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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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	<description>Sempre all&#039;attacco</description>
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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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		<title>Io in questo Milan non mi riconosco più: cronaca di un&#8217;anima svenduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 06:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​È giunto il momento che io lo dica senza più filtri, senza più ipocrisie, perché questa sensazione sta diventando insopportabile. Io, in questo Milan, non mi riconosco più. E non è una sensazione di ieri, è un vuoto dentro di me che alberga da almeno tre anni. Per me, la storia si è fermata il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​È giunto il momento che io lo dica senza più filtri, senza più ipocrisie, perché questa sensazione sta diventando insopportabile. Io, in questo Milan, non mi riconosco più.</p>
<p style="text-align: justify">E non è una sensazione di ieri, è un vuoto dentro di me che alberga da almeno tre anni. Per me, la storia si è fermata il giorno in cui è stato cacciato Paolo Maldini e, a stretto giro di posta, è stato venduto Sandro Tonali. Con loro se n’è andato l’ultimo briciolo di Milanismo vero, puro, quello che non si compra al calciomercato e non si calcola con un algoritmo.</p>
<p style="text-align: justify">​Lo confesso: a inizio stagione ho provato a lasciarmi trascinare dai risultati. Avevo tentato di convincermi che potevo tornare a essere il milanista di sempre, di riaccendere quella fiamma che ho ereditato da mio padre e che negli ultimi anni si è quasi del tutto estinta. Ci avevo provato davvero a recuperare quel senso di appartenenza, quel legame viscerale. Ma era un’illusione.</p>
<p style="text-align: justify">​Da quel 5 giugno nulla è più lo stesso. Ma quello che non posso dimenticare, e che mi fa rabbia, è il silenzio disgustoso, la passività indecente con cui l’ambiente e soprattutto il tifo hanno assistito all’umiliazione di Paolo Maldini.<br />
Un’inerzia vile. Nessuno che abbia alzato mezzo dito, nessuno che abbia fatto una contestazione degna di questo nome.<br />
​Mi guardo intorno e vedo un tifo annacquato, addomesticato, quasi narcotizzato. Una massa mansueta buona solo a fare da cornice, a riempire lo stadio e a battere le mani mentre questi usurpatori smontano, pezzo dopo pezzo, tutto ciò che il Milan è stato. Paolo potrà anche avere un carattere particolare, non sapere lavorare in team, ma Maldini è una dinastia sacra. È Cesare, è Paolo, è identità e nobiltà calcistica. Maldini non rappresenta soltanto la nostra storia: rappresenta un frammento immortale della storia del calcio mondiale. Calpestare lui è stato calpestare ognuno di noi.</p>
<p style="text-align: justify">​E ora, quelli che hanno cacciato Maldini con l&#8217;appoggio del tifo, come un macabro rituale che si ripete, stanno preparando il terreno per l&#8217;ennesimo sacrificio: Rafael Leao.<br />
Vedo già la narrazione pronta, i tifosi pronti a scaricarlo, puntando il dito contro le sue prestazioni senza voler guardare la realtà dei fatti. La verità è che Rafa sta giocando fuori ruolo, costretto in compiti che non gli appartengono, e sta scendendo in campo nonostante gli infortuni, stringendo i denti in un momento in cui la squadra è tecnicamente scoppiata.</p>
<p style="text-align: justify">​Invece di proteggerlo, la società sembra quasi compiacersi di questo appannamento, utile a giustificare una cessione imminente per fare cassa. Vogliamo davvero scambiare l’estro imprevedibile di Rafa, l&#8217;unico che ancora ci fa alzare in piedi, con la mediocrità statistica di un Estupinan qualsiasi come successo con Theo? Se vendiamo Leao, in mano a chi andranno quei soldi? La storia recente di questa dirigenza sui sostituti è inquietante: una galleria di scommesse perse o giocatori incompiuti pagati a peso d&#8217;oro. Smontare il talento puro per cercare la &#8220;giusta metrica&#8221; è il suicidio definitivo di chi del calcio non ha capito la magia, ma vede solo fogli Excel.</p>
<p style="text-align: justify">​Siamo diventati schiavi della retorica dei &#8220;conti in ordine&#8221;. Ci raccontano che il bilancio è il nostro scudetto, che la sostenibilità è l&#8217;unica via. Ma qui sta il grande inganno: il Milan non è un&#8217;azienda metalmeccanica, è una società sportiva che vive di gloria. Esiste una differenza abissale tra gestire una società in modo sano e usarla come un fondo d&#8217;investimento dove il profitto conta più del risultato sportivo.<br />
​Oggi ci accontentiamo delle briciole. Arriviamo secondi e quasi festeggiamo; consideriamo un traguardo la qualificazione in Champions come se fossimo una provinciale che ha fatto il miracolo. Questa mentalità da &#8220;ragionieri del pallone&#8221; ci sta uccidendo. Si investe il minimo indispensabile per restare a galla, senza mai tentare il salto di qualità. La mediocrità è diventata la nostra zona di comfort.</p>
<p style="text-align: justify">​Per questo sento che dentro di me qualcosa si è crinato in modo irreversibile. E più passa il tempo, più capisco che questa frattura non si ricomporrà mai. Non con questa società, non con questo ambiente e, purtroppo, nemmeno con questo tifo che ha perso il suo scatto d’orgoglio. Forse la ferita potrebbe richiudersi soltanto il giorno in cui questi dirigenti se ne andranno finalmente via. Solo allora si potranno rimettere insieme i cocci di un’identità devastata.</p>
<p style="text-align: justify">​La sconfitta inopinata di domenica sera con l&#8217;Udinese è solo l&#8217;ultimo sintomo di questa malattia. 4 sconfitte nelle ultime 7 partite: questa non è flessione, è crisi nera. La squadra è smarrita, scoppiata tecnicamente, fisicamente e mentalmente. Ed è palese che le vicende esterne stiano avvelenando il campo. Troppe voci, troppi silenzi: Allegri in Nazionale, incontri per il futuro andati male, Cardinale che annuncia rivoluzioni&#8230; e intanto nessuno che parli, nessuno che prenda posizione.</p>
<p style="text-align: justify">​In tutto questo, Allegri è il paradosso vivente. È superato per molte cose, lo sappiamo. Se avessimo una società seria, non lo vorrei sulla nostra panchina. Ma con questa società, con questi dirigenti silenti che non difendono mai la squadra né l&#8217;allenatore, lui è l&#8217;unico che quest&#8217;anno ci ha impedito di sprofondare all&#8217;ottavo posto come lo scorso anno. È l&#8217;unico parafulmine rimasto in un club che non sa cosa significhi mettere la parte sportiva al centro di tutto perchè non gli interessa.</p>
<p style="text-align: justify">​Se la &#8220;melma dirigenziale&#8221; rimane questa, siamo destinati all&#8217;oblio. Possiamo cambiare dieci allenatori, ma se non si torna a parlare di obiettivi reali e di appartenenza, resteremo una nobile decaduta che si specchia nei propri bilanci mentre gli altri alzano trofei. Una Champions giocata così sarà solo amara, perché per farla seriamente servirebbero 6-7 acquisti di spessore, non scommesse da algoritmo.</p>
<p>​Io non voglio un Milan che sia solo un brand. Io voglio il mio Milan. E quel Milan, oggi, non abita più qui.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>The Day After Napoli-Milan 1-0: se l&#8217;ambizione diventa un optional</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 06:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Day After]]></category>
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					<description><![CDATA[La sconfitta contro il Napoli al Maradona non è solo cronaca sportiva, ma l’ennesimo allarme che scuote la squadra. Non si può analizzare lo 0-1 finale fermandosi soltanto al tabellino o all&#8217;errore del singolo giocatore; è necessario andare alla radice del problema. Per l&#8217;ennesima volta, la squadra mostra un atteggiamento mentale e un approccio tattico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La sconfitta contro il Napoli al Maradona non è solo cronaca sportiva, ma l’ennesimo allarme che scuote la squadra. Non si può analizzare lo 0-1 finale fermandosi soltanto al tabellino o all&#8217;errore del singolo giocatore; è necessario andare alla radice del problema.<br />
Per l&#8217;ennesima volta, la squadra mostra un atteggiamento mentale e un approccio tattico totalmente inadeguati. Assistiamo a una prestazione piatta, dove i ragazzi sembrano quasi timorosi di offendere, chiusi in un guscio di eccessiva prudenza. Esiste una differenza enorme, quasi abissale, tra il giocare a calcio e il giocare per vincere. Il primo è un esercizio tecnico che ogni professionista conosce; il secondo quel qualcosa in più che ha grande un team.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo tempo, per quanto non perfetto, non è stato malissimo: un Napoli tutt’altro che irresistibile e incapace di creare veri pericoli. Il Milan, pur senza dominare, costruisce le occasioni più importanti con Pavlovic e Nkunku. Sono segnali nitidi: basterebbe poco per spostare l&#8217;inerzia del match ed è proprio qui che nasce il rimpianto più atroce.<br />
​Nella ripresa il Milan non rientra in campo con l’idea di vincerla, ma con l’ossessione di non perderla. Contro avversari di questo livello tale timidezza diventa fatale. La squadra di Allegri abbassa il ritmo, rinuncia a osare e lascia campo a un avversario che, fino a quel momento, non aveva fatto nulla per meritare il vantaggio.<br />
​​Il dato più preoccupante è la totale sterilità offensiva del secondo tempo: zero tiri in porta. Una rinuncia totale che non può essere giustificata dalle assenze. Qui entra in gioco la gestione della partita e, soprattutto, la mentalità. Questa mancanza di &#8220;fame&#8221; mi riporta alla mente le parole pesanti dette da Paolo Maldini qualche giorno fa: ​&#8221;Ai miei tempi il talento era importante, ma la mentalità era tutto. Disciplina, sacrificio, rispetto per lo stemma: oggi non vedo lo stesso livello di fame. Non vedo giocatori disposti a dare tutto per la maglia.&#8221; ​Parole che, alla luce della prestazione di lunedì sera pesano come un macigno. Per troppo tempo abbiamo parlato, raccontato, di progetti e sostenibilità, dimenticando che la mentalità vincente è l’unica vera cosa che conta nel calcio d’élite. Come insegna Roger Federer, avere una mentalità vincente significa non essere mai appagati. È quell&#8217;attitudine propria di giganti come Nadal, Djokovic, Merckx o, per restare ai colori rossoneri, Baresi e Maldini. È la stessa ferocia che oggi ammiriamo in Sinner o Pogacar.</p>
<p style="text-align: justify;">​Serve ambizione. Dopo aver assistito a una Nazionale che manca i Mondiali per la terza volta consecutiva — certificando il fallimento di un intero sistema — non avevo certo bisogno di un Milan che gioca per il pareggio. ​Il coraggio lo ha avuto Conte che ha rischiato le sue poche armi dalla panchina ed è stato premiato. Il Milan, invece, sonnecchia peggio di chi ha esagerato al pranzo di Pasquetta. La sconfitta va imputata totalmente alla gestione tecnica: se giochi per vincere può capitare di pareggiare, ma se giochi per pareggiare finisce inevitabilmente che la perdi. ​E ​Arriviamo al punto fondamentale: il conflitto tra gestione sportiva ed economica.<br />
Negli ultimi anni il successo è misurato più dai bilanci in attivo che dai trofei in bacheca. La sostenibilità è un valore, ma non può diventare l&#8217;alibi per la mediocrità. Un club come il Milan non può limitarsi a &#8220;far quadrare i conti&#8221; sperando che la qualificazione in Champions arrivi per grazia ricevuta. ​Andare in Europa con questa mentalità non serve a nulla. Lì si gioca con intensità e ritmo; non ci si può permettere di dormire per 83 minuti.<br />
Il crollo nel girone di ritorno è evidente: se all&#8217;andata la media è di 42 punti, oggi siamo fermi a 21 e per tenere la stessa media dovrebbe vincere le rimanenti 7 partite quando nelle precedenti 12 ne ha vinte solo 6. Le sfide contro Atalanta e Juventus diventano ora snodi decisivi da affrontare con uno spirito radicalmente diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">​L&#8217;ambizione non si compra al mercato: si coltiva ogni giorno con il sacrificio e con la voglia feroce di non accontentarsi mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>W Milan</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span style="color: #ff0000;">Harlock</span></strong></em></p>
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		<title>Frank Rijkaard &#8211; La Forza di un Uragano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 06:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi nasce ad Amsterdam, tra un giro in bicicletta ed una passeggiata con gli zoccoli fra gli sterminati campi di tulipani ed è innamorato del calcio ha un solo sogno: giocare nell’Ajax. Frank Rijkaard ha questo sogno, ed inizia a giocare nelle giovanili dei lancieri, e quando finisce il suo allenamento si ferma a guardare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Chi nasce ad Amsterdam, tra un giro in bicicletta ed una passeggiata con gli zoccoli fra gli sterminati campi di tulipani ed è innamorato del calcio ha un solo sogno: giocare nell’Ajax.</p>
<p style="text-align: justify">Frank Rijkaard ha questo sogno, ed inizia a giocare nelle giovanili dei lancieri, e quando finisce il suo allenamento si ferma a guardare i suoi idoli allo stadio DeMer, che in breve tempo, diventano i suoi compagni di squadra. Vince tre scudetti di fila e due coppe nazionali, ed arriva ad indossare anche la maglia oranje, secondo sogno di Frankie.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’estate 1987 in occasione del Mundialito, organizzato da Fininvest, tra le squadre vincitrici della Coppa Campioni, Rijkaard ha il primo incrocio con la maglia rossonera. Frank arriva in prestito dall’Ajax e a guardare le partite del torneo c’è Arrigo Sacchi, l’allenatore prescelto da Berlusconi per riportare il Milan sul tetto del mondo con il bel giuoco. Sacchi guarda il ragazzo tulipano che gioca con la forza di un uragano e il tecnico se ne innamora perdutamente.</p>
<p style="text-align: justify">In una delle tante cene di Arcore, il Presidente, Sacchi e Galliani litigano in maniera paurosa, perché Sacchi e l’AD vogliono l’olandese in squadra, mentre il Cavaliere è fissato con l’argentino Claudio Daniel Borghi già sotto contratto con i rossoneri e girato in prestito al Como, ma autore di una stagione anonima in riva al lago.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Non si può vincere nulla se in campo hai giocatori che non hanno la mentalità giusta come Rijkaard”,</em> con questa frase Sacchi riesce a convincere l’imprenditore meneghino e l’allenatore da Fusignano si assume una bella responsabilità nei confronti del suo presidente.</p>
<p style="text-align: justify">Da quella sera per prendere Rijkaard nasce una trattativa lunga e al quanto bizzarra. Alla fine della stagione 87/88 il ragazzo ha pasticciato con le firme sui contratti e ha firmato sia con l’Ajax che con lo Sporting Lisbona nella stessa stagione, e alla fine della controversia tra le società il cartellino del giocatore è dei portoghesi. Che però tessera il ragazzo in ritardo per le competizioni europee e viene girato in prestito al Real Saragozza. Appena arrivato in Spagna s’infortuna, ponendo fine ad una stagione nata sotto la cattiva stella.</p>
<p style="text-align: justify">Ma la storia del ragazzo originario del Suriname sta per cambiare nuovamente, Sacchi stravede per lui e lo vuole a tutti i costi e l’idea di riproporre il trio olandese con i colori rossoneri, dopo la vittoria all’europeo 88 dei tulipani è troppo ghiotta. La trattativa ha il suo culmine all’interno dello stadio portoghese, i tifosi dello Sporting sono furiosi, cercano di ostacolare in tutti i modi la trattativa. Tanto che ad un certo punto sfondano la porta per invadere gli uffici societari, Ariedo Braida, che per fortuna aveva già tutte le firme sul contratto scappa: <em>“con il contratto nascosto nelle mutande…”</em></p>
<p style="text-align: justify">Frank, si ambienta subito a Milano, ad aiutare il ragazzo è Gullit già suo amico fin dai tempi olandesi. Curioso che a facilitare l’inserimento è una particolare coincidenza, la prima moglie di Gullit (Yvonne) è stata compagna di banco della moglie di Rijkaard, anche se poi entrambi divorzieranno dalle consorti.</p>
<p style="text-align: justify">190 centimetri di altezza per 80 chili di autentica classe, visione di gioco e forza fisica. E’ il giocatore totale che completa il cerchio del calcio sacchiano. E pensare che all’inizio per l’infortunio di Filippo Galli, Sacchi lo utilizza come difensore centrale al fianco di Baresi, e avere due registi aggiunti che iniziano dalla difesa a costruire il gioco è tutt’altro che un brutto vedere. Poi il mister romagnolo si converte alla vocazione di Francolino e lo sposta a centrocampo al fianco di Ancelotti e promuove Costacurta titolare.</p>
<p style="text-align: justify">Mancano pochi giorni alla finale di Vienna del 23 maggio 1990, alla finale i rossoneri arrivano con meno certezze e sicurezze dell’anno prima, il campionato è appena andato con la seconda “Fatal Verona” dove Rijkaard è espulso e lo scandalo della monetina di Bergamo che colpì Alemao consegna di fatto lo scudetto ai partenopei, in semifinale di Coppa Campioni hanno eliminato con fatica il Bayern Monaco ai supplementari con un magnifico pallonetto di Borgonovo, mentre in Coppa Italia perde in finale contro la Juventus.</p>
<p style="text-align: justify">Rijkaard quello che parlava poco, qualche giorno prima della finale caricò i suoi compagni, mostrando le sue doti da uomo spogliatoio, e lancia una domanda provocatoria <em>“Avete paura del Benfica? Segnerò io, vinceremo 1-0”</em> Queste sono le sue parole per tenere alto l’ambiente rossonero depresso dagli ultimi insuccessi. Dopo tre stagioni vissute al limite Sacchi sa che ci potrebbero essere tutti i presupposti per il fallimento rossonero. Ad una domanda su chi poteva decidere la finale l’allenatore di Fusignano rispose <em>“Domani ci può salvare solo Frank…”</em></p>
<p style="text-align: justify">Al minuto 68’ di quella finale viennese, Van Basten si piazza tra le linee della squadra avversaria e con il suo pennello da pittore fiammingo disegna una traiettoria perfetta per Frankie, che con la forza di un uragano taglia verso la porta<em>:” Rijkaard, Rijkaard, Rijkaard…tiro e gol! Gol di Rijkaard! Rijkaard porta in vantaggio il Milan al ventitreesimo del secondo tempo!” (telecronaca B.Pizzul).</em> Il buon Frankie ed Arrigo furono felici profeti e il Milan quella sera alza la seconda Coppa Campioni consecutiva.</p>
<p style="text-align: justify">La carriera di Frank al Milan dura 5 stagioni, 2 scudetti, 2 supercoppe italiane, 2 Champions League, 2 supercoppe europee e 2 coppe Intercontinentali non dimenticando l’europeo 88 vinto da protagonista. Era un campione serio, di cui si è parlato sempre poco, che parlava poco, perché era un tipo silenzioso e misurato in campo.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Se dovessi cominciare a costruire una squadra di calcio partirei da Frank Rijkaard e poi metterei giù gli altri”</em> così parlava Sacchi. Perché ne è valsa la pena di litigare con il capo per averlo in squadra a discapito del pallino presidenziale.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Leao o non Leao,  questo è il dilemma?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 06:00:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Non ho visto Milan-Torino perché impegnato al lavoro, e l&#8217;ultima immagine che ho negli occhi è l&#8217;uscita dal campo, contro la Lazio, di Rafa Leao. Non nascondo che ero abbastanza stizzito nel vedere la scena, ma mentre usciva malvolentieri mi chiedevo: è Leao il problema? Leao o non Leao, questo è il dilemma? Per dirla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Non ho visto Milan-Torino perché impegnato al lavoro, e l&#8217;ultima immagine che ho negli occhi è l&#8217;uscita dal campo, contro la Lazio, di Rafa Leao. Non nascondo che ero abbastanza stizzito nel vedere la scena, ma mentre usciva malvolentieri mi chiedevo: è Leao il problema? Leao o non Leao, questo è il dilemma? Per dirla alla Shakespeare nel suo Amleto atto terzo.</p>
<p style="text-align: justify">Come sappiamo tutti il calcio che si respira tra i corridoi di via Aldo Rossi, è diventato un gioco di numeri, algoritmi e plusvalenze. In questo scenario gelido, Rafael Leao rappresenta l’ultima anomalia, l’ultima fiammata di un talento purissimo ma, per sua natura, profondamente divisivo. Leao è quel giocatore che può farti saltare sulla sedia per un dribbling impossibile e ti fa disperare per un rientro mancato. Ma oggi, intorno a lui, si sta giocando una partita molto più pericolosa di quella sul campo: una partita comunicativa che punta a trasformarlo nel capro espiatorio di tutti i mali rossoneri.</p>
<p style="text-align: justify">​Personalmente credo che stiamo chiedendo a Leao di essere ciò che non è e non sarà mai. Rafa ha qualità straordinarie, una cilindrata fisica e tecnica che pochi al mondo possiedono, ma paga una composizione della rosa che lo espone costantemente al giudizio negativo. Leao non è un centravanti e non lo sarà mai. Non ha la cattiveria sotto porta di un Inzaghi o la fisicità d’area di un Giroud. Soprattutto, non è un leader. Non ha quel carisma, quella capacità di trascinare i compagni con lo sguardo o con l&#8217;urlo che sposta gli equilibri psicologici di una gara.</p>
<p style="text-align: justify">​Noi tifosi, spesso accecati dalla speranza, gli chiediamo di caricarsi la squadra sulle spalle nei momenti di buio. Gli chiediamo di diventare il nuovo Ibrahimovic, ma Rafa non lo è. Chiedergli questo significa condannarlo al fallimento. Quando la squadra non gira, quando il modulo lo costringe a compiti che non gli appartengono, la sua svagatezza diventa irritante. Ma è un&#8217;irritazione figlia di un equivoco: stiamo pretendendo che un violino faccia il lavoro di un tamburo da guerra.</p>
<p style="text-align: justify">​L’aria che gira intorno a Leao è pesante e il copione sembra già scritto. Lo abbiamo già visto con Theo Hernandez, che fino a pochi mesi fa era dipinto come il &#8220;male del Milan&#8221;, un giocatore da epurare per ritrovare l’equilibrio. Oggi tocca a Leao. La sua reazione all’uscita dal campo contro la Lazio è stata certamente sbagliata, un errore di gioventù che fa il paio con certi atteggiamenti evitabili di Theo. E, sempre a mio avviso, queste sbavature sono musica per le orecchie di una società proiettata esclusivamente verso la dinamica finanziaria.<br />
​Sembra di assistere a una strategia alla Ponzio Pilato: si fomenta la piazza, si lasciano trapelare indiscrezioni su colazioni saltate o svogliatezze varie, si alimenta la gogna mediatica finché il tifoso, esasperato, non urla: &#8220;Cedetelo!&#8221;. A quel punto, la dirigenza potrà lavarsene le mani e dire: &#8220;Lo abbiamo venduto perché lo volevate voi&#8221;. È un modo furbo per mascherare una scelta puramente economica dietro una presunta necessità ambientale. In questo vuoto di gestione, il ricordo di Paolo Maldini si fa assordante.</p>
<p style="text-align: justify">​Paolo aveva capito una cosa fondamentale, che va al di là della tattica e dei fogli Excel. Forse perché è padre di due ragazzi che vivono i tempi di oggi, Maldini sapeva che a 25 o 27 anni questi calciatori sono ancora dei &#8220;ragazzi&#8221; in un mondo di pressioni enormi. Il calcio di oggi parla di asset, Maldini parlava di uomini. Lui sapeva che con questi ragazzi bisogna dialogare, chiedere come va a casa, se i bambini dormono, se la moglie è felice. Bisogna saperli ascoltare, farli aprire anche con le buone, parlare di banalità quotidiane prima di pretendere che corrano per novanta minuti. Era il &#8220;Metodo Milan&#8221; che per decenni è stato portato avanti da figure come Silvano Ramaccioni nei tempi d&#8217;oro: una gestione paterna, un parafulmine che proteggeva il talento dalle intemperie esterne. Oggi, quella sensibilità è sparita. Chi siede oggi in poltrona è capace di fare questo? O sanno solo leggere i grafici di un foglio Excel?</p>
<p style="text-align: justify">​Oltre l&#8217;aspetto umano, che ritengo fondamentale, c&#8217;è anche quello tecnico. Se vendiamo Leao per fare cassa, in mano a chi andranno quei soldi? La storia recente della nostra dirigenza sui sostituti è inquietante. Abbiamo visto partire pilastri come Tonali, Giroud o lo stesso Theo senza che venissero mai rimpiazzati con profili di pari livello o prospettiva certa. Il rischio concreto è quello di veder arrivare l&#8217;ennesima scommessa incompiuta. Si ritornerà a parlare di profili come Harder, un ragazzo che ha segnato due gol in stagione, o ancora profili come Mateta o Boniface, o il nuovo &#8220;non acquisto&#8221; Andrè. Perché le nostre trattative sono sempre un cinema.</p>
<p style="text-align: justify">Senza Leao, il Milan rischia di scivolare in un anonimato tecnico fatto di onesti mestieranti e scommesse dell&#8217;algoritmo che non esploderanno mai. Vogliamo davvero scambiare l&#8217;estro imprevedibile di Rafa con la mediocrità statistica di un Estupinan qualsiasi?<br />
​I ragazzi di oggi hanno bisogno di una guida, di un leader carismatico, di un punto di riferimento che non sia un tablet. L&#8217;algoritmo può dirti quanti chilometri corre un giocatore, ma non può dirti cosa ha nel cuore o perché quel giorno ha lo sguardo assente. Il Milan di oggi sembra aver barattato l&#8217;anima con la precisione del dato, dimenticando che il calcio è uno sport emozionale. Distruggere Leao per giustificarne la cessione non è fare il bene del Milan. È un atto di cannibalismo comunicativo che serve solo a far quadrare i conti.</p>
<p style="text-align: justify">Giusto criticare le prestazioni, giusto pretendere professionalità, ma attenzione a non cadere nella trappola di chi vuole convincerci che il nostro miglior talento sia il nostro peggior problema.<br />
​Dobbiamo restare vicini alla squadra e aprire gli occhi sulle strategie di chi, al vertice, sembra pensare a tutto tranne che alla gloria sportiva.</p>
<p>Il bene del Milan viene prima di ogni plusvalenza.</p>
<p style="text-align: justify">E il bene del Milan, oggi, passa per la protezione dei suoi talenti, non per la loro vendita.</p>
<p style="text-align: justify">Poi ritorno a sentire discorsi sullo scudetto, tabelle, argomenti che facevamo anche prima di Lazio-Milan e sono sogni di noi tifosi, vecchi romantici. Onestamente non credo allo scudetto, non abbiamo la forza tecnica e mentale per fare un qualcosa del genere. Se la prossima estate programmassero e portassero avanti un qualcosa di più sensato, allora potrei crederci. Finché non vedrò un approccio più normale, mi sa che per noi sarà dura.</p>
<p style="text-align: justify">​Peccato, perché quest&#8217;anno bastavano un centravanti normodotato, un difensore centrale e un terzino sinistro decente. Non demonizziamo uno dei migliori giocatori che abbiamo. Perché, come diceva Paolo, i giocatori forti non vanno venduti, vanno aggiunti altri altrettanto forti.</p>
<p>​Meditate, gente.<br />
<em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
<p>P.S.: volevo ringraziarvi per i complimenti che mi avete fatto per i ritratti rossoneri. Grazie davvero a tutti, avrei voluto avere il tempo di rispondervi ma purtroppo il tempo è sempre troppo poco. Se avete la piattaforma Facebook e soprattutto avete voglia, li ho una pagina Facebook che si chiama Nostalgia rossonera, li do libero sfogo alla mia voglia di storia, di calcio che non esiste più. Grazie ancora e a sabato con un nuovo appuntamento storico.</p>
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		<title>Il Barone Rossonero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 07:30:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando si parla di Liedholm, stiamo parlando di un vero “pezzo di Milan”, di un monumento che ha rappresentato qualcosa di indelebile per la storia della nostra società. Il fatto di aver vinto cinque degli scudetti del Milan (quattro da giocatore ed uno da allenatore) è solo uno dei suoi primati. Il Barone è stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando si parla di Liedholm, stiamo parlando di un vero “pezzo di Milan”, di un monumento che ha rappresentato qualcosa di indelebile per la storia della nostra società.<br />
Il fatto di aver vinto cinque degli scudetti del Milan (quattro da giocatore ed uno da allenatore) è solo uno dei suoi primati.<br />
Il Barone è stato il perno del mitico Gre-No-Li, il famoso trio svedese che trascinò alla vittoria di 4 scudetti il Milan tra la fine degli anni Quaranta ed i primi anni Cinquanta.<br />
E’ stato il primo di una meravigliosa stirpe di Capitani che ha fatto la storia del Milan dal dopoguerra in poi: Nils Liedholm, Cesare Maldini, Gianni Rivera, Franco Baresi e Paolo Maldini.</p>
<p>Il primo di cinque giocatori monumento, due dei quali (Baresi e Paolo Maldini) sono stati lanciati in serie A proprio da Liddas. E’ l’allenatore che riuscì a regalare al Milan lo scudetto più desiderato e prestigioso, quello della Stella, riuscendo a mantenere la promessa fatta al suo collaboratore tecnico, Nereo Rocco, che più di ogni altro ci teneva a quel trionfo e che purtroppo non riuscì a godersi quel momento in quanto il destino se l’ho porò via qualche mese prima.<br />
Nel maggio del 1979 alzando lo sguardo al cielo dirà “Caro Paròn, te l’avevo detto che ci avremmo pensato noi…”.</p>
<p>E’ stato, e resterà per sempre, il primo allenatore del presidente più vincente della storia del Milan, Silvio Berlusconi.<br />
Col nuovo patron rossonero non fu molto fortunato  a livello di risultati, ma è innegabile che il Milan berlusconiano abbia beneficiato dei suoi insegnamenti tattici, tanti sostengono che abbia gettato le basi per quel Milan vicente.</p>
<p>Liedholm è stato uno dei pochi personaggi della storia del calcio a non subire, in quasi sessant’anni di carriera, un solo coro contro o un insulto: amato dai tifosi milanisti, rispettato da tifosi, giocatori e tecnici delle squadre avversarie.<br />
Da calciatore era elegante e corretto al tempo stesso, nonostante fosse, anche, un instancabile corridore: pensate che nelle 359 presenze ufficiali in serie A con la maglia del Milan non è stato mai ammonito.</p>
<p>Da allenatore ebbe sempre uno stile ed un aplomb tipicamente scandinavo, un garbo innato, un’umanità, una lealtà, un’eleganza che non lo abbandonò mai, anche nelle circostanze più impensabili.</p>
<p style="text-align: justify;">A chi gli chiedeva quale fosse stata la sua miglior partita, rispondeva “Quella in cui marcavo Alfredo Di Stefano”, ed a chi gli faceva notare che in quella partita “l’argentino aveva segnato tre gol” lui rispose “sì, ma ha toccato solo tre palloni”!  Ed ancora quando disse “abbiamo preso quel jocatore perché sa fare tutto: jocare a destra, a sinistra, al centro, stare in panchina o in tribuna”.</p>
<p>Al Milan gioca per 12 stagioni consecutive, diventando il Capitano che trascinò il Milan alla conquista di quattro scudetti, due Coppe Latine ed una finale di Coppa dei Campioni (persa ai supplementari contro il Real Madrid nel 1958).<br />
Centrocampista di classe purissima, dotato di una grandissima precisione nei passaggi, tanto che divenne celebre l’aneddoto secondo cui “Una volta San Siro mi tributò un applauso lungo cinque minuti: avevo sbagliato un passaggio dopo anni. La mia prima stecca alla Scala del calcio”.<br />
Tra i suoi ricordi più belli, da ricordare che disputa, da capitano,  la Finalissima della Coppa del Mondo con la maglia della Svezia contro il Brasile, segnando tra l’altro il gol del provvisorio 1-0 (vincerà il Brasile 5-2).</p>
<p style="text-align: justify;">La carriera da allenatore cominciò poco dopo che ha smesso di giocare e lo fece proprio alla guida del suo Milan, squadra che allena in tre riprese (dal ‘63 al ’66, dal ’77 al ’79, dal ’84 al ’87) e con cui riesce a conquistare uno scudetto. Altrettanto belle le avventure da tecnico con la Roma (dal ’73 al ’77, dal ’79 al’84, dal ’87 al ’89 ed infine nel ’97), squadra con cui conquista uno scudetto (1982/83) ed una finale di Coppa Campioni persa ai rigori col Liverpool.</p>
<p>Nelle sue squadre portò sempre qualcosa di nuovo e di rivoluzionario: col Milan riuscirà a vincere un campionato giocando senza punte, sfruttando il tourbillon sulla tre quarti di giocatori di qualità che si inserivano in zona gol grazie al movimento instancabile di Chiodi; con la Roma sperimentò con successo il sistema di gioco che lo rese famoso, la “zona lenta a ragnatela” sul modello di quella zona difensiva tipicamente sudamericana.<br />
Ci si difendeva tenendo la posizione e non più l’uomo fisso, la chiusura degli spazi ed una ragnatela di passaggi (“se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol”).</p>
<p>Ebbe il coraggio di lanciare in serie A dei giovani promettenti che sarebbero diventati dei campioni (Antognoni, Baresi, Maldini, Giannini e Peruzzi su tutti), così come fu molto abile a far rendere al massimo dei giocatori che erano già avanti con gli anni e che sembravano sul viale del tramonto.</p>
<p>Oltre alle competenze, fu un personaggio straordinario ed unico che riuscì, col suo garbo ed il suo fine senso dell’umorismo, a gestire abilmente tutti i gruppi di calciatori che ha allenato e che ne conservano un grande ricordo.</p>
<p>Questo era Liedholm, l’uomo del calcio che vanta il maggior numero di tentativi di imitazioni, senza che nessuna sia mai riuscito ad avvicinarsi.<br />
A pensarci bene c’è qualcuno che nei modi e nello stile lo ricorda abbastanza, e cioè Carletto Ancelotti, guarda caso uno degli allievi prediletti del grande Barone Liddas!</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>The Day After Lazio-Milan1-0: tra limiti tecnici e tenuta mentale troppo bassa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 16:30:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">C’è una sensazione amara e molto pesante che accompagna il risveglio di ogni tifoso rossonero oggi. È la consapevolezza dolorosa che, molto probabilmente, a questa partita e a questo sogno ci abbiamo tenuto molto più noi che i ragazzi in campo. La delusione che proviamo non è soltanto il risultato di un punteggio sfavorevole o di un episodio sfortunato, ma è la figlia diretta del nostro modo di vivere il calcio. Inseguiamo un traguardo irrealistico, alimentato dal pareggio tra mille polemiche dell&#8217;Inter contro l&#8217;Atalanta, che ci porta a sognare in grande oltre ogni logica. Tuttavia, la realtà ci dice che chiediamo a questo gruppo qualcosa che, per limiti tecnici e soprattutto mentali, non è semplicemente in grado di offrire in questo momento della stagione.</p>
<p style="text-align: justify">​Proiettiamo i nostri desideri su una squadra che dimostra di avere il fiato corto proprio nel momento della verità. La realtà dei fatti è che pretendiamo l&#8217;impossibile da una rosa che appare incompleta, dove i giocatori di vero spessore si contano sulle dita di una mano. Quando mancano la qualità tecnica e la forza psicologica per gestire la pressione, il crollo diventa purtroppo inevitabile. I numeri, d&#8217;altronde, sono dati oggettivi che non mentono mai e fotografano una situazione preoccupante. Nelle ultime cinque partite il Milan raccoglie appena sette punti e incassa ben due sconfitte nelle ultime quattro gare. Questo declino arriva dopo una striscia di ben venticinque risultati utili consecutivi che ci illude di essere diventati improvvisamente invincibili e pronti a tutto.</p>
<p style="text-align: justify">​Questi dati confermano il momento di profonda crisi e dicono chiaramente che l&#8217;idea di parlare di Scudetto è del tutto fuori luogo. Oggi non guardiamo più chi ci precede, ma ci voltiamo indietro con molta preoccupazione. Juventus e Como recuperano tre punti preziosi e il fiato sul collo si sente eccome. Il rischio di buttare via anche l’obiettivo minimo della stagione, ovvero la qualificazione alla prossima Champions League, è concreto e non può più essere ignorato da nessuno a Milanello. È una notte amara, una di quelle che si porta via ogni illusione e ci sbatte in faccia la dura realtà di un progetto che sembra improvvisamente bloccato sul più bello.</p>
<p style="text-align: justify">​Un punto fondamentale, a mio avviso, riguarda la tenuta mentale. Molto probabilmente, a forza di parlare solo di &#8220;quarto posto&#8221; come unico obiettivo, finiamo per non spostare mai l&#8217;asticella verso l&#8217;alto. Se continuiamo a ripetere che l&#8217;importante è solo arrivare tra le prime quattro, i giocatori affrontano partite come questa senza la cattiveria necessaria. Ricordiamo bene perché abbiamo vinto lo scudetto nel 2022. In quell&#8217;anno l&#8217;asticella della mentalità viene alzata da figure come Paolo Maldini e Zlatan Ibrahimovic. Parlo dell&#8217;Ibrahimovic giocatore, quello che sta nello spogliatoio e pretende il massimo in ogni singolo allenamento, non del dirigente. Loro hanno saputo come spingere il gruppo oltre i propri limiti, cosa che oggi manca totalmente a questa squadra.</p>
<p style="text-align: justify">E che scene come quelle di Leao di ieri sera al momento della sostituzione fanno preoccupare molto. Perchè siamo di fronte ad uno dei giocatori con più talento della rosa, che gioca in un ruolo che non sente suo, ma con un livello mentale e soprattutto forza mentale molto limitate.</p>
<p style="text-align: justify">Ieri sera ​anche Allegri ha le sue responsabilità perché non ha preparato la sfida in modo adeguato. È vero che il secondo posto attuale è in gran parte merito suo, considerando una rosa corta e povera tecnicamente, ma alcune scelte di formazione lasciano perplessi. Questa squadra è fatta per aspettare e ripartire, per vivere di &#8220;corto muso&#8221;, ma gli esperimenti tattici risultano rischiosi. L&#8217;inserimento di Estupiñán al posto di Bartesaghi è un errore di valutazione evidente. Se è vero che l&#8217;ecuadoriano ci fa vincere il derby, oggi rischia di regalare il pari ai cugini su un errore contro Di Marco, che sembra quasi il nuovo Maldini per rendimento costante. Anche la scelta di Jashari al posto di Ricci non convince e rende la manovra lenta e prevedibile. Da domani bisogna cambiare registro, perché continuando così il Milan rischia un crollo clamoroso che non possiamo permetterci.</p>
<p style="text-align: justify">Smettiamo di sognare e iniziamo a lottare per finire la stagione agguantando il vero reale obbiettivo.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Juan Alberto Schiaffino &#8211; Pepe Rossonero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 06:00:19 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[Scrive di lui Gianni Brera: “Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto.” Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo, ha ammirato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Scrive di lui Gianni Brera: “<em>Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto.”</em><em><br />
</em><br />
Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo, ha ammirato un calciatore immenso, un interno di sinistra con una tecnica sopraffina che si trasforma poi in regista dalla visione di gioco notevole e dall’intelligenza tattica eccezionale, dote che gli permette di capire con anticipo l’evolversi dell’azione e di passare il pallone al compagno meglio piazzato.<br />
Gioca la palla sempre a testa alta e si muove in campo in punta di piedi.</p>
<p>Quando Schiaffino arriva in Italia, nella stagione 1954/55, un giornale di Montevideo titola “<em>Il Dio del pallone ci ha lasciato. Una perdita irreparabile”</em>.<em><br />
</em>Perché Pepe Schiaffino (il nomignolo gli è stato dato dalla madre per via del suo carattere “peperino”  fin da bambino) è diventato una leggenda del suo Paese in quanto è stato il protagonista principale del “El Maracanazo”, cioè quello che viene ricordato come il “colpo gobbo” più clamoroso della storia del calcio.</p>
<p style="text-align: justify">È il 1950 ed in Brasile si disputa la fase finale dei Campionati Mondiali di Calcio, i padroni di casa brasiliani sono i grandi favoriti per la vittoria finale, e tutto sembra andare secondo i pronostici fino all’ultima partita di quel torneo, che si disputa il 16 luglio 1950 al Maracanà di Rio de Janeiro davanti a 200.000 tifosi.<br />
Brasile-Uruguay non è la finale, perché in quella edizione la formula è quella del girone all’italiana che da il titolo alla prima classificata. Non è una finale, ma di fatto lo è.<br />
E’ l’ultima partita e al Brasile basta un pareggio per diventare campione, mentre l’Uruguay è costretto a vincere ad ogni costo per far suo il titolo continentale.<br />
I tifosi carioca si aspettano solo di vincere, nessuno pensa ad un altro risultato che non sia la vittoria, nemmeno i dirigenti uruguagi ripongono molte chance nella vittoria finale.<br />
Le cose effettivamente si mettono subito bene per i verdeoro: segna Friaca, e tutto il Brasile è in delirio ed iniziano a festeggiare. Ma nessuno ha fatto i conti con l’orgoglio dei giocatori della “celeste”.</p>
<p style="text-align: justify">Trascinati da uno Schiaffino incontenibile, l’Uruguay prima pareggia con lo stesso Schiaffino e poi vince 2-1 con un gol di Ghiggia su assist sempre del Pepe.<br />
Per l’Uruguay è il secondo titolo mondiale, per il Brasile un vero dramma: quella notte vennero certificati 34 suicidi e 56 attacchi cardiaci, Tenta di suicidarsi anche il difensore del Brasile Danilo.<br />
Schiaffino è l’idolo incontrastato di una nazione e la sua grandezza si tramanda fino ai giorni nostri, al punto che qualche anno fa è stato nominato come il più grande giocatore della storia dell’Uruguay.</p>
<p>Il Pepe uruguagio fa grandi cose con la sua nazionale anche nei Mondiali successivi, quelli di Svizzera 1954: guida la sua nazione fino alla semifinale persa sfortunatamente contro la Grande Ungheria, e nonostante la mancata vittoria è nominato il miglior giocatore di quel torneo.<br />
In quegli anni Schiaffino gioca in patria, con la maglia del Penarol, la squadra più prestigiosa del paese con cui conquista 5 titoli in nove stagioni.<br />
Alla vigilia dell’edizione dei mondiali elvetici, Juan Alberto si fa convincere dai milioni del presidente milanista Rizzoli, che lo acquista per l’importante cifra di 100.000 dollari.<br />
Da quel momento diventa il perno attorno al quale ruota un grande Milan, capace di vincere molto, trascinato dal suo “regista” italo-uruguaiano.</p>
<p style="text-align: justify">Nato a Montevideo il 28 luglio 1925, è originario della Liguria della costa a Est di Genova proviene il nonno paterno, un macellaio emigrato verso l’America del Sud agli inizi del Novecento, come tanti italiani in quell’epoca.</p>
<p style="text-align: justify">Alberto Schiaffino ha sempre avuto uno “spirito ligure”: è molto parsimonioso, per rendere meglio l’idea della sua “voglia di risparmio” memorabile è quel che accadde proprio a Genova, prima di una partita a Marassi tra il Milan e il Genoa. Un sabato pomeriggio di vigilia, Pepe, Nordhal e Liedholm fanno quattro passi distensivi lungo il mare, c’è vento è fa molto freddo, Liedholm suggerisce: «<em>Perché non prendiamo un caffé?</em>». Nordahl e Schiaffino approvano la proposta dello svedese, ma, all’ingresso del bar Pepe viene colto da un atroce dubbio e chiede: «<em>Paga la società, vero?</em>». Deludente la risposta di Nordahl: «<em>No, Pepe. In questo caso ciascuno paga di suo</em>». Estremo dribbling dell’uruguaiano più genovese dei genovesi: «<em>Vi aspetto fuori, il caffé mi rende nervoso</em>».  Il giocatore sudamericano si è sempre dimostrato abile nel gestire molto bene i suoi guadagni facendo numerosi affari soprattutto nel campo dell’immobiliare.<br />
Per il suo carattere spigoloso, burbero ed introverso, Juan tende a fare di testa sua e a dire quel che pensa. Quest’ultima cosa gli procura molti fastidi, squalifiche e rapporti tesi, soprattutto con compagni e allenatori: memorabili le litigate con Gipo Viani.</p>
<p style="text-align: justify">Quando Schiaffino arriva in Italia ha già 29 anni, ed a Montevideo pensano di aver dato via un giocatore già in fase calante.</p>
<p style="text-align: justify">Questo è un errore clamoroso, perché non solo Schiaffino gioca un mondiale eccezionale, ma disputa con la maglia del Milan sei stagioni da grandissimo protagonista insieme ai vari Liedholm, Nordhal, Cesare Maldini ed Altafini.</p>
<p style="text-align: justify">Al suo debutto (1954/55) l’italo-uruguagio vince subito lo scudetto (il quinto per il Milan) e si dimostra anche molto prolifico sotto porta, realizza 15 reti in 27 presenze.<br />
Anche nella stagione successiva la media realizzativa è altissima (16 reti in 29 gare) ed in quella 1956/57 in cui coi suoi 9 gol contribuisce alla conquista del sesto scudetto milanista ed è anche tra i protagonisti della conquista della prestigiosa Coppa Latina, una lontana parente della futura Coppa Campioni.</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1957/58 sfiora con il Milan la conquista della prima Coppa dei Campioni, la finale si gioca all’Heysel di Bruxelles contro il grande Real Madrid di Di Stefano, Gento, e i rossoneri sono sconfitti per 3 a 2 dopo i tempi supplementari.<br />
Nonostante la sconfitta Pepe brillò in campo più del mitico Di Stefano, segna il gol che sblocca la partita al 60’, poco dopo la “saetta Rubia” Di Stefano pareggia, ma il Milan ha ancora la forza di andare in vantaggio con Ernesto Grillo, ma i blancos pareggiano poco dopo con Rial. Per la prima volta nella storia della coppa campioni non sono bastati i novanta minuti regolamentari per decidere la squadra vincitrice. La sfida è decisa al 107 minuto da Gento autore di un gol su carambola con la difesa rossonera che non riesce ad evitare che il pallone lentamente entri in porta.</p>
<p style="text-align: justify">Nonostante la sconfitta in finale dell’anno precedente, le conquiste proseguono anche la stagione successiva, quando vince il suo terzo scudetto (l’ultimo) con la maglia del Milan.</p>
<p>Finisce la sua esperienza in rossonero l’anno successivo (stagione 59/60), quando all’età di 35 anni e dopo sei stagioni da mattatore decide di trasferirsi alla Roma di Bernardini dove rimane per due stagioni, gioca da libero e non più a centrocampo e vince la Coppa delle Fiere.</p>
<p style="text-align: justify">Prima di andare via dal Milan designa il suo successore nel giovane sedicenne di Alessandria: Gianni Rivera.<br />
La leggenda vuole che quando Gipo Viani prova a convincere il presidente del Milan Rizzoli ad investire una certa cifra per acquistare il giovane talento Rivera, al telefono gli disse “<em>presidente, allo stadio di Alessandria c’era la nebbia e non si capiva chi era Schiaffino e chi Rivera!</em>”.<br />
Bastano queste parole a convincere lo scettico Rizzoli  al sacrificio economico: il nome di Schiaffino non lo si pronuncia mai per scherzare, e quelle parole valevano più di ogni referenza!</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1962 Schiaffino appende le scarpe al chiodo e torna in Uruguay e prova ad allenare, carriera intrapresa senza troppa convinzione e chiusa molto in fretta.<br />
Decide così di dedicarsi alla gestione dei suoi affari ed alla sua vita familiare insieme alla sua inseparabile moglie Angelica, che ha conosciuto nel 1942 su un autobus a Montevideo.<br />
La loro è un’esistenza felice, e quando nel nel 2002 la moglie lo lascia per sempre, lui pensa di seguirla nell’al di là qualche mese dopo: il 13 novembre del 2002 si spense a causa di un male incurabile.</p>
<p>All’annuncio della sua dipartita il mondo calcistico dimostra di non essersi scordato di lui: in Uruguay l’annuncio fu sottolineato con l’espressione “<em>Gloria de nuestro futbol, protagonista del Maracanazo. El adiòs a un grande, se fue Schiaffino”</em>.<br />
In Italia il Milan lo ricorda con tutti gli onori del caso, ed il pubblico di San Siro in una sera di Champions League Milan Deportivo La Coruna lo saluta nello stesso modo in cui lo aveva sempre “coccolato”: con un lungo ed interminabile applauso.</p>
<p style="text-align: justify">E lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano lo ricorda così: “<em>Con i suoi passaggi magistrali organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando il campo dal punto più alto della torre dello stadio</em>.”</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>The Day After Milan-Inter 1-0: Milano è ancora Rossonera: Estupiñan decide il Derby, ma resta l&#8217;amaro per lo Scudetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 06:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[The Day After]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una frase che nel calcio si ripete fino allo sfinimento, quasi fosse un mantra religioso: &#8220;Il Derby è una partita a sé&#8221;. Lo diciamo per scaramanzia, per paura o per caricarci, ma la verità è che questa sfida vive di una metafisica propria. È il teatro dove le gerarchie saltano, dove la logica si arrende al cuore e dove, soprattutto, le motivazioni pesano più dei moduli. Ma c&#8217;è un altro aspetto che rende il Derby magico: la sua capacità di generare eroi inattesi.<br />
Il prato di San Siro vede passare fuoriclasse assoluti, ma ha anche l&#8217;abitudine di eleggere &#8220;Re per una notte&#8221; giocatori che nessuno osa pronosticare. La storia del Milan ne è piena. C&#8217;è il 6-0 del 2001, dove quella notte è Gianni Comandini a prendersi la corona, spianando la strada con due gol che restano scolpiti nella leggenda. C&#8217;è Cosmin Contra, che sotto la gestione Terim ribalta letteralmente un Derby partito malissimo, regalando uno dei pochi raggi di sole di quella stagione. E c&#8217;è il graffio di Cristian Zapata nel Derby pasquale del 2017, un pareggio al fotofinish che vale quanto una vittoria.<br />
​Oggi, in questa galleria di protagonisti improvvisi, entra di diritto Pervis Estupiñán. Diciamocelo con franchezza: il ragazzo è uno dei più criticati della stagione. Arriva in estate per fare il titolare dopo Theo Hernandez, ma perde il posto per un ragazzo del settore giovanile. Sembra la classica parabola discendente, il destino di chi resta schiacciato dalla pressione di San Siro.<br />
Invece, il calcio scrive sceneggiature incredibili. Pervis si prende la scena nel momento più importante e segna il gol partita proprio come fanno giganti del calibro di Kaká o Ronaldinho al loro debutto nella stracittadina. Un gol che non è solo una statistica, ma un riscatto personale e collettivo. Da &#8220;esubero&#8221; a uomo della provvidenza: è questo il bello dei colori rossoneri.</p>
<p style="text-align: justify;">​Mandato via Pioli, vincere i Derby sta diventando una piacevole abitudine a cui non ci si abitua mai. Quella di ieri sera è la seconda vittoria stagionale contro l&#8217;Inter, un altro 1-0 che certifica un cambio di passo mentale. Il Milan domina il primo tempo, giocando i migliori 45 minuti della stagione insieme a quelli contro il Napoli a inizio campionato. La squadra di Allegri mostra una struttura identica: pressione alta, aggressività offensiva e grande qualità nella costruzione del gioco, per poi passare a una difesa fatta di attenzione, concentrazione e anche un pizzico di fortuna. Il successo nel Derby, però, non vale solo tre punti. È molto di più. È una vittoria che di fatto mette la firma sulla qualificazione alla prossima Champions League, consolidando il secondo posto in classifica. Tuttavia, guardando i numeri, resta un po&#8217; di rammarico. L’Inter subisce cinque sconfitte, mentre il Milan ne perde solo due in tutto il torneo. Eppure, i cugini hanno un largo vantaggio di 7 punti. È un distacco che pesa, figlio dei troppi pareggi accumulati contro le &#8220;piccole&#8221;.<br />
Perché la verità è chiara: il Milan poteva giocarsi lo Scudetto fino all&#8217;ultima giornata.<br />
​Se non siamo lì a lottare per il titolo, è perché manca anche un &#8220;contorno&#8221; all&#8217;altezza. Non basta avere mettere in campo l&#8217;anima se poi, fuori dal rettangolo verde, la Società resta troppo spesso spettatrice. Manca la forza di proteggere la squadra e manca la voglia di scendere in trincea a combattere una battaglia sportiva contro tutto e tutti. La squadra, questo gruppo con i suoi pregi e difetti merita una dirigenza capace di supportarli, coltivando il sogno scudetto e accompagnando il Mister in questo percorso. Invece, assistiamo a trattative che diventano vere e proprie soap opera, come accade per André in questi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un grande club si fa sentire quando è opportuno e non osserva in silenzio mentre episodi controversi tolgono punti preziosi. Oltre all&#8217;aspetto economico, serve una presenza sportiva costante, ma oggi non è il giorno dei processi, è il giorno dei sorrisi. Vincere un Derby significa camminare a testa alta per le strade di Milano. Significa aver ritrovato un&#8217;identità e una compattezza di gruppo che sembrano smarrite nei momenti più bui.<br />
Ci godiamo questa splendida vittoria e proviamo guardare al futuro ma ahimè con poca fiducia, perché temo che sarà un&#8217;altra estate difficile.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Dino Sani &#8211; Fosforo al servizio del Diavolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 06:00:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[Estate 1961, l’allora presidente rossonero vuole fare le cose in grande, decide di regalare al nuovo tecnico del Milan, Nereo Rocco, il centravanti più forte che c’è in quel momento: Jimmy Greaves. Il cannoniere inglese viene acquistato dal Chelsea con delle credenziali incredibili: 157 presenze 124 gol. Numeri che vengono confermati anche in Italia, per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Estate 1961, l’allora presidente rossonero vuole fare le cose in grande, decide di regalare al nuovo tecnico del Milan, Nereo Rocco, il centravanti più forte che c’è in quel momento: Jimmy Greaves.</p>
<p style="text-align: justify">Il cannoniere inglese viene acquistato dal Chelsea con delle credenziali incredibili: 157 presenze 124 gol. Numeri che vengono confermati anche in Italia, per quel poco che gioca con i nostri colori, mette assieme 13 presenze e 9 reti. Ma qualcosa non va, il ragazzo inglese fuori dal campo è un autentico disastro, si allena poco, non fa vita da atleta, beve e racconta un sacco di bugie al Paron.</p>
<p style="text-align: justify">Il tecnico friulano e Gipo Viani (d.t. del Milan n.d.r.) sono al limite della sopportazione, anche perché nonostante i gol di Greaves la squadra è molto discontinua e in undici partite ha già accumulato 5 punti di ritardo dai cugini dell’Inter.</p>
<p style="text-align: justify">Ci vuole una svolta totale, Rocco convince il presidente Rizzoli a vendere il centravanti inglese che viene spedito al Tottenham ed il Milan lo sostituisce con un centrocampista brasiliano di 29 anni: Dino Sani.</p>
<p style="text-align: justify">Il Milan acquista il giocatore brasiliano dal Boca Juniors, che accetta la corte rossonera pensando che il centrocampista carioca sia nella fase terminale della sua carriera. Un calciatore con esperienza, perché può fregiarsi del titolo di Campione del Mondo conquistato col Brasile nei Mondiali svedesi del ’58, dove ha giocato da titolare le prime due partite dei brasiliani, venendo sostituito poi da Zito.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“e questo sarebbe un calciatore? Gavemo comprà un impiegà del catasto. Gipo nostro ga fatto rimpatriar el nonno” (N. Rocco)</em></p>
<p style="text-align: justify">Quando Sani arriva al Milan, non ha proprio l’aspetto dell’atleta: è magro, non molto alto, senza capelli e con i baffetti stile Clark Gable. Sembra un bancario, non corre ma cammina, in campo sembra che non voglia battersi. Ma dopo pochi allenamenti il mister triestino capisce di avere per le mani l’uomo giusto per rimettere in sesto il suo Milan. Sani vede il rettangolo di gioco come un continuo problema di geometria, piazzato davanti alla difesa è il giocatore perfetto per il modulo di Rocco.</p>
<p style="text-align: justify">Ha una tecnica sopraffina, sa usare entrambi i piedi, ma, soprattutto, ha un senso della posizione eccezionale. Ha una velocità di pensiero che gli permette di sapere cosa fare prima ancora di ricevere il pallone: la difesa recupera la palla, la serve a Sani che “fa correre” la palla lanciando con precisione millimetrica gli attaccanti in profondità. Un regista perfetto, che ha il dono di integrarsi alla perfezione con l’altro “genio” in maglia rossonera: Gianni Rivera. E’ la svolta, Rocco libera Rivera da compiti difensivi e fa emergere il suo immenso talento.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Quel giorno pioveva a dirotto, faceva freddo: il buon vecchio Dino ha preso il suo posto a centrocampo e il Milan ha clamorosamente infilato la Juventus” (G.Brera)</em></p>
<p style="text-align: justify">Dopo pochi giorni dal suo arrivo, da professionista serio, esordisce il 12 novembre 1961 contro la Juventus campione in carica, il Milan vince per 5-1 con quattro gol di Altafini e uno di Rivera. Dietro a fare la regia il brasiliano, davanti a rifinire per gli altri e ad attaccare il giovane alessandrino. Nasce così un asse perfetto, ed il Milan discontinuo delle prime undici partite di campionato diventa uno schiacciasassi: quarto alla fine del girone d’andata alle spalle di Inter, Bologna e Fiorentina, nel ritorno i rossoneri conquistano 31 punti su 34 e vincono l’ottavo scudetto della sua storia. I tifosi ci hanno messo pochissimo a rendersi conto che il Milan aveva fatto un grande acquisto, e così “Cervello Sani” diventa un autentico idolo del popolo milanista.</p>
<p style="text-align: justify">
Ma il bello avviene la stagione seguente, con una bellissima cavalcata, il Milan è la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni. E’ il 22 Maggio del 1963 il Milan di Nereo Rocco ha appena conquistato la sua prima coppa campioni battendo il Benfica, della perla del Mozambico Eusebio per 2-1 grazie ad una doppietta di Altafini. Dopo un inizio difficile dove il Milan va sotto di una rete, la squadra sembra immobilizzata compreso Sani, sono tutti con lo sguardo basso. Poi succede quella piccola cosa che cambia la partita, Pivatelli tocca duro Coluna e di fatto lo esclude dalla partita, i portoghesi orfani del loro centrocampista attaccano alla cieca e qui emerge il talento del giocatore brasiliano. Dino recupera la palla, la allunga subito a Rivera che in diagonale apre, trovando sullo scatto Altafini. Due volte di seguito e due gol, è l’apoteosi rossonera.</p>
<p style="text-align: justify">Il Capitano Cesare Maldini, in maglia bianca, felice alza la coppa nel cielo di Wembley; gli è accanto il ventenne Gianni Rivera, che ha appena donato la maglia ad Eusebio, avvolto nel suo impermeabile. Mentre a sinistra, anche lui con un soprabito c’è Dino Sani. Personalmente quando ero piccolo questa foto, a me ha sempre affascinato e chiedevo sempre a mio padre perché i giocatori fossero con il soprabito. Purtroppo non sapeva darmi una risposta, ma con il tempo riguardando la foto assieme sono riuscito a rispondergli io: avevano semplicemente scambiato la maglia con gli avversari.  Tutto questo per amore del rosso e nero.</p>
<p style="text-align: justify">La stagione seguente nasce sotto una cattiva stella ed è caratterizzata da una serie di cambiamenti che stravolge il clima in casa rossonera: cambia il presidente (Felice Riva subentra a Rizzoli) e cambia l’allenatore (l’argentino Carniglia al posto di Rocco). Il Milan perde la Coppa Intercontinentale (contro il Santos di Pelè ed in campionato arriva terzo, viene eliminato in Coppa Campioni ed in Coppa Italia ai quarti. La stagione si trasforma nella fiera delle occasioni perse, ed in questo clima non sereno, Dino Sani dice basta: afflitto da problemi alla schiena, decide di porre fine alla sua avventura italiana e torna in Brasile.</p>
<p>Sono state sufficienti tre stagioni per farlo entrare nel cuore del tifo milanista e per farne l’erede del grande Gunnar Gren. Ad accrescere la stima nei suoi confronti aveva contribuito anche il suo carattere ed il suo modo di fare da vero signore e gentiluomo. Nella sua carriera, non fece mai uno sgarbo a nessuno, perché per lui l’onore e la lealtà erano dei valori da cui non si poteva prescindere. Sani rifiuta l’invito di far parte della nazionale italiana degli “oriundi” nel 1962, perché non avrebbe potuto mai giocare contro il suo Brasile.<br />
Certo è che Dino Sani verrà ricordato per sempre per la sua classe cristallina e per la tecnica straordinaria con cui guidava le squadre in cui militò.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“La palla era trattata così bene da Dino Sani, che i sostenitori ed i tecnici dei club in cui andò a giocare si preoccupavano molto quando questa lasciava i suoi piedi e si dirigeva verso i compagni che non avevano con la sfera la sua stessa confidenza. Il passaggio era perfetto, ma quasi mai chi lo riceveva la trattava con lo stesso affetto!”. (Marcos Guedes)</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>W Milan</p>
<p><span style="color: #ff0000">Harlock</span></em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>The Day After, Cremonese-Milan 0-2: Il Milan di Allegri non muore mai, Pavlovic e Leao espugnano lo &#8220;Zini&#8221; col brivido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 07:07:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[The Day After]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​Esistono trasferte che, per chi ha il cuore allenato alla sofferenza, non sono mai &#8220;partite come le altre&#8221;. Cremona è una di queste. Mentre oggi esultiamo per tre punti che pesano come macigni nella corsa alla Champions League, la mia mente torna inevitabilmente a un pomeriggio di febbraio di quarantuno anni fa. Un tuffo nel passato che non è solo nostalgia, ma la radice stessa del nostro essere milanisti: saper vincere quando il cronometro sembra ormai diventato un nemico.</p>
<p style="text-align: justify">​Per chi c’è, 1984-1985 la stagione rappresenta la lenta e faticosa risalita verso i palcoscenici che ci competono. Dopo un ottimo inizio, il Milan rallenta bruscamente, ma riprende pian piano la marcia grazie al recupero dei suoi infortunati eccellenti: Hateley in primis, ma anche Vinicio Verza, giocatore che alza decisamente il tasso tecnico della squadra.</p>
<p>​Io, all&#8217;epoca, ho solo 11 anni. È l&#8217;età in cui il Milan non è più solo un gioco, ma una febbre vera. A Cremona inizia un filotto positivo che regala quattro vittorie consecutive e la qualificazione in Coppa Italia. Contro i grigiorossi la vittoria è piuttosto fortunosa: si gioca su un terreno pesante, un contesto nel quale si esaltano gli uomini da combattimento come Chicco Evani, Wilkins e Battistini, considerato anche che manca il Capitano Franco Baresi.<br />
​Quando il risultato sembra avviarsi verso uno 0-0 logico, ecco il colpo di scena. Il signor Bergamo ravvisa un fallo nella spinta di Montorfano su Virdis e concede un rigore a tempo scaduto. Agostino Di Bartolomei dal dischetto è una sentenza: la sua botta da fermo non lascia scampo a Borin. Quelli della Cremonese non ci stanno e Mondonico non le manda a dire, ma noi godiamo.</p>
<p>Per un attimo la lotta scudetto sembra riaprirsi contro il Verona, prima che il sipario cali a marzo. Ma lo spirito di quella vittoria mi resta incollato addosso.</p>
<p style="text-align: justify">​Tornando ai giorni nostri, il Milan torna a Cremona con una dinamica che sembra uscita da una sceneggiatura già scritta. La vittoria di oggi pesa tantissimo e, proprio come nell&#8217;85, arriva attraverso un percorso tortuoso, una sofferenza oltre misura che mette a dura prova i nervi dei tifosi. Il Milan di Massimiliano Allegri si aggrappa al carattere, alle intuizioni del Mister e alla forza di chi ci crede fino all&#8217;ultimo secondo.<br />
​Ma non possiamo ignorare l&#8217;altra faccia della medaglia. C&#8217;è tristezza, perché questi ragazzi finora fanno qualcosa di molto buono, specialmente se paragonato all&#8217;anno scorso e in relazione a una rosa decisamente corta. Eppure, da inizio campionato, il Milan butta la bellezza di 16 punti con le piccole, fallendo puntualmente le gare in cui ci si aspetta il bottino pieno. La &#8220;grande squadra&#8221; non è quella che vince solo i big match, ma quella che vince le partite che deve vincere. Questa squadra, per diventare grande, ha bisogno di tempo per migliorare una mentalità spesso troppo altalenante e poco battagliera.</p>
<p style="text-align: justify">​In questo contesto, il gol di Strahinja Pavlovic e il raddoppio nel recupero di Leao (innescato da un ottimo Nkunku) sono boccate d&#8217;ossigeno purissimo. Ma il fastidio resta. Ci dà rabbia vedere che ciò che ripetiamo da mesi alla fine si verifica: questa squadra aveva bisogno di un aiuto a gennaio.</p>
<p>​Serve un difensore, un&#8217;alternativa sulle fasce, un attaccante che faccia davvero la differenza. Invece, nonostante i 35 milioni pronti per Mateta (forse per fare un favore a chissà chi), non arriva nessuno a parte Fullkrug, dato gratis e con un carico di inattività tale da non poter incidere in tempi stretti. La verità è che a questa società non interessa provare a vincere. A loro basta il bilancio a posto.</p>
<p style="text-align: justify">​Siamo in piena zona Champions, l&#8217;obiettivo dichiarato. E qui sta il punto: siamo esattamente in quel guado senza ambizione, ma con i portafogli pieni dei soldi dell&#8217;Europa, che per loro è l&#8217;ideale. Siamo lì senza alcuna possibilità di vittoria finale, così che non si alzino le aspettative e non ci si aspettino investimenti particolari.<br />
​Perché loro sono questo: apparenza, marketing, maglie nuove che sfruttano ancora l&#8217;immagine di un Milan che fu, post social e foto glamour. Sono tutto quello che non è campo. La tristezza viene nel vedere che i ragazzi non ce la fanno proprio nel momento cruciale, mentre il fastidio nasce dalla consapevolezza che, ancora una volta, la delusione è solo la nostra. Noi che a 11 anni sognavamo con Di Bartolomei e che oggi chiediamo solo che il Milan torni a essere una cosa seria.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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