Del credere e del fare

7 marzo 2017 | Di | Rispondi Di più

E’ il luglio del 1998 quando Rupert Murdoch, il potentissimo magnate televisivo, invia uno dei propri managers a discutere col board del Manchester United la scalata al club da parte di BskyB. E’ una mossa inattesa e sconvolgente, che Mark Booth ha suggerito al tycoon ispirandosi alle gesta di un altro imprenditore televisivo che oltre a trasmettere calcio lo possiede: Silvio Berlusconi. Murdoch è facilmente uno degli uomini più potenti del mondo, con agganci politici, visibilità, potenza mediatica illimitata e denaro a non finire; il deal per lo United è per oltre 600 milioni di sterline. Ma il Manchester non è in un’aula di tribunale, non è a corto di successi (i trionfi dell’era Ferguson sono in pieno decollo), dunque ha opzioni; ed in virtù di precedenti contrasti fra gruppi di tifosi e dirigenza ha già una ben sviluppata associazione indipendente di tifosi, popolare quanto basta ma soprattutto convinta e consistente. L’accordo viene immediatamente discusso. Le questioni che agitano la IMUSA (Independent Manchester United Supporters Association) e l’associazione degli azionisti di minoranza (t’oh!) sono due. Anzitutto l’evidente conflitto di interessi, alla lunga lesivo della competitività del club, che il magnate del calcio televisivo avrebbe gestendo contemporaneamente anche lo United; quindi l’evidente problema rappresentato dall’ingresso del club nella galassia Murdoch, con annessa mancanza di trasparenza, indipendenza e il possibile ‘uso’ del club per fini non prettamente sportivi. Nulla che non conosciamo, dico bene? Ma siamo agli albori del calcio in digitale, BskyB è vista come la gallina dalle uova d’oro e sembra ai più un partner più che affidabile; inoltre abbiamo già detto dei poteri con cui le due associazioni devono confrontarsi. Eppure nell’aprile del 1999 la MMC (Monopolies&Merger Commision) pone un freno che si rivelerà poi definitivo all’acquisizione dello United poiché anti concorrenziale; a far arrivare il caso fino alla commissione governativa ci hanno pensato proprio le formichine tifose e azioniste, che hanno costruito per mesi in modo certosino rapporti con la comunità locale prima, poi con personalità e con la politica, e con l’aiuto di avvocati e professionisti che hanno rinunciato alle proprie parcelle e sacrificato il proprio tempo, tutti adepti dei Diavoli Rossi, oltre che un cospicuo contributo dai alcuni tifosi celebri, hanno ottenuto la più grande e vistosa vittoria di Davide su Golia almeno relativamente al confronto tifosi-vs-proprietà. Tutto ciò senza potere, senza maggioranza effettiva di azioni o consensi, visibilità o interessi che non fossero quelli ‘da tifosi’, sempre nel pieno della ragione secondo le leggi e l’opinione pubblica. Tutto ciò festeggiando quasi contemporaneamente il treble. Tutto ciò sfruttando soprattutto il loro unico punto di forza contro i colossi finanziari e mediatici: la passione.

Vi ho raccontato questa storia, che potete ritrovare nel libro ‘Punk Football’ di Jim Keoghan oppure sulla cronaca dei giornali inglesi (es. sul Guardian –link– o sull’Independent –link-) non per aizzare banalmente il popolo oppure creare degli impossibili paralleli; quello United era florido e fortissimo a prescindere da Murdoch, noi invece siamo nella merda e ogni volta che guardiamo il bilancio societario e come è composto scoppiamo a piangere. La situazione è molto diversa dalla nostra, che è sotto alcuni aspetti terminale e sotto altri davvero oscura. Volevo solo far notare che cosa è possibile fare usando il cervello, unendo le forze e pensando ogni tanto non solo alla birretta o al golletto. Era solo per dire che nonostante in Italia non esistano che tifoserie organizzate (dalle società) e club dove più o meno persone si riuniscono a vedere le partite, in giro per il mondo da tempo ci sono gruppi di sostenitori che per un motivo o per l’altro (quasi sempre traumatico) si sono svegliati, uniti e hanno formato dei veri e propri ‘eserciti’ che hanno vinto battaglie (AFC Wimbledon, IMUSA vs Murdoch, Bournemouth), perso battaglie (IMUSA vs Glazer), comunque combattuto. Senza pomodorate, spranghe e minacce di morte, massive proteste di piazza o striscioni. Sono andati con molta calma e determinazione da chi prende le decisioni e tiene il portafogli a spiegare quello che la vertigine di denaro attorno allo sport ha evidentemente oscurato nella mente dei proprietari: che ogni club ha una storia, dei valori e degli ideali rappresentativi di una comunità che prevaricano qualsiasi interesse; che questi sono fondanti e irrinunciabili, pena la perdita di scopo e anche di fatturato; e che comunque a tutto c’è un limite.

Noi non sappiamo cosa è giusto fare, cosa si deve fare, nemmeno cosa si può effettivamente fare. Nel nostro piccolo abbiamo acquisito autorevolezza attraverso contenuti e numeri unici, dunque lanciato iniziative di successo (Gianniniadi, domande per l’assemblea), alcune senza successo (ritiro della 10), e sfruttato occasioni come l’amicizia con APA. Giuseppe La Scala, con enorme pazienza verso la nostra anarchicità organizzativa, ci ha aiutato a rendere più visibili e strutturati alcuni pensieri comuni ed è diventato frontman suo malgrado; nell’ultima assemblea ha dedicato 20 minuti a fare il mestiere dei membri del cda: spiegare la situazione, calmare la piazza. Abbiamo ottenuto dei piccoli successi, costringendo il nostro vergognoso board a ritirarsi, a parlare di argomenti che avrebbe saltato a piedi pari, ad esporsi al ridicolo. Stiamo facendo il giusto? Noi siamo soddisfatti, ma di fatto non lo sappiamo; siamo certi di stare facendo il possibile. Siamo ben oltre il nostro limite. Ci chiediamo però se qualcuno sta facendo qualcosa di altro, qualsiasi altra cosa. E la risposta è no.

La situazione del Milan sta cominciando a ricordare per squallore quella del Parma di Manenti (e in questo senso il riferimento di Galliani al finora regolare pagamento degli stipendi è agghiacciante); il bilancio lo conosce anche mia nonna ed è da fallimento; il closing è una farsa ed è comunque illogico sotto molti punti di vista. Negli ultimi anni non fosse per un blog di dopolavoristi, un gruppo di avvocati milanesi, Maldini e qualche giornalista illuminato (Serafini, e benvenuto anche a Tomasello) saremmo ancora qui a leggere che va tutto bene, che è ‘il ciclo’. Il Milan è amato, senza distinguo, da milioni di tifosi che sono anche personalità dello spettacolo, professionisti di tutti i campi, politici, personalità. Com’è possibile essere messi così male, essere così muti e immobili? A livello che l’amministratore delegato può rilasciare dichiarazioni tipo “oggi è il giorno del silenzio” e il proprietario farsi un ritratto con la maglia del Milan sostenendo di aver fatto le giovanili negli anni ’50. E’ vero, siamo un caso limite. Abbiamo una società che non considera i tifosi nemmeno a livello delle pecore; almeno a quelle una direzione viene imposta. Chiunque si azzarda a fare due domande può essere aggredito da una potenza mediatica inavvicinabile oppure, come nel nostro caso, restare clandestino. E’ estrema anche la nostra situazione: un’azienda di così alto valore e blasone la cui cessione e ricambio gestionale è gestita in maniera così assurda e farsesca non esiste nel mondo in alcun settore.

Però oggi a rischio c’è tutto cari fratelli, non solo l’argenteria nuova che tutti sogniamo o la possibilità che Gigio non resti più di un paio di stagioni; a dirlo non siamo noi, è la realtà dei fatti che è li davanti a tutti. E’ forse il momento di partecipare un attimo di più con idee, mettendoci tempo, impegno, risorse o chi ce l’ha la faccia; nel senso, la mia faccia non serve a un cazzo, magari quella conosciuta di milanisti appassionati si. Tempo, voglia e passione per seguire comunque la partita c’è sempre da parte di tutti; tuttavia per il resto ci sembra di essere sempre clamorosamente soli. Noi rispettiamo la squadra nel complesso, poichè è giovane e sta facendo il possibile, rispettiamo l’allenatore che è stato finora talmente furbo e abile da non pigliarsi nemmeno un soprannome da noi stronzi. Massimo rispetto dunque anche per chi si vuole limitare a guardar la partita e il campo, non volendo far mancare il sostegno alla squadra; si parla di calcio ed è giusto potersi concentrare sul gioco e basta. Ma a questo punto, arrivederci. Ci vediamo fra qualche anno sempre che il Milan sia ancora là per noi.

A prescindere da come andrà a finire il closing e chi o cosa c’è dietro, prima che riprenda in maniera inesorabile il bailamme di indiscrezioni e minchiate che risucchierà, di nuovo, la ragione di molti è meglio tenersi a mente quel pezzo di saggezza che Roger Daltrey cantava dopo 7 minuti di battaglie per le strade coi nostri bambini ai piedi:
Ho incontrato il nuovo boss; è uguale al vecchio boss”.
E sarà così. Siamo noi che dovremmo cambiare, riavvicinarci e anche svegliarci un po’.

Larry

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Categoria: Mondo Milan

Sull'autore ()

22/11/1997, primo blu. Un ragazzino guarda per la prima volta l’erba verde di San Siro da vicino.Il padre gli passa un grosso rettangolo di plastica rosso. “Tienilo in alto, e copri bene la testa. Che fra un po’ piove”. Lapilli dal piano di sopra, quello dei Leoni. Fumo denso, striscioni grandi come case e l’urlo rabbioso: MILAN MILAN…Quel ragazzino scelse: rossonero per sempre.

Vorrei che non fosse cambiato nulla, invece è cambiato quasi tutto.
Non posso pretendere che non mi faccia male. O che non ci siano colpevoli.
Ma la mia passione, e quella di tanti altri, deve provare a restare sempre viva.