Dalle pippe al Pipita

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Quante pippe abbiamo ammassato dal post-Ibra a ieri? Ne ho perso il conto. I punteri del Milan dopo SuperZeta sono stati, ad andar bene, mestieranti. Ci hanno fatto godere così così, per varie ragioni: c’è chi è stato insopportabilmente pieno di sé (e meno di talento) come Balotelli, chi non aveva le credenziali come il Lapa, chi non ha avuto la testa nemmeno per fare il suo lavoro come Kalinic. Se devo citare un centravanti decente mi tocca dire Carlos Bacca, il quale però sa fare una sola cosa e ha sputato in Casa Milan ormai da diverso tempo. Questo, che non sa fare due palleggi col sinistro, è stato il meglio degli ultimi 7 anni. Rendiamoci conto.
La numero 9 poi. Non ne parliamo. E’ dai tempi di Filippo Inzaghi che non la veste un bomber degno, uno che risponda ‘presente’ quando serve. Lodetti ha sempre parlato di ‘maledizione’, come un vecchio di un villaggio della Transilvania, facendoci sorridere. Persino un attaccante con pedigree come Torres nel mettersi la 9 rossonera è finito accartocciato, distrutto, silurato. Non serve in realtà il paranormale per spiegare questa situazione: i guai ce li siamo cercati in primis comprando giocatori inadatti, low cost o bisognosi di fiducia ma inserendoli sempre in un contesto inadeguato, caricandoli di un peso insostenibile.
Ma l’era delle pippe volge al termine.

“Ho imparato a segnare osservando Raul e Van Nistelrooy davanti al portiere”

Gonzalo Gerardo Higuain è chiamato El Pipita, da Pipa. Con una ‘P’ sola. Pipa era il soprannome del papà, a quanto pare per via della canappia. Gonzalo è uno dei tanti talenti argentini che sono sbarcati nella Liga prima dei venti anni, in una squadra top: il Real; e uno dei pochi ad aver tenuto banco. Arrivò a Madrid nel gennaio 2007, all’uscita di Ronaldo in nostra direzione, insieme a Marcelo e il connazionale Gago; pare che a suggerirlo fu don Fabio Capello. Primi partners d’attacco: Raul, Van Nistelrooy, Robinho. Quelli successivi: Kakà, Cristiano Ronaldo, Benzema. In sei stagioni e mezza ha accumulato in blanco 264 presenze e 121 gol, non proprio una fugace apparizione; palmares di 3 campionati (il Real ne ha vinto solo uno successivamente), 2 Supercoppe, 1 coppa di Spagna. Non è stato determinante in Champions League, etichetta frettolosa che si porta dietro ancora oggi assieme a quella dei fallimenti nelle finali.
Le sue esperienze italiane le abbiamo vissute da vicino, purtroppo, in particolare la stagione dei record a Napoli, quella dei 36 gol che però vale la pena di rivedere. Higuain ha spaccato il record di Nordhal con bombe di destro, un destro unico, esplosivo e implacabile ma aggraziato, preciso; ma lo ha fatto anche con appoggi precisi di sinistro, gol di rapina di testa, torreggianti arresti e tiri in area piccola, doppiette all’Inter, gol alla juventus, triplette, tiri da fuori, tiri a pulire le ragnatele all’incrocio, volee e una rovesciata morbida finale da film. Lectio magistralis sul fare gol, e farne belli.
Vista dalla distanza di qualche anno l’operazione Cavani out e Pipita in messa in piedi da De Laurentis è stata ottima. Sostituire un centravanti come il Matador, con quella presenza fisica e scenica? Solo Gonzalo poteva. L’orgoglioso ma umile argentino, che ha preferito portare il peso dell’attacco di una ‘media’ da competizione, con tanti gol e poco successo (1 coppa Italia, 1 supercoppa), piuttosto che rimanere nel mazzo; ha poi ‘tradito’ ma ha lasciato un segno indelebile.

A Torino sono in pochi a gioire.
Il cyborg CR7 ha portato entusiasmi mediatici fuoriscala trasformando il precampionato dei sette volte campioni d’Italia in una cronaca delle attività quotidiane del Terminator. L’ossessione Champions è diventata una formalità da sbrigare, con la rottura di palle che mancano ancora 10 mesi di scontate quaterne e cinquine, cavalcate, record, eroismi, #finoallafine, sieg heil, heil, heil! Ma stranamente la ramificata rete di propaganda di Pyongongvynovo pur con veline ad hoc per paventare salti di trattativa, o inventare tavoli inesistenti tipo quello juventus-Chelsea, non è riuscita a mitigare un certo disappunto nella gran parte dei gobbi. Che sono tifosi come noi, non dimentichiamocelo; tifano il Male, ma siamo tutti uguali. Perché gli girano?
Sicuramente buona parte del frullato deriva dall’apparentemente assurda operazione intavolata da Marotta e Paratici. Buona per il bilancio certo, ma erano così privi di alternative?
I due sono incartati dall’arrivo del cyborg. Il loro allenatore Max Allegri si scialla in America con quattro ragazzini e può permettersi di dire più o meno che “Cristiano è una cosa normale, non cambia il nostro atteggiamento” mentre quello atterra a Torino con un’astronave e viene caricato su sei Jeep blindate (è in contemporanea su tutte e sei) e traslato nel suo castello con quattro piscine (è in contemporanea in tutte e quattro), ma questi due devono sistemare bilancio e forse centrocampo. Avevano fretta e si sono seduti al tavolo da poker sbagliato perché l’Araujo, che chiamerò Terence Hill perché ha una faccia da schiaffi e fa benissimo il finto scemo e povero, se li è bevuti.
Terence Hill per la cronaca aveva in mano: un capitano di 31 anni, per i 32, fresco di un anno e di contratto maestoso, pagato 38 milioni, col mal de panza; il suo procuratore nel mese precedente ha notificato a mezza Europa che se ne voleva andare dal Milan, prima di introdurre i due ricchi e potenti M&P al tavolo della bisca forti della volontà del giocatore e delle note necessità del Terence. Altre carte: nessuna che ci sia nota. E Terence Hill si è alzato dal tavolo con: plusvalenza sul Bonucci, scambiato con Caldara che pur se oggi meno esperto ha caratteristiche forse più adatte e molta più prospettiva; e Pipita a condizioni ‘comode’. Coi giornali e giornalai che lo davano per debole e si rincorrevano nel dare per sfumato lo scambio ci si è pulito gli stivali.
L’ho scritto negli scorsi giorni e lo riscrivo: Terence Leonardo de Araujo teneva sicuro un asso nella manica, o forse la pistola sotto il tavolino. L’operazione di rientro di Bonucci non ha senso alcuno, se non forse quello familiare del Bonucci (motivo per cui il sottoscritto non scriverà nulla di osceno o irrispettoso riguardo all’ex capitano e vi invita a fare altrettanto) o una nostalgia che fa molto ‘mummia di Arcore’-style.
Ma al gobbo questa operazione non garba soprattutto perché il rinforzo per noi è proprio lui! Il Pipita! Fosse stato un altro va beh, ma è lui. Perché Higuain è uno che ha sudato il 90% delle maglie bianconere indossate con spirito guerriero, con classe, ha segnato gol pesantissimi e ha fatto godere. Il Pipita fa godere. Sbaglia chi vede una flessione nel suo rendimento. Non ha portato la Champions? No. Ma gli si può imputare qualcosa a riguardo? Stagione 16/17: doppietta in semifinale a Monaco, assist in finale. Stagione 17/18: ha sbloccato contro l’Olympiakos al 70esimo dopo essere entrato da 10 minuti; decisivo a Torino contro lo Sporting con una prestazione maiuscola da trequartista-boa; a Lisbona ha siglato il gol del pari decisivo; contro il Tottenham agli ottavi 3 gol e 1 assist.
E’ un centravanti esaltante, che ha tirato fuori il meglio nei momenti decisivi e si è messo a disposizione di Allegri che ha avuto bisogno di arretrarlo in alcune fasi per liberare spazio a Dybala e gli esterni veloci; e non ha detto mai un cazzo.
Caratteristiche da idolo del popolo, scaricato come uno Zaza qualsiasi. Al Milan. M&P si sposteranno a qualche altro tavolo e sicuramente si rifaranno, ma intanto giustamente al gobbo girano. E noi godiamo.
Il Pipita in mezzo alla folla che lo ha accolto ha salutato i suoi ex compagni e tifosi: così si fa. Ma resta uno ‘scarto’ della Signora, che gli ha preferito il cyborg, e va caricato come una mina: trascinatore del popolo, per la sua e la nostra rivalsa. Gonzalo uno di noi, da subito.

Col ritorno di Bonucci all’ovile si chiude definitivamente (spero) ogni polemica sul ‘progetto tecnico’ di Mirabelli. Un anno fa gli si è data fiducia, ci si è sforzati di pensare positivo lungo l’anno, oggi si può solo ridere a crepapelle della trifida campagna acquisti e gestione del caposcout. Quando il frontman del gruppo accetta di tornare da dove è venuto decurtandosi l’ingaggio e inghiottendo un bel tocco di dignità si esula dalle valutazioni tecnico-tattiche e si entra nel grottesco. Chissà perché ripensando al Milan China, a Bonucci, e alla conclusione del tutto mi viene in mente l’assurda scena finale de ‘Il Grande Lebowski’. Il mood dell’intera faccenda mi pare identico, basta cambiare la retorica sul Vietnam con quella sui capitali cinesi.

Terence Hill ha tirato su dal piatto un giovane di quelli che piacciono. Mattia Caldara è più di un promettente centrale. Agli juventini abbiamo portato via il figlio prediletto, quel tipo di giocatore che gli accendeva giustamente la fantasia nazionalpop.
Il ragazzo ha fatto tutta la trafila nelle giovanili dell’Atalanta, poi si è fatto ossa e muscoli in serie B a Trapani e Cesena; qui, sotto Drago, ha giocato insieme a Kessie (per una ventina di minuti fecero coppia centrale a inizio anno, con l’ivoriano che allora era difensore centrale subentrante a Lucchini). Al rientro in A le sue caratteristiche di marcatore di eccellente livello parvero subito evidenti; la juve lo prese subito, convinta anche dalle ottime prove proprio contro il Pipita e gli altri big della divisione, lasciandolo a Bergamo due stagioni. Il nuovo Barzagli, fino a ieri. Oggi è una bella plusvalenza, senza cash, per loro; per noi è il ragazzo che può formare con il (spero) neo capitano Romagnoli la coppia centrale dell’oggi e del domani, aumentare l’efficacia sui calci d’angolo sia difensiva che offensiva (mostruoso sulle palle inattive, 10 gol in A) e dare sicurezza negli 1-vs-1. Altro tallone d’achille ormai storico, insieme a quello del numero 9.

Che dire, molto bene Leonardo e molto bene Elliott finora. In una stagione in cui fra juve, Inter, Roma e Napoli per il Diavolo si prospettava un bagno di bile c’è stato spazio per definire il ritorno a Milano di un centravanti COME DIO COMANDA e inserire un altro giovane importante in un gruppo già molto promettente. Così la smettiamo anche, per un po’, di guardare in casa d’altri ritrovando quella consapevolezza che troppe cose formali ci avevano tolto e il piacere tutto milanista del rappresentare, magari, una sorpresa per tutti.
Con calma, cattiveria e ritrovato stile, che insieme al Pipita al momento fanno molto ben sperare.

Larry

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.