Il closing come dovrebbe essere

17 dicembre 2016 | Di | Rispondi Di più

Del closing non me ne frega niente. Di pendere dalle labbra di italiani emigrati in Cina e improvvisatisi reporter o da quelle di giornalisti saliti agli onori della cronaca grazie a questo “intrigo internazionale” ancora meno (con tutto il rispetto per le autorità politiche, civili e militari, ci mancherebbe). Non me ne frega niente perché pur essendo consapevole che di sicuro qualcosa starà avvenendo, la trama e soprattutto lo spessore dei personaggi coinvolti in questo affare è tutt’altro che interessante. Questa è in cuor mio la vera delusione che provo in questo periodo: non è struggente vedere il futuro del Milan avvolto ancora da un nebbione di incertezza (con o senza cinesi le domande mai risposte rimarrebbero comunque), ma la mancanza di una trama interessante che possa realmente appassionare i tifosi a questa spy-story. Sal Galatioto? Ma chi minchia è? Nicholas Gancikoff? Ma chi l’ha mai sentito nominare? Yonghong Li? Ma che andasse affan…
I colpi di scena sono i rinvii del closing, e l’accredito di un bonifico ci tiene con il fiato sospeso per mezza giornata. L’accredito di un bonifico! Ma si è mai visto James Bond affidare la propria vita a qualche pirla che deve inserire il Codice O-Key sulla pagina di Intesa SanPaolo per accreditare sul suo conto i soldi necessari per poter finanziare l’attività operativa? Nei romanzi di Le Carré non esistono closing rinviati, solo incontri saltati perché la copertura di qualcuno è bruciata. La sceneggiatura di questa vicenda è talmente deprimente e scontata da non suscitare in me il minimo interesse. Cerchiamo di ravvivarla un po’.

Un sussulto, poi infine l’atterraggio, non dei più morbidi. Nella carlinga dell’aereo i passeggeri, quasi tutti italiani, improvvisano un applauso rivolto al pilota. Applauso che secondo Yonghong Li, uno dei più grandi magnati cinesi nel settore della produzione di bacchette di legno, è totalmente immeritato. È forse il giorno più importante della sua vita, ed è curioso che lo debba vivere lontano dalla sua Shanghai, la metropoli più popolata del mondo, certo, ma di cui lui conosce ogni minimo segreto. È invece costretto a giocarsi la vita in quel paesello straniero, che con Shanghai ha in comune solo lo smog delle mattine invernali, quando il sole non riesce a superare la coltre di nebbia e gas di scarico nemmeno se volesse.
Secondo Yonghong Milano è una città particolare, non veramente italiana nel senso più mediterraneo del termine, ma nemmeno del tutto mitteleuropea. Ha una personalità contraddittoria e sfuggente, e questo lo mette a disagio. Un pensiero lo penetra nel profondo: “Lui non poteva che essere di queste parti”.

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Lui è Silvio Berlusconi, l’uomo da cui Yonghong sta cercando di acquistare una società calcistica. Un affare maledetto sin dal principio, da quando cioè Xi Jinping gli ha proposto quel ricatto.
“Nessuno può mai realmente arricchirsi producendo bacchette di legno, Yonghong. Puoi prendere per fessi gli italiani, puoi prendere per fessi i giapponesi, puoi anche prendere per fessi gli inglesi, ma non me. Sappiamo dei tuoi libri contabili acchittati, e sai benissimo che con i tuoi precedenti un’altra condanna vorrebbe dire…”
“La pena di morte, sì. Lo so.”
“Io ho però il potere di salvarti, di cancellare i tuoi peccati e i tuoi errori. Devi solo occuparti di un affare per me”, afferma sornione Xi sorseggiando un Bloody Mary.
“Prego, mi dica come salvare la mia vita e, spero, anche il mio onore.”
“Devi acquistare una squadra di calcio, Yonghong. Il Milan.”
“Una squadra di calcio? Ma… perché? E come giustificare tale acquisto?”, chiede stupito.
“Dirai che io, il Presidente del Paese con la seconda economia mondiale, voglio puntare tutto sulla crescita del calcio in Cina, con l’ambizione di vincere i Mondiali di casa del 2026. Sì, lo so, quei Mondiali non sono stati ancora assegnati al nostro Paese e sì, lo so, è una cazzata incredibile visto che la nostra under21 perde pure contro l’Uzbekistan e ancora sì, lo so, acquistare una squadra italiana non farà in nessun modo migliorare quelle pippe dei giocatori della nostra Nazionale, ma vedrai, gli italiani ti crederanno.”
“Mi fido, Presidente. Se posso permettermi, come mai proprio il Milan?”
“Questa è l’unica grande squadra in vendita tra quelle che ogni estate si recano negli Stati Uniti per le tournée di preparazione. Il Milan inoltre negli States gioca spesso incontri amichevoli contro altre grandi squadre europee, e i nostri servizi segreti si aspettano che in una di queste occasioni sarà presente anche The Donald. Abbiamo in programma la sostituzione dei giocatori del Milan con dei perfetti cloni alla Westworld, con al loro interno una carica esplosiva ciascuno. La detonazione di tutte e 25 le cariche (giocatori in campo e in panchina) polverizzerebbe lo stadio, e quindi anche il prossimo Presidente Americano, che sta facendo della politica anti-cinese il pilastro del suo mandato.”
“Ma… è terribile.”
“Terribile, ma necessario. Vai, Yonghong, e non deludermi.”

La missione era già di per sé complicata per il giovane cinese, a maggior ragione dovendo trattare con un uomo come Silvio Berlusconi. Nel corso dei mesi l’istrionico patron del Milan ha spesso cambiato idea sull’affare, ma dopo tanto discutere è ormai prossimo alla capitolazione. Yonghong si reca a Villa San Martino e viene scortato nello studio del Presidente onorario rossonero, che lo accoglie in smoking bianco e con il suo piccolo Dudino in braccio, con un Montecristo acceso tra le labbra e un bicchiere di Lagavulin liscio sulla scrivania.
“Allora Yonghong, chiudiamo l’affare brindando con un bicchiere di champagne e un po’ di figa? Eh eh eh!”
“La ringrazio per la proposta sig. Berlusconi, ma preferirei firmare e far ritorno subito a Shanghai per costruire il nuovo management rosson…”
“Macché management e management, pistacchio! Il management. Ci crede pure! Ah ah ah!”
I due si avvicinano al buffet preparato per l’occasione. Silvio riempie il suo piatto con un paio di mestoli di riso in bianco scondito tanto salutare quanto triste, Yonghong addenta solo una mela, l’unica pietanza che giudica commestibile di quelle poste sul lungo tavolo di dieci metri.
“Ascolta Yonghong,” dice Silvio, “io sono molto attaccato a questa squadra, lo potrai capire. Da tempo i miei figli e i miei consiglieri mi dicono che dovrei venderla, ma proprio non riesco a disfarmene. Sai perché non ce la faccio? Perché credo che non sia ancora destino che ciò accada. Facciamo così: se riesci a battermi a poker allora firmo il contratto, altrimenti mantengo la proprietà del mio amato Milan. Una sola mano. Chi la vince terrà la squadra. Che decida il fato, finalmente. Una volta per tutte.”
Yonghong si produce in uno sforzo straordinario per mascherare lo stupore suscitato dal tale richiesta, e riesce sforzando ogni muscolo del suo viso ad annuire sorridendo.
“Ma non a quella porcata dell’hold ’em,” conclude Berlusconi, “al poker tradizionale!”

Il croupier, l’ex direttore del TG di una delle reti del magnate brianzolo, dà le carte mentre Yonghong tenta di scrutare qualche possibile informazione dalle espressioni del viso del suo avversario, ma nulla, il cerone e il silicone hanno ormai trasformato quel volto un tempo di lombarda fattura nella copia del Presidente Mao. Jack di fiori, dieci di cuori, otto di quadri, otto di fiori, asso di picche.
“Ne cambio una!” urla Berlusconi.
“Tre” ribatte Yonghong.
“Ahiahiahi, addirittura tre, mi sa che ti va male. Eh eh eh! Ma ce l’avete il poker in Cina o giocate solo a sparare ai dissidenti politici? Ah ah ah!”
Le carte vengono distribuite: asso di fiori, donna di fiori, Re di fiori. Scala reale. Scala reale! Come pochi minuti prima, anche stavolta Yonghong deve impegnarsi al massimo per mascherare le sue emozioni. La pelle, la sua pelle vera può tradirlo.
“Ma che carte! Yonghong, sicuro di voler continuare? Ti massacro, sai?”, starnazza ancora Berlusconi.
“Sono sicuro, Presidente. Ecco, scala reale.”
“Hai visto il mio bluff, eh? Tiè, non ho una mazza. Mi hai battuto, muso giallo che non sei altro! Eh eh eh! Lo sai che scherzo, sì? Sono popolarissimo in Cina, mi amano tutti! Va bene, ti vendo il Milan. Aspetta ché cerco una penna per firmare… ma dov’è finita? Francescaaa!!!”
Le chiacchiere dell’anfitrione avevano distratto Yonghong a tal punto da non accorgersi della figura che si avvicinava alle sue spalle. Un colpo secco e l’uomo avvolge un filo di fibra attorno al collo del cinese.

“Pensavi di coglionarmi, eh, pirlone?” afferma avvicinandosi Silvio, sghignazzando, “Pensavi che non sapessi nulla del tuo grazioso piano per uccidere The Donald? Pensavi che Vlad ed io non avremmo fatto nulla per fermare questa pazzia ordita dal tuo Presidente? Pensavi male, piscio di gatto! Ah ah ah! Va’ che faccia che fa, gli occhi sono ancora più piccoli mentre lo strangoli! Ah ah ah!”
“Ti prego, Silvio, ti preg…”
“Dasvidania tovarish”, gli sussurra nell’orecchio l’uomo alle sue spalle.
Le ultime parole udite da Yonghong. Poi un ultimo sguardo rivolto al suo assassino, un uomo non molto alto, con tratti somatici est-europei, biondi capelli ormai radi, occhi chiari spiritati e beffardamente sorridenti. “Ma lui… lui è…”, il suo ultimo pensiero. Poi, il buio.

I giornali del giorno dopo.

La Gazzetta dello Sport: “Closing più lontano, mancano le garanzie”.
Il Corriere dello Sport: “#TUTTOPROCEDE”.
Il Giornale: “Salta il closing: Yonghong voleva le uova strapazzate”.
La Repubblica: “Milan, si rifanno vivi Galatioto e Gancikoff”.
Il Corriere della Sera: “Yonghong Li torna in Cina, ma rimane ottimista”.

Fabio

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Categoria: Cazzeggio

Sull'autore ()

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.