Ball don’t lie

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Prendo in prestito questa frase di Rasheed Wallace per cercare, se possibile, di commentare ciò che si è (non) visto domenica durante il Derby. Rasheed usava questa frase per scagliarsi contro gli arbitri durante le sue partite in NBA, giusto il tempo di prendersi un bel fallo tecnico. La frase è una specie di “San Giuan fa minga ingann” milanese, lui usava dirla quando gli veniva fischiato un fallo contro, a suo modo di vedere non correttamente, e l’avversario sbagliava il successivo tiro libero. “Ball don’t lie” era l’urlo sgrammaticato di Rasheed per dimostrare che la palla non mentiva mai. Io voglio usare questa frase, ormai entrata nella cultura sportiva americana, per ripetere ancora una vola, come un disco rotto, che la palla non mente. Il calcio non mente, se non fai nulla per vincere, se hai paura di vincere, se hai timore dell’avversario la conclusione sarà una sola. La sconfitta.

Questa squadra e questo allenatore non sanno che giocare partite da sfavoriti. Solo quando piove merda da tutte le parti questa squadra annaspa ma non affoga e riesce a riemergere, quando invece si tratta di giocare da “grande” implode in un triste e drammatico collasso. Mi spiace ma l’immagine della squadra è quella dell’allenatore che ogni volta predica calma e umiltà, che ci sia di fronte l’Inter o il Frosinone, sperando che tenendo la testa bassa e il profilo basso qualcuno si dimentichi di vederti e riesci a farla franca. Dopo aver “risparmiato” la Roma e la Lazio, in nome del “chi va piano…”, si è deciso di resuscitare una squadra morta, piena di problemi e con i giocatori contati. Solito braccino del match point. La differenza è stata che da una parte si è provato a sorprendere l’avversario, dall’altra no. Come Gattuso avrebbe giocato questa partita lo si sapeva dalla sera del 9 marzo, dopo il Chievo. Tutti sapevano che sarebbe stato il solito 451 (mascherato da 433), con Suso e Paquetà in campo (rigorosamente) con il solito interesse a difendere in 20 metri e con il gioco d’attacco affidato ai palloni lunghi per Piatek e alla sempre attesa resurrezione di Jesus Suso. Lo dissi tempo fa e lo scrisse anche Larry. Gli avversari adesso ci conoscono e, di conseguenza, applicano delle contromisure. Tutti. Non capirlo o non volerlo capire è un limite. Inutile nascondersi nel voler dare una mentalità a questa squadra che non ha personalità. Non ne ha, punto. La personalità di questa squadra è quella dell’allenatore che non brilla per tranquillità e relax. Questo è ciò che trasmette ai suoi giocatori. Ansia e paura. Se hai impostato un tipo di partita mentalmente, raddrizzarla diventa un’impresa. Ovviamente poi non ti gira nulla a tuo favore ma perchè non te lo sei meritato. Ball don’t lie.

Tre indizi fanno una prova. Max ha giustamente sottolineato questa cosa nell’incipit delle sue pagelle di lunedì mattina. Ma io aggiungerei altre carne al fuoco per avvalorare la tesi che ormai molti hanno sposato. Tempi diversi, rosa più o meno la stessa ma una costante, Rino in panchina. Milan-Arsenal dell’anno scorso, nel quale i londinesi sono venuti a San Siro a giocarci in faccia senza paura e ci hanno regolato senza faticare. Derby di ritorno dell’anno scorso, non giocato per tutti i novanta minuti, pareggiato per i capelli grazie agli errori di Icardi. Juventus a San Siro quest’anno, al netto di sceneggiate dell’ex centravanti, partita condotta con timore e timidezza. Arsenal e Juventus al ritorno dell’anno scorso. Quando l’asticella si alza e gli avversari ti fanno “sentire” il loro peso, questa squadra implode. In campo non ci sono giocatori in grado di reggere l’urto, nè fisico nè psicologico. Tolto Bakayoko che ha fisico e personalità da Champions, anche se inizia a carburare sempre dopo 45 minuti, il resto è un gruppo di soldatini, fedeli al mister che però sono più preoccupati a compiacere il proprio addestratore che le loro caratteristiche tecniche. Quando si sbagliano in sequenza continua degli appoggi e dei tocchi, non ci sei con la testa e con la condizione, non si tratta di tecnica. La testa ha mille concetti che impallano il cervello. Chiudi, copri, stiamo corti, difendiamo in gruppo, non perdiamo palla, lanciamo lungo che c’è il polacco. Questo è l’ingranaggio che Rino ha costruito, con l’unico problema che quando l’avversario mette un granello di sabbia il motore si inceppa. La mossa di Vecino dietro a Martinez è stata semplice, non è che Spalletti sia diventato di colpo un genio della panchina, ma è stata la dimostrazione lampante di come stravolgere il piano partita dell’avversario e mandare in corto circuito la fase difensiva rossonera. Perchè parliamoci chiaro, Gattuso la voleva tirare fino almeno al 75° sullo 0-0 e poi vedere cosa fare quando loro avrebbero avuto un calo fisico inevitabile dopo le fatiche di coppa. La cosa più grave è stata non rendersene conto per tutto il primo tempo e non apportare delle modifiche tattiche per “arginare” l’avversario e “replicare”. Non si è modificato di una virgola il cannovaccio della partita, lasciando sempre più solo Piatek davanti e facendo pascolare per il centrocampo Calhanoglu e Kessie. Ma come detto, Ball don’t lie.

Gattuso è testone ed convinto, da giocatore e non da allenatore, che insistere su certi giocatori sia un attestato di stima e che prima o poi arrivi la scintilla che fa cambiare il corso degli eventi. Purtroppo, su questo punto, continua a ragionare ancora da calciatore e non da allenatore, il secondo dovrebbe fare gli interessi della squadra e non del singolo. In primis per salvare le sue chiappe, perchè se le cose vanno male, da che mondo è mondo, chi salta è l’allenatore. Suso e Paquetà non sono presentabili, per motivi diversi, vanno panchinati. Si cambi schema, si cambi interpreti, si cambi idea di gioco. Insomma si faccia qualcosa per inventarsi un modo valido per evitare di regalare uomini all’avversario che è più forte di noi. Uso le sue parole, non invento nulla. Sono più forti, sono più bravi, sono più belli, sono più biondi. Per Rino sono tutti così, allora evitiamo di giocare in 9 contro 11 se già siamo più “scarsi”. Aggiungiamo il suo terrore di cambiare in corsa e la frittata è fatta. In quattro Derby con lui in panchina, siamo entrati in area avversaria forse dieci volte. Se solo guardasse gli ultimi minuti di gioco dove si giocava “alla viva il parroco” in quell’area avversaria è successo di tutto ma Ball don’t lie, non meritavamo di pareggiare nè di vincere. Non abbiamo mai osato e siamo stati puniti. Non voglio commentare la sua posizione su quello successo in panchina tra Kessie e Biglia. Dico solo una cosa, i panni sporchi si lavano a casa propria e non si va in televisione a dire che questa è la cosa più grave della serata. Non si commenta a caldo e non si deve dare adito ad interpretazioni giornalistiche che poi ricamano per settimane su un episodio che è assolutamente normale in uno spogliatoio. Mi spiace ma, per me, la cosa più grave è stata, ancora una volta, sprecare l’appoggio di uno stadio stracolmo che era pronto a spingere per portare a casa il risultato ma è stato coinvolto con la stessa verve di uno che deve uscire con la Mazzamauro. Su questo punto Rino deve crescere ancora tantissimo. Va bene essere sinceri ed onesti ma, a volte, certe faccende vanno gestite in silenzio. Mannaggia a te Rino, ti voglio così bene che scrivere queste cose mi fa molto male.

Entrare in Champions per caso, porta a questi risultati

Che fare adesso? È difficile ragionare lucidamente dopo una sconfitta così meritata e così “sonora” nell’atteggiamento. Di fatto la squadra è al quarto posto, pertanto è lì dove la società chiede di stare. Infatti mi pare di non percepire nessun panico in via Aldo Rossi. Purtroppo c’è modo e modo di entrare in Champions League, secondo me. Arrivare quest’anno in CL è fondamentale per mille motivi, più economici che sportivi, ma di fatto arrivarci in questo modo non è certo la strada giusta per aprire un ciclo. Non necessariamente vincente ma un ciclo di competitività. Come, per esempio, Roma e Napoli hanno aperto da anni. Ad oggi, mi sembra di vedere il Chievo di Del Neri o l’Udinese di Guidolin che per inerzia arrivarono in CL, ai preliminari, ma poi tracollarono senza appello. Un esempio più recente è quello dei cuginastri che dopo anni di assenza si sono presentati con affanno l’anno scorso e in quarta fascia sono stati educatamente accompagnati all’uscita. Lo dico dall’inizio della stagione, arrivare quarti così fa più male che bene. Le lacune vanno affrontate e sistemate, non nascoste sotto il tappeto. È sempre più evidente che il doppio impegno non è gestibile da questa rosa e da questo allenatore. Perchè arrivare quarti quest’anno non è la soluzione, è solo l’inizio. Perchè l’anno successivo si deve rientrare ancora in CL e l’altro anno ancora e l’altro anno ancora. Visto che allo stato attuale, se va bene, si supererà i gironi e basta. Di una cosa sono convinto, questo non è l’atteggiamento giusto per approdare al torneo più prestigioso del Mondo, perchè se la memoria la facciamo andare indietro di qualche mese, quest’anno Dudelange, Olympiakos e Betis ci hanno fatto vedere i sorci verdi. Inoltre con le “grandi” abbiamo vinto solo contro la Roma all’andata e dobbiamo ancora giocare contro la Juventus a Torino e la Lazio in casa. Non prendendo in considerazione la stagione scorsa dove le vittorie sono state solo contro la Roma e la Lazio.

Insomma, oggi non va buttato tutto ma va fatto un ragionamento su come continuare la stagione. Rimangono 5 punti di vantaggio sulla Roma (gli scontri diretti sono a nostro favore), la qualificazione in CL da difendere e c’è una Coppa Italia da giocarsi con passione e voglia di vincere, pertanto la testa deve rimanere sul campo. Si continui a giocare con la mentalità provinciale che ci ha tenuto a galla fino ad oggi, si torni in trincea sperando di ritrovare una condizione fisica decente e qualche episodio che ci aiuti tipo Udine e Genoa. Poi a fine stagione, raggiunti o meno gli obiettivi ci si sieda da persone civili, ci si saluti e si metta in panchina e in campo gente che sia in grado di gestire le pressioni di una grande. Perchè il quarto posto non è la panacea di tutti i nostri mali ma rimanere in questo limbo tra mediocrità ed umiltà è ancora peggio.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.