Milan, un cambio poco utile e un bilancio pericoloso

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L’impatto di un cambio di allenatore nel corso di una stagione è stato largamente studiato dal punto di vista statistico. Trovate esempi di studi a questo link, questo oppure nel classico “The numbers game” di Chris Anderson e David Sally.
Sostanzialmente le cause principali per cui si giunge ad un esonero in corso di stagione sono: risultati sotto le aspettative (specie per club medio-piccoli bastano poche partite) e pressione mediatica conseguente; in misura minore dissidi interni, scarsa condizione, migliori opportunità.
Sempre considerando che nello sport il numero di variabili non è dissimile da quello di altri sistemi molto complessi, e che detti studi devono servire solo a stimolare un ragionamento non a prevedere la certezza, il principale effetto del cambio sul lungo periodo di solito è: un emerito cazzo. Il ‘miglioramento’ (spesso immediato) dei risultati è da un punto di vista teorico riconducibile al fenomeno della regressione verso la media, ovvero man mano che il campione (di partite) si ingrandisce, il risultato medio (in questo caso quello cumulativo, i punti finali) si avvicina a quello già prevedibile all’inizio.
Con ciò non significa che il cambio di manager sia per forza inutile; chiarisco: è inutile se pensato per ‘migliorare la squadra’. Cioè per ‘trasformare’ la squadra da compagine da media classifica a squadra da Champions. Per fare quello ci sarebbero il mercato, la programmazione, le strutture, la gestione ad ogni livello. E ovviamente la scelta del tecnico che dev’essere coerente col resto. E non lo è stata in prima battuta, nè lo è quella di Pioli; sempre che ci sia un ‘resto’ con cui essere coerenti…
Un esonero può essere in parte giustificato, come in questo caso, dalla figura del manager totalmente fuori contesto. Ma è soprattutto per ragioni di ‘pressione’ che è stato fatto lo switch Giampa-Pioli, un cambio in corsa degno del Palermo di Zamparini. La necessità di ‘una scossa’ è stata impellente, e per me vuol dire che qualcosa sta collassando. Una dirigenza sicura dei propri mezzi e dei ruoli, e delle proprie scelte, tira dritta. Più ancora: una dirigenza consapevole del momento tira dritto. Ben sapendo quanto sopra: che in termini di resa finale ci sono elevate probabilità che un cambio non significhi niente.
Dunque oggi ci troviamo ad un bivio di pensiero: i ‘nostri’ sono consapevoli del valore del team, della concorrenza, delle prospettive; o non lo sono?
A parole, no. Perchè presentare Pioli come il tecnico dell’assalto Champions dopo la falsa partenza a me fa venire voglia di alzarmi, salutare, e seguire per il resto della stagione il basket. Se ci credono veramente, io alzo le mani come quando scelsero Giampaolo per ‘il belgiuoco’. Ma c’è la speranza che ci stiano come al solito pigliando per il culo, cosa che trovo amaramente preferibile.

Pioli ha una missione reale complicata. Il calendario di novembre è complesso. Ma ha il vantaggio della mancanza di aspettative generali, e di doversela giocare match su match, specie nelle prime tre gare che saranno in rapida successione. Lecce, Roma, SPAL se affrontate ‘come finali’ con la giusta energia potranno essere belle sorprese. Pioli ha il vantaggio/svantaggio dell’emergenza. Da un lato servono punti per evitare il panico o (più probabile) il rilassamento da ‘tanto quest’anno è già finito’; l’esigenza dovrebbe appianare al momento i discorsi sperimentali o filosofici, trasformando le scelte che per Giampaolo erano “come la fa la fa, la sbaglia” in “necessità” che tradotto significa più fiducia mediatica e meno rotture di coglioni. Qualunque scelta effettuerà Pioli sarà adeguatamente coperta, perchè il momento è quello che è. Dall’altro però è evidente che non funzionando nè la squadra nè i singoli l’emergenza potrebbe aggravarsi; nel qual caso il mister dovrà affrettarsi a trarre conclusioni: questo sì, l’altro no, ecc. In questo caso credo durerà poco anche lui. Ed era per questa ragione che probabilmente la dirigenza ha cercato Spalletti, ma pure Garcia (che più che ‘non piacere’ come abbiamo letto, piaceva al Lione), manager di altro livello rispetto al parmense, capaci di reggere in caso di avvio disastroso. Anche Gattuso ce la fece, ma parliamo di uno che a Milanello ha vissuto 15 anni.
La missione teorica di Pioli rientra invece nel campo dei miracoli: intensità e pressing alto non si prepararano nella pausa Nazionali nè, con questa rosa, dopo. Se l’intenzione di Padre PioLi è immolarsi producendo un calcio simil-Fiorentina dell’anno passato, una squadra troppo giovane e ‘ignorante’ per quel tipo di gioco e che in campo inseguiva sè stessa, sappia che a Milano basta anche molto meno per finire fra i martiri. Difesa e recupero degli uomini chiave del 2018-19, più Leao, pare essere la strada più giusta e semplice; speriamo punti a lì, con un po’ di chiacchere ad abbellire il tutto.

Il bilancio. Cifre preoccupanti, con alcune note positive divulgate in una velina assai oscura all’ANSA, tanto quanto tutte le veline precedentemente compilate dal management di Elliott e gettate a noi plebei. Va letto e capito, e in questo momento non lo abbiamo sottomano quindi ovviamente non possiamo dare un giudizio definitivo. Tuttavia qualche aspetto lo si può commentare brevemente. Pare che Elliott voglia tenere, come i suoi predecessori, il piede in due scarpe: fare cose sensate e da media squadra, ma mettendo sul piatto cifre da super-top team. L’esempio riassuntivo di questo mio pensiero è Paqueta, giovane e interessante centrocampista costato 38 milioni (più uno stipendio elevato), investiti nel 2018 per raccogliere ben poco sul campo e anche fuori, con un potenziale che oggi non è nemmeno più definito. Niente contro il ragazzo, lo sto solo usando come esempio (stesso discorso può valere per altri); ha tutte le carte per rilanciarsi e migliorare il proprio rendimento. Ma non ce lo potevamo permettere, probabilmente. Una scommessa che non si sta realizzando e i punti di vista possono essere due: o il cavallo non è di razza (ci sta, capita), o pur essendo adatto per fare una certa cosa (mezzala) si ostina a non vedersi tale. Oppure è di razza ma noi non abbiamo il contesto giusto per farlo rendere, o non lo ‘nutriamo’ nel modo corretto, o non possiamo permetterci allenamenti che migliorino il suo livello; o facendo competizioni minori non ne stimoliamo l’interesse. Ed è inutile cercare colpe specifiche (tantomeno univoche), perchè la colpa è del contesto. Inutile e dannoso continuare a fare scommesse che non possono rendere. Non so nulla di gestione di club di calcio, ma se guardo quelli al nostro livello di risultati e prospettive non ne vedo uno investire 40 milioni in un prospetto (che poi nemmeno incide sui risultati). Nè di conseguenza che si ritrovi poi con centinaia di milioni di rosso.
Ma ormai questa scommessa è stata fatta (pure altre), tocca sperare.
Senza fasciarci la testa, visto che l’azionista ha già promesso ripianamento, bisogna però ammettere che con un bilancio del genere che spinge a necessità (smentite, ma non ci crede nessuno) di cessioni e ridimensionamento è difficile uscire dal circolo vizioso in cui si incaglia da anni il nostro mercato e la nostra programmazione. Finiamo a strapagare quello che ci serve (e ci sono sempre molti errori) e dal mercato caviamo poco e nulla visti anzitutto i pessimi o nulli rapporti che ormai abbiamo maturato verso chiunque, e che comunque il valore dei nostri giocatori non potrà mai essere pari a quelli dei club in salute, che danno stipendi conguri ai propri giocatori e li mantengono in un ambiente competitivo e sano e non vacanziero e schizofrenico. Va anche detto comunque, per l’ennesima volta, che il ridimensionamento sarebbe ben accetto con figure e modalità adeguate; spendere 10 milioni in dirigenti inconsistenti o belli ma inesperti è un po’ come spenderne 40 per Paqueta: stessa logica, stessi risultati interlocutori, stesso disastro quando si deve tirare la riga e fare i conti.

E’ una situazione proprio brutta in cui ognuno di noi per facilitarsi la settimana da la caccia a un colpevole quando, a parte il Presidente del Monza che lo è indiscutibilmente, tutti gli altri non si capisce nemmeno a che gioco giocano.
Sperando quantomento, nel breve, che almeno i ragazzi tornino a giocare al calcio.

Larry

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre. Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto. Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli. Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.