Dopo Milan SPAL. Se non fossi l’idiota che sono…

30 settembre 2017 | Di | Rispondi Di più

che profumo hanno i ricordi?

La “Bassa” – Ad Umberto piace la Pianura Padana. E’ un figlio del grande fiume che scorre a poca distanza dalla sua Ferrara, della terra che il Po rende fertile e della nebbia che spesso avvolge entrambi. Trasferirsi a Milano con la moglie non sarà un problema perché fare il postino è uguale in entrambe le città, devi pedalare. Oltretutto ad Umberto piace il calcio che a Milano è molto meglio che a Ferrara. Il massimo risultato della SPAL in quegli anni è la semifinale del campionato 1922 ma lui non ha potuto godersela perché aveva solo cinque anni. Gli anni che seguono sono strani e confusi con cambi di nome e perfino di maglia, con la Serie B e qualche campione relativamente famoso fatta eccezione per quell’Abdon Sgarbi che giocherà perfino in nazionale. Meglio giocarlo il calcio. Ultimo di sette fratelli, Umberto deve imparare, piccolo com’è, a scappare via veloce e questo singolare talento ne fa un “numero sette”, ala destra veloce e di buon cross. L’unica cosa che non gli piace è quel cavolo di nome che fa troppo monarchia e quindi, come nella tradizione ferrarese dove i soprannomi sono un’arte, lui sarà Walter.

Milano – Integrarsi a Milano, come previsto, non è difficile. Se esiste al mondo una città inclusiva è il capoluogo meneghino, basta avere voglia di lavorare. Trovare un “milanese” puro oggi è pressoché impossibile ma la città ha, anche tra gli immigrati, i suoi amanti e conserva, intatto, un tratto distintivo: basta avere voglia di lavorare e dopo pochi minuti vieni adottato dalla città. Walter, alla voce “voglia di lavorare” non si è mai tirato indietro e ci vuole poco a diventare membro della grande comunità. Ma a lui non basta e quindi ogni domenica saluta sua moglie Lea e si incammina verso lo stadio dove giocano il Milan e l’Inter l’Arena civica per l’Inter e San Siro per il Milan. A dire la verità, per un certo periodo, va a vedere il Milan anche all’Arena perché nel periodo bellico i rossoneri giocano nello stadio in centro. Non c’è molta corrente ed i tram non vanno quindi si va tutti nello stadio nerazzurro. Così, quando rientra dal fronte per colpa di una brutta malattia polmonare, Walter va all’Arena fino al giorno in cui prende la grande decisione: “Lea, a me quelli li non piacciono, sono troppo bauscia.”. Il tutto nel bellissimo e colorito dialetto ferrarese.

Ed è subito Milan – Stare dalla parte dei più deboli non è una novità in famiglia e Lea, che sopporterà la passione per il calcio del marito lungo sei decenni, scrolla le spalle: “Fa mo com’ at vot”. Fai come vuoi, chiedendo scusa ai ferraresi che leggono queste poche righe. Fortunato il Walter! Basta aspettare pochi mesi e comincia un ventennio di successi per il Milan che culmina con la gita sul tetto del mondo di Nereo Rocco e dei suoi ragazzi. Quanti campioni vede passare in quello stadio meraviglioso senza mai perdersi una singola partita fosse di campionato o di coppa! Da capitan Liedholm a Cesare Maldini, dai due Gunnar (Gren e Nordhal) a “Pepe” Schiaffino. Poi Altafini, Hamrin, Sormani, Schnellinger, Trapattoni, Hamrin, Pierino Prati. E quel Gianni Rivera che prende per mano un popolo e lo guida, capo indiscusso, fino al 6 maggio 1979 giorno dell’agognata stella del decimo scudetto.

Mano nella mano – Quel giorno, ne sono certo, Walter è emozionato, credo. Non è solo per la stella che sta per arrivare ma anche perché con lui, mano nella mano, ci sono i due nipoti maschi il più piccolo dei quali, un occhialuto ragazzino di nove anni totalmente rapito dai colori e dai suoni che lo avvolgono, vi sta scrivendo questo indegno ricordo di Milan. Per anni nonno Walter ha accompagnato i suoi nipoti al tempio del calcio a celebrare il rito pagano della partita di calcio. Anni che sanno di ravioli fatti a mano da nonna Lea, di chiacchiere piene di devozione per la maglia, di racconti assorbiti come fossero leggenda lungo Via Civitali e Via dei Rospigliosi. Se non fossi stato il coglione che, purtroppo, sono, se avessi avuto da ragazzo la passione per lo scrivere che attualmente mi spinge oggi avremmo una bella raccolta di aneddoti e racconti. Restano solo i ricordi, sempre più sbiaditi, di Walter che racconta di come Schiaffino fosse una specie di semidio, l’ unico in grado di sfidare Alfredo Di Stefano come migliore al mondo almeno fino all’avvento di Pelè: “Sai che l’ho visto giocare Pelè? Più forte di Maradona, però Trapattoni quella sera…” Che cazzo ne so di cosa ha fatto “el Giuanin” quella sera? Non me lo sono scritto, idiota che sono!

L’ultima volta – “Pier, io non vengo allo stadio, do la tessera al nonno…”. Walter ha ottanta anni suonati e, dopo un decennio di assenza, decide di tornare allo stadio. Mi ha accompagnato fino al Milan di Sacchi e poi ha deciso che per il suo cuore era giunta l’ora di prendersi un po’ di riposo e fare compagnia a sua moglie guardando il variare dei risultati sul monitor durante “domenica in”. Lo chiamo e mi risponde: “Vengo a vedere se il russo è così forte! Va’ che io ne ho visti di centravanti! Ah!!!! Come era forte il pompierone! Gli ho visto fare un gol con un avversario aggrappato alla schiena….”. Vado a prenderlo prima della partita e andiamo a piedi fino allo stadio. Fare le scalette per arrivare al secondo anello è un dazio pesante da pagare per i suoi polmoni e ci vuole una vita ma lui tiene banco, tanto che un mio amico mi si avvicina e sussurra: “Dove si firma per arrivare così ad ottanta anni?”. Secondo anello blu, canne e bestemmie che girano alla stessa velocità ma il Walter non molla un centimetro; Pirlo? “Pasa minga el balùn”, Seedorf “è un veneziano” e il russo, che probabilmente ha fatto un paio di gol, “non è più forte di Altafini”. E che ne so? Mica ho mai visto Altafini. Però, da quando ho memoria, li ha criticati tutti tranne Rivera. E’ il suo modo di dirmi che comunque sono degni di quella maglia. Bene così. Lo riporto a casa, ed è strano pensare che sia io a portare lui, e mi avvento sulla torta della nonna mentre lui, come ogni singola domenica si mette davanti alla televisione per aspettare i risultati della Serie C. Mentre intorno al tavolo tutti chiacchierano Walter si gira, mi guarda e dice: “La SPAL ha perso ancora. Ai miei tempi, quando c’era Mazza…”

Nella settimana di Milan – SPAL – Quarantanove anni dopo la sua ultima partita in Serie A la Società Polisportiva Ars et Labor è tornata a giocare a San Siro. Settimana scorsa i miei cugini sono venuti da Ferrara per vedere la partita e mi hanno portato “i ciupet”, le coppiette, il tipico pane della città di nonno Walter e mi sono gustato quel sapore meraviglioso che sa di ricordi e carezze della nonna. Sono andato a vedere la partita in tribuna stampa lontano dal settore dello stadio dove andavo con lui a vedere le partite ma per un secondo ho pensato che ero arrivato li anche e soprattutto per merito suo. “Nonno, ma la Juve ha vinto più scudetti del Milan!”. Cala il silenzio intorno al tavolo rotondo dove la nonna sta tirando la pasta per fare le tagliatelle. La leggenda familiare vuole che Walter mi abbia preso per mano e portato “in stanza” (la camera da letto in dialetto) e mi abbia parlato. Come per Attila e Leone Magno nessuno sa cosa mi abbia detto ed io sinceramente non me lo ricordo. Sta di fatto che da quella stanza è uscito un milanista convinto. Siccome però Walter miracoli non ne faceva è uscito un milanista convinto ma così idiota da non ricordare quasi niente dei suoi aneddoti. Se non fossi l’idiota che sono oggi non avreste perso il vostro tempo leggendo questa banale storiella ma il racconto di come: “Eravamo a San Siro e, ad un certo punto, Liedholm sbaglia un passaggio. Ci siamo alzati in piedi ed abbiamo applaudito. Erano due anni che non sbagliava un passaggio…”.

Scusate.

Pier


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Categoria: Partite, Ricordi rossoneri, Serie A

Sull'autore ()

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.