El Chala

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Finalmente dopo anni di totale disaffezione nei confronti dei paracarri che arrivavano a bivaccare a Milanello, da questa stagione ho iniziato a vedere una luce in fondo al tunnel. Io, che sono cresciuto con il mito della maglia numero 10. Quella maglia che unisce l’essenza del calcio, tecnica, visione di gioco, sregolatezza e genio. Da sempre i giocatori che ho ammirato con quel numero sulle spalle, arrivavano da Paesi lontani (tipo Brasile o Argentina) o da regioni europee nelle quali la qualità dei piedi è sempre stata sopraffina (Balcani o Portogallo). In questo il Milan ha sempre abbinato a quella maglia un uomo dalle grandissime qualità tecniche. Non posso dimenticare uomini del calibro di Nils Liedholm o Gianni Rivera. Non avendo avuto la fortuna di poterli vedere giocare, mi sono sempre basato sui racconti di coloro che hanno vissuto quelle gesta. Idem per un altro pezzo da novanta come Schiaffino. Delle doti di questi veri e propri fenomeni vi invito a leggere i “Ritratti” di un sempre perfetto Pier. Ma arrivando ai tempi un pò più attuali la “mitica” dieci è stata indossata anche da giocatori italiani che l’hanno comunque portata con onore, tipo Evani e Vinicio Verza. Ragazzi che hanno avuto alterne fortune con i nostri colori ma che hanno sempre rispettato quel numero.
La tradizione di coloro che, come me, sono cresciuti dal Milan di Sacchi in poi, è stata impreziosita da veri e propri “fenomeni” che mi hanno sempre fatto amare quel numero 10, abbinato ai nostri colori. Gullit, Savicevic, Rui Costa, Seedorf sono coloro che hanno impersonato maggiormente il 10 in questi anni meravigliosi e che hanno regalato a migliaia di ragazzini svariati sogni composti da fantasia, qualità e genialità.

Oggi è arrivato il momento di un nuovo numero 10. Per fortuna, dopo un periodo oscuro nel quale anche questo numero è stato violentato a più riprese (come la fascia di capitano), un ragazzo dalla faccia triste ma dal piede caldo sta lentamente prendendo possesso di una maglia così gloriosa. Arriva da una terra particolare, la Turchia, da una regione discertamente remota ad est dell’Anatolia ed è conosciuto come il “figlio di Calhan” (in turco è la traduzione letterale del cognome) anche se suo papà di chiama Huseyin.  Il suo nome è Hakan Calhanoglu.
Il sangue turco scorre nelle sue vene anche se è nato in Germania, a Mannheim, l’8 Febbraio 1994 perchè la sua famiglia si era trasferita in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Proprio nella città tedesca il piccolo Hakan comincia a giocare a pallone con buoni risultati. Il piede è il destro ed è molto educato. Nonostante la conosca poco, la Turchia per lui è sempre stata una forte attrazione. Suo papà gli ha raccontato dell’Anatolia, gli ha sempre fatto sapere le sua storia, lo ha sempre spinto a non dimenticare la sua terra. Fu proprio per questo “amore” verso le origini dei suoi genitori che nel 2011 incappa in un errore di gioventù. Ha diciassette anni e gioca ormai da un paio di anni nelle giovanili del Karlsruhe, ma il richiamo del Mar Nero e del Trabzonspor sono forti. Soprattutto per Huseyin. Nella confusione di quei giorni il giovane Hakan firma il contratto con gli amarantoblu di Trebisonda ma poi decide di rimanere a giocare in Germania. Sembra finita così con una semplice “ragazzata” ma sul Mar Nero non sono così propensi a lasciar perdere e cominciano la loro “battaglia” legale davanti a UEFA e FIFA. Passano gli anni e Hakan fa sempre più parlare di sè per le prestazioni in campo. Approda al Bayer Leverkusen con la maglia numero 10 sulle spalle, dopo una parentesi all’Amburgo. Il suo piede destro e le sue punizioni cominciano a girare nei filmati sul web ma anche tra quelli degli osservatori internazionali. Le sue qualità e il suo talento non si discutono. La sua personalità è già molto formata, nonostante l’età, e ha già preso decisioni importanti. Ormai dal 2010 gioca stabilmente nelle giovanili della nazionale turca e decide di arrivare fino alla nazionale Maggiore. È un musulmano convinto e praticante e non lo nasconde neanche quando i tifosi dello Shalke 04 gli lanciano in campo del pane con della carne di maiale mentre si appresta a calciare un angolo. Lui con una tranquillità unica raccoglie il pane lo benedice con un bacio e lo porta alla fronte, ringraziando per la sacralità del cibo donato. Un gesto eloquente sulla sua personalità. Sempre in tema di personalità, torniamo alla “battaglia” del Trabzonspor che porta alla squalifica di Hakan per quattro mesi. Decisione giusta da parte della FIFA e Hakan ammette l’errore commesso prima di accasarsi alle “aspirine”. A questo punto, per scusarsi con il club che lo sta lanciando nel calcio che conta, decide di non percepire lo stipendio per il periodo di squalifica, in modo da non gravare ulteriormente al club. In Germania ormai è conosciuto per le sue punizioni e per il suo discusso voto “sì” al referendum pro Erdogan. Ma un figlio dell’Anatolia non poteva sottrarsi al volere della sua terra.

Il resto è storia recente. Arriva un giorno d’estate a Milano, alcuni non lo conoscono, altri ne hanno sentito parlare per le sue traiettorie imprendibili. Addirittura a San Siro qualcuno si immagina sia mancino, perchè ha il 10, tira le punizioni ed ha tanta qualità. Gli viene data la maglia gloriosa del Milan sulle spalle e la gente già sogna. L’inizio è complicato. Il periodo di squalifica si fa sentire sulle gambe e nella testa. Fa fatica a capire i compagni e il tatticismo italiano lo lega troppo in ruoli non suoi. Appena può si chiude in casa e guarda film turchi in compagnia della moglie e del suo cane. A Vienna, nella prima trasferta europea del nuovo Milan, dà segni di vita con un gol di potenza e precisione e con assist di grande qualità. Purtroppo è un fuoco di paglia. Le qualità ci sono ma stentano a farsi largo tra le sabbie mobili di una preparazione fisica approssimativa. Passano le settimane ma il ragazzo non riesce ad esprimersi. Spesso cade in campo, sembra esausto dopo due scatti. Le sue mirabolanti traiettorie sono spesso degli alleggerimenti al portiere avversario. C’è qualcosa che non va. Il Milan cambia allenatore e lui, al contrario di quando a Leverkusen si scagliò contro la dirigenza per la scelta che esonerò Schmidt, non dice nulla. Arriva un allenatore che intravede le sue qualità ma ha capito che in quelle condizioni fisiche, farlo giocare è più deleterio che altro. Hakan sparice dal campo per qualche settimana. Inforntunio, si dice. Ma nessuno saprà mai se Gattuso lo ha messo a lavorare seriamente o se fosse veramente fermo ai box. Ritorna in campo e il suo passo è diverso. Corre, gioca e ha un altro atteggiamento. Hakan è rinato, adesso si può prendere il Milan.

I mesi che seguono lo consolidano come un giocatore importante per questa squadra. Non solo qualità ma anche tanta quantità, quello che più mi stupisce è un 10 che fa scivolate per recuperare un pallone. Ahimè, i tempi moderni ma oggi serve anche quello. Che bello vedere calciare Hakan, ha una postura ottima e la palla parte dritta e tesa verso la porta. Adesso i suoi tiri iniziano a creare problemi ai portieri avversari e a prendere traverse (ah, quella traversa maledetta…). Ma mentre scrivo ho in mente ancora quello stop al volo a Bologna. Il difensore è caduto per terra e lui è andato avanti. Palla attaccata al piede con un’eleganza degna dei “nostri” migliori numeri 10, testa alta e assist. I palloni che dà ai compagni spesso “parlano” da quanto sono educati. Forse ce l’abbiamo fatta. Forse abbiamo un giocatore con il quale possiamo divertirci.

Bayburt – Città natale di papà Calhanoglu

Negli anni 70 suo papà parti dall’Anatolia per dare speranza alla sua famiglia, ora Hakan può darci una speranza, come lo ha data a milioni di turchi in Germania che lo adorano e lo hanno ammirato nel video del rapper Kanka, girato tra Mannheim e Istanbul.
L’8 febbraio del 1994 nelle classifiche musicali degli Stati Uniti spopolava una canzone di Celine Dion, “The power of love”. Hakan il suo amore per i nostri colori lo sta dimostrando settimana dopo settimana, anche con quel gesto dopo i gol che lo vedono mangiare il simbolo del Milan. Un amore per i nostri colori da coltivare, Hakan. Non dimenticarlo.
Sempre in quella data in UK nelle classifiche c’era un altro pezzo, per me significativo. “Things can only get better” degli D:REAM. Mai titolo fu più azzeccato per il nostro numero 10 e per il nostro Milan. Finalmente ho un nuovo idolo. Arriva dall’Anatolia ed è turco ma nel mio cuore lui arriva dal Sudamerica, là dove i soprannomi sono la regola. Per me è diventato “El Chala”, non so se ha un significato ma mi piace molto.

FORZA MILAN

Johnson

 

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.