Coccodrino

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Diciotto mesi di resistenza, di sofferenza, quasi di penitenza. Diciotto mesi senza trionfi né trofei, ma con il miglior girone e il miglior campionato, in termini di punti, degli ultimi sei anni. Parziali inutili e portatori di rimpianti, ma pur sempre positivi; due dati che si perderanno come lacrime nella pioggia. A meno che nei prossimi anni non succeda di peggio, ovviamente, cosa che nessuno si augura. Diciotto mesi in cui fondamentalmente la gallina non è riuscita a cagare l’uovo di struzzo. Ma ci si è sforzata quantomeno. Ma era Gattuso lo struzzo, che ha imposto alla gallina questo improbo compito, o Gattuso era la gallina? Una domanda destinata ad alimentare dibattiti infiniti.

Gattuso torna al Milan nell’estate ‘dei cinesi’ per allenare la primavera. Bisogna dare credito a chi (Matt LeTiss, ad esempio) lesse nel ritorno del calabrese una forte minaccia a Montella. Difatti alla fine di novembre con la squadra inchiodata a 20 punti in 14 gare il napoletano salta, ed è il turno dell’ex numero 8. La situazione è questa: la squadra è in forma fisica impresentabile; mentalmente è piatta dopo un avvio di campionato con ben 6 sconfitte, di cui 5 contro le rivali; lo spogliatoio non esiste, non è nemmeno definito il gruppo titolari. I nuovi acquisti non si sono inseriti, e i ‘vecchi’ remano palesemente contro come loro abitudine nelle difficoltà; il ‘capitano’ Bonucci è evanescente in campo e fuori, corpo estraneo che (lo sapremo poi) ha già mollato e chiesto la cessione. La stampa bombarda a ritmo giornaliero su tutti gli aspetti, colpendo duro sulla inesistente proprietà cinese. Il vulcano-Milan è in piena eruzione ma altri gas si stanno accumulando sotto la lava pronti peggiorare la catastrofe: presto le udienze alla UEFA e il famoso ‘rifinanziamento’ mai avvenuto faranno deflagrare la montagna. In questo casino il DS Mirabelli, che ha perso la brocca da almeno tre mesi, lancia Gattuso alla guida della prima squadra. E ci si nasconde dietro. Ci sono tutti i presupposti perché un Milan traballante sprofondi, e Rino, alla prima esperienza in seria A, con esso. L’inizio conferma tutto ciò: i primi 90’ sono a Benevento; i campani strappano il primo punto in serie A dopo 14 sconfitte con un gol del portiere al 90esimo. Solo 5 punti nelle prime 5 partite, con due sconfitte micidiali contro Verona (3-0) e Atalanta (0-2 a San Siro); la panchina vacilla. A salvare Gattuso il suo passato milanista, la sosta invernale e, soprattutto, il successo nel derby di Coppa Italia deciso al 104esimo da Cutrone. E’ comunque un Milan in grande difficoltà che chiude 11esimo il girone d’andata.

Da gennaio, e in sole due settimane, Gattuso fa ciò che avrebbe dovuto fare il suo predecessore: lavora sui fondamentali della forma fisica e della difesa, stabilisce gerarchie, taglia i rami secchi. I risultati sono al di sopra di ogni aspettativa: dopo 10 partite del girone di ritorno il Milan ha ottenuto 26 punti, 1 in più di tutto il girone d’andata, con 8 vittorie, 2 pareggi e gli scalpi delle romane; 17 gol fatti, solo 5 subiti, e la formazione titolare è stata rimodellata in: Donnarumma, Calabria, Bonucci, Romagnoli, Rodriguez; Kessie, Biglia, Bonaventura; Suso, Cutrone (Kalinic), Calhanoglu. Una ‘traccia’ che rimarrà fino alla fine. Oggi pare scontato, ma in quel momento si trattava di tornare stabili dopo anni di turnover assurdi fra centrali difensivi, e rotazioni del centrocampo sempre volte a premiare l’inutile Montolivo, letteralmente nuclearizzato da Gattuso, che pure all’inizio del suo mandato era stato tacciato di ‘senatorismo’ per aver messo il 18 titolare alle prime uscite data la scarsa forma di Biglia. Il Milan torna clamorosamente a -5 dalla zona Champions, dopo aver chiuso l’andata a -15.
Chiaramente non è tutto oro quello che luccica: all’iniziale entusiasmo si sostituisce una lenta e inesorabile insofferenza verso un gioco compassato e rognoso. Il 451 di Gattuso, marchio di fabbrica indelebile, basato su giropalla difensivo, sovrapposizioni su catene laterali, individualismo e densità difensiva stanca il tifoso medio ancor prima di calare in termini di produttività sul campo. Il Milan riesce a tornare in rotta, infatti, grazie alla solidità difensiva e i pochi gol subiti, ma salvo il 2-0 a Roma risulta difficile da apprezzare. L’Europa League ci vede eliminati dall’Arsenal dopo un match casalingo di scarso livello; nel ritorno torniamo sotto grazie a un gran gol di Calhanoglu, ma un indegno rigore fischiato per tuffo di Walcott ci condanna definitivamente. Il calcio nel sedere europeo lascia strascichi di malumore. La scelta dei ‘maledetti’ 11 inoltre cozza contro i sogni dei molti che vorrebbero Andrè Silva al centro dell’attacco e della manovra offensiva. Il tempo in questo sarà galantuomo con Rino.
La rincorsa impossibile impatta a Torino contro la juve. Dopo il botta e risposta Dybala-Bonucci, una juve in difficoltà non riesce a soverchiare il Milan, che però si spegne dopo una clamorosa traversa di Calhanoglu; i cambi decretano la fine dei sogni: per noi dentro Kalinic e Montolivo, per loro Cuadrado e Douglas Costa. All’80esimo la juve passa e termina, di fatto, il campionato milanista che nonostante i proclami di rimonta passa alla modalità ‘difesa del sesto posto’ che vuol dire quantomeno Europa. L’ultimo scossone è la sconfitta casalinga col Benevento, cavallo di battaglia dei detrattori di Gattuso per oltre un anno, ma il Milan resiste ed è in Europa League, quantomeno.
Il dolore più grande è però la finale di Coppa Italia, raggiunta dopo i rigori con la Lazio, e in cui la juventus ci infligge una sconfitta catastrofica. Il 4-0 finale è pesantissimo, e matura dopo 55 minuti di equilibrio a ritmi blandi (da ambo le parti) in virtù di una serata imbarazzante per Donnarumma; dopo due belle parate e un gol subito da angolo, il giovane portiere commette due gravi errori in soli 3 minuti e la juve va sul 3-0. Chiude un’autorete di Kalinic, probabilmente il bidone più grande della storia rossonera. Gattuso mette la faccia sulla sconfitta per togliere quella del giovane portiere.
Come per tutti i ‘traghettatori’ il bilancio è agrodolce: bene il sesto posto, ottenuto con un girone di ritorno da 39 punti, ma male in relazione alle aspettative iniziali; bello il percorso fino alla finale di Coppa, ma il salasso finale è stato troppo; bene l’inserimento dei giovani, ma qualcuno (Locatelli, Silva) si è perso. Non convince tatticamente. La stagione lascia comunque la sensazione che Gattuso sia stato bravo a radunare un manipolo di mercenari allo sbando, facendogli attraversare con perdite, ma anche con onore, il canyon della Morte.

Ma Gattuso non è più un traghettatore. Mirabelli infatti gli ha fatto firmare un rinnovo triennale a 3 milioni circa a stagione, trasformando l’ex ‘Ringhio’ rossonero ma soprattutto ex allenatore di OFI e Pisa in generalissimo del Milan sino-lussemburghese. Il problema è che il baraccone affonda a fine giugno, a poco dal ritiro, fra sussurri di un’esclusione della UEFA, recite di scarso livello di Fassone e tentate vendite. Subentra Elliott, ma nella fase di ‘passaggio’ l’impressione già forte che Gattuso stia andando da mesi a braccio e oltre il proprio ruolo, occupandosi dei rapporti squadra-società, interpersonali, comunicazione ed altro, si compie pienamente durante la prima fase del ritiro. Il Milan parte addirittura per gli USA senza sapere di che morte morire, e a fine luglio Gattuso a Carson, California, schiera ancora la ‘formazione-tipo’ con Locatelli, Kalinic e soprattutto Bonucci con la fascia da capitano. Una settimana dopo nei quadri dirigenziali entra Leonardo, uomo di cultura, modi e visione del calcio (e non solo) nettamente differenti rispetto a quelle di Rino. Ma nonostante i toni funerei e la testa china in attesa del colpo, il tecnico viene confermato.
La seconda parte dell’estate è piena di contraddizioni, vive ancora oggi. Se Higuain sembra l’acquisto perfetto per la situazione, centravanti tuttofare ed esperto, gli altri nuovi arrivi lasciano perplessi; alla fine emergerà solo Bakayoko. Se nessuno spinge a parole più di tanto sulle ambizioni di una squadra e una piazza ancora in subbuglio, le aspettative crescono comunque a dismisura; ma non sono probabilmente giustificate. Soprattutto, se è vero che Leo e Rino alla fine sono stati salutati lo stesso giorno dopo aver convissuto professionalmente per un anno, è probabile che si siano scornati svariate volte. In mezzo a loro Maldini, silenzioso paciere. O forse no.

Il Milan parte in maniera interlocutoria. Higuain non trasforma la fase offensiva del Milan, anzi ci si perde dentro, la difesa è meno impenetrabile, e proprietà e direzione sportiva (Scaroni&Leo) che sembravano molto pazienti e attendiste iniziano subito a battere in testa. Gattuso non è in grado, per preparazione o per idea, di offrire un calcio di livello europeo ma solo una versione aspra e rognosa del 433/451 all’italiana. All’11 novembre, tuttavia, dopo 10 turni il Milan è quarto, con 21 punti; a Milano arriva la juve e il Pipita sbrocca. L’episodio ci getta in crisi di spogliatoio, e una serie di infortuni ci costringe a patire le assenze prolungate di Musacchio, Romagnoli, Biglia, Bonaventura, Caldara (per loro stagione finita), lo stesso Higuain. L’eliminazione dall’Europa League viene per mano dell’Olympiakos in un girone non difficile; il momento peggiore è comunque in casa contro il Dudelange dove un Milan inguardabile e immobile passa addirittura in svantaggio nella ripresa prima di realizzare 5 reti. Dopo un trittico penoso con 2 punti e 0 gol in 3 match contro Frosinone, Bologna e Fiorentina la panchina di Gattuso sembra crollare; il successo con la SPAL ci consente comunque di chiudere il girone d’andata quinti, a 1 punto dalla Lazio.
Il resto è storia recentissima. Gattuso viene confermato, al Pipita subentra Piatek e arriva anche Paqueta. Il trend tattico non cambia. Nuovamente il Milan fa un ottimo girone di ritorno, con 37 punti, 4 in meno dell’Atalanta e a pari con la juve, e stavolta con la miglior difesa; ma nuovamente non ottiene nulla. I pareggi contro Udinese in casa e Parma in trasferta dopo il vantaggio acquisito sono alla fine fatali. Nonostante 10 risultati utili consecutivi da fine dicembre a fine marzo (8 vittorie) il gioco sparagnino, l’approccio dimesso e il rendimento altalenante degli uomini-chiave dell’attacco restituiscono l’immagine di un Milan perdente e rassegnato. Il gioco e il carattere della squadra imposto da Rino valorizzano difensori e ‘medioman’, non gli uomini copertina.
Dopo avere addirittura ottenuto il terzo posto in solitaria, la sconfitta nel derby di ritorno è una mazzata al morale rossonero evidentemente e stranamente costituito su illusioni, incluso quello di Gattuso, e si sfocia in un mese convulso pieno di passi falsi, occasioni sprecate, litigi, confusione. Quando il bandolo della matassa viene ritrovato e il Milan torna sicuro di sé e unito è troppo tardi: il sorpasso dell’Atalanta è compiuto, e gli orobici sfruttando entusiasmo e scansate altrui si rendono irraggiungibili; l’Inter, invece, prende a credito la fortuna che gli serve e devia sulla traversa il proprio (sacrosanto) psicodramma. Ad aggravare una percezione negativa la tremenda semifinale di ritorno di coppa Italia, uno 0-1 subito in contropiede da corner a stadio pieno. Irritante anche il costante brusio degli ‘addetti ai lavori’, mai analitici con Gattuso; chi ‘amico’ e chi servile, un coro di elogi sperticati che alla fine lascia la sensazione, sbagliata, di essere finto. E qui mi ripeto, perché l’ho già scritto: se in un mondo di rivalità, falso e cattivo come quello del calcio (vedi De Rossi) praticamente tutti amano Gattuso non si può fargliene una colpa. E qualche motivo ci sarà. Resta il fatto che il tifoso-medio trova tutto ciò giustamente stucchevole.

Gattuso ha allenato il Milan per 62 partite di campionato, 31 i successi (50%), 19 i pareggi e 12 le sconfitte, con 92 gol segnati e 60 subiti. Nelle coppe invece 9 partite in Italia, 4 successi, 3 pari e 2 sconfitte; 10 in Europa, 5 successi, 1 pari, 5 sconfitte. Bene, male? Dipende tutto da cosa pensiamo della squadra a sua disposizione.
La mia personale posizione discreta su Rino non deriva dai ricordi, ma dalla convinzione che ognuno è ciò che è. E lui prima di tutto, prima che milanista o ‘incapace di dare un gioco offensivo’ o altro, è un allenatore inesperto e appassionato. L’inesperienza non gli ha consentito di dare alla squadra la continuità che serve a ottenere traguardi oltre i limiti, vanificando dei ‘parziali’ interessanti; e la passione che mette Gattuso nelle cose cozza con la freddezza che serve a non farsi sopraffare nei momenti decisivi, o in un derby. Se poi uno ha idee difensiviste cosa ci dobbiamo fare? Nel calcio non c’è una ricetta unica. Lo score definitivo non dice ‘fallimento’, dice ‘sconfitta’, che è diverso. Gattuso ha raccolto quello che ha seminato, nel bene e nel male: difesa e dignità. Si può contestare il raccolto scarso e povero in relazione alle nostre abbondanti (e in parte immotivate) necessità, ma non si può nemmeno trascurare qualche critica al terreno arido e ai somari che lo hanno lavorato.
Credo che Gattuso verrà giudicato più positivamente e serenamente fra qualche tempo, quando sarà passata un po’ d’acqua sotto i ponti; al pari di Mihajlovic, altro allenatore dal carattere forte e popolare e idee, diciamo così, ‘concrete’, decisamente più apprezzato dai milanisti alla guida di un’altra squadra.

Abbiamo giocato, parlato e combattuto come fosse Alamo. E Alamo è stato. Per un pelo di culo di un interista. Come ultimo gesto, Gattuso ha voluto cadere da grande signore rinunciando al compenso e chiedendolo per il suo staff. Se lo è potuto permettere non solo perché ricco, ma anche per i buoni rapporti sviluppati in poco tempo con Gazidis, che gli ha offerto un’uscita d’altri tempi che in pochi ottengono, e per qualità che vanno oltre quelle professionali come ha confermato l’AD stesso.
Non conosco l’uomo Gattuso, ma il personaggio pubblico lascia, per fortuna, un buon ricordo di coerenza, popolarità e milanismo.
Buona fortuna Rino.

Larry

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.