2 6 21 11 25 23

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Per tutti coloro che fossero fan di Lost, voglio tranquillizzarvi, non si tratta di un’altra sequenza numerica da digitare sulla tastiera del computer per bloccare un qualsivoglia evento nefasto. I numeri non sono neanche quelli che molti di noi hanno dato alla fine della partita di sabato sera. Anche se si possono avvicinare di molto. Purtroppo, sono una sequenza che arriva da lontano e che potrebbe aiutarci a capire quello che ci aspetterà in questa stagione. 2 sono i punti che dalla stagione 2012/13 il Milan ha conquistato al San Paolo di Napoli, due pareggi (12/13 e 15/16). 6, 21, 11, 25, 23 sono i punti di distacco che il Milan ha accumulato sul Napoli dalla stagione 12/13 alla scorsa stagione, per un totale di 86 punti di distacco in 5 stagioni. Un’enormità per una società come il Milan. Eppure queste erano le premesse con le quali si è partiti in direzione Napoli, con tutta la mediaticità italiana che si concentrava sul duello Ancelotti-Gattuso e che dava per scontato che il solo arrivo di Higuain potesse colmare questo gap.
Come si potesse pensare di andare a Napoli a vincere con queste statistiche che sono da piccola squadra, e non da Milan, qualcuno ancora me lo deve spiegare. Di certo, con un vantaggio come quello che si era venuto a creare in campo, è ancora più complicato accettare la sconfitta. Io vi dò la mia idea, poi ognuno potrà decidere se pensare al disfattismo più totale o guardare in faccia la realtà.

GATTUSO – Rino è questo qui. Prendere o lasciare. Chi ha seguito un minimo la sua carriera da allenatore potrà facilmente capire che l’ “atteggiamento” in campo delle sue squadre è sempre stato molto contenitivo. Il suo 433 attuale, di fatto, non è altro che un 451 o 4141 che bada più a contenere che a offendere. Ma siccome sui numeri è inutile stare a disquisire, ognuno la vedrà come vuole, dobbiamo analizzare l’atteggiamento. L’atteggiamento è quello di una squadra che, in primis, non vuole perdere. Di una squadra che entra in campo sentendosi inferiore all’avversario. Effettivamente, se analizziamo i numeri dell’introduzione, così è. Questo Milan è come minimo inferiore di 23 punti (quelli persi solo l’anno scorso) rispetto a questo Napoli, non si colma un gap del genere con un mercato solo e gestito con risorse limitate. Il problema sta nel voler dare un’impronta “da grande” ad una squadra che grande non è, oltre al fatto che grande non si sente. Il possesso palla per impostare il gioco dalla difesa è un modo per dare coraggio e responsabilità ad una squadra che, però, non ha le caratteristiche per poter fare questo gioco. Il fatto che Gattuso curi l’aspetto difensivo è risaputo. Non subisci solo 36 gol in un campionato di Serie B (seconda miglior difesa di quella stagione) se non hai a cuore degli schemi difensivi efficaci. Però nonostante una difesa così arcigna, la retrocessione in Lega Pro è arrivata lo stesso. Con la miseria di 23 gol segnati. Il problema è che questo atteggiamento e questa cura dell’aspetto difensivo non giova nè alla squadra, nè agli attaccanti. Andando a vedere anche nel recente passato, questa squadra non ha schemi d’attacco. Tutta la nostra pericolosità offensiva passa da Suso o da Calhanoglu, altrimenti non esiste. Higuain, sabato sera, non ha mai tirato nello specchio della porta. Non ha ricevuto un pallone giocabile in profondità. Ha ricevuto una palla giocabile da Laxalt su un’azione estemporanea. In più di un’occasione il Pipita è partito palla al piede dalla nostra metà campo, puntando la porta del Napoli. Accompagnato da? Quanti di voi si ricordano un Higuain che percorre 60 metri di campo per arrivare in area di rigore avversaria? Di questo passo la pazienza del Pipita e dei tifosi andrà via via affievolendosi, ma il tempo per porvi rimedio c’è e deve essere subito utilizzato. Rino è in stato confusionale, vuole giocare da grande ma con una mentalità da piccola, deve prendere una strada e seguirla. Ad oggi, questa creatura “ibrida” potrebbe non avere molto futuro. Ad onor del vero va detto che questo atteggiamento molto sparagnino però aveva messo in difficoltà il Napoli e che il risultato stava sorridendo ai rossoneri grazie alle due uniche azioni costruite con una rete di passaggi in avanti. Pertanto non è tutto da buttare, ma bisogna lavorare molto anche sulla paura di perdere.

Questa palla non può essere mai giocata a Biglia.

LA PAURA – Di fatto impostare una squadra con umiltà e rispetto dell’avversario non è un peccato. Ma trasmettere alla squadra la paura, invece, crea situazioni che portano a sconfitte cocenti e momenti di black out assoluto. Il possesso palla fatto nella nostra area di rigore, con continui scambi con il portiere, genera paura ai giocatori. Lo si vede, non sono tranquilli nè sono abili tecnicamente a superare il primo pressing. Mettere Biglia sempre con lo sguardo rivolto verso Donnarumma, non fa altro che chiudere la possibilità di giocare il pallone. Spalle alla porta avversaria mi ricordo solo un giocatore in grado di superare il pressing avversario, Andrea Pirlo. Ebbene Biglia non è Pirlo. Superare il primo pressing e poi fermarsi per ricominciare l’azione diventa un possesso palla fine a se stesso. Non avere un centrocampista di personalità e di spessore internazionale ci obbliga a dei palliativi che non hanno lo stesso effetto. Non è un caso se ormai da oltre un lustro il nostro centrocampo è spesso un’accozzaglia di relitti in disuso. Per questo è inutile mettere in ansia un intero reparto per ostinarsi a giocare la palla dal basso. È un concetto apprezzabile, ma non applicabile con questi giocatori e con questo portiere (su Donnarumma un giorno faremo un ragionamento a parte). Per fare questo tipo di possesso palla si deve avere molta qualità e molta personalità, due caratteristiche che mancano ai protagonisti di sabato. Se ci si trova in difficoltà (esempio della foto 5vs6), si può lanciare lungo per cercare l’eventuale superiorità. Si può buttare a Fuorigrotta ma non può mai arrivare a Biglia. La dichiarazione a fine partita di Rino “…squadra con grande paura. La colpa è la mia…” è un messaggio chiaro. Trasmettere ansia e obbligarli a quell’uscita di palla, porta questi giovani ad andare fuori giri. La fragilità mentale di questa squadra è evidenziabile in 4 esempi:

  • Milan-Arsenal, si è provato a giocare questo possesso palla ma con timore. Loro ci sono venuti a giocare in faccia senza paura, in 30 minuti di orologio la pratica qualificazione si è chiusa, per i londinesi;
  • Juventus-Milan, partita guardinga e giocata con testa e saggezza ma con timore tangibile nelle prime battute. Appena si è stati in partita, tutto bene. Appena preso il gol di Cuadrado in 7 minuti finisce 3-1;
  • Juventus-Milan, finale di coppa Italia. Gestione del primo tempo identica a Napoli, paura di un avversario (oggettivamente) più forte con possesso palla davanti a Donnarumma, appena la situazione è degenerata, in 20 minuti si è imbarcata acqua e 4 gol;
  • Napoli-Milan, sabato sera c’è stata la variante della Finale di Coppa Italia, si passa in vantaggio di due gol, grazie a due belle azioni ma non appena si è preso il gol del 1-2, si perdono sicurezze e distanze e si va in barca. 3 gol subiti in 27 minuti.

Questa tendenza a perdere il controllo deriva da una mancata sicurezza che questa squadra dimostra ogni volta che il piano partita fallisce. Per giocare con questo atteggiamento si devono avere i giocatori adatti alla “battaglia” e alla “sofferenza”, gente abituata al gioco da “piccole”. Applicare questi concetti a gente che indossa la maglia del Milan e si sente già arrivata,  è molto difficile. Se si ordina un piano tattico prudente, perchè si ha paura di aprire gli spazi agli avversari, ovviamente appena le cose vanno male l’ansia prende il sopravvento. Questo gioco è quello che Gattuso ha in mente per un piccolo Milan (i numeri dicono questo), ma che non può essere apllicato da questi giocatori.

CONCLUSIONE – Prima di buttare tutto alle ortiche aspetterei ancora un pò di tempo. Diciamo verso novembre. Sicuramente va detto chiaramente che, nonostante mi, e ci, crei una repulsione infinita, questa squadra è un Milan mediocre. Non potrebbe essere altro una squadra e una società che ormai da anni vive a distanze siderali dall’alta classifica (rileggere i numeri iniziali per farsi un’idea). Cantare oggi il de prufundis è prematuro ma non si pensi che l’arrivo di Higuain e di Caldara possa compensare le distanze accumulate nel corso degli anni. La nostra ambizione è alta ma non possiamo paragonare questo periodo storico a periodi nei quali a Napoli si andava in gita e si tornava con il bottino pieno. È tutto cambiato, siamo una squadra da metà sinistra della classifica, come già scritto, in over-performance possiamo arrivare al quarto posto. Con il contemporaneo fallimento di due antagoniste. Andare a Napoli e perdere, ahimè, ci sta. Ci sono superiori, sono più forti, più organizzati e, non a caso, giocano la Champions League da molto più tempo dei nostri attuali giocatori. La tradizione, dirigenti come Leonardo e bandiere come Maldini, non vanno in campo. Ci possono aiutare ad avere speranza di migliorare ma in campo ci va questo Milan, e ad oggi, questo è un modesto Milan che gioca da piccola squadra con giocatori normali. Se così dovrà essere, Gattuso è l’allenatore migliore che possiamo avere. Se vogliamo ambire a posti più onorevoli, non è questo il Milan adatto, non sono questi i giocatori adatti e non è questo l’allenatore adatto.

FORZA MILAN

Johnson

"...In questo momento l'arbitro dà il segnale di chiusura dell'incontro, vi lasciamo immaginare fra la gioia dei giocatori della formazione rossonera che si stanno abbracciando..." la voce di Enrico Ameri chiude la radiocronaca dal San Paolo di Napoli. Napoli-Milan 2-3, 1 maggio 1988. Per me, il lungo viaggio è cominciato da lì, sempre e solo con il Milan nel cuore.