Due mondi che non si incontreranno mai

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Il disarmante secondo tempo giocato nel derby sarà l’ennesimo pessimo ricordo di questa stagione particolarmente dannata. Ormai lo sconforto non sta più nelle sconfitte e nelle prestazioni negative ma purtroppo lo si prova davanti alla sensazione di un risultato che già alla fine del primo tempo in molti sospettavano potesse accadere. Quello che abbiamo provato noi, lo provano anche gli avversari, sanno che siamo timidi, impauriti, troppo molli e sanno che basta fare la voce grossa per pochi minuti e il film della partita cambia. Non è un caso che con la peggior Juve da dieci anni a questa parte e con la peggior Inter vista in questa stagione siamo riusciti ad ottenere zero punti. Tante belle pacche sulle spalle per la prestazione di Torino e per il primo tempo del derby ma poi gli altri fanno i punti e scappano a più ventidue punti in classifica. Alla faccia di chi ci ha raccontato per settimane che bastavano pochi innesti per essere competitivi e per migliorare la posizione della scorsa stagione. Previsioni sbagliate che poi vengono confermate puntualmente dal campo. Il Milan di luglio/agosto con Torino (in C.I.) e Verona ha strappato due pareggi. Intanto noi siamo l’unica tifoseria al mondo a credere ancora alla potenza americana di Elliott pensando che ci sia interesse nella risalita e dovremmo, secondo i talebani rossoneri, seguire senza se e senza ma le indicazioni degli illuminati in dirigenza.

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Sarebbe interessante che i tifosi del Milan cominciassero ad uscire dall’orticello che si sono costruiti nel quale tutto è giusto in nome della rinascita. Non è così, non è tutto giusto e non è mai la verità quella che esce dalle bocche di una parte della società. Chi avesse voglia ed interesse, potrebbe documentarsi leggendo un pò di interviste ad esperti del settore che raccontano meglio le avventure degli americani nel settore calcio europeo. Vengono date molte spiegazioni e si potrebbe iniziare ad uscire dalla trincea che ci si è scavati, nella quale “se non crediamo a questo progetto non andremo da nessuna parte” oppure “non è sempre tutto da buttare”.
Innanzitutto basterebbe dare un occhio al calcio inglese, nel quale le proprietà americane ormai da oltre un decennio si stanno succedendo. Dai casi più famosi come Manchester United, Liverpool e Arsenal. A realtà più piccole come Swansea, Barsnley o Fulham che hanno o che hanno visto passare americani in società. Tranne in alcuni sporadici casi, soprattutto a Liverpool adesso, ma l’inizio fu tragico, il pubblico e i tifosi non hanno mai visto di buon occhio queste proprietà a stelle e strisce. Basti pensare allo United con la “scissione” dei tifosi a favore del United of Manchester, ma anche agli insuccessi clamorosi di Aston Villa e Fulham che hanno fatto l’ascensore tra Premier League e Championship. E stiamo parlando del calcio inglese, dove soldi ce ne sono a vagonate e tutti riescono ad avere crescite importanti in termini economici, diritti TV e merchandising sono le locomotive di questo successo. Il sistema funziona da tempo. Eppure se l’esperienza americana, economicamente parlando è un trionfo, non è certo un esempio di successo sportivo come lo si potrebbe pensare. Chris Anderson che è un esperto conoscitore dei “compratori” americani e che ha fatto spesso da consulente in questi passaggi di proprietà, interrogato sull’argomento un paio di anni fa disse: “…molti hanno riscontrato difficoltà con le dinamiche del gioco e dell’industria. Non riescono a comprendere la natura della “bestia”…”. Questo è un punto importante, immaginatevi il Fondo Elliott che entra nel Milan, in Italia, con tutti gli scenari che conosciamo e pensa di capirci qualcosa e si affida a gente totalmente inesperta nei ruoli chiave, tipo un ex segretario della FIFA (vi prego qualcuno mi spieghi cosa fa un segretario FIFA) e un ex campione nullafacente.

Ma il punto più interessante lo si trova nello stralcio di un’altra intervista a Hendrik Almstadt, tedesco che ha lavorato in ruoli dirigenziali per le proprietà americane di Aston Villa ed Arsenal (toh chi rivede): “…Questi signori sono per lo più professionisti provenienti dal mondo della finanza. Sono abituati ad un mondo fatto di vestiti costosi su misura e dentature perfette. In America ogni settore, anche il più piccolo è altamente qualificato e professionale.  I nuovi proprietari non capiscono che in Europa non sempre è così e quanto l’ambiente sportivo sia molto più informale e basato su reti di contatti personali…”

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L’ultima parte di questa intervista è lapidaria e va a sottolineare quello che spesso qui su MilanNight abbiamo scritto. Non ci si improvvisa proprietari, nè dirigenti nel calcio, men che meno in Italia dove l’ambiente è oltremodo “chiuso” alle novità. L’ultima parte di questa intervista, per me, è la pietra tombale su qualsiasi dubbio in merito alla natura “anomala” del nostro assett societario, nel quale una proprietà americana totalmente fuori dal calcio si è affidata ad un dirigente sudafricano che è cresciuto professionalmente negli USA e ha goduto dell’eldorado inglese della Premier League. Vi chiedo di leggere senza preconcetti.

“…Loro vorrebbero modellare l’ambiente a proprio piacimento senza conoscere però il territorio e le dinamiche di uno uno sport poco familiare… In America tradizionalmente il proprietario dà le chiavi dell’azienda al manager di turno e se dopo sei mesi le cose non sono andate come ci si aspettava questo viene mandato viaQuesto approccio, che è l’opposto di quello inglese dove avere un manager di lunga durata è una virtù per portare risultati a lungo termine, ha portato ad un numero lunghissimo e senza fine  di figure di dubbia utilità in società ed il fatto che essendo tutti contingenti e sostituibili, ci siano meno responsabilità, vengano prese decisioni povere e spesso si crei il panico…”.

Sono parole di un dirigente che ha lavorato anche a stretto contatto con questo tipo di proprietà e che dovrebbero far riflettere. Purtroppo chi viene da un mondo come quello di Wall Street, dove i numeri e il guadagno vanno a braccetto, non potrà mai andare d’accordo con un mondo dove la “fede” e la “passione” sono legate alle vittorie, ai risultati sportivi e agli idoli che vanno in campo indossando i colori di quella tifoseria. Gli americani privilegiano sempre la stabilità economica di un assett rispetto alla parte sportiva. Ovvio che Boban e Maldini, con tutti i loro limiti, non potranno mai avere la stessa visione del dott. Gazidis, e così avranno sempre un alibi per giustificare le loro scelte invereconde. Ed è altrettanto ovvio che questo Milan americano è un bambino nato morto nel giro di poche settimane, senza vita e senza futuro.

Perchè la premessa sul derby? Perchè dopo la sconfitta non si è visto nessuno in sala stampa, è stato mandato Ibrahimovic come nuovo Gattuso a fare da dirigente, ufficio stampa, allenatore e parafulmine. Però negli stessi giorni nell’organigramma sono entrati altri alti dirigenti che si occupano di tutto tranne che della parte sportiva. I quattro gol del derby a questa gente qua fanno meno male di un -0,5% in una qualsiasi Borsa del mondo. Non possono, nè mai comprenderanno, che il calcio è uno sport basato sugli esseri umani e non sugli algoritmi. Sono di passaggio, lo sappiamo e lo vediamo, ma non sono qui a fare il bene del Milan, sono qui a fare il bene di loro stessi e dei loro azionisti (non quelli del Milan) e il gioco verrà tenuto fino a quando non si avrà il guadagno che lor signori si aspettano. A costo di altri 5-0 e di altri derby persi tragicamente. A costo di allontanare e bruciare le ennesime bandiere in società e in panchina. Purtroppo però ci sono anche i complici di questo scempio che fanno trapelare “differenti visioni” con l’alto management ma sono sempre lì seduti in tribuna e scelgono Giampaolo come uomo del Rinascimento rossonero e blaterano di posizioni da migliorare.

Stasera c’è un Milan-Juve che un tempo mi avrebbe caricato a mille ma che invece mi appresto ad affrontare con la stessa verve di Gazidis quando gli chiedono di spendere 1 euro a Casa Milan per pagare un caffè. Chissà se nei televisori del Fourghetti hanno ancora l’incoscienza di mandare in loop i gol dei cuginastri come durante l’assemblea degli azionisti.

FORZA MILAN (l’unica cosa che questa gente non è stata ancora in grado di dire)

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.