà sinistra della classifica. Non credo che faremo tante storie, ci adegueremo, criticheremo, tiferemo ma non faremo voli pindarici. Non ci stupiremo di non vincere a Torino per altri sette anni e di non portare a casa un derby per altrettanti anni. L’importante è che non si imponga la qualificazione alla CL come conditio sine qua non, altrimenti siamo sempre alla solite. Caricare di inutili pressioni giocatori e allenatori non adatti a quel ruolo.

Ricordo a tutti che sono da poco passati 12 anni dall’ultima Champions League alzata al cielo e 30 anni da un esodo senza precedenti nel calcio, per la prima Coppa Campioni alzata da Franco Baresi a Barcellona. Vogliamo vivere di ricordi? Non c’è problema, ne abbiamo talmente tanti che possiamo star qui altri dieci anni a sorbirci i video sui social rossoneri, però il calcio sta andando verso una certa direzione e non aspetta. Nessuno. Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Liverpool, Juventus sono avanti a noi, in tutti i sensi e continueranno a crescere mentre noi saremo qui in attesa di un nuovo allenatore (voglio sperare), di un nuovo assetto dirigenziale (probabilmente) e poi di un nuovo compratore che si paleserà come un Bee qualunque. Insomma, il solito anno zero. Su queste scelte ci si gioca la partita e la credibilità. Troppo facile dire “i giornalisti non sanno un cazzo” ma se girano sempre voci intorno a questa società, forse qualche domanda dovremmo farcela anche noi. Se, pronti via, perdi subito Conte e Sarri (come pare), non hai un progetto vincente in mente, hai solo un progetto “contenitivo”. Chiunque sia il prossimo allenatore andrà supportato e non sopportato. Chiunque siano i dirigenti andranno fatti lavorare e non rinchiusi in paletti che non dà solo la UEFA ma anche l’azionista. Altrimenti si torna a poco tempo fa, si torna al “non vado dove c’è caos…”. Quanti anni di caos ci vogliono ancora per rivedere una luce?

Non servono parole per definire l’oltre milione di tifosi che si sono presentati a San Siro durante tutta la stagione. Hanno tifato, hanno amato, hanno sognato. I tifosi rossoneri non hanno secondi fini, vogliono bene a prescindere a questi colori. Non voglio un Singer con la maglietta del Milan, vorrei solo che i sogni tornassero a riempire le nostre notti. Avete davanti tre mesi per smentire ogni parola scritta in questo post. Poi si tornerà all’attacco, come sempre.

Giù la maschera, da subito.

MILAN, MILAN, MILAN, MILAN, MILAN!
Oggi più che mai serve quell’urlo che ci lasciava senza respiro

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.