Bisogna essere contenti

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Immenso Zlatan!

Il campionato tocca il fondo quest’anno con il nono scudetto che va alla squadra meno convincente del lotto di testa, e forse la vincitrice più insulsa di sempre, e la lotta per l’Europa League, che se ben vogliamo vedere era un po’ l’unico motivo del contendere in questa ripresa (a meno che non volessimo credere a Samp, Genoa, Udinese o Torino in B…) risolta fondamentalmente da…un tocco dell’arbitro a favorire un rigore inesistente. Dopo l’appoggio di Chiffi a dare il là all’azione culminata con la franata di Dzeko su Terracciano penso di averle viste tutte ma proprio tutte. Per la stampa sportiva ormai autoreferenziale, una cricca di parolai con più potere dei professionisti del settore di cui ciarlano, tutto a posto anzi, apostocosì. Qualcuno si spinge a dire che è il miglior periodo di sempre per il campionato italiano, nonostante l’albo d’oro rimandi somiglianze con campionati di quarta fascia. Nessuno a farsi domande, e vedremo cosa sarà di questo tanto decantato, celebrato e finanziato “settore calcio” fra qualche anno. Lo spettacolo è pietoso, la competitività non esiste, il tarocco è sempre più evidente. Per quanto ancora si può andare avanti?

In questo contesto va (quasi) in archivio la stagione più interlocutoria di sempre per il Milan. Da Giampaolo a Pioli, a Ibra, al post-Covid, è tutto un punto di domanda per quanto mi riguarda, e lo sarebbe rimasto anche se per la stagione 20/21 la proprietà avesse deciso di proseguire con quanto preparato da mesi. Ci confermiamo sesta forza in un torneo sempre di minor livello, specie le tanto decantate ‘difese impenetrabili’ della serie A che ormai invece offre ogni domenica punteggi tennistici frutto anche di erroracci. Erroracci che, ahimè, anche quest’anno in sede di programmazione ci sono costati carissimo se appunto ci confermiamo lontani kilometri dal gruppo di testa.
Non però bisogna essere miopi. Il Milan nonostante molte vicissitudini, passate e presenti, si conferma pronto per un salto fra le prime quattro; come lo era l’anno scorso, e l’anno prima. La squadra ha fatto intravedere un grande potenziale e gioca un calcio verticale e moderno; non si può essere scontenti dopo anni di lamenti sul “gioco”. Specialmente alla ripresa, ma anche prima, abbiamo visto finalmente giocatori nei posti giusti, aggressività, principi di gioco europei e orientati al futuro, che hanno portato qualcuno (anche me) a intravedere “l’ombra di Rangnick”; diciamo che forse è stato uno stimolo, specie per un allenatore che ha spesso fatto praticare un calcio veloce ma assolutamente diverso rispetto a quanto visto da gennaio. Il calcio del futuro (quello vincente) è fatto di poca masturbazione della palla, tanta corsa, contrattacchi, pressing, molte finezze tattiche e molto studio. E questo abbiamo visto.
Ibrahimovic come ‘supplente’ della leadership e attributi di tutta la rosa ha funzionato, ed è giusto provare a vedere se può avere la Cattedra. I nuovi elementi aggiunti in estate si sono rivelati quasi tutti utili, e Theo Hernandez e Rebic hanno alcune caratteristiche da top player. No, quindi, al pessimismo. Se Gazidis e Maldini disfano il lavoro di un anno e mezzo e ci piazzano davanti Giampaolo e tanta confusione, allora è guerra subito; se invece pur raccontando un sacco di palle, pur vendendo come successo un sesto posto in rimonta (nulla di diverso rispetto all’anno dei cinesi, a ben guardare), pur mostrandosi spesso evanescenti e contraddittori…se, malgrado tutto ciò, decidono di proseguire con convinzione…io sono disposto ad attendere.

Ibra e uno che oggi ha lo score di Kakà 2007….

Tuttavia, siccome a livello mainstream non lo fa nessuno, vanno posti alcuni dubbi. I dubbi fanno bene, anzi se devo dire la principale perplessità verso il Milan 2020/21 è che sono tutti entusiasti e d’accordo. Eppure c’è una frattura di stile fra proprietà e squadra, fra Gazidis e i leader dello spogliatoio se è vero, come presumibilmente lo è, che Ibra ‘lo ha messo in riga’ pubblicamente. Un atto che in qualunque azienda dell’Universo avrebbe portato il dipendente (Ibra) a un periodo di riposo forzato. E anche da ciò, dubbio numero due, si misura molto bene quanto interessa a questa proprietà gestire il club: niente. O meglio, quasi niente perché a Boban il benservito è stato dato, ma forse perché le sue obiezioni sono finite direttamente sui media. Elliott ha comprato la macchina per la carrozzeria, per il marchio; del motore e di farla girare in pista non interessa nulla. Così, dopo aver progettato una rivoluzione, cede alle richieste della piazza e dell’ambiente come nulla fosse; una lucidata ai denti dell’AD per i sorrisi di rito, due veline e siamo a posto. Pensare Rangnick, proseguire con Pioli: come voler partecipare alla Maratòn des Sables ma poi finire a fare spinning alla Virgin. Son due modi, e mondi, diversi, e i risultati possono o non possono arrivare con ambo le scelte. Ma non è la scelta, è il modo da contestare: come sottolineato da Gian come si possa essere entusiasti di una tale ritirata è inspiegabile. Qualche perplessità le deve generare.
Dal punto di vista gestionale, infatti, la proprietà si è fatta imporre leader e progetto dai dipendenti. Un’imposizione positiva, sotto una probabile regia. Cosa dev’essere il Milan lo hanno deciso i giocatori dando il 120% in un periodo particolare e massimizzando così i risultati, e sfruttandoli per fare quadrato attorno alla loro idea. La proprietà ha solo avallato, abortendo la sua. Questo non è un modello gestionale credibile tuttavia i risultati di quest’ultimo periodo non ammettono discussioni al nostro livello: da tifosi dobbiamo essere contenti.

Non ha senso dunque sperare in una ‘rivoluzione’, o restarci male ancora a lungo. Per molti (per me sicuramente) il Milan è in declino sportivo da un decennio, economico e culturale da un ventennio; ma la percezione è diversa. Il sentire comune, che Elliott ha accontentato dopo qualche calcolo, è che bastino 3/4 acquisti. Questo ambiente NON vuole stravolgimenti.
Anche alla piazza attizzano solo i risultati dei segmentini, il calciomercato, i trofei vinti decenni fa, il ‘quarto posto’ che una volta era ‘terzo posto’…insomma, la ‘musichetta’. Ovunque l’idea di sport a 360° portata dall’architetto del modello Red-Bull avrebbe riscosso immediato entusiasmo, o comunque generato un dibattito sportivo-culturale positivo; qua invece si è scannerizzato il palmares del tecnico, la cartella clinica, lo si è messo a confronto con Sacchi e Capello, si sono messi in dubbio risultati ottenuti nel calcio di oggi attraverso un filtro vecchio di trent’anni. L’ambiente, ha ragione Ale Johnson, è impossibile da cambiare. E ha rigettato il nuovo con una violenza tale da indurre un dietrofront. L’incertezza societaria ha fatto il resto, mancando le premesse proseguire con Pioli (e Ibra) è la scelta giusta.
E il calcio italiano è questo qua, dove si celebra il successo banale di una squadra banale al posto che dibattere su come sia possibile essere scesi così in basso. Non il substrato ideale per crescere progetti rivoluzionari.

Ora palla a Maldini, che ha avuto pazienza e convinzione di poterla spuntare nel match a distanza col tedesco, e ha avuto ragione. L’ambiguità di alcune scelte e il risultato della stagione raccontano di un dirigente dalle idee ancora incerte, ma il Milan che probabilmente aveva nell’istinto più che nella testa, è cresciuto. Maldini ha la capacità, secondo me, di convincere.
Poi c’è Pioli, sicuramente il trionfatore dell’anno, che dovrà confermarsi (cosa a lui mai riuscita); la massima capacità del mister è stata credere nella conferma e scommettere tutto sulla ripresa. Il Milan si è fortemente avvantaggiato di tutti quegli elementi unici del campionato post-sosta, dai ritmi blandi alla maggior propensione e decisività degli errori, fino alla regola dei cinque cambi, e il lavoro del tecnico è evidente. All’inizio della prossima stagione servirà ovviamente altro ma, ripeto, il Milan gioca un calcio veramente tendente a quello di stampo germanico, quello che sta emergendo in tutta Europa come gioco di riferimento per le squadre di successo. Avanti così.
Infine ci sarà (speriamo) Ibrahimovic, che a 39 anni rimane un fuoriclasse; il peso sui risultati della squadra è cresciuto esponenzialmente al crescere, appunto, della squadra. Prima della sosta il suo apporto era relativo, faccio un parallelo: tipo Scola per Olimpia Milano. Dopo invece, con una squadra meglio organizzata e più fresca fisicamente e mentalmente, è esploso anche lui. Ibra è stato inserito nella squadra, è parte del tutto, ed è l’unica strada che può dare un senso al costruire una stagione su un Campione con la C maiuscola, ma prossimo al ritiro. Ibra è talmente DENTRO questo Milan che sembra quasi impossibile vederne i limiti oggi.
Ibra ha anche messo il suo smisurato Ego al centro del mondo Milan, ergendosi a Dio di questo branco di pagani (noi inclusi) e trasformandolo in un gregge di fedeli. E’ arrivato il massimo risultato possibile, dal punto in cui San Zlatan è partito. Per l’anno prossimo mi sento forse di dire che certi eccessi mediatici e i riflettori puntati esclusivamente sul fenomeno di Malmoe potrebbero facilmente divenire controproducenti, ma mi fido della sua intelligenza e del grande rispetto che ha sempre portato ai nostri colori che sono certo limiterà certe ‘cialtronate’ qualora poco adatte al momento.

Nel 2020/21 possiamo tornare in Champions, giocando un calcio anche intenso che valorizza i giovani, o comunque possiamo fare complessivamente meglio di quest’anno: tanto ci deve bastare. Per i dubbi c’è molto tempo, oggi bisogna essere contenti.

Larry

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.