Felice quel popolo che non ha bisogno di eroi

18 settembre 2016 | Di | Rispondi Di più
Se questa è una bandiera...

Se questa è una bandiera…

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questo pezzo dell’amico Giuseppe La Scala. Buona lettura.

Parafrasando il Galileo di Bertold Brecht noi potremmo invece dire : “Felice quel club che non ha bisogno di bandiere”. Ma il popolo milanista – da tempo – non è un popolo felice.
Ho chiesto ai redattori del Night lo spazio per questo intervento, essendomi un po’ dispiaciuto della piega che ha preso tra di noi la discussione sulla opportunità che la nuova gestione “cinese” ingaggiasse per il futuro organigramma manageriale una o più delle “bandiere” milaniste, che oggi hanno o potrebbero avere un profilo dirigenziale di qualità. Di norma il confronto sul Night ha delle caratteristiche che lo rendono veramente unico: chi interviene su questo blog da, di solito, l’impressione di avere letto bene prima di scrivere; ed è difficile che si notino tra noi gli effetti del classico dialogo tra sordi.
Ma questa volta non mi pare sia stato così. E ho letto anche dei giudizi sui personaggi coinvolti che mi sono sembrati talvolta azzardati ed ingiusti. Temo che anche in questo caso si sia creato lo stesso fenomeno del dibattito sul ritiro della maglia numero “10”, in omaggio a Rivera (nel 50 anniversario della sua prima fascia da Capitano del Milan). Molti iniziarono allora a dibattere sulla opportunità “in linea di principio” di ritirare una maglia in una squadra di calcio. Non del fatto che la proposta – rivolta a questa società, in questa disastrosa condizione (e con Montolivo capitano !) avesse un senso contingente e avesse un significato specifico per questo Milan e in questo 2016. Torno dunque al punto.
In linea di principio concordo sul fatto che non vi è alcuna ragione per garantire “in ogni caso e a qualsiasi costo” un ruolo dirigente ad un ex calciatore che abbia avuto una carriera esemplare in una società calcistica. Aggiungo però anche che – in ogni club e i qualsiasi situazione – è preferibile che tra dirigenti di pari qualità la scelta vada su chi meglio sia in grado di rappresentare il legame con la maglia (quella rossonera, non quelle sconcezze che ogni tanto vengono indossate) e con la storia della società; legame che in una organizzazione sportiva costituisce un bene immateriale importantissimo ed è il solo in grado di incarnare il rapporto di fedeltà che unisce simmetricamente i supporter ai colori sociali.
Ma questo è l’ ABC del marketing sportivo.
Il nostro problema, invece, qui e ora, è che il Milan non è più una società come le altre (e nemmeno lo sarà in futuro, per quanto dirò tra un attimo). Il Milan ha da anni rotto il patto con i suoi tifosi, anche con quelli che non se ne sono accorti e hanno continuato a farsi prendere in giro dall’ attuale dirigenza rossonera e dalla fanfara mediatica al suoi servizio. Le ragioni non le sto a ripetere, perché le conosciamo tutti bene.
Quanto ai nuovi acquirenti, anche ammesse – e ci mancherebbe – le loro migliori intenzioni, il profilo di investitori industriali (senza alcuna radicata esperienza nel settore) e provenienti dall’ altra parte del globo rende l’ azionista di maggioranza un soggetto che necessita senz’ altro di una struttura locale esperta ed in grado di “mediare” la relazione con i suoi primi stakeholders: quelli italiani. Dunque il Milan ha bisogno come il pane – qui e ora, lo ripeto – di chiamare al servizio di un nuovo progetto di ricostruzione della squadra, della società e del patto con i tifosi, alcune figure di “garanzia” che, oltre alla competenza manageriale, godano di reputazione, autorevolezza e abbiano un significativo passato di legame con i colori rossoneri.
Qualcuno ha eccepito che una pretesa di questo tipo costituirebbe una ipoteca condizionante sulla attività di Fassone; che Fassone va invece fatto lavorare in pace; e che – quanto al filointerismo del suo casting – non importa di che colore sia il gatto, purchè afferri il topo. Non è esattamente così, invece, perché – come il Night insegna – c’è modo e modo di afferrare il topo. E, per esempio, tra il modello di chi vince gli scudetti comprando gli arbitri, condizionando buona parte degli avversari, ovvero operando sul mercato come uno squalo e il modello di chi – magari senza gli stessi risultati – si batte lealmente, rispetta le regole e conquista la fiducia dei suoi tifosi con la trasparenza e l’ onestà, noi sappiamo benissimo cosa scegliere.
Detto questo – e giusto per trattare di coloro i quali sono stati sin dall’inizio i “papabili” – Maldini e Albertini, anche se hanno un background personale diverso (alternativamente prevalente sul fronte del carisma personale, piuttosto che della esperienza dirigenziale) sono profili che a me paiono interessantissimi per qualsiasi società calcistica; non parliamo di quella nella quale hanno militato per anni rappresentandone l’ immagine migliore. Se dunque fossi stato io il manager individuato dagli azionisti di maggioranza per organizzare il nuovo team dirigente, avrei fatto innanzitutto quattro chiacchiere con loro prima che con chiunque altro. In ogni caso – sempre nei panni di Fassone – avrei notato (non mi sembra difficile) come la lesione del rapporto tra società e tifosi richieda una cura particolare e, dunque sia fondamentale la adozione di alcuni gesti fortemente simbolici (ma anche densi di contenuti) come:

  • appunto il sostegno e l’ ingaggio di alcune “bandiere” in società (visto che in squadra non ne abbiamo manco una!);

  • una comunicazione chiara, trasparente ed onesta sugli intendimenti dei nuovi azionisti di maggioranza;

  • un progetto sportivo e manageriale serio, ad iniziare dalla prospettazione di obbiettivi misurabili.

Certo , Fassone va fatto lavorare in pace. E’ un suo diritto.
Il nostro diritto invece è – come ho sempre detto in questi mesi nei quali sono stato sempre rassicurante sul buon esito della trattativa – quello di esaminare sia ciò che lui e i suoi mandanti hanno fatto finora e fino al closing, sia ciò che faranno successivamente. Il nostro ruolo, infatti, non è certo quello di firmare cambiali in bianco a coloro ai quali dobbiamo la fine di questa triste era del Condor. Ma quello di pretendere ora un totale rinnovamento della società e, finalmente, l’ adozione di buone pratiche nella gestione della società. Tra queste mi piacerebbe innanzitutto vedere un cambiamento radicale dell’ approccio comunicativo.

Basta con i messaggi cifrati e l’uso strumentale degli organi di informazione. Se anche i cinesi e Fassone non sono i diretti responsabili del circo mediatico che si va ancora scatenando intorno ad ogni aspetto della prossima storia milanista, credo che ben si possa chiedere loro di far sì evitare che tutto ciò accada. Invece di comunicare a singhiozzo qualcosa (per esempio, in anteprima, l’ ingaggio di Mirabelli che ancora compare nel sito internet dell’Inter come responsabile dello scouting) e di opporre un incomprensibile silenzio (ovvero non reagire di fronte a ciò che quotodinamente “filtra”) di fronte ad altre questioni non meno importanti, perché non spiegare bene a tutti cosa si è fatto e cosa si intende fare?
Insomma: non pretendo che i nuovi soci di maggioranza ci raccontino cosa è successo nelle ore precedenti la firma del preliminare (quando una parte della cordata ha escluso una parte dei soci e ha liquidato con essi gli advisor Galatioto e Gancikoff; salvo poi firmare i contratti che questi ultimi avevano predisposto e mettersi nelle mani del manager – Fassone – che proprio Gancikoff aveva presentato loro qualche settimana prima). Non pretendo nemmeno che ci raccontino se il fondo è già stato interamente raccolto e quale è il livello di commitment degli investitori già interessati.  Ma mi piacerebbe sapere (e credo piacerebbe sapere a tutti i milanisti), come la pensano veramente sulla opportunità che salga il tasso di “milanismo” del management, fermo restando che non si sta chiedendo loro di pagare una royalty a chi si limita a mettere a disposizione la propria storia, ma di assoldare persone il cui spessore morale, la cui competenza calcistica e le cui qualità manageriali (già espresse o facilmente intuibili) sono almeno pari ad altri candidati che non rappresentano un bel niente nella nostra storia. E che non si può chiedere loro, dunque, di affidargli ruoli di pura facciata, e tantomeno di permettere che i soliti pennivendoli giochino al tiro al piccione.

Mi piacerebbe anche sapere perché si è deciso – dopo la firma del preliminare – di non trovare una soluzione per gestire in modo concordato e “attivo” il mercato estivo, dovendoci accontentare di acquisti assai modesti.

Mi piacerebbe sapere cosa pensano di fare al prossimo mercato di gennaio.

Mi piacerebbe sapere, nel periodo medio-lungo e aldilà dell’ affermazione generica di “voler riportare il Milan tra le società leader del mondo” che obbiettivi si sono dati e in che tempi, e quali investimenti intendono effettivamente mettere a disposizione sia sul fronte sportivo (ivi compreso quello giovanile), che su quello gestionale (non meno importante).

Mi piacerebbe che ci spiegassero come pensano – a detta di Bloomberg – di raddoppiare il fatturato in 5 anni (non mi sembra impossibile) e di portare il valore della società, nello stesso tempo, a 2,5 miliardi di euro (questo mi sembra molto più ardito).

Mi piacerebbe sapere se – in attesa di sbarcare in borsa (cosa che spesso non cambia i destini delle società di calcio), permettono a me, a mio padre e a mio fratello di frazionare i nostri certificati azionari (per complessive 500 azioni) e di creare così altri 497 piccoli azionisti milanesi e italiani che rinsaldino il legame tra i supporter e gli organi istituzionali del club.

Mi piacerebbe sapere se esiste il progetto di uno stadio di proprietà e – al suo interno – di una vera Casa Milan e di un museo che possa essere più frequentato dell’ attuale.

Mi piacerebbe sapere se le linee guida del marketing che saranno adottate permetteranno ancora di organizzare una vaccata come quella della “Haka” della Nivea.

Mi piacerebbe sapere se pensano di organizzare la comunicazione – ad iniziare da quella sui mezzi propri come Milan TV – in modo più serio, competente e rispettoso dell’ intelligenza dei tifosi di quello che ci viene propinato adesso; e come pensano di gestire la relazione con quella classe giornalistica che in buona parte esce dalle vicende di questi ultimi anni e mesi senza più un briciolo di credibilità.

Questo e altro, mi piacerebbe sapere, e credo piacerebbe a tutti noi del Night.

Cari amici, figli del Celeste Impero, grazie per fare piazza pulita (mi raccomando: niente scherzi!), ma convinceteci con i fatti che siete anche bravi a ricostruire. E rispettosi di una storia che è iniziata nel 1899.

Giuseppe La Scala

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Categoria: Comunicazione, Mondo Milan

Sull'autore ()

Community rossonera, da sempre in prima linea contro l'AC Giannino 1986. Sempre all'attacco. Un sito di curvaioli (La Repubblica). Un buco nero del web (Mauro Suma)