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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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		<title>Roberto Donadoni: l’arte della fascia e la classe infinita del primo grande colpo berlusconiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 05:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; ​Estate 1986. Una folla entusiasta e trepidante si raduna nell’iconica cornice dell’Arena Civica di Milano per riabbracciare i propri beniamini in occasione del primo, leggendario raduno estivo dell’era targata Silvio Berlusconi. All&#8217;improvviso, dagli altoparlanti posizionati attorno al campo si diffondono le note solenni della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner e dal cielo milanese scendono [&#8230;]]]></description>
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<p style="text-align: justify">​Estate 1986. Una folla entusiasta e trepidante si raduna nell’iconica cornice dell’Arena Civica di Milano per riabbracciare i propri beniamini in occasione del primo, leggendario raduno estivo dell’era targata Silvio Berlusconi. All&#8217;improvviso, dagli altoparlanti posizionati attorno al campo si diffondono le note solenni della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner e dal cielo milanese scendono maestosi gli elicotteri che trasportano i giocatori rossoneri. Da uno di quei velivoli scende una faccia nuova per l&#8217;ambiente: è un ragazzo bergamasco nato a Cisano Bergamasco, dai capelli ricci e scuri, destinato ad entrare a pieno titolo e dalla porta principale nella storia di questo club. Fuori dal campo questo giovane è schivo, timido, riservato, quasi inclino a scomparire quando si spengono i riflettori. Non ama le copertine patinate, parla poco e preferisce far parlare i fatti all&#8217;interno del rettangolo di gioco. Proviene dall’Atalanta e il suo nome è <em><strong>Roberto Donadoni</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify">​L&#8217;operazione che lo porta a Milano rappresenta una vera e propria spaccatura nella geografia del calcio italiano dell&#8217;epoca. La società di Bergamo ha da sempre un canale privilegiato ed un rapporto solidissimo con la Juventus, perchè praticamente tutti i suoi pezzi pregiati, da Gaetano Scirea ad Antonio Cabrini, finiscono per vestire la maglia bianconera.</p>
<p style="text-align: justify">In quella primavera del 1986, però, il filo si spezza. Dopo aver rilevato il club da Farina, Silvio Berlusconi irrompe con decisione sul gioiello dell’Atalanta, che la Juventus con eccessiva superficialità sentiva già suo, mentre anche la Roma prova ad inserirsi nella corsa. L&#8217;Atalanta si trova in evidente difficoltà di fronte allo strappo, ma il nuovo presidente rossonero sbroglia la matassa invitando ad Arcore il patron bergamasco <em><strong>Achille Bortolotti</strong></em> per una cena decisiva. Mentre <strong>Giampiero Boniperti</strong> va su tutte le furie a Torino per l&#8217;improvviso stop alle comunicazioni, Donadoni ci mette del suo, facendo pressione sul proprio direttore sportivo per coronare il sogno rossonero. Un desiderio nato da bambino, come lui stesso ricorda:<em><strong><span style="color: #0000ff"> &#8220;Al di là del mio tifo per il Milan, mi specchiavo in Rivera: quasi ogni sua giocata ti lasciava a bocca aperta… quando misi le mie prime Adidas Rivera, nere con strisce rosse, mi sembrava di volare&#8221;.</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify">Il 30 aprile 1986, per quattro miliardi di lire più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati, il trasferimento diventa ufficiale. Il primo grande affondo alla Vecchia Signora è servito, provocando persino l&#8217;amarezza di <strong>Gianni Agnelli</strong>, che commenta sbalordito l&#8217;impatto del nuovo patron milanista sul sistema calcio.</p>
<p style="text-align: justify">​Al suo primo anno a Milano, Roberto si inserisce con naturalezza e classe negli schemi di Nils Liedholm. Nonostante i ritmi compassati del gioco del Barone, riesce a dare un&#8217;immediata accelerazione alla manovra e ad alimentare con continuità un ispiratissimo Pietro Paolo Virdis. L&#8217;annata vedrà poi il subentro di Fabio Capello per le ultime battute e la vittoria nello spareggio di Torino contro la Sampdoria per conquistare un posto in Coppa UEFA, ma la vera svolta epocale deve ancora compiersi.</p>
<p style="text-align: justify">​Con l’arrivo di <strong>Arrigo Sacchi</strong> sulla panchina rossonera, Donadoni compie il salto di qualità definitivo, trasformando la posizione di centrocampista, che giochi come ala pura sulla fascia destra oppure come mezzala al centro del campo, in una vera e propria forma d’arte. Sacchi rivoluziona il calcio mentalmente oltre che tatticamente, imponendo alla squadra di dominare sempre e comunque il gioco su ogni campo. Donadoni diventa il collante magico, il motore fluido e l&#8217;elemento tattico indispensabile che fa girare a meraviglia quella macchina perfetta. È l&#8217;anno dell’undicesimo scudetto, che si apre con una sua perla all&#8217;incrocio dei pali al debutto a Pisa e si conclude con il sorpasso esaltante sul Napoli di Diego Armando Maradona.</p>
<p style="text-align: justify">​Donadoni è il tipo di giocatore che accende istantaneamente la <strong>luce a San Siro.</strong> Quando riceve palla sulla linea di fallo laterale, nell&#8217;aria si respira un&#8217;attesa elettrica. I suoi dribbling sembrano giocate che nessun altro è in grado di replicare con pari disinvoltura. Il suo non è un semplice andare via in velocità sfruttando la potenza fisica: è stile puro, è eleganza applicata al pallone. Possiede una capacità di saltare l&#8217;uomo che oggi definiamo senza esitazioni &#8220;illegale&#8221;. La dinamica è un rito ipnotico: parte palla al piede, punta con decisione il diretto marcatore, esegue una doppia finta fulminea e scodella al centro un cross millimetrico.</p>
<p style="text-align: justify">​La sua immensa classe, tuttavia, cammina sempre di pari passo con un coraggio da leone. Il <strong>10 novembre 1988</strong> è una data che rimarrà per sempre scolpita nella sua vita e nella memoria di ogni tifoso. Nel recupero della famosa partita annullata il giorno prima per nebbia allo stadio Marakana di Belgrado contro la <strong>Stella Rossa</strong>, sul finire del primo tempo il numero sette rossonero ha uno scontro drammatico con il difensore slavo Vasilijević. Donadoni crolla a terra privo di conoscenza, battendo la testa sul terreno gelato. La scena è impressionante: Paolo Maldini e Alessandro Costacurta piangono abbracciati, Marco Van Basten si mette le mani nei capelli. Come racconta lo stesso Maldini, Roberto è immobile, con gli occhi rovesciati e i denti serrati a tal punto che risulta impossibile aprirgli la bocca. È il tempestivo intervento del <strong>dottor Monti</strong> a salvarlo dal soffocamento, raddrizzandogli la lingua in campo — la leggenda narra con l&#8217;aiuto di una penna Bic — e praticandogli le prime manovre d&#8217;emergenza che gli provocano la frattura della mandibola pur di riaprirgli le vie aeree. Donadoni rischia la vita, ma la statura di un campione si misura dal rientro: dopo settimane di stop torna in campo più solido e determinato di prima, guidando il Milan fino alla trionfale finale di Barcellona, dove lo Steaua Bucarest viene travolto per 4-0 in un Camp Nou completamente dipinto di rossonero.</p>
<p style="text-align: justify">​La sua partita perfetta, la prestazione che rappresenta un autentico saggio di onnipotenza tecnica, va però in scena il <strong>21 marzo 1990</strong> in una fredda e gelida notte di Coppa dei Campioni a San Siro contro i belgi del<strong> Malines</strong>. Dopo lo 0-0 dell&#8217;andata, Roberto decide di scaldare la platea disputando quella che tutti indicano come la gara migliore della sua intera carriera. La Gazzetta dello Sport gli assegna un grandioso 9 in pagella: dove c&#8217;è il pallone, c&#8217;è Roberto Donadoni. L&#8217;ala rossonera mette in mostra il più vasto e spettacolare repertorio di finte e sterzate, mettendo in crisi totale il difensore Leo Clijsters, costretto al fallo sistematico pur di fermarlo. Esasperato dai continui colpi ricevuti a palla lontana, ad un certo punto Donadoni accenna una reazione e viene espulso dall&#8217;arbitro. Sullo stadio cala un gelo improvviso, poi sciolto nei supplementari dalle reti di Van Basten e Simone. Ma quel cartellino rosso ha un prezzo salatissimo: tre giornate di squalifica che gli toglieranno la gioia di scendere in campo nella finale di Vienna vinta contro il Benfica.</p>
<p style="text-align: justify">​Con un palmarès da capogiro composto da sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee e quattro Supercoppe Italiane in 390 partite ufficiali, Donadoni incarna il simbolo eterno dell&#8217;appartenenza ai colori rossoneri. Persino dopo l&#8217;esperienza negli Stati Uniti con i NY/NJ MetroStars, risponde presente alla chiamata di casa per dare una mano e vincere da protagonista lo scudetto del Centenario nel 1999.</p>
<p style="text-align: justify">Come sintetizza perfettamente Arrigo Sacchi, <em><strong><span style="color: #0000ff">&#8220;la fortuna l’ho avuta io a trovare lui e non lui a trovare me, è sempre stato pronto a dare tutto quello che poteva e anche oltre&#8221;</span>.</strong></em> Se oggi il Milan è riconosciuto nel mondo per lo stile e la bellezza del suo gioco, lo deve a questo straordinario signore del calcio che ha saputo rendere la fascia destra il posto più bello del mondo.</p>
<p style="text-align: justify">​Oggi, è il 9 settembre, nel giorno del tuo compleanno, ci tengo a prendermi un momento per dirti semplicemente grazie. Tanti auguri, Roberto: per me che sono cresciuto ammirando la tua classe e la tua dedizione, e per tutto il popolo rossonero che ha visto la poesia prendere forma sui tuoi piedi, sarai per sempre il nostro simbolo di eleganza e coraggio. Buon compleanno, Campione.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>L’Azzardo di Amorim e i Buchi di Struttura: Il Milan alla Prova della Verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 05:00:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​Dopo avervi raccontato per due mesi la favola di una società vincente, guidata da visioni e da una programmazione rigorosa, mi ritrovo qui con una rabbia che stritola il mio cuore. la volta scorsa vi ho parlato del contrappasso che viviamo noi tifosi rossoneri sulla cinquantina: noi che il Milan lo abbiamo visto dominare e salire sul tetto del mondo, ma che abbiamo anche vissuto sulla nostra pelle gli anni bui e difficili della Serie B. Proprio perché abbiamo attraversato l&#8217;inferno e toccato il cielo con un dito, sappiamo benissimo cosa significa questa maglia. Sappiamo cosa vuol dire non rassegnarsi mai alla mediocrità, al grigio della mezza classifica, alla desolazione e, soprattutto, all&#8217;improvvisazione dilettantesca.</p>
<p style="text-align: justify">​Oggi mi tocca rituffarmi nella cruda realtà rossonera di tutti i giorni. E vi giuro, vi giuro sulla mia passione, che tornerei a rifugiarmi nel nostro passato molto volentieri. Perché scrivere o anche solo raccontare questo Milan attuale è un esercizio desolante, avvilente e tremendamente frustrante per chiunque porti questi colori impressi nell&#8217;anima.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #0000ff"><em><strong>​“Abbiamo preso Ramos, sta arrivando Gila. Il nostro mercato non è finito, saremo aggressivi. Vogliamo dare a Ruben la migliore squadra possibile molto prima della chiusura del mercato”.<br />
</strong></em></span><br />
​Così parlava Gerard Joseph “Gerry” Cardinale l&#8217;8 luglio, all&#8217;alba del suo quarto mercato estivo alla guida del Milan. Quarto, non il primo. Una precisazione doverosa per smantellare una volta per tutte la storiella comoda dell&#8217;ennesimo &#8220;anno zero&#8221; buona solo per vendere fumo ai creduloni. Nell&#8217;estate della finta rivoluzione, con una dirigenza azzerata sulla carta ma nei fatti rimpiazzata dalle stesse identiche figure che negli anni scorsi non hanno combinato nulla di buono, i soliti menestrelli si sono affannati a spiegarci che la proprietà aveva finalmente &#8220;fame&#8221;. Il risultato finale, a trattative concluse, è la solita abbuffata di fumo e parole a fronte di un deserto operativo: il &#8220;Gerry affamato&#8221; ci ha rifilato l&#8217;ennesima rosa &#8220;Emmentaler&#8221;, piena zeppa di buchi, consegnata ad un allenatore a cui sono state promesse montagne per poi lasciarlo a piedi al primo ostacolo serio.</p>
<p style="text-align: justify">​Sia chiaro un concetto fondamentale, perché qui nessuno chiede la luna, la spesa folle tanto per fare colpo sui social o la corsa a chi brucia più milioni per finire in prima pagina. A Gerry Cardinale io non chiedo di vincere la Champions League dall&#8217;oggi al domani. Gli chiedo semplicemente di fare le cose con un minimo di senso compiuto, di razionalità, di logica elementare.<br />
​Il mercato di una squadra di calcio si giudica ottimale quando riesce a mettere in sicurezza la struttura, quando va a chiudere le falle esistenti e a dare completezza al progetto. Se una rosa presenta cinque lacune evidenti, e tu con mesi di tempo e milioni a disposizione ne sistemi soltanto due lasciando gli altri tre buchi clamorosamente aperti, quel mercato è un fallimento senza appello. Punto. Non ci sono narrative di comodo che tengano, non ci sono bilanci sorridenti che possano mascherare la cruda realtà del campo.<br />
​Per tornare a fare le cose con criterio, per ritrovare quella linearità che distingue un grande club da un cantiere permanente, il vero primo grande acquisto di questo Milan doveva essere un altro: <span style="color: #000000"><strong>una dirigenza competente</strong></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Servivano uomini di calcio vero, professionisti navigati capaci di muoversi nei corridoi complessi delle trattative, di leggere con anticipo le esigenze di un organico e di prevenire i problemi anziché inseguirli affannosamente all&#8217;ultimo secondo. Invece si è preferito continuare a scommettere su un gruppo di lavoro improvvisato, messo a gestire dinamiche di un livello enorme per la prima volta nella propria carriera.<br />
​Restando all&#8217;aspetto puramente campo, la regia affidata a questo management ha prodotto risultati tragicamente visibili sotto gli occhi di tutti. Resta persino difficile decifrare quanta responsabilità reale abbia Rúben Amorim e quanta la società in questo scempio, ma la struttura della squadra parla da sola.</p>
<p style="text-align: justify">​Ci ritroviamo con un organico cronicamente sbilanciato. Una marea di trequartisti, mezze punte e calciatori dalle mattonelle sovrapposte, tra cui la scommessa da inquadrare Diego Moreira e la riserva del Nottingham Forest Omari Hutchinson arrivata in prestito, ma con crepe enormi nei ruoli in cui si decidono le stagioni. In attacco si rasenta il ridicolo: Gonçalo Ramos è l&#8217;unico centravanti d&#8217;esperienza. Se al portoghese viene un semplice raffreddore, l&#8217;unica alternativa reale resta il giovanissimo Camarda. Un talento puro, un patrimonio inestimabile da tutelare con il bilancino, su cui è del tutto folle scaricare il peso di un reparto da tre competizioni solo perché non si è voluta acquistare una punta d&#8217;esperienza capace di fare da cuscinetto ed evitare di bruciare le tappe al ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify">​In difesa la situazione è perfino peggiore: la coperta non è corta, è letteralmente strappata. Amorim aveva chiesto a gran voce un centrale dominante per difendere a campo aperto e si ritrova a pregare che Gabbia non debba finire sotto i ferri, dovendo poi arrangiarsi con Pavlovic, De Winter e il neoacquisto Gila. Senza più il blocco basso a proteggere il reparto, pensare di reggere cinquanta partite con questi interpreti, o con soluzioni di ripiego a sinistra come la coppia Bartesaghi-Estupiñán, non è un azzardo: è un suicidio tattico annunciato.</p>
<p style="text-align: justify">A centrocampo ci si affida alla speranza che Modrić abbia ancora gas nel serbatoio, mentre nelle prime uscite si è rivisto Musah. Parliamoci chiaro, senza girarci intorno: questo Milan non è una squadra da Champions League.</p>
<p style="text-align: justify">​A completare il quadro di questa estate surreale c&#8217;è il capitolo uscite. A parte la cessione di Rafael Leão, la società è stata completamente incapace di vendere a titolo definitivo qualsiasi altro elemento fuori dal progetto, lasciando a bilancio ingaggi pesantissimi e dimostrando tutta l&#8217;inconsistenza di chi dovrebbe gestire le trattative nei tavoli che contano.<br />
​Ma il capolavoro dell&#8217;assurdo, la goccia che fa traboccare un vaso ormai colmo di rabbia, è la gestione di Fikayo Tomori. Dopo mesi passati a escluderlo dal progetto, a metterlo fuori rosa con una fermezza ostentata e a giurare che non ci sarebbe stato alcun reintegro, a dieci minuti dal gong finale è arrivata la clamorosa retromarcia.<br />
Però penso anche che il reintegro di Tomori è una scelta farsesca, ma alla fine tragicamente corretta.</p>
<p style="text-align: justify">​Incrociare le braccia e lasciarlo in tribuna da separato in casa, mentre la difesa affonda tra limiti tecnici e numerici, sarebbe stato un autogol masochista che il Milan non poteva assolutamente permettersi. Ammettere i propri errori e fare un passo indietro può anche sembrare un atto di lucidità di fronte al baratro, ma la colpa imperdonabile sta nell&#8217;aver capito come stavano le cose soltanto il primo settembre, dopo aver sprecato due mesi preziosi a fare i gradassi.</p>
<p style="text-align: justify">​Adesso la patata bollente passa tutta nelle mani di Amorim, che si trova a dover gestire uno spogliatoio spaccato nell&#8217;orgoglio e a dover fare acrobazie dialettiche per giustificare un dietrofront imbarazzante davanti ai media. Il difensore di livello non è arrivato, la rosa è rimasta corta e il reintegrato per disperazione rientra nei ranghi nell&#8217;imbarazzo generale di tutto l&#8217;ambiente.<br />
​Mentre gli inguaribili gonzi continuano ad applaudire e a cercare una logica dove c&#8217;è solo un&#8217;improvvisazione disarmante, la realtà è che la proprietà ha servito l&#8217;ennesimo boccone amaro a chi ama davvero questi colori. Chi ha vissuto il vero Milan, chi ha conosciuto l&#8217;inferno della B e le vette dell&#8217;Europa, non può accettare questo lento decadimento.</p>
<p style="text-align: justify">Io chiedevo solo logica,  chiedevo un minimo di competenza e rispetto per la nostra storia. Ci hanno dato l&#8217;ennesimo cantiere aperto, sgangherato e privo di equilibrio. Adesso Amorim e la dirigenza si accomodino al banco degli imputati, perché la pazienza dei tifosi veri è finita e il campo, come sempre, non farà sconti a nessuno.</p>
<p><strong><em>W Milan</em></strong><br />
<span style="color: #ff0000"><strong><em>Harlock</em></strong></span></p>
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		<title>Il contrappasso del Milan: perchè la mediocrità fa più male a chi ha conosciuto la grandezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 05:30:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nonostante il campionato sia già iniziato e la vittoria per 2-1 sul campo del Torino abbia portato i primi tre punti in classifica, il sapore che resta in bocca non è del tutto dolce. Anche dopo un successo scaccia-pensieri in terra granata, ci si ritrova ancora a discutere di come completare una rosa finora rimasta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nonostante il campionato sia già iniziato e la vittoria per 2-1 sul campo del Torino abbia portato i primi tre punti in classifica, il sapore che resta in bocca non è del tutto dolce. Anche dopo un successo scaccia-pensieri in terra granata, ci si ritrova ancora a discutere di come completare una rosa finora rimasta palesemente incompiuta nelle mani del nuovo allenatore. Basterebbe questa immagine per scattare una fotografia fedele del momento: il pallone rotola già, ma i nodi della pianificazione societaria sono ben lontani dall&#8217;essere sciolti. Per capire come si sia arrivati a questo ennesimo vertice di mercato celebrato con colpevole ritardo, bisogna riavvolgere il nastro e guardare la sequenza degli eventi con lucidità.<br />
Tutto comincia con il verdetto del campo e la sfumata qualificazione alla Champions League. La reazione di Gerry è immediata e drastica: azzeramento della catena di comando con l&#8217;esonero di dirigenza e staff tecnico. L&#8217;accusa è chiara, rivolta verso chi avrebbe impedito di operare liberamente, verso un gioco non abbastanza offensivo e verso calciatori ritenuti a fine ciclo. Successivamente, dopo ben venti giorni, viene annunciato Rúben Amorim come prima scelta, nonostante nelle settimane precedenti altri profili avessero confermato trattative in fase avanzata. Poco dopo, il presidente ufficializza il restyling dell&#8217;organizzazione societaria, definendola una scelta ponderata da tempo, pur avendo sondato fino all&#8217;ultimo momento figure d&#8217;area tedesca. Prescindendo dai retroscena e da quanti no abbiano portato a queste decisioni, la domanda resta una sola: come ci si può far andare bene una pianificazione della stagione che nasce con un ritardo strutturale così evidente?<br />
Sul piano strettamente tecnico non giudico Amorim, ma c&#8217;è un elemento che mi sta piacendo in modo chiaro: l&#8217;intelligenza e l&#8217;umiltà con cui si è presentato. Sta dimostrando rispetto e profonda conoscenza della storia rossonera, toccando le corde giuste dell&#8217;ambiente. In un contesto in cui la struttura societaria alle spalle appare spesso fragile e poco presente, credo che l&#8217;atteggiamento dell&#8217;allenatore e la sua capacità di calarsi nel mondo Milan facciano tutta la differenza del mondo.<br />
​Allo stesso modo, credo che il filo conduttore che sta provando a creare tra prima squadra, Milan Futuro e Primavera rappresenti il minimo indispensabile. Una sincronia tattica e metodologica tra le varie selezioni rossonere dovrebbe essere la norma, eppure negli ultimi anni purtroppo non è stata così scontata. Avere una logica tecnica continua in una società che vuole fare le cose per bene è la prima pietra fondamentale per costruire qualcosa di solido.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma veniamo al punto centrale della questione, ​per chi appartiene alla generazione cresciuta vedendo questo club alzare al cielo cinque Champions League, la realtà presente assomiglia a un gigantesco contrappasso. Il Milan non era soltanto una squadra forte: era un&#8217;istituzione capace di incutere soggezione psicologica ancora prima di scendere in campo. Gli avversari sapevano di affrontare un telaio perfetto, costruito per vincere, capace di pesare nei palazzi del calcio, nelle istituzioni e nel panorama internazionale. Si è stati educati alla grandezza e per questo si fa tremendamente fatica ad abituarsi a parametri che un tempo sarebbero stati considerati di ripiego. Si è conosciuto un Milan per il quale arrivare secondo rappresentava un fallimento, mentre oggi ci si ritrova a discutere per mesi di bilanci, sostenibilità, giocatori da piazzare e mercati bloccati. Il problema non è perdere, perché i cicli finiscono e pretenderne la durata eterna sarebbe infantile. Il problema è non riconoscersi più. È aver visto cosa significasse essere il Milan e assistere oggi a una società che cambia continuamente uomini, strutture e filosofie senza mai ritrovare quella continuità che ne costituiva la vera forza.<br />
​Si comprende l&#8217;esigenza guardando indietro, ma bisogna vivere guardando avanti. È proprio qui che comincia la vera condanna del tifoso rossonero: il passato si conosce bene ed è solido, fatto di nomi come Berlusconi, Galliani, Sacchi, Capello, Ancelotti, Baresi e Maldini. Il futuro, invece, è una pagina bianca su cui da troppo tempo si vedono scrivere promesse regolarmente cancellate la stagione successiva. Pretendere di ritrovare identico quel Milan sarebbe un errore, perché il calcio moderno è cambiato e le dimensioni finanziarie impongono altre regole. Questo però non significa che il Milan debba rinunciare a essere grande, ma che debba trovare un modo moderno per esserlo.<br />
Si nota spesso un&#8217;incomprensione di fondo sul calciomercato attuale, figlia di un&#8217;analisi superficiale. A mio avviso il mercato non si giudica contando le figurine, la quantità degli acquisti o facendo la corsa a chi spende di più. Credo che moltissime volte i colpi da svariati milioni di euro non servano a risolvere le cose, ma diventino solo uno specchietto per le allodole utile a nascondere i reali problemi della squadra. La soluzione non sta nella spesa folle, ma negli acquisti mirati e inseriti nel contesto giusto, che vadano davvero a colmare le varie lacune e che siano strettamente funzionali a ciò che chiede il nuovo tecnico. E poi c&#8217;è un aspetto fondamentale a cui siamo sempre stati abituati: prima del calciatore si guarda l&#8217;uomo. La composizione del gruppo e la solidità dello spogliatoio sono le fondamenta indispensabili per ottenere qualsiasi risultato, il primo mattone su cui costruire ogni successo.<br />
​Il parametro corretto per giudicare un mercato è quindi uno solo: il rapporto tra i problemi di partenza di una squadra e la capacità della società di risolverli. Una squadra che aveva due lacune e le ha colmate con gli uomini giusti ha lavorato bene. Una squadra che necessitava di intervenire in quattro o cinque reparti e ne ha sistemati soltanto due resta incompleta, a prescindere dal valore o dal prezzo dei singoli innesti. Gli arrivi di Gonçalo Ramos, Mario Gila e Moreira, sono operazioni importanti e condivisibili, ma la rosa aveva e continua ad avere necessità molto più ampie. Servono un altro difensore centrale adatto ai principi di Amorim, un esterno sinistro di livello, un trequartista capace di dare qualità e fantasia alla manovra e, soprattutto, lo sfoltimento di una rosa appesantita da troppi elementi non funzionali. Le dirette concorrenti stanno progressivamente completando i propri quadri, mentre il Milan, pur con i primi tre punti in tasca presi a Torino, continua a convivere con le medesime carenze strutturali evidenziate già a fine campionato.<br />
Non si sa quanto durerà questo momento. Non si sa se serviranno due, cinque o dieci anni prima di rivedere un progetto lineare e solido, e nessuno può garantire che la strada tornerà presto a essere quella giusta. Si sa però una cosa: aver conosciuto la vetta rende la mediocrità impossibile da scambiare per normalità. È questo il vero prezzo da pagare per chi c&#8217;era: sapere esattamente quanto si è lontani da ciò che il Milan dovrebbe essere, e continuare comunque a guardare avanti, con la speranza che la storia torni prima o poi a incrociare il presente.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di Calciomercato: Il capolavoro di Rizzoli, come il Milan si prese Juan Alberto Schiaffino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 05:30:05 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify">​Milano, estate del 1954. C’è un’aria strana e carica di attesa in città. Non è soltanto il caldo afoso che avvolge le strade del centro, ma una tensione elettrica che corre tra i bar di San Siro e i tavoli degli uffici di Corso Venezia. Il Milan sta preparando nell&#8217;ombra il colpo destinato a cambiare per sempre la geografia del calcio italiano ed europeo. Il presidente Andrea Rizzoli ha un&#8217;idea chiarissima in testa: vuole regalarne a Milano e ai tifosi rossoneri il giocatore più forte del pianeta, l&#8217;uomo capace di trasformare una bella squadra in un club da leggenda. Inizialmente il grande sogno della dirigenza si chiama Alfredo Di Stéfano, ma quando la complessa trattativa con il Real Madrid sfuma definitivamente, i rossoneri non si scompongono e decidono di puntare tutto sul bersaglio più grosso in circolazione. L’obiettivo ha un nome che profuma già di storia e mito: Juan Alberto Schiaffino, per tutti semplicemente &#8220;Pepe&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">​Portare Schiaffino a Milano non è una semplice operazione di mercato. È una vera e propria impresa diplomatica, un azzardo finanziario senza precedenti e, soprattutto, un atto di coraggio visionario. Siamo nell&#8217;epoca in cui il calcio sta diventando grande, e Rizzoli pretende che il suo Milan sia il protagonista assoluto di questa nuova era. Ma la domanda che tutti si fanno è una sola: come si convince l&#8217;uomo che ha umiliato il Brasile nello storico Maracanazo del 1950 a lasciare la sua terra per venire a giocare in Italia?</p>
<p style="text-align: justify">La trattativa inizia sottotraccia, lontanissima dai riflettori della stampa. Il Milan ha un piano preciso e sceglie di non muoversi soltanto con la forza dei soldi, ma con l&#8217;arma della persuasione. Il primo fondamentale tassello del mosaico si chiama Héctor Puricelli. L’ex attaccante rossonero, uruguaiano di nascita, conosce benissimo Pepe e inizia un paziente lavoro di avvicinamento psicologico. È lui a raccontare a Schiaffino di una Milano elegante che lo aspetta come un vero e proprio messia, di una squadra ambiziosa che ha bisogno della sua luce per diventare perfetta e di un club che punta ai vertici del mondo.<br />
​Il vero scoglio, però, non è convincere il giocatore. Il muro più difficile da abbattere è il Peñarol. Per il club di Montevideo e per la gente uruguaiana, Schiaffino è un monumento intoccabile, il simbolo di una nazione intera che vive e respira solo per il pallone. Cedere Schiaffino significa affrontare l&#8217;ira popolare e accusare un colpo durissimo sul piano dell&#8217;orgoglio nazionale. Ed è proprio a questo punto che la trattativa entra nel vivo, trasformandosi in un piccolo thriller internazionale.</p>
<p style="text-align: justify">Il Milan decide di giocare d&#8217;anticipo e di non sprecare un solo secondo. Mentre il mondo intero guarda con fiato sospeso i Mondiali in Svizzera del 1954, il dirigente rossonero Mimmo Carraro riceve dal presidente un ordine tassativo: non rientrare a Milano senza la firma sul contratto. Carraro parte e riesce a infiltrarsi nel blindatissimo ritiro dell’Uruguay a Hilterfingen. Sono giorni infuocati fatti di incontri clandestini, messaggi sussurrati nei corridoi degli alberghi e infinite telefonate transoceaniche con la sede rossonera.<br />
​Per convincere i dirigenti del Peñarol a cedere il loro gioiello più prezioso, il Milan decide di far saltare il banco. La società mette sul piatto una cifra che all&#8217;epoca appare del tutto folle: 52 milioni di lire. Per comprendere l&#8217;impatto di quel numero, basta pensare che si tratta del record mondiale assoluto di spesa mai registrato fino a quel momento per un calciatore. Una somma da capogiro, che fa tremare i polsi ai dirigenti uruguaiani e accende improvvisamente le fantasie dei tifosi milanisti.</p>
<p style="text-align: justify">La trattativa non è fatta soltanto di numeri e di assegni. C&#8217;è un fattore umano decisivo: Schiaffino è un uomo colto, estremamente riservato, quasi un intellettuale prestato al gioco del calcio. Non cerca unicamente il guadagno economico, ma pretende un progetto tecnico serio. Il Milan gli offre la chiave di volta dell&#8217;intera squadra, promettendogli che non sarà un semplice tesserato, ma il regista e il direttore d&#8217;orchestra di un gruppo destinato a dominare la scena. Pepe capisce che il treno per l&#8217;Europa passa una volta sola nella vita e accetta la sfida.</p>
<p style="text-align: justify">​A Montevideo, intanto, la notizia del trasferimento ufficiale viene accolta come una tragedia nazionale. I giornali locali titolano a lutto, la gente scende in piazza per protestare contro la dirigenza del Peñarol, accusata di aver venduto l&#8217;onore della patria per pugno di milioni. Ma ormai la macchina rossonera ha chiuso ogni passaggio. Il contratto è firmato, i soldi sono arrivati e Schiaffino sta già preparando le valigie per volare verso l&#8217;Italia. Quando Pepe atterra finalmente a Milano, l’accoglienza in aeroporto è quella riservata ai grandi capi di stato. La folla si aspetta di trovarsi di fronte un colosso fisico, ma si trova davanti un uomo esile, dai modi gentili e con lo sguardo profondo e intelligente. Tra i tifosi c&#8217;è persino qualche scettico che sussurra con diffidenza: &#8220;Ma davvero abbiamo speso tutti quei soldi per un giocatore così magro?&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">​La risposta di Schiaffino a ogni dubbio arriva direttamente sul campo, con una semplicità e una naturalezza disarmanti. Alla sua primissima partita ufficiale con la maglia del Milan trasforma il calcio in una forma d&#8217;arte pura: esordisce con una doppietta d&#8217;autore e ipnotizza l&#8217;intero stadio. Schiaffino dimostra subito di non aver bisogno di correre più degli altri, perché pensa semplicemente prima degli altri. Diventa il primo vero calciatore universale del nostro campionato, capace di organizzare il gioco con una precisione chirurgica e di distribuire palloni con la facilità dei grandissimi maestri.<br />
​L&#8217;acquisto di Schiaffino non rappresenta un semplice colpo di mercato estivo. È il momento esatto in cui il Milan sceglie consapevolmente la propria identità, decidendo di puntare sull&#8217;eleganza, sulla bellezza e su una visione di gioco che farà scuola in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Quell&#8217;operazione straordinaria, nata tra i corridoi di un ritiro svizzero e chiusa a colpi di diplomazia e milioni, regala al Milan tre scudetti, una Coppa Latina e l&#8217;ingresso definitivo nell&#8217;aristocrazia del calcio continentale. Ancora oggi, chi ha vissuto quell&#8217;epoca racconta quella trattativa come il giorno indimenticabile in cui il Diavolo decise di prendersi il Dio del calcio.</p>
<p style="text-align: justify">Con il racconto dell&#8217;acquisto di Schiaffino si chiude il ciclo dei miei racconti estivi, un modo diverso di vivere il Calciomercato attuale.<br />
Dal prossimo articolo ritorno a parlare di attualità e a quasi bocce ferme, del calciomercato, vi esporrò il mio pensiero sul Milan attuale. Ma se vorrete ritornerò volentieri a scrivere della nostra storia.</p>
<p>&#8220;Ora comandate Voi, ma rispettate la nostra storia&#8221; (Paolo Maldini)</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Estati Rossonere: Da Wembley al Bernabeu, la straordinaria estate 1988 del Milan di Sacchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 06:00:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​L’estate del 1988 non è stata una semplice parentesi dopo le vacanze estive: è stato il momento esatto in cui una grande squadra è diventata una leggenda senza tempo. Il Milan si affaccia a quei mesi caldi con il tricolore cucito sul petto, vinto a maggio dopo una rincorsa fantastica e logorante contro il Napoli di Diego Armando Maradona. Un successo bellissimo, che ha riportato entusiasmo a San Siro, ma nelle stanze della società e nella testa dell&#8217;allenatore Arrigo Sacchi non c’è spazio per la pancia piena o per i festeggiamenti prolungati. Il presidente Silvio Berlusconi ha tracciato una rotta chiarissima: dopo aver conquistato l’Italia, adesso bisogna prendersi l’Europa.</p>
<p style="text-align: justify">​Per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni, la dirigenza rossonera completa una rosa già fortissima con un acquisto mirato e fondamentale: arriva Frank Rijkaard. È lui il &#8220;terzo tulipano&#8221; olandese, fortemente voluto da Sacchi per dare sostanza e geometrie al centrocampo, che va a completare una colonia straniera eccezionale insieme a Ruud Gullit e Marco van Basten. Prende così forma un programma di amichevoli estive unico nel suo genere. La società organizza una tournée itinerante pensata non per fare passerella commerciale o raccogliere applausi facili, ma per affrontare subito, viso a viso, le squadre più forti del continente.</p>
<p style="text-align: justify">​Il primo atto di questa affascinante avventura va in scena a metà agosto nel tempio del calcio mondiale: lo storico stadio di Wembley, a Londra. Il 13 agosto 1988 la prima sfida del Torneo di Wembley mette di fronte il Milan e il Bayern Monaco. I rossoneri si presentano all&#8217;appuntamento con molte assenze pesanti. Per problemi fisici e ritardi di preparazione mancano colonne portanti come Gullit, Ancelotti, Maldini e Filippo Galli. Inoltre, i tedeschi sono molto più avanti nella condizione atletica, avendo già iniziato il loro campionato nazionale. Sulla carta sembra una partita difficilissima e piena di insidie, ma appena l&#8217;arbitro fischia l&#8217;inizio, il campo racconta tutta un&#8217;altra storia.<br />
​La squadra di Sacchi gioca a ritmi spaventosi. Il Milan soffoca le fonti di gioco del Bayern con un pressing continuo, tenendo le linee strettissime e una difesa che si muove in perfetta sincronia. Al 33’ Pietro Paolo Virdis sfrutta un bel pallone servito da Evani, calcia di sinistro e trova la deviazione di un difensore che beffa il portiere Aumann. È il gol del vantaggio. Guidato dalla classe pura di Franco Baresi in difesa e dalla forza straripante di Rijkaard a centrocampo, il Milan domina la gara in lungo e in largo. Nel finale Marco van Basten regala al pubblico inglese una perla assoluta, esibendosi in uno slalom fantastico in cui salta quattro avversari prima di sfiorare il raddoppio. Il giorno dopo arriva un&#8217;altra vittoria preziosa per 2-1 contro il Tottenham, firmata ancora dalle reti di Virdis e Van Basten. Anche se l&#8217;Arsenal vince il torneo per la differenza reti, la certezza di poter dominare su qualsiasi campo europeo è ormai diventata una realtà.</p>
<p style="text-align: justify">​Senza nemmeno rientrare in Italia, la squadra si sposta subito in Olanda per sfidare, il 17 agosto, i campioni d’Europa in carica del PSV Eindhoven. L&#8217;occasione è la partita celebrativa per i 75 anni del club olandese, ma novanta minuti dopo si trasforma in una vera e propria lezione di calcio. L’ambiente al Philips Stadion è caldissimo, pieno di bandiere e luci scintillanti, e i 27.000 spettatori aspettano soprattutto l&#8217;ex idolo di casa Ruud Gullit. L&#8217;attaccante rossonero, tuttavia, resta a Milano per recuperare da un infortunio, scatenando anche qualche polemica sui giornali dell&#8217;epoca.<br />
​Prima del fischio d&#8217;inizio, però, c&#8217;è spazio per un momento di grande emozione umana: l&#8217;abbraccio affettuoso tra Franco Baresi ed Eric Gerets. Il capitano del PSV, indimenticato ex terzino rossonero della stagione 1983-84, ritrova Baresi al centro del campo in un incrocio carico di ricordi, regalando al pubblico un&#8217;immagine bellissima di stima e profondo rispetto.<br />
​Quando la palla inizia a rotolare, ci pensa Marco van Basten a prendersi la scena. Il &#8220;Cigno di Utrecht&#8221; torna a giocare nel suo Paese da avversario e al 28&#8242; sblocca il risultato con un tiro preciso da fuori area che non lascia scampo al portiere Van Breukelen. È il giusto premio per un dominio tattico imbarazzante: il Milan gioca costantemente nella metà campo avversaria, recupera palla in pochi secondi e non fa respirare i campioni d&#8217;Europa. Nella ripresa Sacchi muove la squadra come un orologio perfetto, facendo entrare Daniele Massaro al posto di Baresi per alzare ancora di più il baricentro. All&#8217;ultimo minuto, proprio Massaro finalizza una ripartenza perfetta firmando il gol dello 0-2. Vincere con questa facilità a casa dei campioni d&#8217;Europa dimostra a tutto il mondo che il Milan fa sul serio.</p>
<p style="text-align: justify">​Il gran finale di questo viaggio estivo va in scena il 2 settembre in Spagna, nel prestigioso Trofeo Bernabeu contro il Real Madrid. Gli spagnoli schierano la formazione delle grandi occasioni, piena di fuoriclasse come Butragueno, Schuster, Hugo Sanchez e Michel. Sacchi risponde con una scelta coraggiosa: lascia Baresi in panchina e Van Basten in tribuna, lanciando dal primo minuto il giovanissimo Alessandro Costacurta al centro della difesa. Il Real parte forte spinto dal calore del proprio pubblico, ma il portiere Giovanni Galli compie due parate decisive e la difesa rossonera tiene benissimo l&#8217;urto. Nel momento di massimo sforzo degli spagnoli, è Roberto Donadoni a gelare lo stadio con un tiro potente da fuori area che firma l&#8217;1-0 prima dell&#8217;intervallo.<br />
​Nella ripresa il Milan continua a pressare con una fame agonistica incredibile. La mossa vincente arriva ancora una volta dalla panchina, quando Sacchi fa entrare un giovane attaccante della Primavera: Graziano Mannari, detto &#8220;Lupetto&#8221;. Al 75&#8242; è proprio il ragazzo a inventarsi un&#8217;azione personale spettacolare, saltando due difensori in velocità e segnando il gol del 2-0 tra lo stupore generale. Poco dopo arriva anche la terza rete firmata da un giovanissimo Paolo Maldini, che chiude la partita su un clamoroso 3-0.</p>
<p style="text-align: justify">​Vincere tre a zero in casa del Real Madrid non è un risultato amichevole qualunque: è un segnale di forza spaventoso inviato a tutto il continente. Quando il capitano Franco Baresi solleva il trofeo al cielo, accompagnato dagli applausi ammirati e increduli del pubblico spagnolo, si capisce che qualcosa nel calcio è cambiato per sempre. Quel tour estivo tra Londra, Eindhoven e Madrid non è stato un semplice ciclo di amichevoli, ma la vera prova generale di un&#8217;opera d&#8217;arte. Pochi mesi dopo, proprio contro il Real Madrid nella storica semifinale finita 5-0 e poi nella finale di Barcellona, il Milan si prenderà l&#8217;Europa intera. Ma la consapevolezza di essere diventati imbattibili è nata lì, in quelle calde notti d&#8217;estate dove è iniziato il mito della squadra che ha cambiato la storia del calcio.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Unici, diversi, immortali: perché non ha senso scegliere tra Franco e Paolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 08:30:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​Mettere Baresi e Maldini su una bilancia per decidere chi sia &#8220;più bandiera&#8221; è un esercizio sterile, oltre che un filino polemico. Non ha senso cercare un vincitore quando si parla di due icone che hanno plasmato la storia del Milan. Sono due giganti profondamente diversi, cresciuti in epoche differenti. io li ho vissuti con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​Mettere Baresi e Maldini su una bilancia per decidere chi sia &#8220;più bandiera&#8221; è un esercizio sterile, oltre che un filino polemico. Non ha senso cercare un vincitore quando si parla di due icone che hanno plasmato la storia del Milan. Sono due giganti profondamente diversi, cresciuti in epoche differenti. io li ho vissuti con una maturità diversa ed immersi in un calcio in continua evoluzione, ma entrambi uniti dallo stesso viscerale e indissolubile DNA rossonero.</p>
<p style="text-align: justify">​Franco Baresi è il Capitano che accetta il buio senza mai voltare le spalle. È l&#8217;uomo che vive gli anni complessi del &#8220;Piccolo Diavolo&#8221; e non esita a scendere nell&#8217;inferno della Serie B per ben due volte. La vera grandezza di Franco sta proprio nell&#8217;aver difeso la maglia quando l&#8217;unico obiettivo reale era la semplice sopravvivenza, ancor prima di alzare quelle Coppe dei Campioni al cielo, scusate ma non riesco a chiamarle Champions League.</p>
<p style="text-align: justify">​Paolo Maldini, al contrario, fiorisce in un Milan che sta rialzando la testa a testa alta. Nasce sportivamente in un club che comincia a ragionare in maniera diversa, dove l&#8217;asticella si alza e i traguardi diventano la conquista della vetta del mondo. Se Franco rappresenta la pietra angolare e la resistenza della ricostruzione, Paolo è la consacrazione perfetta dell&#8217;eccellenza e del dominio internazionale.</p>
<p>Due storie parallele ma differenti nella loro genesi ma non per questo giudicabili.</p>
<p style="text-align: justify">Entrambi hanno incarnato fino in fondo i valori fondamentali del Milan: l&#8217;educazione, la lealtà e il rispetto profondo verso i compagni e verso ogni avversario affrontato sul campo.<br />
​Eppure, al di là di qualsiasi analisi storica o tattica, c&#8217;è un&#8217;immagine scolpita nel tempo che supera ogni possibile dibattito e stringe il cuore di tutti noi: le lacrime di Paolo Maldini nel momento del triste distacco dal suo capitano.</p>
<p style="text-align: justify">​In quel pianto vero, sincero e disperato c&#8217;è racchiusa l&#8217;essenza stessa di una vita spesa insieme. C&#8217;è il dolore di chi perde un amico fidato, un fratello maggiore, un compagno con cui ha condiviso ben tredici stagioni indimenticabili in rossonero e sei anni d&#8217;intesa d&#8217;acciaio con la maglia della Nazionale azzurra. Franco per Paolo è stato l&#8217;ancora e il faro nei rari momenti di tempesta. Lo ha accolto sotto la sua ala protettiva quando era un bambino, lo ha guidato con fermezza da ragazzo e lo ha ispirato a diventare l&#8217;uomo che tutti conosciamo. Si sono protetti le spalle a vicenda indossando gli unici due colori che abbiano mai contato nella loro carriera: il rossonero del Milan e l&#8217;azzurro dell&#8217;Italia. Baresi ha insegnato a Maldini cosa significhi essere davvero bandiera, trasmettendogli il valore sacro della fedeltà assoluta a una sola maglia.</p>
<p style="text-align: justify">​Quelle lacrime che hanno rigato il volto di Paolo raccontano la profonda solitudine di chi si ritrova a essere l&#8217;ultimo custode del milanismo. È il pianto di un campione che si scopre un po&#8217; più solo, come tutti Noi, perchè Paolo le tue lacrime sono anche le nostre.</p>
<p>Ma in questo momento di sconforto c&#8217;è una certezza che ci unisce: così come Maldini si sente solo senza la sua guida, allo stesso modo ci sentiamo soli anche noi, stretti al suo fianco nello stesso identico dolore.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>&#8220;Di lui ci possiamo fidare&#8221;: la mia infanzia, il mio Milan e la leggenda del mio Capitano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 05:30:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Raccontare Franco Baresi è difficile, i miei primi ricordi del Capitano sono lontani. Nel maggio del 1979 ho solo cinque anni. I miei ricordi di quel giorno sono legati alla voce di papà e al rumore della radiolina in cucina. Ricordo l&#8217;abbraccio fortissimo che mi dà al fischio finale: il Milan vince il suo decimo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Raccontare Franco Baresi è difficile, i miei primi ricordi del Capitano sono lontani. Nel maggio del 1979 ho solo cinque anni. I miei ricordi di quel giorno sono legati alla voce di papà e al rumore della radiolina in cucina. Ricordo l&#8217;abbraccio fortissimo che mi dà al fischio finale: il Milan vince il suo decimo Scudetto, quello della Stella. Per papà quella stella è una vera e propria liberazione. Il 20 maggio del 1973 era a Verona durante la prima tappa del suo viaggio di nozze, sposato con mamma da sole ventiquattr&#8217;ore, e vivere la &#8220;Fatal Verona&#8221; gli era rimasta dentro come una spina nel cuore. Ma in quell&#8217;abbraccio, nei suoi occhi, vedo anche una punta di tristezza. Quella è l&#8217;ultima stagione di Gianni Rivera, il suo idolo di sempre che proprio quel giorno è sceso in campo con il microfono in mano per parlare ai tifosi e salvare la partita dello Scudetto prima di appendere gli scarpini al chiodo, mentre il &#8220;Paròn&#8221; Rocco se n&#8217;è andato da poco lasciando la società fragile. Eppure papà mi dice: &#8220;Vedi, di quel ragazzo con il numero 6 ci possiamo fidare come erede di Rivera&#8221;.<br />
Sono ancora troppo piccolo per capire, ma quel ragazzo diventerà il mio compagno fedele per vent’anni. Ricordo quando papà mi porta per le prime volte a San Siro e io non ho occhi che per Lui. È già Campione del Mondo, ma resta con orgoglio il Capitano del mio Milan anche negli inferi della Serie B. Ricordo l&#8217;amarezza della sconfitta con la Cavese, ma ricordo soprattutto la grandissima cavalcata di quella stagione per tornare in alto. E Lui, Franco, è sempre lì, in campo con la sua maglia rossonera fuori dai pantaloncini. È il mio guerriero, il condottiero che mi accompagna nelle mie tante prime volte da tifoso: il colpo di testa epico di Hateley nel derby, la conquista dello Scudetto nel pomeriggio di Napoli del 1° maggio 1988 e quel viaggio europeo meraviglioso del 1989 culminato con l&#8217;invasione rossonera a Barcellona. Quel Milan, con lui Capitano, segna inequivocabilmente la mia infanzia e la mia adolescenza, conducendomi verso orizzonti calcistici inesplorati e mai sognati nemmeno dai miei amici juventini ed interisti.<br />
​Guardo lo schermo, riesamino le immagini di una vita e sento un vuoto immenso dentro il petto. In queste ore non perdiamo soltanto il più grande difensore della storia del calcio: perdiamo una parte della nostra esistenza, l&#8217;ancora di salvezza che ci insegna da sempre cosa significa amare questa maglia. Per me, per tutti noi, Franco Baresi non è un semplice giocatore del passato. Franco Baresi è il Milan. Se chiudo gli occhi, lo vedo ancora lì, al centro del campo, con la fascia ben stretta al braccio e quel mento alto che trasmette un&#8217;idea irraggiungibile di insuperabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ci sono storie che sembrano scritte da uno sceneggiatore con un senso drammatico del destino. La parabola del Capitano non è semplicemente la carriera di un fuoriclasse, ma un romanzo d&#8217;amore, di fedeltà e di rinascita che si fonde con la vita di ognuno di noi.<br />
Per capire davvero la sua grandezza, bisogna scavare sotto l&#8217;armatura del leader ed esplorare il contrasto tra le sue due anime: da un lato il Piscinin, il ragazzo schivo e provato dai dolori della vita, dall&#8217;altro il gigante insuperabile che guida la squadra con un solo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">​Tutto comincia con un rifiuto che ha il sapore del paradosso. A quattordici anni Franco si presenta a un provino per l&#8217;Inter, dove gioca già il fratello Beppe, ma la sentenza dei dirigenti nerazzurri è secca: devi crescere, magari torni il prossimo anno. Tra chi osserva la scena c’è un allenatore del settore giovanile interista, Italo Galbiati. Quando la stagione successiva Galbiati passa al Milan, non ha dimenticato quel ragazzo. Lo manda a chiamare e lo porta a Milanello. Franco gioca prima da terzino, poi passa a fare il libero. È bravissimo, ma la dirigenza rossonera tentenna perché è alto solo 1,64 metri e teme la figuraccia. Galbiati non si arrende, convince il club ad acquistarlo dall&#8217;Unione Sportiva Oratorio per un milione e mezzo di lire e stringe un patto d&#8217;onore informale: un milione in più per ogni centimetro oltre il metro e settanta. Franco arriverà a 1,76 metri, ma soprattutto diventerà un colosso di personalità.<br />
​Il debutto tra i grandi arriva il 23 aprile 1978 a Verona: il Milan vince 2-1 e quel diciassettenne gioca con una grinta tale da risultare il migliore in campo. L&#8217;anno dopo, Nils Liedholm lo promuove titolare fisso e Gianni Rivera si batte affinché anche il giovanissimo Franco riceva il premio vittoria di cinquanta milioni per lo Scudetto della Stella. Con quei soldi Baresi si compra la sua prima Golf grigia, ignaro del fatto che la vita stia per chiedergli un conto salatissimo.<br />
La vera tempesta si abbatte tra il 1980 e il 1983. Per Franco sono anni devastanti, segnati da drammi personali terribili: una gravissima malattia, una setticemia che lo colpisce prima dei Mondiali del 1982, e la scomparsa improvvisa del padre, travolto da un&#8217;auto proprio davanti all&#8217;oratorio dove il piccolo Franco aveva tirato i primi calci al pallone. Nell&#8217;estate del 1982, con l&#8217;Italia campione del Mondo e il Milan in cadetteria, Fulvio Collovati saluta Milanello, mentre Baresi decide di restare. Rifiuta tantissime offerte, compresa quella dell&#8217;Inter del fratello Beppe, e sceglie di scendere negli inferi della Serie B per riportare in alto i nostri colori. È lì che nasce il patto di sangue con la tifoseria rossonera, che vede in quel ragazzo silenzioso un baluardo umano e morale prima ancora che tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">​Con l&#8217;arrivo di Silvio Berlusconi nel 1986 e l&#8217;avvento di Arrigo Sacchi, il Milan si trasforma nella squadra più forte del pianeta, ma il motore di quella macchina da guerra resta sempre la difesa guidata dal numero 6. Sacchi stravolge il calcio passando alla difesa a quattro in linea e Baresi diventa il difensore centrale per eccellenza nel panorama mondiale.<br />
In fase di non possesso cerca sempre l&#8217;anticipo o il contrasto lontano dalla porta, convertendo l&#8217;azione difensiva nell&#8217;inizio della manovra d&#8217;attacco, accompagnato dal suo marchio di fabbrica: quel braccio alzato al cielo a chiamare il fuorigioco che diventa il terrore di ogni attaccante del pianeta. In fase di possesso è l&#8217;ultimo difensore ma anche il primo regista, capace di strappare palla al limite della propria area e ripartire a testa alta palla al piede.<br />
Restano memorabili le parole dell&#8217;Avvocato Gianni Agnelli quando lo paragona a Scirea, dicendo che Scirea è più elegante e Baresi qualche botta la dà, ma come guida la difesa e talvolta addirittura la squadra non la guida nessuno. E Frank Rijkaard riassume perfettamente il suo carisma ricordando che Franco è sempre il suo capitano, a cui basta lo sguardo senza bisogno di molte parole.</p>
<p style="text-align: justify;">​Questa sua soglia del dolore sovrumana, questa sua epica capacità di andare oltre ogni limite fisico per la maglia, trova il suo manifesto rossonero nel derby del 19 novembre 1989. La partita è accesa ed equilibrata per tutto il primo tempo, ma nei primi minuti della ripresa, durante un durissimo scontro in area di rigore, il centravanti dell&#8217;Inter Jürgen Klinsmann colpisce fortuitamente Baresi con una scarpata decisa, provocando la frattura dell&#8217;ulna. Nonostante il dolore lancinante e l&#8217;osso spezzato, Baresi rifiuta categoricamente il cambio per non lasciare la squadra priva del suo punto di riferimento nel momento cruciale della gara. Stringe i denti e resta in campo per quasi tutto il secondo tempo, permettendo al Milan di mantenere la porta inviolata e guidandolo a un trionfo storico che consacra la sua figura di Capitano coraggioso nell&#8217;immaginario collettivo. Un&#8217;impresa che fa il paio con quanto farà anni dopo in maglia azzurra nella finale dei Mondiali del 17 luglio 1994 a Pasadena contro il Brasile, giocata appena 23 giorni dopo un intervento al menisco: 120 minuti eroici sopra il dolore fino alle lacrime finali, simbolo di un leader che dà letteralmente tutto ciò che ha.<br />
​Il percorso sul campo si chiude il 1° giugno 1997 a San Siro in un Milan-Cagliari dal sapore malinconico. Al novantesimo minuto Baresi saluta i suoi tifosi insieme al compagno di mille battaglie Mauro Tassotti, sfilando la fascia dal braccio per l&#8217;ultima volta dopo 19 stagioni e 719 partite giocate sempre al massimo. Per la prima volta nella storia del calcio italiano, il club decide di ritirare per sempre la maglia numero 6, trasformandola in un&#8217;opera d&#8217;arte intoccabile che non potrà mai più avere repliche.</p>
<p style="text-align: justify;">​Quando nel 1999 i tifosi rossoneri lo votano come Milanista del Secolo, mettendolo davanti a leggende del calibro di Rivera, Nordahl, Liedholm, Van Basten e Maldini, si chiude il cerchio. Franco Baresi ci insegna la lezione più bella e profonda: si può finire a terra, si può toccare il fondo nel fango della Serie B o nel dolore della vita privata, ma con la dignità, il carattere e la lealtà ci si può rialzare fino a toccare il cielo.<br />
​Ora che Franco compie il suo ultimo viaggio, mi ritrovo a pensare a quella frase che papà mi disse nel maggio del 1979. Avevi ragione tu, papà: di quel ragazzo con il numero 6 ci siamo potuti fidare per sempre. Uomini si nasce, Capitani si diventa: e Franco Baresi resterà il nostro Capitano per l&#8217;eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di calciomercato: così Berlusconi costruisce il suo primo Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 05:30:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sono estati che cambiano la storia di una squadra. L&#8217;estate del 1986, per il Milan, non è una semplice sessione di calciomercato: è il giorno zero di una nuova era. Pochi mesi prima la situazione è drammatica. La gestione del presidente Farina porta il club sull&#8217;orlo del fallimento. A salvare tutto ci pensa Silvio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono estati che cambiano la storia di una squadra. L&#8217;estate del 1986, per il Milan, non è una semplice sessione di calciomercato: è il giorno zero di una nuova era.<br />
Pochi mesi prima la situazione è drammatica. La gestione del presidente Farina porta il club sull&#8217;orlo del fallimento. A salvare tutto ci pensa Silvio Berlusconi, che acquista la società a febbraio ed evita il disastro. Sul campo il Milan finisce fuori dalle coppe europee, ma le basi per ripartire ci sono già. La spina dorsale è fortissima: in difesa ci sono Baresi, Tassotti, Filippo Galli e il giovane Maldini; a centrocampo l&#8217;esperienza di Di Bartolomei e Wilkins; in attacco la coppia Hateley-Virdis. In panchina viene confermato Nils Liedholm.<br />
Su queste fondamenta, Berlusconi si prepara a vivere il suo primo mercato da presidente. E per farlo si affida a due uomini chiave: Adriano Galliani e Ariedo Braida.<br />
​La prima mossa riguarda il portiere. Il Milan decide di cambiare e punta su Giovanni Galli, ventisettenne della Fiorentina fresco di Mondiale in Messico. Per averlo, Berlusconi spende più di 7 miliardi di lire. Con il suo arrivo, Giuliano Terraneo, titolare delle ultime due stagioni, viene ceduto alla Lazio. ​Per rinforzare la difesa arriva invece dalla Roma Dario Bonetti, uno stopper potente e grintoso, pagato un paio di miliardi. È l&#8217;uomo giusto per dare muscoli al reparto e proteggere la porta di Galli. ​Il dialogo con la Fiorentina continua anche per un altro giocatore. Insieme a Galli arriva a Milano Daniele Massaro. Cresciuto nel Monza e lanciato a Firenze, Massaro è un pallino di Galliani, che versa altri 7 miliardi nelle casse viola. La sua duttilità si rivelerà preziosissima negli anni a venire.<br />
​Cambia volto anche l&#8217;attacco. Il nome nuovo è Giuseppe Galderisi, detto Nanu, eroe dello scudetto del Verona nel 1985. Per portarlo in rossonero servono 5 miliardi più il cartellino di Paolo Rossi. L&#8217;avventura di Pablito al Milan si chiude così dopo un solo anno, lasciando spazio a forze fresche.</p>
<p style="text-align: justify;">​Il vero capolavoro di quell&#8217;estate, però, ha un nome e un cognome: Roberto Donadoni.<br />
​Il ventiduenne dell&#8217;Atalanta è uno dei talenti più cristallini del calcio italiano. La Juventus sembra averlo già in pugno grazie ai suoi ottimi rapporti con la società bergamasca. Ma Berlusconi decide di intervenire di persona. Con un blitz a sorpresa anticipa tutti e il 30 aprile chiude l&#8217;affare: all&#8217;Atalanta vanno 4 miliardi di lire più Icardi e Incocciati.<br />
​Donadoni diventa rossonero tra lo stupore dei rivali. È il primo grande &#8220;scippo&#8221; di mercato della nuova gestione, un segnale chiaro a tutto il campionato: il Milan fa sul serio.<br />
​Con gli arrivi di Galli, Bonetti, Massaro, Galderisi e Donadoni, il primo mercato di Berlusconi si chiude con un messaggio forte: il Milan vuole tornare in alto.<br />
Serve ancora del tempo per trovare il gioco perfetto e far girare la squadra al meglio. Quel primo mercato è solo il primo seme piantato in un terreno nuovo. Ma chi guarda lontano capisce già che da quel seme nascerà una squadra capace di vincere tutto, in Italia e nel mondo, per oltre vent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>W Milan</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di Calciomercato: Andriy Shevchenko, l&#8217;intuizione al Camp Nou e la profezia del destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 05:30:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​“Giocatore fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling. È in possesso di fantasia, calcia bene con entrambi i piedi, fa gol, forte nel gioco di testa. Gioca su tutto il fronte d’attacco, sa chiamare la profondità come pochi giocatori. Considerando la sua giovane età sono rimasto impressionato per la sua facilità di gioco. È un giocatore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><em>​“Giocatore fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling. È in possesso di fantasia, calcia bene con entrambi i piedi, fa gol, forte nel gioco di testa. Gioca su tutto il fronte d’attacco, sa chiamare la profondità come pochi giocatori. Considerando la sua giovane età sono rimasto impressionato per la sua facilità di gioco. È un giocatore emergente. Superfluo aggiungere altro: E’ DA MILAN”.<br />
</em><br />
​Chi legge queste righe oggi avverte un brivido lungo la schiena. È il 5 novembre 1997 e questo testo non è un semplice appunto, ma il rapporto ufficiale che lo storico osservatore rossonero Italo Galbiati spedisce direttamente alla sede del Milan. Galbiati si trova sulle tribune del Camp Nou, testimone oculare di una notte che cambia per sempre la geografia del calcio europeo. In campo c&#8217;è il Barcellona, ma a dominare la scena è la Dinamo Kiev. Il protagonista assoluto della serata indossa la maglia numero 10 degli ucraini: è un ventunenne con lo sguardo di ghiaccio e i movimenti del killer d&#8217;area di rigore. Si chiama Andriy Shevchenko. Quella sera, la stella nascente dell&#8217;Est tramortisce i catalani con un sonoro 4-0, firmando una tripletta leggendaria che fa fare il giro del mondo al suo nome.</p>
<p style="text-align: justify">​È esattamente in quella notte magica di Barcellona che il Milan si innamora follemente del ragazzo di Dvirkivščyna. Un colpo di fulmine destinato a trasformarsi in una delle storie d&#8217;amore più vincenti e passionali della storia del club.</p>
<p style="text-align: justify">​​La diplomazia del calciomercato, però, richiede tempo, pazienza e soprattutto il momento giusto per affondare il colpo. Devono passare quasi due anni prima che quel corteggiamento nato in Spagna trovi il suo compimento. Nella primavera del 1999, il presidente Silvio Berlusconi rompe gli indugi e dà il via libera definitivo ad Adriano Galliani e Ariedo Braida: l&#8217;obiettivo è strappare l&#8217;ucraino alla Dinamo Kiev a qualunque costo. Il Milan mette sul piatto una cifra astronomica per l&#8217;epoca, circa 25 milioni di dollari, anticipando tutti già nel mese di maggio, ben prima dell&#8217;apertura ufficiale della sessione estiva, pur di sbaragliare una concorrenza agguerritissima.</p>
<p style="text-align: justify">​La sera del 15 giugno 1999, l&#8217;aereo con a bordo Andriy Shevchenko tocca la pista dell&#8217;aeroporto di Malpensa. L&#8217;istantanea di quel momento, riletta oggi, ha del surreale. Ad attendere il futuro Pallone d&#8217;Oro ci sono il direttore generale Ariedo Braida, un interprete, una manciata di giornalisti e pochissimi curiosi di passaggio. Intorno al suo arrivo non ci sono le folle oceaniche che si muovono per i top player sudamericani o italiani; c&#8217;è invece una discreta dose di scetticismo, mescolata a una fredda indifferenza. Per l&#8217;opinione pubblica dell&#8217;epoca, i calciatori provenienti dall&#8217;Est Europa sono spesso un&#8217;incognita, talenti algidi che faticano ad adattarsi alle marcature asfissianti e tattiche della Serie A.</p>
<p style="text-align: justify">​​Ma l&#8217;indifferenza della critica non sfiora minimamente la dirigenza di via Turati. Quando il Milan investe quella montagna di dollari, lo fa con la certezza granitica di chi conosce ogni singolo segreto del giocatore. Quello scout di Galbiati del 1997 è solo il primo foglio di un dossier lunghissimo.<br />
​A svelare i retroscena di quel corteggiamento silenzioso è lo stesso tecnico dello Scudetto del Centenario, Alberto Zaccheroni, che ricorda come il nome di Shevchenko circolasse a Milanello già da prima del suo arrivo:<em> “L’idea di prenderlo c’era già da tempo, lo voleva Fabio Capello già un anno prima che arrivassi. Lo fecero seguire per molto tempo e poi un giorno Berlusconi mi chiamò per dirmi che a Wembley si giocava Dinamo Kiev-Arsenal. Mi chiede di fare una relazione sul ragazzo, mi mise a disposizione anche il suo aereo personale. Vidi un giocatore che copriva tutto il campo, che aveva qualità da attaccante, ma anche tanta corsa. Era un ragazzo che giocava per la squadra. Sulla relazione scrissi ‘Assolutamente da prendere’”.<br />
</em><br />
​Zaccheroni fotografa alla perfezione l&#8217;essenza di Andriy. Non è solo un finalizzatore d&#8217;area, ma un attaccante moderno, generoso, capace di pressare i difensori e di sacrificarsi in fase di non possesso, mantenendo una lucidità spaventosa davanti al portiere.</p>
<p style="text-align: justify">​​La storia successiva si incarica di spazzare via lo scetticismo iniziale di quella sera a Malpensa nel giro di pochissime settimane. Al suo debutto in campionato contro il Lecce, Shevchenko segna subito. Sarà solo l&#8217;inizio di una stagione d&#8217;esordio clamorosa, che lo vedrà laurearsi capocannoniere della Serie A con 24 reti, un&#8217;impresa mai riuscita prima a uno straniero al primo anno in Italia.</p>
<p style="text-align: justify">​Quello sbarco in sordina del 15 giugno diventa l&#8217;alba del mito del Vento dell&#8217;Est. Con la maglia numero 7 sulle spalle, Shevchenko riscrive i record del club, diventando l&#8217;incubo della Juventus, il re indiscusso dei derby contro l&#8217;Inter e l&#8217;uomo che, nella notte di Manchester del 2003, spiazza Buffon dal dischetto per regalare al Milan la sua sesta Champions League.</p>
<p style="text-align: justify">​Rileggere oggi la relazione di Galbiati e le parole di Zaccheroni non fa che confermare una grande verità del calcio: i campioni assoluti si riconoscono dal primo sguardo, dalla facilità con cui rendono semplici le giocate più complesse. E il Milan, in quella fine millennio, dimostra una lungimiranza straordinaria, andando a prendere il suo futuro re direttamente a casa sua, prima che il resto del mondo si accorgesse che quel ragazzo con la maglia della Dinamo Kiev era semplicemente destinato alla gloria eterna in maglia rossonera.</p>
<p><strong><em>W Milan</em></strong><br />
<span style="color: #ff0000"><strong><em>Harlock</em></strong></span></p>
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		<title>Il Diavolo ha perso la poesia: dal volo wagneriano del 1986 all&#8217;anonimo raduno del 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 06:00:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Ci sono giorni che rimangono scolpiti nella pietra della memoria collettiva perché capaci di generare un mito, e ci sono giorni che scivolano via nel silenzio, lasciando dietro di sé solo la fredda percezione del tempo che passa. Per chi ha il sangue colorato di rosso e di nero, il giorno del raduno estivo rappresenta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Ci sono giorni che rimangono scolpiti nella pietra della memoria collettiva perché capaci di generare un mito, e ci sono giorni che scivolano via nel silenzio, lasciando dietro di sé solo la fredda percezione del tempo che passa. Per chi ha il sangue colorato di rosso e di nero, il giorno del raduno estivo rappresenta da sempre il Capodanno del tifoso: il momento in cui si azzera il passato, si dimenticano le delusioni della stagione precedente e ci si concede il lusso di sognare a occhi aperti.</p>
<p style="text-align: justify">​Chi ha qualche anno di tifo sulle spalle ricorda bene cosa significasse quella vigilia. Era un rito d&#8217;attesa quasi religioso. Si passavano le settimane a caccia di ogni singola informazione sui nuovi acquisti, sgranando gli occhi davanti alle poche righe dei quotidiani sportivi o aspettando i brevi servizi della tv. Con il tempo, recuperare queste notizie è diventato sempre più facile, quasi immediato, ma quel brivido unico rimaneva intatto. C&#8217;era un’emozione viscerale, profonda, nel vedere finalmente le maglie rossonere tornare a sudare sul prato di Milanello. Era l&#8217;inizio di una nuova promessa. Oggi, invece, tutto passa sotto silenzio, quasi senza accorgersene. La magia, purtroppo, sembra svanita.<br />
​Il contrasto con il passato è brutale, quasi doloroso. Per capirlo, bisogna fare un salto all&#8217;indietro nel tempo, fino a quel mitico 18 luglio 1986.</p>
<p style="text-align: justify">​Il Milan del 1986 arriva da un decennio d&#8217;inferno. Vive il dramma della retrocessione in Serie B nel 1980, assaggia di nuovo il purgatorio della cadetteria nel 1982, e si impantana nei gravissimi problemi economici della gestione Farina, arrivando a un passo dal fallimento. La ferita della contestazione dopo l’eliminazione in Coppa UEFA contro i belgi del Waregem brucia ancora sulla pelle dei tifosi. Eppure, proprio quando il buio sembra definitivo, a febbraio si affaccia all&#8217;orizzonte Silvio Berlusconi. Il noto imprenditore milanese rileva il club, grazie anche all&#8217;incessante lavoro di Gianni Nardi e Rosario Lo Verde, pronti a tutto pur di traghettare la società in mani sicure.<br />
​Il 18 luglio 1986 è il giorno del riscatto. Diecimila anime calde e cariche di curiosità si accalcano sulle tribune dell&#8217;Arena Civica di Milano. Nessuno di loro, però, può immaginare lo spettacolo che sta per andare in scena. All&#8217;improvviso, dagli altoparlanti rimbombano le note solenni della Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner. In perfetto tempismo con la musica, dal cielo compaiono degli elicotteri bianchi e rossi. A bordo ci sono il neo-presidente e i giocatori.</p>
<p style="text-align: justify">​Anni dopo, il capitano Franco Baresi racconterà quel giorno così: “La squadra si trovò a Linate senza rendersi conto di quello che stava accadendo. Ci presero in giro, ma con gli elicotteri il presidente dimostrò subito la voglia di stupire. E noi capimmo che il vento era cambiato”.<br />
​In quel preciso istante, non nasce solo un ciclo vincente; nasce un&#8217;estetica, una promessa d&#8217;amore e di grandezza che cambierà per sempre il calcio mondiale. C&#8217;è la percezione palpabile di qualcosa di immenso che sta venendo alla luce, era solo questione di tempo.</p>
<p style="text-align: justify">​​Se si sposta l&#8217;obiettivo sul raduno di lunedì, lo scenario cambia in modo radicale, offrendo una sgradevole sensazione di déjà-vu senz&#8217;anima. Gerry Cardinale arriva a Milanello proprio in elicottero, atterrando sul prato nel tentativo evidente di richiamare quell&#8217;immortale sbarco del 1986. Ma la differenza tra l&#8217;originale e la copia è impietosa. Quello di Berlusconi è l&#8217;atto d&#8217;inizio di un visionario che vuole conquistare il mondo; quello di Cardinale ha tutto il sapore di un freddo calcolo d&#8217;immagine. Sembra quasi che il patron americano voglia imitare il Cavaliere, ma lo fa senza possedere né la sua dirompente personalità, né il suo innato fascino. Il risultato è solo una sbiadita imitazione che non riesce a scaldare i cuori.<br />
​Mentre l&#8217;elicottero del &#8217;86 sprigiona sogni, quello di ieri atterra in un clima completamente anonimo, privo di qualsiasi sussulto emotivo reale. Il primo giorno della nuova stagione rossonera si consuma come un adempimento aziendale, un giorno qualunque sul calendario di una multinazionale.</p>
<p style="text-align: justify">​​La ricerca disperata di un legame forzato con il passato si riflette anche sulla scelta della guida tecnica. L&#8217;arrivo di Rúben Amorim sulla panchina rossonera viene dipinto da molti come l&#8217;avvento di un nuovo profeta del gioco, un innovatore destinato a ripercorrere le orme di Arrigo Sacchi. Un paragone affascinante, ma drammaticamente ingannevole.<br />
​Di Sacchi ce n&#8217;è stato uno solo, e non solo per la sua genialità tattica. Il segreto del &#8220;Profeta di Fusignano&#8221; risiede soprattutto nel contesto monumentale in cui ha potuto operare. Sacchi diventa Sacchi perché alle sue spalle c&#8217;è una società d&#8217;acciaio, un presidente disposto a difenderlo contro tutto e tutti, e un portafoglio pronto a comprargli i migliori interpreti del pianeta. Pensare che Amorim, da solo, possa fare il miracolo in un calcio regolato esclusivamente da algoritmi, tetti di spesa e player trading è una pura illusione. Senza quella titanica e visionaria struttura societaria alle spalle, anche il miglior progetto tattico rischia di infrangersi contro i limiti della normalità.</p>
<p style="text-align: justify">​​La differenza tra questi due mondi, alla fine, non risiede nelle possibilità economiche o nelle stravaganze dei presidenti. Sta nella presenza o nell&#8217;assenza di una visione emotiva. Silvio Berlusconi si presenta all&#8217;Arena Civica parlando di un Milan che deve dominare il mondo, giocando sul sentimento di rivalsa dei tifosi feriti. La proprietà odierna parla una lingua diversa, fredda, fatta di bilanci e sostenibilità a tutti i costi.<br />
​Il calcio è cambiato e non si può pretendere che il romanticismo anni &#8217;80 sopravviva intatto. Ma la totale assenza di pathos che accompagna il Milan di oggi deve far riflettere. Quando si cancella l&#8217;emozione dal primo giorno di scuola, si rischia di trasformare la fede in un semplice abbonamento ad un servizio di intrattenimento.</p>
<p style="text-align: justify">​Il Milan del 1986 parte dal fango del quasi-fallimento e vola verso il cielo perché spinto da un vento di follia e grandezza. Il Milan di oggi si raduna solido nei conti, strutturato nei ranghi, ma terribilmente piatto nell&#8217;anima. E ai tifosi rimasti fuori dai cancelli non resta che guardare quell&#8217;elicottero ieri nel cielo di Milanello, con la triste certezza che la magia è finita e che, questa volta, la Cavalcata delle Valchirie non suona per loro.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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