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	<title>pier &#8211; Milan Night</title>
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	<title>pier &#8211; Milan Night</title>
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		<title>Ritratti &#8211; Gianni Rivera</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jun 2018 07:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In attesa della sentenza dell&#8217;Uefa, ci tiriamo sul il morale riproponendo il ritratto di uno dei grandi capitani della storia del Milan. Buona lettura Il calciatore &#8211; Per assurdo il metodo migliore per cercare di definire Gianni Rivera non è fare l’elenco, peraltro impressionante, dei suoi successi. In maglia rossonera il tassametro segna: 3 scudetti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>In attesa della sentenza dell&#8217;Uefa, ci tiriamo sul il morale riproponendo il ritratto di uno dei grandi capitani della storia del Milan. Buona lettura</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il calciatore &#8211;</strong> Per assurdo il metodo migliore per cercare di definire Gianni Rivera non è fare l’elenco, peraltro impressionante, dei suoi successi. In maglia rossonera il tassametro segna: 3 scudetti, 4 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa Intercontinentale, 2 titoli di capocannoniere della Coppa Italia, 1 titolo di Capocannoniere della Serie A ed 1 Pallone d’oro primo calciatore italiano ad essere insignito del premio di miglior calciatore europeo (all’epoca il titolo andava al miglior calciatore europeo e non al migliore calciatore dei campionati europei <em>ndr</em>). È il centrocampista che ha segnato più gol nella storia del campionato italiano, se li contiamo tutti sono 122 in 19 anni di Milan, terzo assoluto nella storia rossonera dietro a Gunnar Nordhal e Andrji Shevchenko due con una certa qual propensione al gol. In Nazionale invece è stato campione d’Europa e vicecampione mondiale. Eppure, questa messe di vittorie e record personali non esaurisce tutti gli aspetti di un personaggio che ha segnato la storia del Milan in maniera profonda ed è entrato nel sangue dei tifosi del Milan.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il simbolo &#8211;</strong> Per capire <em>cosa</em> fosse Gianni Rivera per i milanisti bisogna vedere un film, “Eccezziunale veramente”. È il millenovecentottantadue quando esce questa pellicola di Carlo Vanzina che racconta, in uno dei tre episodi nei quali è divisa, un’avventura di Donato Cavallo, il “Ras della Fossa”. La scena è la più celebre in assoluto, inutile ricordarvela. Rivederla cento volte non basta. Quando si sveglia il Ras ha sopra la sua testa il poster di Gianni Rivera e si alza dopo avere spento due candele, una rossa ed una nera ovviamente, accese sotto al santino di Gianni. Saluta la figurina, gli chiede se ha dormito bene e si fa il segno della croce. Segue poi la mitica sequenza della lettura del “Vangelo secondo me” in cui Donato racconta, con il suo strampalato italiano, che durante una partita nel 1968 Dio si affaccia a San Siro e dice a Gianni Rivera: “Ciapp’ quest’ pallone, un tanco” e vai in giro per il mondo a insegnare il gioco del calcio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esagerato? &#8211;</strong> No, per niente. L’anno del <em>Mundial </em>spagnolo non è felice per il Milan. Il ‘79 è l’anno della stella ma da lì in avanti arrivano lo scandalo del calcio scommesse, la retrocessione e la stagione in Serie B. La situazione societaria è già piuttosto fluida e confusa e le prospettive per il futuro non sono rosee. I fatti non faranno altro che confermare le previsioni e sarà la seconda retrocessione. In quegli anni non è facile essere milanisti ed il <em>golden boy</em> è, per i tifosi rossoneri, una sorta di feticcio. L’idolo del passato e la garanzia per il futuro: chi ci potrà tirare fuori da questa situazione se non il grande Gianni? Io, per esempio, nella mia infantile ingenuità ero convinto che sarebbe tornato a giocare a pallone e ci avrebbe riportato sul tetto del mondo. Ci è voluta tutta la pazienza di chi mi aveva insegnato il Milan per farmi comprendere che i calciatori invecchiano. Anche Rivera, nonno?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’impatto sulla gente &#8211;</strong> L’abatino, come lo chiamava Gianni Brera al quale i milanisti non hanno mai perdonato quel nomignolo vagamente irridente, è stato un personaggio controverso. Mai completamente amato in patria (ricordate la famosa storia degli “8 minuti” in nazionale?) è assai più rispettato all’estero ma è, soprattutto, adorato dai milanisti che insieme a lui vanno contro tutto e contro tutti. La stampa, la federazione, gli arbitri e perfino la loro stessa Società. Quando, sul finire della sua avventura di calciatore, l’allora presidente del Milan Buticchi prova a piazzarlo a Firenze per Antognoni ed a Torino per Claudio Sala i “casciavit” non hanno un minuto di esitazione; scelgono Rivera e costringono Buticchi a vendere la squadra. Com’è, come non è Buticchi passa la mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-5529" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/Gianni_Rivera_-_Milan_AC_-_Pallone_doro_1969.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/Gianni_Rivera_-_Milan_AC_-_Pallone_doro_1969.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/Gianni_Rivera_-_Milan_AC_-_Pallone_doro_1969.jpg?zoom=2&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/Gianni_Rivera_-_Milan_AC_-_Pallone_doro_1969.jpg?zoom=3&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 450w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />L’impatto su di me &#8211;</strong> 6 maggio 1979. Il Milan di Liedholm, in panchina, e di Rivera, in campo con maglia numero 10 e fascia da capitano, si appresta a vincere il suo decimo scudetto, la tanto agognata stella. Il popolo rossonero riempie lo stadio oltre il consentito. Anche la parte inferiore del secondo anello rimasta chiusa per tutta la stagione perché pericolante. La questura dice che non si gioca in quelle condizioni e si rischia la sconfitta a tavolino. Ci pensa “il Gianni”. Gli danno un microfono e chiede al pubblico di arretrare. Se lo dice lui… tutti indietro e partita che inizia. Scudetto. È l’ultima partita del <em>golden boy</em> a San Siro, è la mia prima partita dal vivo. L’ultimo quarto d’ora all’epoca era ad ingresso libero. Mentre lo scrivo mi viene in mente mio nonno (mi aveva portato lui allo stadio) che chiede a quelli che erano lì cosa fosse successo: “Ah, Gianni ha preso il microfono e li ha fatti spostare tutti”. Alzo la testa e sopra di me incombe il colore della curva. “Li ha spostati tutti lui???”. Fa niente che a quel piccolo esodo ha contribuito una sana dose di schiaffi impartita dalla Fossa dei Leoni, la percezione è che lui possa spostare le persone. Gianni Rivera non è il capo di un popolo, lui è quel popolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La faccia da bravo ragazzo, davanti a tutto</strong> &#8211; Adorato dai suoi anche perché Gianni ci metteva la faccia. I milanisti stavano con lui perché lui stava con i milanisti. Per capire <em>chi</em> era Gianni Rivera bisogna leggere una frase. È lunga ma ci fa comprendere perfettamente il personaggio. 12 marzo 1972. Il Signor Michelotti, di Parma, assegna un rigore al Cagliari che batte il Milan per 2 a 1 e lo allontana dalla Juventus capolista (toh…). La faccio breve e copio-incollo le parole del capitano nel dopopartita: <em>«Fino a quando a capo degli arbitri ci sarà il signor Campanati, per noi del Milan le cose andranno sempre in questo modo: saremo costantemente presi in giro. Questo non è più calcio. A parte la nostra comprensibile e incontenibile amarezza, mi spiace per gli sportivi&#8230; credono che il calcio sia ancora una cosa seria. Quello che abbiamo subito oggi è una vera vergogna. Credevo che ci avessero fregato già a Torino contro la Juventus, invece ci presero in giro a metà con l&#8217;autocritica di Lo Bello in televisione. Purtroppo per il Milan avere certi arbitri è diventata ormai una tradizione. La logica è che dovevamo perdere il campionato. D&#8217;altronde, finche dura Campanati non c&#8217;è niente da fare: scudetti non ne vinciamo. Io sono disposto ad andare davanti alla magistratura ordinaria, perché ciò che dico è vero: sino alla Corte Costituzionale. Mi hanno rotto le palle. Ha cominciato anni fa un certo Sbardella; sono cose che tutti sanno: è dunque ora che si dicano. Per vincere lo scudetto dovremmo avere almeno nove punti di vantaggio nel girone di andata. In caso contrario davvero non ce lo lasciano vincere, e se lo avessimo saputo non avremmo giocato. È il terzo campionato che ci fregano in questo modo. Sta scritto da qualche parte che il Milan non debba assolutamente raggiungere la Juventus. Fino a questo momento abbiamo trovato tre arbitri che hanno fatto tutto perché restasse sola in testa alla classifica. Se ho raccontato delle storie mi dovrebbero squalificare a vita, ma devono dimostrare che sono state storie. Così non si può più andare avanti; io ho parlato chiaro, non mi sono inventato nulla, ho detto solo cosa si verifica in campo&#8230; I casi sono due: o io mi sono inventato tutto e allora mi squalificano a vita, oppure riconoscono di avere sbagliato e bisogna cambiare, sostituire chi non è all&#8217;altezza del compito»</em><em>. </em><strong><em><br />
</em></strong>Erre moscia, faccia da bravo ragazzo e legnate sui denti per tutti. I milanisti di allora lo adoravano, non è difficile capire perché. Ah, ovviamente non lo squalificarono a vita…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come chiudere un post con successo – </strong>Basta prendere la frase di un altro… Non è molto elegante ma siccome la frase è di un grande comico ed è geniale vinco facilmente. Un giorno a mio nonno è caduto il portafogli e sono uscite due foto, Padre Pio e Gianni Rivera. Gli ho chiesto: “Nonno, chi sono questi due signori?”. Mio nonno li ha rimessi nel portafogli e mi ha detto: “il primo è uno che fa miracoli. L’altro è un famoso frate pugliese…”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Johan Cruijff</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jun 2018 07:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per completare la collana “Ritratti” ripubblichiamo a richiesta un post uscito in occasione di uno dei grandi della storia del calcio mondiale. Eroe per un giorno, maestro per la vita. Piccolo pensiero egoista &#8211; La prima cosa che ho pensato quando ho appreso della morte di Johan Cruijff è stata una botta di egoismo: “No, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Per completare la collana “Ritratti” ripubblichiamo a richiesta un post uscito in occasione di uno dei grandi della storia del calcio mondiale. Eroe per un giorno, maestro per la vita.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piccolo pensiero egoista &#8211;</strong> La prima cosa che ho pensato quando ho appreso della morte di Johan Cruijff è stata una botta di egoismo: “No, Johan, non oggi. Oggi no…”. Lo so, eleganza zero. Ma mettetevi nei miei panni: tocca a me scrivere sul night, è un blog per amanti del bel calcio, muore uno dei migliori giocatori di ogni tempo. Posso io, misero torturatore di tastiere, scrivere un pezzo su una divinità del pallone appena passato nell’arca della gloria? Posso scrivere qualcosa che non è ancora stato scritto? Solo nel piccolo mondo del nostro blog è stato un florilegio di pensieri dolci e malinconici, figurarsi in giro per il mondo.<br />
Invece… Invece posso. E non perché io sia migliore degli altri che si sono cimentati nell’ultimo saluto all’immenso calciatore olandese, anzi. Posso, e lo farò, in virtù di una caratteristica che condivido con molti di voi: sono milanista e sono intriso di cultura casciavit. Il nesso? Molteplice. Innanzi tutto, da buon cacciavite, non mi tiro indietro mai. Scappare non è roba per noi, nemmeno al costo di fare la figura (scelgo volutamente un termine tutto milanese) del “pirla”. Ma la cosa più importante è che noi milanisti lo conosciamo. Lo conosciamo bene e non solo perché ha giocato una partita (mezza a dire la verità) con la nostra maglia. Lo conosciamo soprattutto da avversario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultimo dei giganti &#8211; </strong>Non starò qui a parlare della vita di Johan Cruijff. Se avete voglia andate a cercarvi lo speciale che gli ha dedicato Federico Buffa immortalando la sua carriera di calciatore ed allenatore. Oppure il film “Il profeta del gol”. Non mi ci metto nemmeno, è stato già detto tutto. No, partirò dal suo “palmares”. È mostruoso.<br />
9 campionati olandesi (8 con l’Ajax ed 1 con il Feyenoord)<br />
1 campionato spagnolo (Barcellona)<br />
6 Coppe d’Olanda (5 con l’Ajax ed 1 con il Feyenoord)<br />
1 Coppa di Spagna (Barcellona)<br />
3 Coppe dei Campioni<br />
1 Supercoppa Europea<br />
1 Coppa Intercontinentale (tutte le competizioni internazionali con la maglia dei lancieri)<br />
3 palloni d’oro<br />
E questo da giocatore. Poi ha iniziato ad allenare e giù altri successi.<br />
2 Coppe d’Olanda (Ajax)<br />
1 Coppa di Spagna (Barcellona)<br />
4 Campionati Spagnoli (Barcellona)<br />
3 Supercoppe Spagnole (Barcellona)<br />
1 Coppa dei Campioni (Barcellona)<br />
2 Coppe delle Coppe (Ajax e Barcellona)<br />
1 Supercoppa europea (Barcellona)<br />
Ringrazio mia figlia Ludovica che ha tenuto il conto, siamo a quota trentanove. TRENTANOVE!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche fuori dal campo &#8211; </strong>Un mostro sacro. E non solo per i numeri, individuali e di squadra, ma anche per i segni indelebili che ha lasciato nel mondo del calcio. Da calciatore ha dato un senso nuovo al ruolo del fuoriclasse che deve comunque essere al servizio del collettivo. Certo, qualcuno è “più uguale” degli altri (e lui era molto “più uguale” degli altri) ma deve pur sempre essere funzionale al resto della squadra. Da dove pensate che arrivino l’abnegazione ed il senso del proprio ruolo che hanno avuto due fuoriclasse prodotti “made in Ajax” come Marco Van Basten e Zlatan Ibrahimovic? Anche in questo, e non solo in quella mezza amichevole, torna il Cruijff milanista.<br />
Da allenatore ha marchiato in maniera diretta il primo grande Barcellona europeo (quello della vittoria in finale contro la Sampdoria) ma anche quello odierno. Fu infatti Cruijff a volere quella autentica fucina di gioielli che è la <em>cantera</em> del Barcellona. La <em>Masia</em> è stata concepita e strutturata sul modello dell’Accademia dell’Ajax e la firma in calce è, ovviamente, JC14. Ci ha lasciato un grande della storia del calcio la cui eredità, fortunatamente, rimarrà per molto tempo a venire insieme al ricordo di quel tocco di palla poetico e di quella capacità geniale di costruire calcio.</p>
<figure id="attachment_5043" aria-describedby="caption-attachment-5043" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-5043" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/amic1_1981.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/amic1_1981.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/amic1_1981.jpg?zoom=2&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/06/amic1_1981.jpg?zoom=3&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 450w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><figcaption id="caption-attachment-5043" class="wp-caption-text">Sì, vabbè&#8230;. Mi viene da piangere</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Johann ed il Milan &#8211; </strong>Ebbene, noi uno così lo abbiamo battuto. Quando siamo stati testimoni della meravigliosa serata di presentazione della biografia di Gianni Rivera, abbiamo rivisto le immagini della finale del 28 maggio 1969 in cui il Milan di Rocco maltrattava l’Ajax. In quella squadra giocava già il talento abbagliante del ragazzo olandese. Non lo abbiamo battuto solo da calciatore ma anche da allenatore. Come dimenticare quella sera di maggio del ‘94 in cui, da sfavoriti, umiliammo proprio il Barcellona dei fenomeni? In avvicinamento a quella partita tutti erano convinti di vincere con facilità contro il Milan senza Baresi e Costacurta. Dall’allenatore in giù. Come molti fuoriclasse Cruijff  è stato un personaggio controverso, basta andare a rileggersi la sua storia. Di sicuro la simpatia non era il suo forte. Di sicuro al momento della distribuzione della modestia non ha fatto la fila forse perché impegnato a fare due volte la coda al chiosco del talento. Noi di Johan Cruijff possiamo parlare più e meglio di altri proprio perché lo abbiamo battuto. Abbiamo anche perso (talvolta male) ma lo abbiamo battuto. E, Johan, ti possiamo garantire che è stato un onore combattere e vincere contro uno dei più grandi della storia. La vita va vissuta proprio per prepararsi a combattere contro chi è meglio di noi, altrimenti non ha alcun senso. Battere uno dei più grandi ci ha reso quello che siamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>45 minuti</strong> – 16 giugno 1981. Su Milano aleggia una cappa di afa da primato e allo stadio di San Siro si disputa una partita del Mundialito. È un torneo non ufficiale ideato da Silvio Berlusconi e realizzato da Finivest per portare il grande calcio sulla televisione privata per la prima volta. Si disputa ad inviti tra squadre che hanno vinto la Coppa Intercontinentale. I tifosi del Milan, reduci dal loro primo campionato di Serie B hanno grande voglia di riscatto e riempiono lo stadio. Pienoni, grande calore e, nel derby, anche scontri fra tifoserie che porteranno a quell’accordo di “non belligeranza” che ancora oggi rende quello di Milano un derby unico ed incredibile. Sentito, colorato e a misura di tifoso. Quella sera però non si gioca il derby ma la partita con il Feyenoord e l’Ajax “presta”, supponiamo a caro prezzo conoscendo la dirigenza dei lanceri, il proprio campione più rappresentativo alle due squadre. Un tempo a testa. Quarantacinque minuti per il trentaquattrenne fenomeno del calcio che verrà, significativamente, sostituito ad inizio secondo tempo da Francesco Romano. Qualche bel tocco e nulla più per fare assaporare quella classe immensa e quel concetto di calcio <em>orange</em> con la quale ci delizierà il suo erede Marco Van Basten qualche anno dopo. Quarantacinque minuti, quanto basta per dire che è stato un onore avere tra le nostre fila uno dei più grandi fuoriclasse di sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovunque tu sia, insolito eroe rossonero per un giorno, fai buon viaggio e sappi che, da avversario e da amico, avrai per sempre il nostro rispetto ed il nostro amore.<br />
Ciao grande, meraviglioso nemico.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong><em>Indegnamente,<br />
</em></strong><strong><em>Pier  </em></strong></span></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Gianni Comandini e Federico Giunti</title>
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		<pubDate>Thu, 31 May 2018 07:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[Pier]]></category>
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					<description><![CDATA[Ripubblichiamo un vecchio aticolo su due protagonisti della nostra storia. Perchè c&#8217;è un tempo per ridere ed uno per piangere. E c&#8217;è un tempo per tenersi per mano in questi giorni tristi&#8230; La teoria dell’eterno ritorno &#8211; Qualsiasi essere umano, purchè non influenzato da agenti esterni e non costretto con la forza, posto di fronte [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ripubblichiamo un vecchio aticolo su due protagonisti della nostra storia. Perchè c&#8217;è un tempo per ridere ed uno per piangere. E c&#8217;è un tempo per tenersi per mano in questi giorni tristi&#8230;</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria dell’eterno ritorno &#8211;</strong> Qualsiasi essere umano, purchè non influenzato da agenti esterni e non costretto con la forza, posto di fronte all’alternativa di scelta tra Milan e Inter opta per i rossoneri. A condizione che sia dotato di un quoziente intellettivo superiore a quello di una papera domestica. È la teoria che io chiamo dell’eterno ritorno. Siamo nati prima, abbiamo vinto in Italia prima, abbiamo vinto in Europa prima. Abbiamo vinto di più in Italia, abbiamo vinto di più in Europa, abbiamo vinto coppe che loro non possono più vincere. Prima che uno di loro possa opinare leggendo queste righe (ammesso e non concesso che ne possano afferrare grammatica, sintassi e contenuto) le elenco a scanso di equivoci: Coppa Latina, Coppa delle Coppe e Mitropa Cup. Esatto, io conto anche questa perché l’ho giocata e vinta. Andandone pure fiero, pensa che pirla…<br />
Li abbiamo buttati fuori dalla Coppa più importante per due volte, abbiamo vinto il primo derby in assoluto, abbiamo vinto il derby con il maggiore scarto di reti. Serve altro? Si ritorna in eterno allo stesso punto: noi siamo superiori a loro.<br />
Sì, perché anche quando non siamo i più forti, quando non siamo i più ricchi, quando non siamo i più “intercettosi”, quando non siamo i favoriti ti può sempre capitare di sbattere in Gianni Comandini e Federico Giunti…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CANTO I &#8211; </strong><strong>11 Maggio 2001 e questa data non la scorda più nessuno &#8211; </strong>Negli Stati Uniti si dice che se sei tifoso di baseball ricordi perfettamente il numero di “fuori campo” battuti da Babe Ruth; parafrasando possiamo dire che se sei tifoso del Milan quella data effettivamente non te la scordi più. La stagione non è un gran che. Esonerato Zaccheroni dopo l’eliminazione dalla Champions, eliminati dalla Coppa Italia, veleggiamo verso una modesta qualificazione in Coppa Uefa in attesa di rifare tutto l’anno successivo. Squadra affidata a Maldini Senior e Mauro Tassotti, due monumenti che servono per tenere tranquillo l’ambiente, che ha digerito male l’esonero di Zac e la storia del sarto e della stoffa scadente, fino al termine della stagione. Ma arriva l’11 Maggio. È, insolitamente, un venerdì, si gioca di sera e lo si fa solo per il primato cittadino visto che anche i tristoni in neroazzurro sono messi più o meno come noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CANTO II &#8211; </strong><strong>Perché quel derby l’abbiam vinto 6 a 0 &#8211; </strong>Quel Derby l’ho visto a casa. Quelle con l’Inter e con la Juve sono due partite che sento troppo. Soffro a casa, figurarsi allo stadio. Così mi “limito” agli scontri casalinghi e le trasferte le guardo seduto sul divano o girellando per casa come se il pavimento scottasse come la spiaggia a mezzogiorno. Per fortuna mia sorella mi aveva chiesto di registrare la partita. Posso recitare a memoria la telecronaca di Caressa e Altafini partendo da un minuto a caso; è uno dei vantaggi di avere rivisto quella partita 108 volte. Al terzo minuto Serginho fa il comodo suo nell’area dell’Inter e la mette in mezzo per il liberissimo Gianniiii Comandini (mi viene Caressa anche quando scrivo…).</p>
<figure id="attachment_4919" aria-describedby="caption-attachment-4919" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-4919" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/05/comandini-150x150.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-4919" class="wp-caption-text">Gianniiiii Comandini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Stop. E Chi cacchio è questo?<br />
Comandini Gianni, nato a Cesena il 18 maggio 1977, professione: centravanti di belle speranze. Arriva al Milan per 20 miliardi (un botto per l’epoca), segna un gol nel preliminare di Champions League, a fine stagione viene ceduto, inspiegabilmente, all’Atalanta per 30 miliardi (dove inspiegabili sono i 30 miliardi dopo una stagione così e così). Sarebbero finite qui le cose degne di nota in rossonero se non fosse che… Al diciottesimo Serginho si fa, anche lui, i fatti suoi sulla fascia sinistra, crossa in mezzo e Sentenza Comandini (copyright Pelegatti) con un movimento da centravanti vero, la inzucca alle spalle di Frey per il raddoppio. Orgia di festeggiamenti sotto la Sud per i 20 minuti più belli della sua storia di calciatore.<br />
Finisce qui, ma alla domanda quanti gol ha fatto Comandini nel Milan la risposta di ogni milanista non è tre, come sarebbe corretto, ma due. Solo questi contano. Valgono per dieci, Gianni. Grazie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CANTO III &#8211; </strong><strong>Poveri pirla, vi conosciamo voi che credete di esser gli ultras di Milano &#8211; </strong>Quando le squadre rientrano in campo il dubbio è come reagirà l’Inter dopo che Bomber Gianni gli ha raffreddato il primo tempo. Per un po’ sembrano provarci poi, è l’ottavo minuto, sulla trequarti loro c’è una punizione per il Milan. Sulla palla ci va Federico Giunti, perugino e mancino di nascita. Un tantino lento ma con un cervello fino ed un goniometro tra i piedi inizia la carriera nel Perugia e lo porta dalla C alla A suon di passaggi, assist e gol tanto da meritarsi la nazionale. Quando cambia squadra inizia a perdersi ma fa a tempo a vincere lo scudetto di Zac. Da noi non ha lasciato grandi segni se non il colpo che mette definitivamente al tappeto quelli nati dopo e nati male. Il cross verso la porta di Frey viene sfiorato da molti ma toccato da nessuno e salta sul prato umido proprio davanti al portiere. Figuraccia del tamarro platinato e palla nel sacco. Non è un gran gol, non è nemmeno un bel gol ma è la palla di neve che causa la valanga. Quel cross entra in porta al di fuori della volontà di Giunti e la squadra capisce che può fare quello che vuole. Basta guardare l’esultanza di Giunti e Helveg; stanno prendendo in giro tutta l’Inter. Sono due di noi a caso che hanno capito che per quella sera possono fare quello che vogliono. E che hanno tutta l’intenzione di farlo</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CANTO IV &#8211; </strong><strong>Ma sempre muti, cariche zero, più che una curva voi sembrate un cimitero &#8211; </strong>Tranne che nella nostra fetta, sul resto dello stadio cade il silenzio. Anche quando cantavano loro si sentiva solo la curva sud con il suo ruggito da leoni. Da li in poi abdicano tutti. Società, squadra, tifosi ed ultras in una discesa che li porterà fino al derby delle torce. Un buco dal quale usciranno solo intercettando, truccando e mentendo. Non è merito del gol di Giunti, sicuro. Ma, certamente, da li comincia un periodo molto lungo in cui la città è solo nostra e la loro diventa vera e propria sudditanza. A seguito del tre a zero andiamo in porta come ci pare e piace e la televisione ci mostra una immagine che racconta noi e racconta loro. Dopo il 6 a 0 di Serginho sullo sfondo compare un tifoso dell’Inter che urla “Basta, basta”. Sta chiedendo pietà. È una icona senza tempo, come Buffon che va a destra ed il rigore di Sheva che si insacca dalla parte opposta. L’immagine del vero rapporto che c’è tra noi e loro. Noi trionfiamo e loro chiedono pietà. Alla nostra sera più bella contro l’Inter hanno contribuito in maniera determinante Gianni Comandini e Federico Giunti. Milanisti quasi per caso, eroi per un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta questo a farli degni di un ritratto su milannight?<br />
Basta, basta. Eccome se basta&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>POST SCRIPTUM:</strong> Chi avesse riconosciuto nel titolo dei quattro canti i versi di un coro che abbiamo dedicato per anni ai rattoni del Naviglio facendoli schiumare rabbia … ha ragione!</p>
<p style="text-align: justify;">Ditemi che non vi è mai piaciuto canticchiarla…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #ff0000;">Pier</span>  </em></strong></p>
<p><iframe loading="lazy" class="youtube-player" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/1nmAAKnVN_A?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent" allowfullscreen="true" style="border:0;" sandbox="allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation allow-popups-to-escape-sandbox"></iframe></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Ritratti &#8211; Jose Juan Altafini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[pier]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 May 2018 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[Il quarto d’ora granata – Nelle nostre peregrinazioni alla ricerca delle storie dei grandi milanisti del passato abbiamo già incontrato, direttamente o indirettamente, i dominatori del calcio negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Schiaffino, Di Stefano e Puskas ma anche Liedholm, Nordhal, Kopa e Gento. Quasi tutti concentrati nel Milan e nel Real [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il quarto d’ora granata –</strong> Nelle nostre peregrinazioni alla ricerca delle storie dei grandi milanisti del passato abbiamo già incontrato, direttamente o indirettamente, i dominatori del calcio negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Schiaffino, Di Stefano e Puskas ma anche Liedholm, Nordhal, Kopa e Gento. Quasi tutti concentrati nel Milan e nel Real Madrid. Manca un nome, quello che, a detta di molti, era addirittura il più grande di tutti: Valentino Mazzola. Lombardo di Cassano d’Adda, cresce calcisticamente nel Venezia e raggiunge la gloria nel Torino costruito da Ferruccio Novo. La descrizione tecnica di Valentino è semplicemente ridicola: mezzala (ma anche attaccante) dotato di grande forza fisica (e di tecnica sopraffina), ha un gran tiro, visione di gioco, dribbling, colpo di testa, velocità e resistenza. Ha un grande tackle, recupera palloni in ogni zona del campo, imposte le azioni e spesso le va a concludere. Ridicola nel senso che chi lo ha visto giocare testimonia che, in realtà, era anche più forte. Buonanotte… Come se non bastasse quelli che giocano con lui sono più o meno sullo stesso livello ed ecco per sei anni in Italia si gioca solo per il secondo posto. Per dare un’idea, i giocatori del “Grande Torino” spesso in campo “cazzeggiano”. Sì, avete letto bene. Capita nelle partite in cui sanno di essere nettamente superiori. Per una sessantina di minuti “cazzeggiano” sullo zero a zero in attesa di tre squilli di tromba che arrivano dagli spalti del Filadelfia. Valentino si rimbocca le maniche e il Toro gioca un calcio divino per quindici minuti seppellendo gli avversari di gol.</p>
<figure id="attachment_4498" aria-describedby="caption-attachment-4498" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-4498" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/05/Mazola.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/05/Mazola.jpg?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/05/Mazola.jpg?zoom=2&amp;resize=150%2C150&amp;ssl=1 300w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /><figcaption id="caption-attachment-4498" class="wp-caption-text">Rendiamo omaggio anche al Grande Torino</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solo il fato li vinse</strong> – “Capitano, non si vede niente…” “Dai, coraggio, ancora poco e arriviamo alla pista…” “Capitano, io non vedo le luci dell’aerop…”. Sono le 17,05 del 4 maggio del 1949 ed il destino presenta il conto ad una squadra che non poteva essere sconfitta se non da una nebbia fittissima (il 4 maggio!?!?!?) e dai bastioni della collina di Soperga. Il Torino sta rientrando da una amichevole a Lisbona che costerà la vita a tutti i presenti su quel maledetto volo e, probabilmente, il mondiale numero tre all’Italia. Già, perché nel 1947 la nazionale (il Grande Torino più il portiere della juve) ha già affrontato l’Ungheria di Puskas ed ha vinto 3 a 2. Ma per quale motivo i granata stanno tornando da un’amichevole a Lisbona? Perché sono una squadra richiesta in tutto il mondo per la sua forza e la sua spettacolarità. Tanto è vero che nel 1948 vanno in Brasile per una tournee. E il paese carioca dove il calcio è, come in tutto il Sud America, autoreferenziale, autoctono e nazionalista, va giù di testa. Così tanto che Jose Juan Altafini, figlio di italiani emigrati in Brasile, si becca, in virtù di una certa somiglianza fisica, il soprannome di Mazola (con una sola zeta) che finisce anche sulla maglia della <em>Selecao. </em>E&#8217; la casacca con cui gioca in Italia alcune amichevoli di preparazione ai mondiali di Svezia facendo breccia nei cuori dei dirigenti rossoneri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una lettera di differenza</strong> – Da Mazzola a “Mazola” c’è un abisso perchè calcisticamente i due non c’entrano nulla; Jose è una punta pura mentre l’altro è un “tuttocampista”. Di simile hanno forse la forza fisica dato che Jose è bello grosso ma la sua dote migliore è che la butta dentro con una continuità mostruosa. Anche a Svezia ‘58 dove si laurea campione del mondo insieme al diciassettenne Edson Arantes do Nascimiento. Altafini arriva a Milano da trionfatore. Ha vent’anni, è belloccio, famoso e con dei soldi in tasca. I calciatori dell’epoca non prendevano quello che prendono i loro colleghi odierni ma poveri non erano nemmeno allora. Voi al posto suo non avreste fatto la bella vita? Alla sera i dirigenti del Milan devono andare a cercarlo nei locali della città fino a quando lo pesca Gipo Viani che alla distribuzione dell’umorismo ha trovato la coda ed ha deciso di non prenderne nemmeno un po’. “Mazola” lo vede ed usa la sua prestanza fisica per saltare dietro ad un divanetto. “Coniglio” è la sentenza del Direttore Tecnico dei rossoneri ed è Cassazione. Tra i due smetterà di correre buon sangue nonostante le caterve di gol che Jose mette in porta. Vero che giocare con Liedholm, Grillo e schiaffino ti semplifica le cose ma lui è una macchina. Per i soli parziali, il primo anno sono trentaquattro di cui ventotto in campionato. Scudetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La partita della vita</strong> – I tifosi lo adorano. Ha raccolto la difficile eredità del Pompierone Nordhal del quale ha meno forza fisica (ovviamente) ma più tecnica. Segnare è una vocazione, un’impellente necessità fisica ed i primi quattro anni sono 28, 20, 22 e 22. Centootto contando le reti di tutte le competizioni. E poi ha la stessa malattia di Shevcenko, fare gol all’Inter. La stagione ‘62/’63 segna una flessione del numero dei gol in campionato; Viani continua la sua crociata (“E’ un coniglio”) ma Nereo Rocco, che nel frattempo è diventato allenatore del Milan, lo difende a spada tratta (“Monàde”, stupidate in triestino). In compenso, “Mazola” devasta le reti d’Europa portando di peso i suoi fino alla finale di Wembley contro il Benfica di un’altra stella di fama mondiale, Eusebio. Loro sono fortissimi: dal portiere Costa Pereira al trio offensivo Jose Augusto, Torres, Simoes passando per la “perla del Mozambico” Eusebio. Infatti andiamo sotto proprio per un gol della “Pantera Nera” al diciottesimo minuto. Giochiamo male e nello spogliatoio Rocco deve aprire la borsa dei trucchi. Ce n’è per tutti, compreso Jose: “<em>Ciò</em>, ha ragione Viani. Sei un coniglio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo tempo</strong> – Loro sono forti, noi di più. L’altro allenatore del Milan, Cesare Maldini, sistema le marcature; Trapattoni prende la gomma e cancella Eusebio dal campo; Dino Sani disegna calcio e Gianni Rivera… beh, è Gianni Rivera. È suo il tiro respinto dal portiere che Altafini ribatte in rete come suo è l’assist per il 2 a 1 di Jose. Il “coniglio”, trasformato dalla sfuriata di Rocco, trascina la squadra e segna le reti numero tredici e quattordici della sua Coppa dei Campioni. Serviranno cinquanta anni ed un Ronaldo, Cristiano, per fare di meglio con diciassette marcature. Roba da fenomeni.<br />
Torniamo al nostro bomber. Quella stagione Jose segna trentuno gol, è la sua seconda stagione più prolifica e permette al capitano Cesare Maldini di sollevare, primo italiano, la Coppa dei Campioni. Però, proprio in quella stagione inizia il suo secondo tempo. Il rapporto con il Milan si guasta ed il presidente Riva tarda a rinnovargli il contratto. Mazola si innervosisce, il suo procuratore anche. Già, perché primo tra tutti Altafini ha il procuratore. A lui il contorno del calcio interessa poco e si fa rappresentare da suo zio. Nella stagione ‘64/’65 il patatrac. Il Milan viene affidato a Nils Liedholm e vola nonostante Altafini segni pochissimo. Riva tentenna e Jose scappa in Brasile. Viani gongola e non c’è Rocco a proteggerlo. Linea dura fino a quando il ragazzo si fa prendere dalla “nustalgia” del panettone e, proprio sotto Natale, spedisce una cartolina di auguri al presidente. Viani si incazza ma lo fanno rientrare e lo reintegrano in rosa. È un disastro. Il Milan si pianta e, nonostante i nove punti di vantaggio, perde lo scudetto. Indovinate a chi va la colpa?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Core ‘ngrato</strong> – Viene messo sul mercato dopo duecentoquarantacinque partite e centosessantuno reti. Meglio di lui solo Nordhal (221), Shevcenko (175) e Rivera (164). È uno dei cinquanta migliori di sempre nella storia del Milan e probabilmente uno dei cinque migliori centravanti della nostra storia costellata di fenomenali numeri “9”. Con la valigia piena di vestiti e rammarico Jose prende la strada di Napoli ma, rubando le parole a Evita Peròn, “don’t cry for me Argentina”. Mazola è pieno di vita e risorse. E di vite se ne fa almeno altre tre. La prima come stella del Napoli (altri 97 gol in 234 partite) in coppia con Omar Sivori; “Facciamo un patto: “Omar, tu sei il re della città e io sono contento, basta che mi fai fare due gol a partita”. Ha funzionato ma anche questa finisce così e così quando saluta tutti per andare a Torino nonostante i trentaquattro anni. Vita numero quattro: non potendo più fare una stagione intera da titolare si inventa il ruolo di primo cambio e regala alla gobba trentasette gol il centodiciannove scampoli di partita e due scudetti di cui uno in volata sul “suo” Napoli che gli vale, oltre al titolo di campione d’Italia, anche quello di <em>core ‘ngrato</em> cinquanta anni prima di Gonzalo Higuain. Vita numero cinque: commentatore televisivo, voce di videogiochi, speaker radiofonico e doppiatore di cartoni animati. E siccome non vogliamo farci mancare nulla c’è anche la vita numero sei, quella privata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scandalo rosa, scandalo azzurro</strong> – Nella squadra che vince la Coppa dei Campioni nel maggio del ’63 i compagni di reparto di Jose sono Mora e Pivatelli, il loro sostituto è Paolo Barison, detto il Bisonte per la sua forza fisica. Paolo oltre a quella ed un buon fiuto per il gol ha anche una moglie bellissima, Annamaria Galli. Già sapete… Jose va a Napoli, caldeggia l’ingaggio di Barison e scoppia lo scandalo in un paese che proprio in quegli anni sta affrontando il lacerante confronto sul divorzio. I due convoleranno a nozze ma solo dopo la morte dei rispettivi ex coniugi che nel caso del Bisonte avviene nel 1979 in un incidente stradale sull’Autostrada dei Fiori. Sarebbe finita se non fosse che ci sarebbe da affrontare il tema della nazionale o, meglio, delle nazionali. Perché Mazola diventa campione del mondo con il Brasile di Pelè e Garrincha mentre Altafini, essendo “oriundo”, viene chiamato a furor di popolo a difendere i colori azzurri nel mondiale del 1962. In una spedizione che, partita con mille speranze, tornò dal Sud America con una eliminazione brutta ed ingloriosa che varrà la chiusura definitiva agli oriundi nella storia del nostro calcio.<br />
Ma una cosa facile, Jose? Una…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier</em></strong></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Juan Alberto &#8220;Pepe&#8221; Schiaffino</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2018 07:00:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Maracanazo – Nemmeno gli spartani alle Termopili. Quel sedici luglio a fronteggiare i circa duecentomila spettatori che riempiono il Maracanà ben oltre la sua capienza strutturale e logica ci sono centoventidue uruguaiani. Un centinaio di spettatori ed i ventidue coraggiosi che hanno deciso di sfidare un destino che li vuole perdenti. Fosse solo il destino… [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Maracanazo – </strong>Nemmeno gli spartani alle Termopili. Quel sedici luglio a fronteggiare i circa duecentomila spettatori che riempiono il Maracanà ben oltre la sua capienza strutturale e logica ci sono centoventidue uruguaiani. Un centinaio di spettatori ed i ventidue coraggiosi che hanno deciso di sfidare un destino che li vuole perdenti. Fosse solo il destino… Da quando nel 1946 la FIFA ha assegnato il campionato mondiale al Brasile (impossibile assegnarlo ad una delle stremate nazioni europee) un intero popolo sta aspettando quel giorno. Non è propriamente la finale perché è stato previsto un girone finale “all’italiana” per assegnare il trofeo (cedi mai che in partita secca…) ma è la partita decisiva tra la prima del girone e la seconda. Jules Rimet dirà in seguito che per quella partita era stato previsto tutto, tranne la vittoria dell’Uruguay. Già, da mesi tira aria di storia annunciata, di risultato segnato. Ma la stessa cosa la pensava anche Serse I mentre guardava i trecento spartani che si apprestavano a difendere il piccolo lembo di terra sul quale doveva passare il suo possente esercito. Gli aneddoti si sprecano. Rimet ha preparato il discorso in portoghese e non ne ha uno in caso di vittoria dell’Uruguay; la banda musicale non ha lo spartito dell’inno della Celeste perché p ritenuto inutile; alcuni esponenti delle istituzioni uruguagie vanno dal capitano della squadra e gli dicono che “Va bene anche se ne prendete meno di tre”. Ci pensa il capitano Obdulio Varela che va a parlare con uno dei suoi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un piemontese testardo –</strong> Il quarantaquattro per cento della popolazione dell’Uruguay è di origine italiana, nel 1942 venne reso obbligatorio lo studio dell’italiano nelle scuole superiori, Giuseppe Garibaldi è stato comandante dell’armata di mare uruguagia. Ma l’italiano più famoso è Giovan Battista Crosa un piemontese di Pinerolo che ha fatto la sua fortuna nella zona che sarebbe poi diventata Montevideo, la capitale. Quel primo nucleo cittadino è un quartiere che ha mantenuto la propria denominazione, una corruzione spagnola del nome della cittadina piemontese che a Crosa aveva dato i natali: Peñarol. Lo stesso nome della squadra che ha dominato la storia del calcio bianco azzurro e scritto pagine importanti nella storia di quello sudamericano e mondiale. Il nome della squadra di Juan Alberto, detto Pepe, Schiaffino. Che non è di origine piemontese (il nonno, Alberto, è originario di Camogli) ma è testardo come lo può essere solo un piemontese. Quando Varela gli si avvicina e gli racconta quella dei tre gol “Pepe” non dice nulla ma entra in campo nella sua versione migliore. È. Senza ombra di dubbio uno dei tre giocatori più forti del pianeta insieme a Ferenc Puskas ed Alfredo Di Stefano ed in campo disegna calcio per i compagni. Quando i brasiliani segnano il gol dell’1-0 Varela va a prendere la palla in fondo alla rete e la mette sul disco del centro campo con l’aria di quello che dice “non è successo niente, giochiamo il nostro calcio”. Ghiggia per Schiaffino e Schiaffino per Ghiggia; 2 a 1 per la Celeste. È il Maracanazo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La maglia della nazionale brasiliana </strong>– L’arbitro fischia la fine ed un intero paese muore. Metaforicamente ed in senso letterale. Secondo alcune fonti dentro lo stadio si registrano dieci infarti e due suicidi. I numeri definitivi sembrano attestarsi a trentaquattro suicidi e cinquantasei arresti cardiaci. Se ci fosse la possibilità di vedere i filmati a colori di quella partita vedreste una cosa curiosa, il Brasile gioca con una insolita maglia bianca con i profili blu. Insolita per noi perché quelli erano i colori della <em>Selecao </em>prima del disastro, il verdeoro viene scelto dopo il Maracanazo per segnare un taglio con il passato. Servirà Pelè, il migliore di tutti i tempi, per portare il Brasile fuori da quell’inferno. Al fischio finale si piange anche tra i vincitori. Sarà proprio il nostro Pepe a dire: “Sciogliemmo l&#8217;angoscia che ci aveva accompagnato per tutta la partita, piangendo lacrime di gioia, pensando alle nostre famiglie in Uruguay, mentre i nostri avversari piangevano di amarezza per la sconfitta. A un certo punto provai pena per quello che stava accadendo”. Schiaffino si rivelerà una persona spigolosa per tutta la vita ma riesce a trovare l’umanità necessaria per partecipare al dolore degli avversari pur nella gioia immensa di avere vinto una partita così. Uomo vero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Europa</strong> – Meno poetico fu un altro futuro milanista, Alcides Ghiggia: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, Giovanni Paolo II ed io”. Gente dura gli uruguagi. Oggi, momento di massima espansione demografica, contano tre milioni di abitanti ma hanno prodotto due ori olimpici, due campionati mondiali, quindici Copa America. Se c’era qualcuno in grado di creare il Maracanazo non potevano essere che loro, i figli ed i nipoti di gente dura che abbandonava l’Europa per cercare fortuna a migliaia di chilometri di distanza. Ghiggia e Schiaffino il viaggio lo ripercorrono ma in tarda età. Bisogna aspettare un altro mondiale, quello svizzero del ’54, perché il Milan del neo presidente Rizzoli lo vada a prelevare direttamente nella sede del raduno della nazionale. Mondiale nel quale Pepe con la <em>Celeste</em> gioca la sua partita migliore, la semifinale contro l’Ungheria di Puskas, Ksibor e Hildeguti. Per molti, compreso Gianni Brera, la partita del secolo. Perde Schiaffino ma in campo quel giorno disegna calcio come i suoi connazionali disegnano tango: essenziale, armonico, preciso. Perfetto. I dirigenti del Peñarol sono certi di avere fatto un affare incassando cinquanta milioni per un trentenne, quelli del Milan sono quasi increduli, certi come sono di averli imbrogliati pagando così poco un fuoriclasse. Stavolta è mazurka 1 – tango 0.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proprio quello che mancava</strong> &#8211; Intendiamoci. Il signore in oggetto è “sacramènt” come si dice a Milano. Esordisce mettendo nel contratto una clausola che gli permette di portare la moglie in ritiro con sé. È il primo calciatore a gestire i propri ingaggi come se fosse un imprenditore. Nei giorni di riposo prende la macchina, va in Svizzera e si occupa di speculazioni finanziarie don i cui proventi investe nel mercato immobiliare. Liedholm diceva che da Schiaffino era impossibile anche farsi offrire un solo caffè. Litigava con qualsiasi compagno (celebri i suoi screzi con “El Capitàn” Obdulio Varela) e pure con gli allenatori, compreso Gipo Viani, perché riteneva di poter fare comunque scelte migliori. Però il Milan è orfano delle geometrie di Gunnar Gren e Pepe quella palla la fa girare con una precisione ed un ritmo che non hanno eguali al mondo. In fin dei conti, pur se trentenne, è uno dei tre migliori calciatori del pianeta. Siamo sempre sull’orlo del mito ma ricordo, dopo un Milan Napoli, di avere chiesto a mio nonno se Diego Armando Maradona fosse più forte di Pelè. Nonno Walter mi guardò e, con l’aria di quelli che le hanno viste tutte, mi disse: “No. E nessuno dei due è forte come Schiaffino. Che era un po’ meno bravo di Di Stefano”. Quell’anno la nuova dirigenza rossonera aggiunge ad un telaio già forte Schiaffino e Maldini. Metteteci il Barone a menare le danze e capirete come a Nordhal non paresse vero di giocare ogni domenica con un tale zaino di fortuna. Ventisette gol per lui e scudetto per noi.</p>
<figure id="attachment_4263" aria-describedby="caption-attachment-4263" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-4263" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/05/Schiaffino_e_Rivera.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-4263" class="wp-caption-text">Come da tradizione sudamericana, ha scelto il suo erede</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parametro –</strong> Pur essendo nato come attaccante Pepe diventa un centrocampista di costruzione ed al Milan è il regista perfetto, tanto da diventare un parametro per il calcio italiano. Tre scudetti ed una Coppa Latina nella sua bacheca personale ed una sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid del suo grande antagonista Alfredo Di Stefano con la soddisfazione di avere brillato in quella partita più della stella madrilista. Quando, dopo 171 presenze e 60 gol, la dirigenza rossonera lo cede, ormai trentaseienne, alla Roma i tifosi insorgono. Per averlo i giallorossi ci girano cento milioni e, a dispetto della carta d’identità, Juan riesce a dargli una mano nella conquista di una Coppa delle Fiere, una sorta di Europa League dell’epoca. Gioca da libero perché la velocità è sempre minore ma la capacità di illuminare il gioco è invariata. Il calcio italiano a questo oriundo deve molto più che le poche partite con la nazionale così come il Milan gli deve molto di più dei trofei che ci ha aiutato a vincere. Insieme a Liedholm Pepe presenziò al provino di un ragazzino piemontese sul campo della primavera a Linate ed alla fine andò in sede a spiegare che quel ragazzino era meglio portarlo a casa nominando, come nella tradizione sudamericana il proprio erede. L’Alessandria però chiedeva molti soldi per quel talento che aveva impressionato perfino Silvio Piola e Gipo Viani fu costretto a giocare il jolly: “Presidente, quel giorno ad Alessandria c’era la nebbia e si faceva fatica a capire chi era Rivera e chi era Schiaffino.”<br />
Perché Juan Alberto Schiaffino non era un fuoriclasse, era un giocatore cui parametrare tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier</em></strong></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Andrij Shevchenko</title>
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		<dc:creator><![CDATA[pier]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Apr 2018 07:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[Data storica – 10 febbraio 1999. Mercoledì. Ore 18,00. L’arbitro Bolognino della sezione di Milano fischia il calcio d’avvio della partita. Gli spettatori che hanno deciso di sacrificare il loro tempo libero sull’altare del Milan sono ben 7.820 nonostante, trattandosi di partita amichevole, il prezzo del biglietto sia simbolico; l’euro è entrato in vigore pochi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Data storica –</strong> 10 febbraio 1999. Mercoledì. Ore 18,00. L’arbitro Bolognino della sezione di Milano fischia il calcio d’avvio della partita. Gli spettatori che hanno deciso di sacrificare il loro tempo libero sull’altare del Milan sono ben 7.820 nonostante, trattandosi di partita amichevole, il prezzo del biglietto sia simbolico; l’euro è entrato in vigore pochi giorni prima e mi pare di averne dato uno o due alla biglietteria. Potrei sbagliarmi perché l’unica cosa che ricordo di quella serata è il freddo che gela campo, tribune e spettatori. La colonnina di mercurio dice tre; si, ma sotto lo zero. Fuori dallo stadio danno dei certificati di pazzia, devo averlo ancora a casa da qualche parte. Io e tre amici scegliamo di guardare la partita dal primo anello arancio, posto dal quale, avendo consumato quasi tutte le mie quasi cinquecento partite al secondo anello blu, non capisco niente di quello che sta succedendo. Appunto, cosa sta succedendo? Il Milan gioca un’amichevole che fa parte del contratto di acquisto di un giocatore e siamo venuti a vedere come gioca. L’avversario è la Dinamo Kiev e il futuro milanista è Andrij Mykolajovyc Sevcenko. Grafia e pronuncia relativamente complesse, per tutti: Sheva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note a margine –</strong> Quella partita è uno snodo importante nella storia del Milan, a dispetto del contenuto tecnico. E del freddo. Per la cronaca, il Milan perde 2 a 1 con gol di Alessandro Iannuzzi grande promessa delle giovanili della Lazio (mai mantenuta per una lunga serie di infortuni) che era stato compagno di squadra nella primavera biancazzurra campione d’Italia dei vari Nesta, Roma e Di Vaio. Per la Dinamo segnano Katskevitch e l’attuale sindaco della capitale della Georgia, Tbilisi: Kakhaber Kaladze. La dirigenza ucraina ha fatto un capolavoro con la cessione dell’Usignolo di Kiev, roba che sarebbe da imparare oggi, figurarsi venti anni fa. Il corrispettivo è di circa quaranta miliardi delle vecchie lire “estorti” a Galliani e Braida dopo una trattativa lunga come una quaresima insieme a due amichevoli da tenersi a San Siro (una nel 1999 ed una nel 2000) ed il dieci per cento della futura rivendita del giocatore. Prego, aggiungere altro quattro milioni e mezzo di euro. Nelle due amichevoli si mette in luce il futuro sindaco che passa al Milan per la modica cifra di sedici milioni di euro. Quarantasei milioni di euro, applausi. Seduto sulla panchina dei campioni di Ucraina c’è un colonnello dell’Armata Rossa di nome <strong>Valerij Vasyl&#8217;ovyč Lobanovs&#8217;kyj</strong> (ma come cappero scrivono!!!!) che ha scritto la storia del calcio sovietico ed europeo. Se andate a vedere lalbo d’oro delle coppe europee scoprite che le squadre dell’est Europa hanno vinto, tutte insieme, 14 titoli continentali. La Spagna, per dare un’idea, ne ha vinti 62; l’Italia 44. Di quei quattrodici ben tre hanno la sua firma in calce. Per la cronaca, dopo la partita siamo andati a bere qualcosa in un locale all’epoca famoso a Milano: quattro mojito e quattro cioccolate calde che con le crocchette di patate c’entrano il giusto ma scongelano il corpo e l’anima.</p>
<figure id="attachment_4152" aria-describedby="caption-attachment-4152" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-4152" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/04/sheva-pallone-doro-150x150.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-4152" class="wp-caption-text">Per le foto ringraziamo magliarossonera.it</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ragazzo venuto dal freddo</strong> – Giugno 1999. I rossoneri festeggiano il loro centenario con lo scudetto più improbabile della loro storia e l’arrivo del ragazzo venuto dal freddo. Strappiamo idealmente una pagina da un episodio delle “Storie Mondiali” di Federico Buffa perché a) è il maestro, b) questa storia l’ho sentita anche da altre fonti e quindi potrebbe essere vera. Milanello, primo allenamento. Dopo tre ore di corse nella pineta Sheva si gira verso Costacurta e chiede: “Ma quando cominciano gli allenamenti?”.  Non c’è spocchia nelle sue parole, solo genuina sorpresa. Fino a quel giorno per “Andreino” gli allenamenti sono stati quelli del Colonnello e quella è una passeggiata di salute per lui. Attenzione: lo chiamavano Colonnello perché quello era il suo grado nell’esercito sovietico e perché aveva portato nelle sue squadre i metodi degli “spetnaz”, le forze speciali russe. Passa all’esercizio successivo o alla categoria superiore solo chi non vomita. Ce n’è uno che non ha mai vomitato, indovinate chi…<br />
Prendete un hockeista con tutte le durezze fisiche e mentali del caso, dategli il talento per giocare a calcio e fatelo allenare dal Colonnello che gli darà la tecnica, la forza fisica e la mentalità; otterrete Andrij Shevchenko. 175 reti in 8 stagioni, 1 scudetto, 1 Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea, 2 volte capocannoniere in Italia e 1 volta in Champions League, 1 pallone d’oro; solo per ricordare i titoli vinti con il Milan. In patria, per citarne una, ha ricevuto la medaglia di Eroe dell’Ucraina, la più alta onorificenza statale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’uomo, non i numeri</strong> – È una costante di questi ritratti, andiamo a cercare l’uomo perché i numeri sono reperibili facilmente su internet. E l’uomo in questo caso ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Situazione particolare quella volta, io lavoro per una azienda che fa servizi e sono a sua disposizione. Il ragazzo ha già vinto il pallone d’oro, è ricco, famoso, frequenta casa di Silvio Berlusconi. On top of the world come dicono gli americani, potrebbe trattarmi da “subalterno”. Ma non lo fa, viene fuori tutto il soldatino sovietico che c’è in lui anche a costo di essere buffo. Il contesto è rossonero, non posso non sapere chi è ma Sheva si presenta: “Buongiorno, sono Andrij Shevchenko…”. Lo so, sono un cretino e non riesco a trattenermi: “Devo averti già visto da qualche parte…”. Lui mi guarda perplesso ma non abbandona la sua educazione: “Mi scusi, io avrei bisogno di…”. Mi spiega quello che gli serve, prendo disciplinatamente nota e poi gli sorrido: “Perfetto. Però, per favore, dammi del tu. Se no quando sarò allo stadio mi verrà difficile mandarti a quel paese se sbagli un gol…”. Ha un braccio e due spalle che se mi da un cazzotto ci resto secco ma anche un bello spirito: “Ok, Grazie. Ciao!” Wow, mi ha detto ciao ma mi aveva conquistato già al buongiorno. Dopo dieci minuti squilla il telefono: “Buongiorno, sono Andrji Shevchenko e sto chiamando per…”. Ancora?: “Ciao Andrij, sono quello di prima…”. Silenzio. Sorriso. “Ciao, hai trovato quello che cercavo?”. Ma quanto sei figo? Di gol ne ha sbagliati proprio pochi e di vaffa non ne ha presi molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultimo idolo</strong> – Sono nato nel 1970 e cresciuto nel mito di Franco Baresi che, pochi mesi prima dell’arrivo del ragazzo di Kiev, precisamente nell’ottobre del 1997, ha abbandonato il calcio giocato con una partita d’addio indimenticabile. Quella sera ho capito che non avrei potuto più avere un idolo, sostituire il Franz era impossibile e se non ci era riuscito Maldini… Quel ragazzo ucraino però aveva le caratteristiche tecniche (da fuoriclasse assoluto) e umane (da piccolo <em>casciavit</em> in salsa sovietica) per occupare un posto importante nel mio cuore. Non al posto del Piscinin, ma comunque lì vicino. Non ho mai perdonato al Giannino la cessione di Sheva l’ultimo dei miei idoli anche, e soprattutto, per quella sua sovrumana capacità di punire i nati dopo e nati male. Quattordici volte per la precisione. Oppure per la capacità di segnare gol importanti negli appuntamenti importanti. A memoria: tripletta in Supercoppa Italiana contro la Lazio, gol decisivo nella finale di Supercoppa Europea contro il Porto, il gol decisivo per lo scudetto del 2004, il rigore decisivo contro i gobbacci a Manchester.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sempre undici contro undici</strong> – Fa un caldo tremendo, En Niño sta inginocchiando tutta Italia con temperature folli. Siamo a casa mia e soffriamo fino ai calci di rigore perché, pur avendo meritato di vincere la finale, siamo in dieci a causa dell’infortunio di Roque Junior. L’arbitro fischia la fine dei tempi supplementari e io mi alzo per stringere le mani agli amici presenti. Mi guardano straniti e quindi spiego: “E’ stato un onore affrontare questa stagione con voi. Se perdiamo contro questa feccia, non posso garantire che mi occuperò ancora di calcio.” Se ne vanno i primi quattro rigori e tocca all’Usignolo di Kiev che va sul dischetto e guarda prima il portiere e poi l’arbitro. Poi il portiere ed ancora l’arbitro. Il mio cuore perde un battito e penso che ha gli occhi di un cerbiatto in autostrada abbagliato dai fari di una macchina. Smetto di respirare mentre prende la rincorsa e calcia quella palla alle spalle del portiere gobbo e molto alle spalle (a buon intenditor…) di un popolo che da quella sera sarà nostro vassallo. E io urlo. Urlo, urlo e urlo ancora pazzo di una gioia che oggi, a quindici anni di distanza, rimane invariata. Non aveva paura Sheva quella sera, aveva solo fretta, quella sana che lo avrebbe portato a vincere il pallone d’oro. Andrij segna ancora molto dopo quella sera ma nessun gol è mai stato così bello, così significativo. Gli ho permesso e perdonato di tutto (ammesso e non concesso che qualcosa da perdonare ci fosse) e quando è tornato in prestito dal Chelsea a carriera praticamente finita ho guardato tutte le sue partite, tutte senza gol tranne due, con la speranza che segnasse. Non per il Milan, per lui. Per lui e per me, perché la nostra amicizia potesse continuare, per poter cantare ancora una volta:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non è brasiliano però<br />
</strong><strong>Che gol che fà<br />
</strong><strong>Il fenomeno lascialo là<br />
</strong><strong>Qui c’è Sheva</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="background-color: #ffffff; color: #ff0000;"><strong><em>Pier</em></strong></span></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Stefano Borgonovo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[pier]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Apr 2018 07:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[Pier]]></category>
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					<description><![CDATA[Continuiamo la creazione della categoria “Ritratti” ripubblicando il ricordo di Stefano Borgonovo. Qualche giorno fa, per la precisione il 17 marzo, Stefano avrebbe compiuto il suo cinquantaquattresimo compleanno. Ne ripubblichiamo il ricordo uscito il giorno della sua scomparsa nel 2013. Buona lettura Eroe per un giorno &#8211; Nella partita di andata il Milan Campione d’Europa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Continuiamo la creazione della categoria “Ritratti” ripubblicando il ricordo di Stefano Borgonovo. Qualche giorno fa, per la precisione il 17 marzo, Stefano avrebbe compiuto il suo cinquantaquattresimo compleanno. Ne ripubblichiamo il ricordo uscito il giorno della sua scomparsa nel 2013.<br />
</em><em>Buona lettura</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eroe per un giorno</strong> &#8211; Nella partita di andata il Milan Campione d’Europa ha fatto una fatica notevole vincendo solo 1 a 0 grazie ad un rigore di Van Basten. Due settimane dopo, l’8 aprile 1990, il teatro della partita di ritorno è il vecchio Olympiastadion di Monaco e l’avversario è il Bayern campione di Germania. I tempi regolamentari finiscono 1 a 0 per i tedeschi e si va ai supplementari. Al centesimo minuto, su un campo pesantissimo in una sera umida da fare paura, una palla sporca va verso l’area di rigore del Bayern. Un attaccante del Milan capisce che è quella giusta, le va incontro deciso, si coordina e manda alle spalle di Aumann un pallonetto alto e morbido. Un lampo di classe purissima fatto alla velocità dell’attaccante nato. Le parole non sono scelte a caso, saranno il titolo del libro scritto da quel centravanti venti anni dopo. Con quel gol difficilissimo Stefano Borgonovo porta il Milan alla finale di Vienna che poi vinceremo contro il Benfica. Il resto della sua carriera al Milan non brilla per numeri e prestazioni sfolgoranti ma quella sera il grosso del lavoro lo ha fatto lui, il ragazzo da Giussano, diventando uno dei nostri eroi per un giorno. E maestro per la vita.</p>
<figure id="attachment_4053" aria-describedby="caption-attachment-4053" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-4053" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/04/Borgonovo-milan-150x150.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-4053" class="wp-caption-text">Ringraziamo anche questa volta gli amici di magliarossonera.it</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>I numeri… –</strong> Stefano arriva al Milan nella stagione 1989/1990 quando la squadra è già campione d’Italia e d’Europa e si sta lanciando alla conquista del mondo. In attacco quella squadra ha Marco Van Baten, Ruud Gullit e Daniele Massaro, difficile ritagliarsi un posto specie se già ad inizio stagione il ginocchio ti abbandona e ti costringe ad operarti. Stagione, peraltro, cominciata bene con una tripletta in amichevole con il Galatasaray ed un gol all’esordio contro il Cesena. Non è solo il ginocchio a rompersi ma anche il feeling con il Milan. Stefano, reduce da una stagione ottima a Firenze (quattordici gol lui, quindici per il suo fratello di calcio e spirituale Roberto Baggio), non si ambienta e gioca solo 13 partite in rossonero segnando solo due gol. Ritorna a Firenze, dove però non c’è più il “divin codino”, e poi va a Pescara, Udine, Brescia ed ancora Udine per chiudere la carriera a soli trentadue anni. Ci sono anche otto presenze nelle nazionali (Under 21, Under 23 e nazionale maggiore) con un gol ma i numeri sono bassi, non da grande bomber.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>… non sono tutto – </strong>Ma i numeri non sono tutto. Altrimenti non si spiega perché il giorno della sua morte piangono tutti. I fiorentini piangono un simbolo della loro storia calcistica, i comaschi il ragazzo delle loro giovanili. Con loro piangono i tifosi di Sambenedettese, Brescia, Udinese e Pescara tutte squadre che hanno avuto l’onore di avere avuto Stefano tra le loro fila. I milanisti piangono il loro eroe per un giorno, il centravanti che li ha portati di peso alla finale di Vienna. Non è un mistero, lo abbiamo raccontato parlando di Rijkaard, che quel Milan è completamente scarico; senza Stefano oggi avremmo una Champions in meno. Trentatré anni dopo quella notte da eroe, Stefano ci ha lasciato e tutta l’Italia sportiva ha pianto un eroe della vita. Nell’Italia pallonara dei calcioscommesse, delle calciopoli, delle evasioni fiscali, dei presidenti cialtroni, dei giornalisti servi, delle beghe di cortile, dei crestati, pantagonnati e ipertatuati questo grande uomo, abbandonato da un corpo traditore, si staglia come un gigante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Attaccante nato</strong> &#8211; È più difficile fare quel gol così perfetto su quel campo così imperfetto oppure ritrovarsi vittima di quella malattia bastarda e lottare fino all’ultimo giorno? Già, perchè nonostante un morbo che ti toglie progressivamente tutte le capacità di movimento perfino quella di respirare da solo, Stefano ha trovato il modo di scrivere un libro, di andare, immobilizzato su una carrozzina, allo stadio a vedere diverse partite a scopo benefico e di mettere in piedi una fondazione per raccogliere fondi per combattere la SLA. Pensateci tutte le volte che vi viene un raffreddore.<br />
Stefano ha lasciato una moglie e quattro figli, i suoi quattro gol più belli molto più di quella perla che trentatre anni fa lo ha reso eroe milanista anche se solo per un giorno. Ma a noi lascia soprattutto un messaggio di una bellezza sensazionale nella sua drammaticità, un messaggio da vero “casciavit”: NON ARRENDETEVI MAI. Così ha fatto il ragazzo che amava il calcio e la vita, non si è arreso nemmeno in una battaglia che sapeva di perdere. E così ha vinto la guerra diventando, da eroe per un giorno, un eroe per la vita. Stefano quello sapeva fare, attaccare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per ricordarlo in uno dei suoi momenti più belli uso le parole del telecronista di quella sera quando quella palla un po’ sbilenca è andata verso Stefano: “E’ posizione regolare, il pallonetto, e c’è il gol, e c’è il gol di Borgonovo, esplode l’entusiasmo del Milan!”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Piccola nota personale &#8211; </strong>Quando ho scritto questo pezzo mi sono sentito terribilmente inadeguato, non sapevo da dove cominciare e ho deciso di andare sul sito della sua fondazione. In alto campeggia la sua frase più celebre: “Io, se potessi, scenderei in campo adesso, su un prato o all’oratorio. Perché io amo il calcio.” Mi sono trovato ad asciugarmi le lacrime ed a pensare al significato di quella frase. Io, sicuramente, non sono adeguato a scrivere un pezzo su un eroe (non solo calcistico) ma sono un piccolo cacciavite e ho imparato la lezione in fretta. Non mi sono arreso.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie Stefano, e non solo per quel gol.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier </em></strong></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Ruud Gullit</title>
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		<dc:creator><![CDATA[pier]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 07:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[Le origini – Se nasci ad Amsterdam, sei originario del Suriname, cresci nello stesso quartiere di Frank Rijkaard e giochi a pallone con lui nel tempo libero andrai a giocare nelle giovanili del… Meer Boys. A dimostrazione che non sempre la sceneggiatura è chiara fin dal principio, come dicono i maestri Buffa e Tranquillo Ruud, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Le origini – </strong>Se nasci ad Amsterdam, sei originario del Suriname, cresci nello stesso quartiere di Frank Rijkaard e giochi a pallone con lui nel tempo libero andrai a giocare nelle giovanili del… Meer Boys. A dimostrazione che non sempre la sceneggiatura è chiara fin dal principio, come dicono i maestri Buffa e Tranquillo Ruud, Dil (in arte Gullit) alla squadra di Cruijff e Vn Basten non ci andrà nemmeno vicini. Dopo i “ragazzi del mare” verrà il DWS e poi il debutto nel calcio professionistico con l’Haarlem poco meno che diciottenne. Novantuno presenze per trentuno gol prima di passare al Feyenoord, la seconda squadra più titolata d’Olanda e una delle due squadre <em>orange</em> a non essere mai retrocessa nella serie cadetta. Rapporti con l’Ajax, pessimi; Cruijff, dopo avere rotto, male, con i lancieri sceglie di andare a giocare proprio lì per fare il massimo del danno. E visto che è Johann Cruijff pensa bene di vincere anche uno scudetto. E nel 1984 gioca, nel Mundialito, una partita speciale: un tempo con la squadra di Rotterdam ed uno con quella del Milan. Tutto si tiene…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uomini contro, uomini particolari</strong> – Già, tutto si tiene. Chi è gioca nel Feyenoord che vince il campionato olandese e la coppa nazionale? Ovviamente Ruud Dil, in arte Gullit. Ottantacinque presenze e trentuno gol che, con quelli fatti con l’Haarlem, fa sessantadue. È ora di passare al PSV di Heindoven, Ajax? Chi era costui? Siccome, alla Cruijff, siamo uomini un po’ diversi dal resto del mondo passiamo a fare anche il difensore centrale. Due anni, due scudetti, sessantotto partite e quarantadue gol che lo impongono come fenomeno del calcio olandese ed europeo. Nel 1986 il PSV va a Barcellona a giocare il Trofeo Gamper, amichevole estiva di prestigio che viene passata in televisione dalle reti Mediaset perché ci partecipa anche Il Milan da poco passato sotto controllo di Silvio Berlusconi. Prendete un corazziere di un metro e novanta centimetri per ottantatré chili di stazza che gioca in difesa ma ha la progressione di un centometrista e calcia le punizioni come un trequartista. L’Italia affamata di calcio si divora questo fenomeno e Silvio Berlusconi, che vede il Gullit calciatore come tutti gli altri ma anche, nella sua veste di uomo di comunicazione il Gullit simbolo del nuovo Milan, apre il portafogli estraendone banconote per tredici miliardi e mezzo di lire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Treccine</strong> – Così il “Tulipano nero” atterra a Milano. Resta da stabilire se sia lui ad atterrare sul pianeta Milan o, viceversa, noi sul suo. Alto, bello, con una forza fisica ai limiti della tracotanza diventa immediatamente l’idolo degli uomini milanisti e delle donne (e a Milano non è un eufemismo). Oggi quelle treccine, parlando di marketing, sarebbero una vera e propria miniera d’oro ma, già all’epoca, Milano si riempie di cappellini cui sono attaccati dei fili di lana nera che le imitano e la Lotto si separa da un miliardo di lire per avere il privilegio di fargli indossare il suo abbigliamento sportivo. Mai successo prima. Berlusconi, che sta dando ai suoi giocatori degli ordini molto precisi sull’abbigliamento e sulla vita privata, prova a chiedergli di tagliare i capelli. Ruud gli fa sapere, a mezzo stampa, che lui non ha i capelli, lui è i suoi capelli. Sono il suo modo di essere, di vivere, di fare musica. Ah già, dimenticavo! Tra le altre cose siamo anche cantanti di Reggae e facciamo dei concerti con i Revelation Time. Olè.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi c’è il campo</strong> &#8211; Le prime due stagioni di Ruud sono incredibili. In campo ti accorgi che ha un eccesso di forza fisica che deve dissipare in qualche modo e lo fa demolendo gli avversari. E’ uno dei figli del calcio totale di Rinus Michels e sa giocare praticamente ovunque in campo. Sacchi lo piazza in attacco dove fa coppia con Virdis durante l’infortunio di Van Basten e i due fanno un macello da primato. Ruud costringe gli avversari a inseguirlo per il campo creando dei vuoti impressionanti nelle difese a uomo dell’epoca e il baffo ci si infila che è una bellezza, (per la cronaca, capocannoniere). Poi per il rush finale arriva il cigno fiorettista e dominiamo il Napoli di Maradona uscendo tra gli applausi. Guardate il gol del derby di ritorno contro l’Inter, è l’epitome del suo calcio e di quello di Arrigo Sacchi. Maldini si fa quaranta metri di corsa in uno spazio enorme che gli hanno creato i compagni, crossa in mezzo dove Gullit controlla e appoggia per Evani che da esterno sinistro sta tagliando in mezzo all’area. Appoggio per Gullit che dal lato corto dell’area piccola tira una mazzata al pallone che si infila sotto la traversa. Il tutto ad una velocità che per l’epoca è semplicemente impensabile. Oppure il gol del 2 a 1 al San Paolo; non gli riesce il dribbling sulla destra quindi punta l’uomo, si allunga il pallone e lo salta secco come non ci fosse. Il cross, morbido e preciso, arriva sulla testa di Pietro Paolo che la schiaccia alle spalle di Garella. O, ancora, il terzo di quella partita quando in progressione si divora un uomo e appoggia in mezzo all’area dove il Cigno la mette dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-3014" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/03/i-tre-olandesi-150x150.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" />Anche oggi vinciamo facile –</strong> Il secondo anno la sinfonia è la stessa, cambia solo la location. Campione d’Italia, il Milan si trasferisce al piano superiore andando a deliziare l’Europa del pallone. La semifinale con il Real Madrid è un inno al calcio, al sacchismo. Al tulipano nero ed al cigno si è aggiunto anche Uragano Frankie. Il più piccolo è Van Basten, un metro e ottantotto per 80 chili; quello con meno classe è Frank, il dominatore del centrocampo europeo per un triennio. Fate voi, non si vedeva nulla di simile dal “Gre-No-Li”. I ruoli non sono gli stessi ma Gullit ha lo stesso impatto fisico di Nordhal, Van Basten la stessa classe di Gren  e Rijkaard le stesse geometrie di Liedholm. Il Milan va in Paradiso e al Bernabeu, dove pochi mesi prima l’Inter ne aveva prese cinque, domina in lungo ed in largo. La partita finisce 1 a 1 ma è un puro caso. I giocatori del Real finiscono in fuorigioco decine di volte, Van Basten segna un gol sensazionale in volo d’angelo e al novantesimo Maldini e Tassotti vanno via in progressione. Il saldo arriva a San Siro dove segnamo cinque gol passeggiando. Guardate Gullit e Rijkaard che saltano di testa sui cross, gli avversari se li mangiano. È proprio Ruud a darci la definizione migliore del suo calcio; una domenica, poco prima del fischio di inizio va verso la panchina e dice a Sacchi: “Tranquillo Mister, vinciamo anche oggi. Nel tunnel li ho fissati uno per uno. Nessuno ha avuto il coraggio di guardarmi negli occhi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certi amori, finiscono</strong> – Con noi vince tutto. Tre scudetti, tre Supercoppe Italiane, due Supercoppe Europee, due Coppe Intercontinentali e due Coppe dei Campioni. In mezzo un pallone d’oro, che dedica a Nelson Mandela, ed un europeo con la maglia dell’Olanda in una squadra splendida quanto quella del ’74 e del ’78 ma anche vincente. Poi però qualcosa si rompe. Va alla Sampdoria dove gioca da difensore e, tanto per non perdere il vizio, vince una Coppa Italia poi torna ma se ne va di nuovo senza una spiegazione. Il Milan lo libera senza battere ciglio perché a uno così, se lo ami veramente, gli fai fare quello che vuole. Va a Londa, sponda Chelsea, dove vince una FA Cup come allenatore e giocatore. Una delle tante cose un po’ sui generis di un ragazzo un po’ sui generis. Però il tempo della magia è finito, quella l’ha lasciata tutta sul prato di San Siro e sui campi dove ha difeso i nostri colori diventando uno degli incredibili ambasciatori che ha portato il nostro nome in ogni angolo del mondo contribuendo a farlo diventare simbolo di bel gioco, divertimento e vittoria. Tra le mille stranezze che mi sono capitate nella vita c’è anche quella di avere passato, a inizio anni novanta, due estati successive in un paese del Golfo Persico. Non ho mai sentito la mancanza del mio Milan perché il quotidiano nazionale locale aveva tre pagine di sport in lingua inglese: una sul seguitissimo sport nazionale, il cricket (bene ma non benissimo), una sui grandi eventi dello sport mondiale ed una sul campionato di calcio italiano. Un terzo della pagina era dedicato al mio Milan. Ho provato, senza successo ma con molto orgoglio, a spiegare ad un appassionato di calcio del posto come si cantava in inglese:<br />
Spacca il palo,<br />
la traversa,<br />
Gullit Gol, Gullit gol!<br />
Tulipano nero,<br />
tulipano nero,<br />
Facci un gol, facci un gol!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier</em></strong></p>
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		<title>Ritratti &#8211; Ray Wilkins</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2018 07:00:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il “pin pin” mediatico – Fino a qualche tempo fa andava di moda parlare di “tam tam” mediatico. Oggi il passaggio di una notizia avviene attraverso le chat ed i telefoni trillano più delle campanelle di “jingle bells” sotto Natale. Mercoledì 4 aprile 2018 circa a metà del pomeriggio mi stavo preparando ad andare a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il “pin pin” mediatico –</strong> Fino a qualche tempo fa andava di moda parlare di “tam tam” mediatico. Oggi il passaggio di una notizia avviene attraverso le chat ed i telefoni trillano più delle campanelle di “jingle bells” sotto Natale. Mercoledì 4 aprile 2018 circa a metà del pomeriggio mi stavo preparando ad andare a vedere il derby quando il cellulare ha iniziato con il suo “pin pin”. Ho aperto la custodia e letto un paio di banner che anticipavano la questione: Ray non ce l’ha fatta…<br />
Lo sapevo, non era logico aspettarsi niente di diverso. Ma la notizia è arrivata comunque come un colpo basso; senti il dolore ma quello che ti ammazza è la scorrettezza, l’ingiustizia. Non mi venite a dire che le morti sono tutte uguali, ce ne sono alcune che pesano più di altre. Ci sono alcune persone la cui scomparsa viene vissuta come uno sgarbo che ci viene fatto dal destino. Ci sono persone che entrano nell’immaginario collettivo e nella morte vengono eternate in un sempre che, pur non avendo una giustificazione sportiva, ha una spiegazione reperibile nei sentimenti positivi che hanno saputo suscitare anche fuori dal campo. Raymond Colin Wilkins era uno di questi, anzi È uno di questi. Gli inglesi hanno un detto secondo il quale il rugby è uno sport da delinquenti giocato da signori ed il calcio è uno sport da signori giocato da delinquenti. Allora Ray è un mediano di apertura che ha saltato la lezione in cui spiegavano questo proverbio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Storia e leggenda – </strong>Hillingdon, 14 settembre 1956. Giovanili del Chelsea fino al 1973 quando esordisce in prima squadra come esterno sia a destra che a sinistra. Due anni dopo gli mettono la fascia di capitano al braccio e lo spostano in mezzo al campo fino al 1979, anno in cui si trasferisce al Manchester United. E questa è storia. Ma c’è anche la leggenda di un ragazzo che dopo due anni dal suo esordio viene nominato capitano perché è l’epitome perfetta del calciatore inglese o di quello che dovrebbe essere un calciatore britannico di quell’epoca: dinamico e tecnico, duro e corretto al tempo stesso. Il soprannome <em>Razor</em>, “Rasoio”, se lo merita perché, pur correndo molto, da centrocampista centrale è in grado di tagliare il campo con passaggi precisissimi. E questa è leggenda. Come lo è il racconto che ricordo di avere letto sulla bibbia rossonera della mia giovinezza, il periodico “Forza Milan!”: contrasto in mezzo al campo, Ray ci va giù duro come al solito, lui ed il suo avversario finiscono per terra. Ray si rialza, va a sincerarsi che l’altro stia bene e, quando questo gli dice che è tutto a posto, Rasoio si accascia al suolo e devono portarlo fuori in barella perché si è mezzo rotto un piede. Sogno? Ricordo male? È leggenda anche questa? Probabile, non abbiamo Youtube per verificarlo. Ma, come ben potete immaginare, quando arriva la notizia di Wilkins al Milan il popolo milanista ha un fremito.</p>
<figure id="attachment_3625" aria-describedby="caption-attachment-3625" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-3625" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/04/Ray-Wilkins-e-Mark-Hateley.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-3625" class="wp-caption-text">Come On Guys</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Grandi sogni di un piccolo Milan –</strong>. È il giugno del 1984 quando Giussy Farina regala ai rossoneri una campagna acquisti faraonica per i nostri standard. Giuliano Terraneo, affermato portiere proveniente dal Torino; Agostino Di Bartolomei, il capitano della Roma che Liedholm aveva portato alla finale di Coppa dei Campioni; Pietro Paolo Virdis ex grande promessa, mai mantenuta, del football italiano che era finito ai margini del grande calcio; Mark Hateley, un promettente ragazzone inglese dal gol facile. La ciliegina sulla torta è proprio il Rasoio: capitano della nazionale inglese e centrocampista centrale del Manchester United che, pur non essendo più quello di Matt Busby e non ancora quello di Alex Ferguson, è comunque una delle grandi del calcio mondiale. Dopo due retrocessioni e qualche anno difficile la risposta rossonera ai campioni che arrivano in quegli anni in un campionato ricco di fascino e prestigio (Platini, Falcao, Socrates, Cerezo, Rummenigge e Maradona) è il capitano della nazionale inglese. Che fai? Non sogni? Certo che sogniamo, siamo milanisti!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Milan degli imbattibili</strong> – No, non stiamo parlando di quello dei giocatori Invincibili che arriverà qualche anno dopo. Gli imbattibili sono i tifosi del Milan. Eravamo splendidi! Un popolo incredibile che non esitava mai, nemmeno di fronte all’evidenza. Il secondo anno di Serie B ha dell’incredibile perchè ogni partita casalinga è un record di spettatori e di incasso, Serie A inclusa. Siamo un popolo con un’identità precisa, il suo essere <em>casciavit</em>, una bandiera unica, il milanismo rappresentato da Gianni Rivera e Franco Baresi ed un fuoco interiore che non ha rivali al mondo. E sulla fiamma che arde nei cuori del nostro popolo il piccoletto inglese soffia forte. 73 partite e soli due gol uno dei quali passerà alla storia per essere decisivo nella vittoria casalinga contro i gobbi di cui, a dispetto di quello che favoleggiano altri, siamo stati e saremo gli unici veri oppositori. Non ci sono divisioni artificiose o imposte dall’alto ma l’unica granitica fede in quei due colori e in chi li indossa con onore e lealtà. Termini cari a quel piccolo grande lottatore del centrocampo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Milan degli invincibili –</strong> Tre stagioni di corsa (sempre meno) e geometria (sempre più) fino all’arrivo del Milan berlusconiano. Incroci del destino, capricci della storia. Ray è il “metronomo” del centrocampo rossonero anche nel primo anno del regno Fininvest. Il Milan, ancora e sempre in anticipo sui tempi, è già messo 4-4-2 ed è proprio il professor Rasoio che spiega a tutti come si gioca quel modulo che hanno inventato dalle sue parti. Allievi interessati sono alcuni “ragazzi” che avranno modo di scrivere qualche pagina importante nella nostra storia: Baresi, Maldini, Costacurta, Tassoti, Evani, Filippo Galli, Massaro, Virdis. Assistente della cattedra è Agostino Di Bartolomei, il preside è Niel Liedholm. Non vale chiedersi come mai Arrigo Sacchi arriva e salta direttamente al ventesimo capitolo: come giocare 442 a zona al triplo della velocità degli altri e demolire gli avversari.<br />
I tre docenti però non sono più giovani e poco si integrano con lo stile Fininvest. Salutano tutti e tre dopo avere lasciato altrettanti insegnamenti fondamentali. Il primo è un lascito tattico: come giocare il modulo che segnerà in maniera indelebile il decennio successivo. Il secondo è umano: la correttezza e la lealtà non sono un orecchino di brillanti o una fuoriserie con colori mimetici e non si possono comprare ma vanno studiate e ristudiate. Il terzo è morale: il Milan è il Milan, una cosa speciale che va rispettata fino in fondo. Anche se sei romano, svedese o di un sobborgo di Londra. Vanno via in silenzio, con la classe che li ha sempre contraddistinti, proprio mentre atterrano gli elicotteri all’Arena.</p>
<figure id="attachment_3626" aria-describedby="caption-attachment-3626" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-3626" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/04/Franz-saluta-Ray.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-3626" class="wp-caption-text">Drogba e Terry hanno ringraziato il Milan per questo ricordo. Altri, no&#8230;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sotto la curva </strong>– L’ultima partita Ray la gioca a San Siro contro il Barcellona durante il Mundialito del 1987. I compagni provano a portarlo sotto la curva per l’ultimo saluto prima di andare al PSG (che non è quello miliardario di oggi). Lo vogliono portare lì perché Ray con il tifo rossonero ha avuto un rapporto speciale e la curva lo sta acclamando. Dopo i gol rossoneri andava sotto lo spazio occupato da Fossa e Brigate urlando “<em>come on</em>”. E la sud lo ricambiava come in quegli anni ricambiava tutti i suoi protetti cioè quelli che avevano voglia di sputare sangue e sudore per la maglia. Ma il professor Ray questa volta si rifiuta e scappa negli spogliatoi con una mano sul volto a nascondere le lacrime. Lui il suo lo ha fatto, i suoi insegnamenti li ha lasciati a chi di dovere e sa che il futuro della maglia è in buone mani. E poi fuori stanno atterrando gli elicotteri…<br />
Ray tornerà a San Siro dieci anni dopo nella partita di addio di Franco Baresi che lo vuole nella squadra delle all star mondiali perché lo ritiene degno di un simile onore. E poi mercoledì scorso dopo ventuno anni sempre accompagnato dal Franz che proprio sotto la Sud porta un mazzo di fiori e la maglia numero 8 del Rasoio. Perché lui mercoledì è stato con noi è ci ha regalato le ultime due prodezze.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarete davvero così ingenui da credere che uno come Icardi quei due gol li abbia sbagliati per caso?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">PS: dietro quei continui “pin” di mercoledì scorso c’erano tanti amici dai quaranta in su. Li abbraccio tutti, compreso Carlo che ha condiviso uno struggente tweet di un sito inglese nel quale un ex militare diventato senzatetto ha raccontato il suo incontro con Ray. “Mi ha guardato, si è seduto accanto a me ed abbiamo parlato. Mentre stavamo parlando gli è squillato il cellulare e lui ha risposto: “Scusa ma in questo momento sono occupato, ti richiamo”. Poi mi ha dato 20 sterline e mi ha portato a bere un caffè. Gli ho detto: “Posso pagarlo io? Voglio tornare a sentirmi un essere umano”. Mi ha guardato ed ha capito. Mi ha fatto pagare. Oggi sono una persona diversa, mi sono rimesso a posto e lo devo anche a lui.”<br />
Magari non è vero.<br />
E magari Icardi quei gol li ha sbagliati da solo…</p>
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		<title>Ritratti &#8211; Mark Hateley</title>
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		<dc:creator><![CDATA[pier]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Mar 2018 07:50:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[Pier]]></category>
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					<description><![CDATA[La rubrica “Ritratti” ha riscosso un discreto successo segno certo della rinata passione dei tifosi rossoneri per il proprio passato. Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicare nuovamente alcuni post già usciti in passato su milannight per averli tutti raggruppati sotto la medesima categoria. Dopo l’omaggio a Cesare Maldini ed il ricordo di Chicco Evani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La rubrica “Ritratti” ha riscosso un discreto successo segno certo della rinata passione dei tifosi rossoneri per il proprio passato. Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicare nuovamente alcuni post già usciti in passato su milannight per averli tutti raggruppati sotto la medesima categoria. Dopo l’omaggio a Cesare Maldini ed il ricordo di Chicco Evani è la volta di un ragazzone inglese che, a differenza dei precedenti, non ha raccolto decine di trofei o fatto cose eccezionali con la maglia rossonera ma, in un certo senso ha segnato un’epoca.<br />
</em><em>Buona lettura.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cominciamo dalla fine</strong> &#8211; La palla che esce dal piede destro di Pietro Paolo Virdis ha una parabola alta, arcuata e morbida. Vola verso l’area di rigore dell’Inter dove la stanno aspettando in due. Fulvio “Giuda” Collovati, il più forte “stopper” (così si chiamavano i difensori centrali prima dell’avvento della zona in questo paese) dell’epoca e Mark Wayne Hateley. Professione: centravanti del Milan. È il 28 ottobre 1984 sono le 15,50 e quel pallone compie il suo viaggio verso il dischetto del rigore sotto la Fossa dei Leoni. Io sono li in mezzo, proprio dietro la porta dell’Inter.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un pizzico di storia &#8211; </strong>Il Milan non vince un Derby dal 1979, l’anno della stella, e nel frattempo ci siamo anche fatti due viaggi in serie B. Essere milanista in quegli anni aveva un significato diverso da oggi. Sono anni in cui andare a scuola, al bar ed al lavoro significa essere preso, sportivamente parlando, a “legnate” da gobbi, intertristi e qualunque “barlafuss” abbia visto anche una sola puntata de “La domenica Sportiva”. Ogni anno “ci proviamo” (passando anche per Luther Blisset) mentre dalle altre parti arrivano Rumenigge, Platini, Falcao, Zico e Socrates, fuoriclasse che hanno fatto e faranno la storia del calcio. In quella stagione però abbiamo una formazione dignitosa. Possiamo contare su un giocatore di livello europeo come Ray “rasoio” Wilkins ed è arrivato dall’Inghilterra un ragazzone di 23 anni originario di una città chiamata Wallasey. È figlio di un calciatore, attaccante pure lui, e si è messo in luce nel Coventry City e nel Portsmouth con 131 presenze e 47 gol all’attivo. Nessuna delle due squadre è il Liverpool o il Manchester United e sarebbe lecito storcere il naso ma la nostra bibbia di allora, il periodico “Forza Milan!”, ce lo dipinge come una promessa e quindi…</p>
<figure id="attachment_3109" aria-describedby="caption-attachment-3109" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-3109" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2018/03/attila-flagello-di-dio.jpg?resize=150%2C150&#038;ssl=1" alt="" width="150" height="150" /><figcaption id="caption-attachment-3109" class="wp-caption-text">Pregasi notare la bandiera dei &#8220;sbabbari&#8221;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il predestinato?</strong> &#8211; Inizia il campionato e il ragazzo è già diventato “Attila”. Non ha i piedi raffinati ma compensa con una forza fisica devastante e non c’è verso di fermarlo sia che stacchi di testa sia che parta palla al piede puntando la porta. Ne esce un esordio di quelli che riempiono il cuore di un popolo che sta cercando una guida dopo i tempi bui. L’assonanza con il nome del capo degli Unni rende praticamente automatico il soprannome anche perché due anni prima del suo arrivo Diego Abatantuono, che è già stato Donato <em>il Ras della Fossa</em> in “Eccezziunale veramente” diventando un riferimento per il popolo rossonero, ha impersonato il capo dei barbari nel film “Attila Flagello di Dio”. Il film non è un capolavoro e la critica del tempo lo stronca con forza ma per noi è un film di culto perché “Dieco” se ne va in giro con i suoi “sbabbari” al seguito di un vessillo rossonero. Tra i suoi seguaci ci sono Maurino di Francesco e Franz Di Cioccio, altri fratelli rossoneri, insieme ad una ragazza istriana che diventerà la signora Cecchi Gori. Se siete stati adolescenti in quel periodo di Rita Rusic avete sicuramente un buon ricordo. Il risultato al botteghino è un flop ma ci sono alcune scene che diventano un vero e proprio tormentone: A come atrocità, doppia T come terremoto e traccedia, I com’iradiddio, L come laco di sancue, A come adesso vengo su e ti spacco le corna. E se non ve lo ricordate, rompiamo un’amicizia. A proposito di ricordi, torniamo al nostro Mark. Inizia il campionato 1984/1985 ed è subito Attila: sei partite, quattro gol (tutti decisivi) più uno in Coppa Italia. E si sta avvicinando il derby.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La partita &#8211;</strong> Quando arriva la stracittadina di andata forse è la prima della <em>milanodabere</em>; bella gente in tribuna, un sacco di buoni giocatori da entrambe le parti, quel ragazzone che si è guadagnato il titolo del capo degli Unni in così poco tempo e, anche da parte rossonera, un sacco di aspettative. Da tanto, troppo tempo riposte nel cassetto. Forse quel giorno quando entra in campo un po’ Mark lo sa che quello è il suo destino. Il gol dello 0-1 lo segna Altobelli (e come ti sbagli…) mentre il pareggio dei nostri lo realizza quell’anima grande e fragile di Agostino Di Bartolomei. “Ago” in campo ne ha vinte tante ma fuori si è arreso a quella stronza della depressione. Lei ha vinto la battaglia ma il ragazzo triste di Roma è entrato nel cuore dei milanesi. La guerra l’ha vinta lui. Quando la palla di Virdis vola verso il dischetto del rigore (ed il destino) siamo quindi sull’1-1. Ad aspettare la sfera, dicevamo, il primo grande giuda della storia rossonera. Fulvio Collovati avrebbe dovuto essere una delle nostre bandiere, era il capitano designato, ma si è “venduto” ai topi del Naviglio. Inammissibile! La palla va verso di lui che è pronto al rinvio. Ma succede qualcosa. Anzi succede qualcuno.<br />
Nel gergo sportivo americano si usa il termine <em>posterizzare</em> per indicare un gesto sportivo che passerà alla storia finendo in un cartellone pubblicitario o un poster. Ecco, succede che alle 15,50 di quella mite domenica di ottobre Attila <em>posterizza </em>quello che per noi era il Grande Traditore. Non si appoggia su di lui, quasi non lo tocca. Semplicemente gli salta sopra staccandolo di almeno quaranta centimetri, gira il collo con una frustata da centravanti vero e mette la palla alle spalle del capo di tutti i ratti del Naviglio, Walter Zenga. Dietro il portiere dell’Inter un popolo intero impazzisce di gioia e si riscatta. Fino al prossimo derby è “cacciaviti” 1 – “bauscia” 0.<br />
Muti!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli effetti di un gol &#8211;</strong> Parliamo di una settimana da padroni e del sacrosanto diritto di sfotterli! Ah, come me la sono goduta quella settimana! Il giorno dopo quando mi ha restituito il compito in classe di matematica la professoressa, juventina, mi ha detto: “Io non riderei dopo avere preso un due…”. In quel momento anche io ho segnato il mio piccolo gol da re degli Unni trovando il coraggio di sfidare una donna che fino a quel momento aveva terrorizzato la classe con i suoi voti e la sua fama: “Lei, per sua sfortuna, non è milanista e ieri non era allo stadio. Io, si…”.<br />
Alle 15,50 del 28 ottobre 1984 un fotografo ha preso in uno scatto solo la palla, Attila sospeso nel cielo come gli angeli ed il Grande Giuda quaranta centimetri più in basso. Quello è stato per la mia generazione il manifesto programmatico dell’essere rossoneri: qualunque cosa facciate, voi siete quaranta centimetri più in basso!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello che realmente conta</strong> &#8211; Pochi giorni dopo ovviamente Mark si fracassa un ginocchio. Non sarà mai più lo stesso, non riuscirà mai più ad essere Attila. Tre stagioni al Milan, compresa la prima della storia berlusconiana, ma gli infortuni hanno fatto di lui un giocatore “normale” per il campionato italiano. Al nuovo progetto rossonero servono giocatori integri fisicamente ed il suo ruolo di spacca difese viene preso da un ragazzo del Suriname con i baffi e le treccine. Dopo di noi va al Monaco (dove vince un titolo) ed ai Glasgow Rangers dove fa la parte più rilevante della sua carriera. 165 partite, 87 reti e 8 trofei (5 scudetti, 3 coppe di lega e 2 coppe di Scozia); una carriera importante ma non da capo degli Unni. In realtà non importa quello che avrebbe potuto essere. Innanzi tutto perché non abbiamo realmente mai avuto il tempo di rimpiangerlo impegnati come eravamo a contare i trofei che abbiamo vinto dopo di lui. Perché quando ha giocato la sua ultima partita con la nostra maglia a San Siro, penultima giornata del campionato 1986-87 contro il Como, è andato sotto la curva sud tenendo nelle mani un lenzuolo sul quale era riportato un suo personale ringraziamento a tutti i tifosi: &#8220;Grazie a tutti. I love you Milan. Mark Hateley&#8221;. Perché il suo apporto va ben oltre le sessantasei partite ed i diciassette gol anzi i sedici gol più uno; perché alle 15,50 di quella domenica ci ha fatto volare con lui quaranta centimetri sopra quelli là ridandoci l’orgoglio. Quel poster, da qualche parte, ce l’ho ancora…</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie, Attila!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pier  </em></strong></p>
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