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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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		<title>C&#8217;era una volta il calciomercato: Ruud Gullit, quell&#8217;amore tra Milano e Genova nato due volte d&#8217;estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 05:30:04 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate. ​Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate.</p>
<p style="text-align: justify">​Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, il senso di rivalsa, la nostalgia. La storia che lega Ruud Gullit al Milan ne è l&#8217;esempio perfetto. È un romanzo d&#8217;amore intenso, vincente, ma anche tormentato, che vive di addii improvvisi, clamorosi ritorni e di una rotta aerea, quella tra Milano e Genova, percorsa ben due volte nell&#8217;arco di pochissimo tempo.</p>
<p style="text-align: justify">​Per i tifosi rossoneri, parlare del Tulipano Nero significa toccare le corde del mito. Arrivato nell&#8217;estate del 1987, Gullit porta a Milanello un&#8217;energia, una positività e una freschezza sconosciute al calcio italiano dell&#8217;epoca. Con le sue treccine al vento e una potenza fisica straripante, Ruud diventa il simbolo del Milan di Arrigo Sacchi, una macchina perfetta capace di dominare l&#8217;Europa e il mondo. In sei anni di questa prima epopea, il palmarès è da capogiro: tre scudetti, tre Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali, senza dimenticare il Pallone d’Oro sollevato al cielo nel 1987. Un legame che sembra indissolubile, ma che il tempo e i cambiamenti tecnici iniziano a logorare.</p>
<p style="text-align: justify">​​La svolta arriva quando Arrigo Sacchi saluta la compagnia per sedersi sulla panchina della Nazionale italiana. Al suo posto la società sceglie Fabio Capello. Tra il tecnico friulano e il fuoriclasse olandese, però, il feeling non è lo stesso. I contrasti tattici e caratteriali si moltiplicano mese dopo mese. La goccia che fa traboccare il vaso si consuma nella notte più importante: la finale di Champions League a Monaco di Baviera, nel 1993, contro il Marsiglia. Capello decide di mandare Gullit in tribuna. È la frattura definitiva.<br />
​Dietro le quinte, intanto, c&#8217;è chi si muove con sapienza da tempo. È il 23 dicembre 1992 quando, al termine di un Sampdoria-Milan finito 1-2 per i rossoneri, il carismatico presidente blucerchiato Paolo Mantovani si avvicina a Gullit. Poche parole, un&#8217;idea che germoglia nella mente del campione. Nonostante la forte concorrenza del Torino, l&#8217;accordo si concretizza l&#8217;estate successiva. Il 14 luglio 1993, Ruud Gullit firma un contratto annuale con la Sampdoria per una cifra complessiva di un miliardo di lire. Per il Tulipano Nero, ormai trentunenne, è il momento di rimettersi in gioco lontano dai vincoli milanesi.</p>
<p style="text-align: justify">​A Genova l&#8217;aria è diversa, più leggera ma ugualmente ambiziosa. Circondato da campioni del calibro di Roberto Mancini, Attilio Lombardo e David Platt, Gullit rinasce totalmente. Il campo dimostra che l&#8217;olandese ha ancora tantissimo da dare, e il destino, come spesso accade nel calcio, si diverte a presentare il conto alla sua vecchia squadra in una domenica d&#8217;autunno.<br />
​È il 31 ottobre 1993, a Marassi va in scena Sampdoria-Milan. I rossoneri di Capello partono forte e si portano sul doppio vantaggio grazie alle reti di Albertini e Laudrup, nate da due invenzioni di Donadoni. La partita sembra chiusa, ma è qui che sale in cattedra l&#8217;orgoglio del grande ex. Gullit trascina i suoi: prima serve l&#8217;assist per il gol di Katanec che riapre i giochi, poi Mancini pareggia su rigore. Il capolavoro si compie nel finale, quando è proprio Ruud a firmare la rete del definitivo 3-2 che regala i due punti alla Doria. La sua esultanza è rabbiosa, plateale, liberatoria. In quei gesti c&#8217;è tutta la delusione accumulata verso la dirigenza rossonera, un urlo in faccia a chi lo aveva considerato un calciatore sul viale del tramonto.</p>
<p style="text-align: justify">​Il calcio, però, sa essere ciclico. Quel Gullit così devastante in maglia blucerchiata fa scattare qualcosa nella mente del presidente Silvio Berlusconi. Il rimpianto è troppo forte. Il numero uno del Milan decide di scendere in campo in prima persona e pronuncia una frase destinata a rimanere negli annali:<em><strong> “Ruud torna, dimentichiamo quello che è successo”.</strong></em><br />
​La nostalgia e il richiamo della sua vecchia casa hanno la meglio. Nell&#8217;estate del 1994, Gullit compie il percorso inverso e torna a vestire la maglia del Milan. L&#8217;inizio sembra promettente: i rossoneri vincono la Supercoppa Italiana ai calci di rigore proprio contro la &#8220;sua&#8221; Sampdoria. Ma è un fuoco di paglia. Meccanismi spezzati difficilmente tornano a funzionare come un tempo. Ruud si rende conto che lo spazio non è più quello di una volta e non si sente più al centro del progetto, non avverte più quell&#8217;importanza vitale che aveva caratterizzato gli anni d&#8217;oro del Grande Milan.</p>
<p style="text-align: justify">​La magia è svanita. Bastano pochi mesi per capire che il secondo capitolo non regge il confronto con il primo. Così, a stagione in corso, Gullit riprende per l&#8217;ultima volta l&#8217;autostrada per Genova, tornando alla Sampdoria prima di volare in Inghilterra a chiudere la carriera con il Chelsea. Una storia d&#8217;andata e ritorno, densa di emozioni, che dimostra come nel calcio l&#8217;orgoglio e l&#8217;amore viaggino spesso sullo stesso identico binario.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C’era una volta il calciomercato: il giorno in cui il Milan di Berlusconi scippò Donadoni alla Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 12:51:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​Siccome iniziamo quel periodo dell&#8217;anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l&#8217;attualità dei giorni nostri, anche perché c&#8217;è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Siccome iniziamo quel periodo dell&#8217;anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l&#8217;attualità dei giorni nostri, anche perché c&#8217;è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni giorno e che, molte volte, non sono mai veri. Preferisco aprire il libro della storia e sfogliare le pagine delle grandi trattative rossonere del passato. Quelle vere, fatte di intuizioni, colpi di teatro e storici sgarri.</p>
<p style="text-align: justify;">​La prima pagina di questo libro ci riporta alla primavera del 1986. C&#8217;è una frase, pronunciata dall’Avvocato Gianni Agnelli, che fotografa perfettamente quel momento e che suona quasi come una profezia:<br />
​&#8221;Berlusconi si è abbattuto sul calcio trasformandolo da sport a spettacolo televisivo. Donadoni è stato il primo pezzo che ci ha strappato, per di più da una nostra assidua fornitrice. Nulla sarà come prima”.<br />
In queste parole si legge tutta la delusione dell&#8217;Avvocato per il mancato approdo di Roberto Donadoni in bianconero. Quell&#8217;affare non rappresenta solo un clamoroso colpo di mercato, ma segna l&#8217;inizio di una vera e propria rivoluzione geopolitica nel calcio italiano. Il Milan di Silvio Berlusconi è appena nato, ma fa già capire a tutti che le vecchie regole del gioco sono saltate.<br />
​Per capire la portata di questo trasferimento, bisogna fare un passo indietro e guardare alla mappa del potere del calcio dell&#8217;epoca. La Juventus di Giampiero Boniperti si muove sul mercato con la sicurezza di chi detta legge da decenni. La squadra di Bergamo, in quegli anni, ha un rapporto solido e privilegiato con i bianconeri. L&#8217;Atalanta è, a tutti gli effetti, una preziosa e assidua &#8220;bottega di fiducia&#8221; per la Vecchia Signora.<br />
​I piemontesi sanno che i migliori talenti cresciuti a Zingonia, prima o poi, prendono l&#8217;autostrada in direzione Torino. È già successo con leggende del calibro di Gaetano Scirea e Antonio Cabrini, pilastri della Juventus e della Nazionale. Per questo motivo, quando esplode il talento cristallino di quel ragazzo di Cisano Bergamasco, a Torino si sentono al sicuro. Roberto Donadoni è il gioiello più brillante dell’Atalanta, un’ala destra dotata di un dribbling fulmineo, visione di gioco e una classe purissima. La Juventus lo segue, lo blocca virtualmente e, con una punta di superficialità, lo considera già suo.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ma la primavera del 1986 porta con sé un vento di cambiamento che nessuno, a Torino, ha messo in conto. Silvio Berlusconi ha appena rilevato il Milan da Giuni Farina, salvando il club dal baratro, e ha fretta di costruire una squadra stellare. Sul giovane Donadoni non c’è solo la Juve; si avventa con decisione anche la Roma di Dino Viola. La situazione si fa intricata.<br />
​L’Atalanta si trova in evidente difficoltà. Il presidente bergamasco, Achille Bortolotti, sente il peso del legame storico con la dirigenza juventina, ma le cifre e le pressioni che arrivano da Milano sono impossibili da ignorare. È a questo punto che Berlusconi decide di scendere in campo personalmente, inaugurando quello che diventerà il suo marchio di fabbrica: la diplomazia della cena.<br />
​Berlusconi invita Bortolotti direttamente ad Arcore, nella lussuosa Villa San Martino. Tra una portata e l&#8217;altra, il neo-presidente rossonero illustra la sua visione grandiosa del Milan del futuro e, soprattutto, mette sul tavolo un&#8217;offerta economica irrinunciabile. La situazione si sbroglia in poche ore. Quando la Juventus prova a ricucire i contatti, è troppo tardi. Le comunicazioni tra Torino e Bergamo si interrompono bruscamente. Giampiero Boniperti va su tutte le furie, l’Avvocato Agnelli mastica amaro, ma il capolavoro diplomatico del Milan è ormai compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">​In questa fitta trama di miliardi e cene di gala, c&#8217;è però un elemento umano fondamentale: la volontà del giocatore. Donadoni non subisce passivamente il mercato, ma ci mette del suo. Il fascino del nuovo progetto rossonero lo cattura fin da subito. Il ragazzo non si nasconde e fa pressione sul direttore sportivo orobico, spingendo con decisione per la soluzione milanista. Vuole il Milan, vede nel club rossonero la sponda ideale per la sua definitiva consacrazione.<br />
​Il 30 aprile 1986 arriva l&#8217;ufficialità che scuote il calcio italiano. Per la cifra record di 4 miliardi di lire, più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati che fanno il percorso inverso verso Bergamo, Roberto Donadoni diventa ufficialmente un nuovo giocatore del Milan. Il primo smacco di Silvio alla Vecchia Signora è servito su un piatto d&#8217;argento.<br />
​​Il tempo darà ampiamente ragione a quella scelta coraggiosa. Donadoni diventa il fulcro tattico del Milan di Arrigo Sacchi prima e di Fabio Capello poi. Con la sua maglia numero 7, vince tutto quello che c&#8217;è da vincere: scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali, trasformando quel Milan nella squadra &#8220;degli Immortali&#8221; e degli &#8220;Invincibili&#8221;.<br />
​Ecco perché mi piace il calciomercato raccontato così. Quel colpo di mano della primavera del 1986 rompe per sempre un monopolio e traccia la strada per i successi futuri. Berlusconi non si limita a comprare un grande giocatore, ma lancia un messaggio chiaro a tutto il calcio italiano: il Milan è tornato e non ha più paura di nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>L&#8217;IO CONTRO IL NOI: Ibrahimovic, il finto custode e la morte del Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 05:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Parlare di quel 24 maggio 1989 è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché le immagini di Barcellona sono scolpite nella mente di chiunque ami questi colori; difficile perché, per chi allora aveva solo quindici anni, significa rivivere un&#8217;epoca in cui tutto accadeva alla velocità della luce. Solo sette anni prima, nel 1982, piangevo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Parlare di quel 24 maggio 1989 è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché le immagini di Barcellona sono scolpite nella mente di chiunque ami questi colori; difficile perché, per chi allora aveva solo quindici anni, significa rivivere un&#8217;epoca in cui tutto accadeva alla velocità della luce. Solo sette anni prima, nel 1982, piangevo per una retrocessione in Serie B che ritenevo ingiusta. Poi l&#8217;inferno della caduta, la risalita e, a sette anni esatti da quel baratro, il mio Milan si giocava la finale di Coppa dei Campioni. Per me, abituato a vedere trionfare gli altri, sembrava una dimensione irreale.</p>
<p style="text-align: justify">​Quella finale arrivava dopo un cammino epico, toccando Sofia, Belgrado, Brema, Madrid e Barcellona. Era la prima volta per me, ma anche per molti di quei ragazzi che erano i miei idoli assoluti: Tassotti, Evani, Maldini, Filippo e Giovanni Galli, Gullit, Van Basten, Virdis, Costacurta, Colombo, Rijkaard, Donadoni. Una formazione incredibile.<br />
​Ricordo l’attesa snervante di quel pomeriggio, la tensione alle stelle. C’era la consapevolezza che potesse trattarsi di un evento unico, l&#8217;occasione per sbattere il trionfo in faccia a chi si pavoneggiava per lo scudetto dei record o a chi festeggiava a Napoli. La Gazzetta parlava di un esodo biblico: oltre novantamila milanisti in viaggio verso la Catalogna, un&#8217;onda rossonera pazzesca. C&#8217;era persino la paura dello sciopero TV in Spagna. Un misto di gioia e terrore nello stomaco.</p>
<p style="text-align: justify">​Poi, l&#8217;inizio della partita. E la tensione svanisce in un attimo: in campo c’è una sola squadra. Il Milan aggredisce lo Steaua Bucarest fin dal primo secondo. Al 15&#8242; Gullit prende il palo, e un attimo dopo l&#8217;olandese con le trecce insacca a porta vuota. È l&#8217;1-0. Il mio urlo libera tutta l&#8217;eccitazione per una supremazia schiacciante. Al 27&#8242; il raddoppio: cross di Tassotti e Marco Van Basten vola in cielo per il 2-0. Sobbalzo dalla sedia e abbraccio il televisore, volevo saltare al collo del mio idolo orange. In quel momento inizio a capire i racconti di mio padre sulla finale di Madrid di vent&#8217;anni prima. Allora era stato il suo eroe Prati, oggi erano i miei eroi a dominare.<br />
​Al 39&#8242; il tris: Ancelotti per Donadoni, tracciante per Gullit che controlla e fulmina il portiere di potenza. Un gol ogni dieci minuti. Nella ripresa, dopo appena sessanta secondi, Van Basten fa poker su assist di Rijkaard. 4-0. Fine dei giochi. Inizia la mia festa, sventolando quel bandierone rossonero che un anno prima aveva conquistato Napoli. Eravamo Campioni d’Europa. Quei ragazzi, per me, saranno per sempre gli Immortali.</p>
<p style="text-align: justify">​​Non avrei mai pensato che, esattamente trentasette anni dopo, avrei dovuto vivere da adulto la morte del mio Milan. Perché di questo si tratta, ed è giunto il momento di dirlo senza filtri: il mio AC Milan, il mio più grande amore, è ormai ridotto a cenere dopo essere stato ucciso, vilipeso, divorato, umiliato e ridicolizzato. Seguo questa squadra da più di quarant&#8217;anni: ho pianto a Cesena per la B, ho vissuto in diretta il furto di Verona nel 1990, ho sopportato l&#8217;intera Banter Era e molto altro. Ma un senso di impotenza totale e frustrazione rabbiosa come quello attuale non l’ho mai provato. A 52 anni il dolore non è per una partita andata male. Sono arrabbiatissimo perché mi è stato scippato il Milan dalle mani, dal cuore e dall&#8217;anima.</p>
<p style="text-align: justify">​Il Milan è diventato una società spenta, svuotata, completamente distante dalla sua storia e dai suoi tifosi. Una discesa lenta, inesorabile, culminata nell&#8217;ennesima pagina grottesca della nostra storia recente: la sconfitta casalinga per 1-2 contro il Cagliari a San Siro. Perdere in quel modo, venendo surclassati in tutto nonostante il gol al primo minuto ci avesse spianato la strada, è stato il manifesto programmatico del nostro sfacelo. Una svalutazione totale della rosa, unita a un mercato invernale passivo, immobile e vigliacco, che ha certificato il fallimento di un&#8217;intera struttura sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​Le cause di questo disastro affondano le radici in precise scelte strategiche. Eppure, c&#8217;eravamo riusciti. Questo è il dolore più grande. Eravamo faticosamente venuti fuori da dieci anni di disperazione totale, di fallimenti e di crisi nera. Eravamo tornati a vincere il campionato e a vivere quelle elettrizzanti, magiche serate primaverili di Champions League, sorretti da un&#8217;unione totale e simbiotica tra i tifosi, la squadra, l&#8217;allenatore e la dirigenza. Avevamo tra le mani una rosa che andava soltanto migliorata, e avevamo dei leader veri come Paolo Maldini: gente dotata di anima, stile e con la storia del Milan che scorreva potente nel sangue. Bastava davvero poco per aprire un ciclo duraturo. Bastava spendere bene e un briciolo di più, inserire un allenatore di livello internazionale, acquistare un grande campione all&#8217;anno e continuare a valorizzare i giovani.</p>
<p style="text-align: justify">​Invece i signori del fondo hanno preferito smantellare scientificamente tutto. La verità è che il peccato originale è stato commesso quando venne cacciato Paolo Maldini, e non ho paura a dirlo e ne tanto meno di nominarlo. Da quel momento in avanti il Milan è stato progressivamente smontato pezzo dopo pezzo. Sono stati distrutti gli equilibri, il senso di appartenenza, la competenza calcistica e soprattutto il legame tra il club e il suo popolo. Hanno venduto istantaneamente Sandro Tonali, hanno messo la gestione tecnica in mano a dirigenti inadeguati e hanno riempito la rosa di calciatori disfunzionali strapagati a prezzi esorbitanti. Hanno letteralmente raso al suolo l&#8217;intero progetto tecnico e finanziario, distruggendo quella traiettoria virtuosa di crescita economica ed esposizione mediatica internazionale che era stata messa in piedi da dirigenti come Ivan Gazidis, Paolo Maldini e Frederic Massara.</p>
<p style="text-align: justify">Quella cacciata è stata la vera, tragica sliding door. Paolo, che pochi giorni dopo il trionfo tricolore dettava già le regole e le ambizioni per il futuro, è stato allontanato come un fastidio da chi non tollera la competenza e la grandezza morale.</p>
<p style="text-align: justify">​​I nodi, però, vengono sempre al pettine. E davanti al baratro del fallimento sportivo e all&#8217;eliminazione dalla Champions League per il secondo anno consecutivo, Gerry Cardinale ha dovuto prendere atto del disastro della sua stessa creatura. Consapevole dell&#8217;insostenibilità di quel teatrino aziendale che faceva ridere l&#8217;Italia, il numero uno di RedBird ha deciso di azzerare tutto con un colpo di spugna violentissimo. Un repulisti totale, tardivo ma inevitabile, che ha spazzato via l&#8217;intera catena di comando, anche se a parere mio avrebb dovuto iniziare da se stesso.<br />
​Se ne va Giorgio Furlani, l&#8217;amministratore delegato robotico e algido, perfetto esecutore di un modello basato sul controllo ossessivo dei costi ma totalmente privo di anima calcistica. Insieme a lui, cade definitivamente il mito di Geoffrey Moncada. Ci era stato venduto per anni come lo &#8220;scout visionario&#8221;, il mago dei dati. Improvvisato Direttore Sportivo dall&#8217;oggi al domani senza le competenze necessarie, Moncada esce di scena lasciando dietro di sé macerie: milioni buttati per ingrassare i procuratori amici e un progetto &#8220;Milan Futuro&#8221; nato praticamente morto. Una struttura a sei teste che si è sciolta come neve al sole. E dentro questo tsunami societario finiscono inevitabilmente anche il brevissimo e fallimentare interregno tecnico di Massimiliano Allegri e Igli Tare. Allegri, crollato sotto il peso di un vuoto cosmico e di uno spogliatoio privo di motivazioni, e Tare, incapace di incidere in un contesto destabilizzato, pagano l&#8217;errore di aver accettato di far parte di questa farsa quotidiana. Se ne vanno da sconfitti, bruciati dall&#8217;ennesimo cortocircuito di questa gestione.</p>
<p style="text-align: justify">​Ora, sulle macerie di via Aldo Rossi, si staglia la nuova linea di comando voluta da Cardinale: Giorgio Calvelli all&#8217;area finanziaria ed economica, e Zlatan Ibrahimovic promosso a capo assoluto dell&#8217;area sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma qui casca l&#8217;asino, ed è qui che la rabbia si trasforma in profondo disgusto. Come si può avere fiducia in chi ha scientificamente contribuito a distruggere lo spogliatoio, telefonando direttamente ai calciatori per metterli contro Allegri nel momento più delicato e decisivo della stagione? Io questo fatto non lo posso dimenticare, e non lo dimenticherò mai. Quella di Ibrahimovic è stata semplicemente sete di potere, l’atto di una persona arrogante che ha tramato alle spalle della squadra, alimentando solo nervosismo e facendo guerre interne distruttive invece di proteggere il gruppo. Se questi sono i prodromi della ricostruzione, pensare di poter ricominciare con lui al comando è un&#8217;utopia pericolosa.<br />
​Come si può dare credito a uno che sparisce per mesi interi e, quando deve prendersi le sue precise responsabilità, scappa a gambe levate? Domenica sera, dopo l&#8217;umiliazione storica contro il Cagliari, Ibra è fuggito invece di andare davanti a un microfono, metterci la faccia e chiedere scusa ai tifosi per la gestione ignobile che ha firmato lui, insieme a tutti gli altri. Ma adesso che sente odore di potere totale, adesso che la sedia di comando è libera, ecco che riappare magicamente per prendersi il palcoscenico.</p>
<p style="text-align: justify">​Viene il vomito al solo pensiero che Lui possa minimamente pensare di sostituire Paolo Maldini. Parliamo di valori, di stile, di dignità e di modi di fare totalmente opposti. Il Milanismo in Ibrahimovic non c&#8217;è, non c&#8217;è mai stato e mai ci sarà. Ricordiamocelo bene: nel 2006, nel momento del nostro massimo bisogno, andò all&#8217;Inter per pochi denari invece di venire da noi. Io non dimentico. È sempre e solo andato dove c&#8217;erano i soldi, la convenienza e il potere personale.<br />
​Maldini è il Milan. Ibrahimovic un mercenario. Ai miei occhi una differenza enorme.</p>
<p style="text-align: justify">​Chi oggi pensa di poter decidere il futuro del club atteggiandosi a custode del milanismo, senza averne né la storia, né il peso, né l&#8217;amore autentico per questi colori, sta soltanto prendendo sfacciatamente in giro la tifoseria. E i tifosi veri, quelli che per il Milan non dormono la notte, lo hanno capito perfettamente. Il Milan oggi è vittima di troppi ego, di troppe ambizioni personali. In questa società non esiste più il &#8220;Noi&#8221;, esiste sempre e solo l&#8217; &#8220;Io&#8221;, l&#8217;utilizzo del Milan come passerella e palcoscenico privato per il proprio tornaconto.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma il Milan non appartiene a nessuno di loro. Non appartiene ai contabili di RedBird e non appartiene a chi gioca a fare il Re senza corona. Il Milan appartiene ai veri tifosi, a quella gente che sta soffrendo da morire e che più scrive, più sente la rabbia montare nello stomaco.<br />
Ci hanno rubato la passione. Oggi di quel sogno dell&#8217;89 non restano che macerie fumanti e rabbia.</p>
<p>Sparite e liberate il Milan, prima che sia troppo tardi.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Milan-Cagliari, 1 giugno 1997: l&#8217;ultimo ballo di Franco Baresi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:30:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono partite che non hanno alcun valore per la classifica, ma che finiscono per ridefinire la storia di un club. Milan-Cagliari del primo giugno 1997 è esattamente questo. Da una parte c&#8217;è il campo, che restituisce l&#8217;immagine di un Milan a pezzi, sconfitto uno a zero da un Cagliari qualunque in un pomeriggio di pioggia milanese. Dall&#8217;altra c&#8217;è la storia, che si ferma per registrare l&#8217;ultima presenza ufficiale di Franco Baresi con la maglia rossonera. Diciannove stagioni riassunte in novanta minuti di pura dignità calcistica, mentre tutto intorno crolla.<br />
​Guardare quel Milan significa fare i conti con le macerie di un&#8217;annata disastrosa. I tifosi arrivano allo stadio portandosi dietro il peso di umiliazioni pesantissime, come l&#8217;uno a sei subito contro la Juventus o il pesante tre a uno nel derby con l&#8217;Inter, senza contare la clamorosa eliminazione dalla Champions League per mano dei norvegesi del Rosenborg. Eppure, quella domenica la rabbia lascia spazio a qualcosa di diverso. San Siro si trasforma in un teatro della memoria, un luogo dove espiare le colpe di una stagione fallimentare per concentrarsi solo sul tributo all&#8217;uomo simbolo di un’era.<br />
​L&#8217;atmosfera sulle tribune è quasi distopica. Nella Curva Sud sventolano le bandiere gialle del Borussia Dortmund, un modo ironico per festeggiare la sconfitta della Juventus nella finale di coppa di pochi giorni prima. Buona parte dello stadio è distratta da quel ricordo fresco, ma è la coreografia centrale a rubare l&#8217;occhio: migliaia di cartoncini bianchi e rossi formano la scritta &#8220;BARESI&#8221;, accompagnata da uno striscione di ottanta metri che recita &#8220;RESTA CON NOI&#8221;. Non c&#8217;è ancora un annuncio ufficiale del suo addio al calcio, ma il popolo rossonero si muove d&#8217;istinto. È una richiesta d&#8217;amore disperata, una presa di posizione che scavalca l&#8217;età, i problemi fisici e i calcoli di mercato. Perché se c&#8217;è un giocatore che ha incarnato il milanismo, quello è il numero sei.<br />
​In mezzo al grigiore generale di una squadra spenta, la prestazione di Baresi è l&#8217;ennesimo manifesto della sua grandezza. Mentre i compagni faticano, il Capitano offre una prestazione superba, l&#8217;ennesima della sua infinita carriera. Restano negli occhi una chiusura fantascientifica in scivolata su Dario Silva e un salvataggio sulla linea di porta che evita un passivo peggiore. Baresi gioca a testa alta, con il braccio alzato a chiamare un fuorigioco che è ormai un marchio di fabbrica, mentre lo stadio canta il suo nome dal primo all&#8217;ultimo minuto.<br />
​Quella partita segna anche la fine del secondo ciclo di Arrigo Sacchi sulla panchina rossonera. Il suo ritorno non produce gli effetti sperati, ma il pubblico decide comunque di salutarlo con rispetto. Gli striscioni esposti in transenna riflettono la doppia anima della tifoseria: da un lato un diplomatico &#8220;ARRIGO GRAZIE LO STESSO&#8221;, dall&#8217;altro un liberatorio &#8220;FINALMENTE È FINITA&#8221; che chiude l&#8217;anno del calvario e proietta tutti verso il futuro. Un futuro che, inevitabilmente, dovrà fare a meno del suo leader massimo.<br />
​<br />
La transizione verso il dopo-Baresi comincia ufficialmente qualche mese più tardi, alla fine dell&#8217;estate. Per ridare ossigeno a un ambiente depresso, la società organizza una grande serata al Forum di Assago condotta da Claudio Lippi e Natalia Estrada. Tra la presentazione di un nuovo acquisto e l&#8217;altro, Silvio Berlusconi sale sul palco e annuncia una decisione storica per il calcio italiano: il ritiro della maglia numero sei. È un rito preso in prestito dagli sport americani, il massimo onore per un atleta. Una gigantesca casacca rossonera cala dal soffitto del palazzetto, sancendo che nessun altro giocatore del Milan potrà mai più indossare quel numero.<br />
​È una serata ad altissimo impatto emotivo, segnata dal passaggio di consegne della fascia a Paolo Maldini e dal pianto liberatorio di Mauro Tassotti, che si ritira a sua volta e riceve l&#8217;abbraccio del pubblico dopo la recente scomparsa della moglie. Il lungo addio si conclude poi a ottobre con la classica amichevole di gala a San Siro, davanti a una sfilata di campioni mondiali. Il Milan di Fabio Capello sta già affondando in un&#8217;altra stagione complessa, ma quella sera il contesto non conta.<br />
​Quando i riflettori si spengono e Baresi imbocca il tunnel degli spogliatoi, la sensazione di vuoto è tangibile. Per un&#8217;intera generazione di tifosi, quella troppo giovane per haver vissuto i tempi di Gianni Rivera, Franco Baresi rappresenta l&#8217;inizio e la fine del concetto stesso di capitano. Diciannove stagioni vissute pericolosamente, tra l&#8217;inferno della Serie B e il tetto del mondo in Coppa dei Campioni, si chiudono definitivamente in quel pomeriggio contro il Cagliari. Resta la storia, resta il ricordo e, soprattutto, resta quel numero sei che da quel momento appartiene soltanto all&#8217;eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Processo a RedBird: L&#8217;Anarchia dirigenziale che sta spegnendo il Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Faccio veramente fatica a scrivere qualcosa sul Milan oggi senza cadere nei soliti discorsi. Allora voglio buttare l’occhio al futuro, perché è esattamente dal presente che arrivano le scelte che tra dodici mesi ci faranno tirare ulteriori somme. ​Il destino del Milan è nelle mani di chi non ha futuro, ed è tragico. Il rumore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Faccio veramente fatica a scrivere qualcosa sul Milan oggi senza cadere nei soliti discorsi. Allora voglio buttare l’occhio al futuro, perché è esattamente dal presente che arrivano le scelte che tra dodici mesi ci faranno tirare ulteriori somme.</p>
<p style="text-align: justify">​Il destino del Milan è nelle mani di chi non ha futuro, ed è tragico. Il rumore che circonda l&#8217;ambiente non è mai casuale: nasconde sempre quel fondo di verità fatto di correnti societarie che si scontrano nell’ombra di una stagione tossica, l’ennesima. Lo scudetto era un sogno senza i mezzi reali per raggiungerlo. Il Milan performa per quello che è: una squadra onesta ma con limiti evidenti in diverse aree, eppure perfettamente in linea con l’obiettivo reale della proprietà, ovvero il posizionamento tra le prime quattro.</p>
<p style="text-align: justify">​Alla fine si partiva da un ottavo posto e gli innesti di Rabiot e Modric contribuiscono ad alzare leggermente il livello. Questo Milan si poggia quasi interamente sul carisma e sulla sostanza di questi due giocatori: se mancano loro, le crepe si aprono istantaneamente.<br />
​La domanda da porsi adesso è la più semplice: <strong>cosa succederà ora</strong>? Quali decisioni vengono prese e, soprattutto, quali scelte si possono realmente fare in vista del prossimo anno?</p>
<p style="text-align: justify">​Adesso arriva lo step difficile, quello in cui bisogna metterci un contenuto in più. Non basta più accontentarsi, non basta proporre un gioco semplice e di attesa, e non basta un mercato frenetico. Questa sensazione di continua mancanza di qualcosa si percepisce ed emerge nel tempo attraverso &#8220;investimenti&#8221; spesso fuori contesto che sanno di soldi buttati. <strong>Che &#8220;progetto&#8221; vuole essere, alla fine, questo?</strong><br />
​Troppe teste pensanti, invadenti, si muovono nei corridoi di Casa Milan. Tagliarne qualcuna è la soluzione più scontata ed utile per fare ordine dentro un&#8217;anarchia che arriva fin dentro lo spogliatoio.</p>
<p style="text-align: justify">​Il peccato originale di questo disastro politico nasce dall&#8217;asse speculativo che unisce la proprietà all&#8217;amministrazione delegata e all&#8217;area tecnica. Gerry Cardinale prova a gestire una gloriosa istituzione calcistica come una grigia startup finanziaria, convinto che gli algoritmi e il payroll possano sostituire la competenza di campo. Sbandiera i milioni spesi sul mercato come uno scudo totale, ma consegnare il Milan nelle mani di manager incapaci significa solo ridurre il club in poltiglia. Oggi siamo nelle mani di nessuno, vittime di una visione che vede il calcio come un mero asset per speculazioni immobiliari, svuotato della sua anima sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​In questo scenario, Giorgio Furlani incarna perfettamente il volto di un Milan freddo, cinico e distante dalla sua gente. Al suo fianco, Geoffrey Moncada si scopre totale complice di questa gestione, mettendo la firma su uno scouting che si rivela imbarazzante e privo di logica calcistica. L&#8217;amministratore delegato, contestatissimo dalla tifoseria, sconta l&#8217;errore imperdonabile di aver voluto fare il Direttore Sportivo ombra, supportato da un capo scout che perde ogni barlume di cognizione tecnica, se mai ne ha avuta una. Insieme creano sovrapposizioni tossiche, riducendo il mercato rossonero a una fiera delle scommesse perse e allontanando il Milan dai palcoscenici che gli competono.</p>
<p style="text-align: justify">​In mezzo a questo caos, Igli Tare fa semplicemente quel che può. Sicuramente il direttore sportivo commette i suoi errori, ma deve lavorare in un contesto reso impossibile dalle troppe intrusioni societarie. Gestire il mercato del Milan è diventato un gioco di prestigio dove i budget spariscono e ricompaiono magicamente a seconda degli umori della finanza, come accade nel grottesco teatrino legato alla trattativa per Mateta a gennaio. Stritolato dai veti incrociati di chi i calciatori li guarda solo sui fogli Excel, Tare è destinato a fare da capro espiatorio, pagando il prezzo di una rosa incompleta che non viene protetta né rinforzata nei momenti cruciali della stagione.</p>
<p style="text-align: justify">​A complicare questo quadro di totale anarchia si inserisce la parabola di Zlatan Ibrahimovic nel ruolo di Senior Advisor. Voluto da Cardinale come &#8220;collante&#8221; istituzionale, lo svedese gestisce il proprio potere con una spocchia manageriale ingiustificata, trasformandosi in un fattore di enorme instabilità. La litigata con Allegri è l&#8217;apoteosi della guerra interna che divampa a Casa Milan.<br />
​Ibrahimovic chiama più volte direttamente alcuni big, in particolare Leao e Fofana, per imporre accorgimenti tattici personali, scavalcando e delegittimando l&#8217;allenatore. Ma il vero capolavoro politico dello svedese è l&#8217;introduzione nei quadri dirigenziali di Jovan Kirovski, l&#8217;uomo a cui affida le chiavi e la gestione del progetto &#8220;Milan Futuro&#8221;.<br />
​Si tratta di un progetto fallimentare su tutta la linea. La squadra Under 23 rappresenta una macchia indelebile che certifica l&#8217;inconsistenza della gestione dei giovani, traducendosi in un danno d’immagine ed economico devastante. Ibra baratta il suo carisma da leader con una sedia da consulente, usando il proprio ego come paravento per coprire i fallimenti strutturali di una seconda squadra nata male e finita peggio.</p>
<p style="text-align: justify">​​La partita di Genova rispecchia fedelmente questa precarietà strutturale. Eppure, in una settimana in cui il Milan viene vilipeso ancora una volta da chi dovrebbe guidarlo, ci aggrappiamo con tutta la nostra forza all&#8217;esempio di un campione meraviglioso come Luka Modric. Coi Mondiali alle porte, gli ultimi di una incredibile carriera, potrebbe starsene tranquillo a recuperare al meglio per arrivare pronto senza rischi in America. Invece, si rende disponibile per andare in panchina con una maschera protettiva. In un club svuotato di valori, l&#8217;etica del lavoro del croato è l&#8217;unica luce a cui aggrapparsi.</p>
<p style="text-align: justify">​A Genova rispondiamo bene, facendo il nostro con i mezzi attuali che non sono granché, e poi beneficiando del graditissimo ed inatteso regalo arrivato da Torino. Ma non nascondiamoci dietro un tabellino favorevole: alla fine del primo tempo siamo virtualmente fuori dalla Champions, e tutto sommato è pure giusto così. Come spesso accade negli ultimi tempi, il Milan della prima frazione appare assente, mentalmente fuori dalla partita ed in balia di un Genoa sceso in campo con motivazione, quasi siano loro a doversi giocare l&#8217;Europa.<br />
​Se tutto va come deve, siamo in Champions League.<br />
Se mi chiedete se la cosa mi faccia piacere, vi rispondo di sì.<br />
Se mi chiedete cosa ci andiamo a fare, vi rispondo che semplicemente non lo so.</p>
<p style="text-align: justify">​​Un risultato positivo, dopo una settimana di contestazione, non può e non deve bastare per far dimenticare in mano a chi siamo.</p>
<p>​Quando c’è da vivere il Milan, questa <strong>società sparisce.</strong></p>
<p>​Quando c’è da difendere l’identità,<strong> sparisce</strong>.</p>
<p>​Quando c’è da ascoltare la rabbia dei tifosi, <strong>sparisce</strong>.</p>
<p style="text-align: justify">​Dal 2023 il Milan compie il suo sacrilegio più imperdonabile: caccia Paolo Maldini, estirpando la memoria e la spina dorsale della nostra storia per consegnarsi ai ragionieri della mediocrità. Con Paolo ritroviamo dignità e ferocia, vinciamo uno Scudetto memorabile e ricacciamo i rivali nell&#8217;ombra. Senza di lui, ci riduciamo ad accettare la fuffa comunicativa di Cardinale, come la recente intervista preconfezionata sul Corriere della Sera, studiata a tavolino solo per salvare la reputazione di RedBird negli Stati Uniti ed evitare che il dissenso di San Siro intacchi i loro interessi economici oltreoceano.</p>
<p style="text-align: justify">​Se il signor Cardinale vuole recuperare una credibilità ormai sepolta, deve convocare una conferenza stampa vera, senza timore del confronto, e azzerare l’attuale dirigenza. Deve affidare le chiavi a personalità di comprovata competenza, libere da invasioni di campo.<br />
​Tutto il resto è un’insalata di concetti vuoti. A questa gestione non serve vincere, non serve tornare grandi, non serve lavare l’infamia della seconda stella cucita sul petto dei cugini davanti ai nostri occhi. A loro basta arrivare quarti. Basta salvare i conti. Ma una tifoseria che smette di contestare per un misero quarto posto, mentre la rivale storica vince e la umilia, merita esattamente questo grigio destino.</p>
<p>​<strong>Chi ama il Milan non si piega ai bilanci: chi ama il Milan si oppone, contesta e pretende che venga restituita l&#8217;anima a questo club.</strong></p>
<p><em><strong>W MILAN</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>GAME OVER: Andatevene Tutti!!!!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 05:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Mio padre ha trasmesso a me e a mio fratello l&#8217;amore viscerale per il Milan. È un’eredità pesante, fatta di domeniche passate ad aspettare un gol e di lunedì trascorsi a difendere i colori. Ma c’è una differenza profonda tra noi due: io, fin da subito, ho amato la storia del Milan fatta di valori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Mio padre ha trasmesso a me e a mio fratello l&#8217;amore viscerale per il Milan. È un’eredità pesante, fatta di domeniche passate ad aspettare un gol e di lunedì trascorsi a difendere i colori. Ma c’è una differenza profonda tra noi due: io, fin da subito, ho amato la storia del Milan fatta di valori, di rispetto, di gioie epocali ma anche di dolori profondi. E poi mio fratello, che ha nove anni meno di me, non ha potuto vivere gli anni del cosiddetto &#8220;Piccolo Diavolo&#8221;. Erano anni difficili, anni di transizione, ricchi di delusioni sportive che però mi hanno segnato l’animo rossonero in modo indelebile.</p>
<p style="text-align: justify">​Erano tempi in cui il Milan, magari arrancando e faticando sul campo, manteneva intatta una sua identità precisa. Il pensiero sportivo era sempre al centro di qualunque discorso, di ogni scelta, di ogni critica. La società di allora non era forte, non c&#8217;erano molte risorse, ma esattamente come non è forte quella di adesso. La differenza atroce è che il Milan di oggi è stato lentamente svuotato, cancellato e deliberatamente distrutto da chi lo ha trasformato in un freddo laboratorio finanziario. Un esperimento senza anima, senza identità e, quel che è peggio, senza alcuna reale cultura sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​Siamo prigionieri di una società malsana, guidata da una visione nefasta, dall&#8217;improvvisazione dilagante e da un livello di incompetenza che ormai ha raggiunto proporzioni gigantesche. Con questi presupposti, parlare di calcio giocato, di schemi, di acquisti o di cessioni diventa un esercizio quasi inutile, se non irritante. In questo momento, la cosa più importante non è il mercato, ma sistemare ciò che sta attorno alla squadra. Se non risaniamo l’ambiente che sta dietro i giocatori, non andremo da nessuna parte. Potremmo acquistare i migliori campioni del mondo e li vedremmo appassire in poche settimane. Bisogna rimettere la competenza e le persone giuste in ogni ruolo, rispettando le gerarchie del campo e della storia.</p>
<p style="text-align: justify">​Attualmente, non mi preoccupo minimamente sapere quale coppa farà il Milan il prossimo anno. Non è la Champions League, non è l’Europa League e nemmeno l’eventuale esclusione da ogni competizione a rappresentare il vero cuore del problema. La sensazione sempre più sgradevole che mi accompagna è che il Milan vero, quello che ho amato con tutto me stesso, semplicemente non esista più. Mi è stato scippato pezzo dopo pezzo, partendo da quel maledetto 5 giugno 2023.</p>
<p style="text-align: justify">​Paolo Maldini ha rappresentato per me una presenza costante, una garanzia di &#8220;milanismo&#8221; lunga venticinque anni di amore incondizionato. È innegabile che avesse faticosamente costruito qualcosa che ci dava appartenenza, che faceva sentire noi tifosi parte integrante di un progetto. Il suo licenziamento è stata una pugnalata al cuore. Per anni mi sono sentito dire, che sono solo una &#8220;vedova di Maldini&#8221;, che esiste solo l’A.C. Milan e non l’A.C. Maldini. Ma Paolo ci rappresentava tutti. Il suo pensiero era focalizzato esclusivamente nel migliorare la squadra, nel riportarla dove la storia esige. Ma la cosa peggiore non è stata solo cacciarlo: è stato non sostituirlo con gente di calcio, lasciando il club in mano a figure che non hanno idea di cosa significhi gestire una società di calcio.</p>
<p style="text-align: justify">​Qui c’è da guardare ben oltre il futuro europeo o la classifica. Dopo una stagione disastrosa come quella scorsa, ne stiamo vivendo una ancora peggiore. Ogni cosa è stata progressivamente distrutta in modo vigliacco, assurdo e desolante. È in atto uno smantellamento dell’identità rossonera, della credibilità internazionale e di quel senso di appartenenza che aveva riportato entusiasmo solo pochi anni fa. Per questo oggi, per tantissimi tifosi, tifare non può più significare soltanto sostenere la squadra durante i novanta minuti.</p>
<p style="text-align: justify">​Perché dovrei trattenermi? Chiudere gli occhi e &#8220;tifare la maglia&#8221;? Quale maglia? Quella Gialla o quella Grigia? Forse quella Fucsia? La mia maglia quella rosso e nera sta sbiadendo nei colori sotto i colpi di una gestione che tratta il Milan come un &#8220;giocattolo&#8221;.<br />
In cosa dovrei sperare? Nella fortuna, dopo che con le nostre stesse mani abbiamo peccato? Il destino non si comanda, ma si indirizza, e questa dirigenza lo ha indirizzato verso il baratro. La storia del Milan è stata sporcata dall&#8217;incompetenza e dalla presunzione di chi pensa che un club sia solo un asset da far fruttare, ignorando che il tifoso è il bene più prezioso, quello che state continuamente calpestando. Ci avete sottratto la speranza.</p>
<p style="text-align: justify">​Tifare oggi significa contestare. Contestare tutto. Questa società va contestata ogni giorno, in ogni istante. Non servono solo gli striscioni o l&#8217;abbandono temporaneo dello stadio. Tanto loro, i proprietari, San Siro lo riempiono comunque con una folla di turisti e spettatori occasionali che, anche sotto di tre reti, sorridono felici alle telecamere per un selfie. È inutile e riduttivo scaricare la colpa solo su Leão, su Maignan o su Allegri. Certo, hanno le loro colpe, nessuno gliele toglie, ma fermarsi a questo significa fare il gioco di chi comanda.<br />
​Limitarsi a criticare i giocatori o l’allenatore è un assist per Giorgio Furlani e Gerry Cardinale. Significa mantenere in vita chi ha distrutto il Milan. È una tattica comunicativa che usano da tempo: individuano un parafulmine per salvare se stessi. Prima è stato Maldini, poi è stato Theo Hernández, ora è il turno di Leão. Domani cambieranno l’allenatore, cambieranno altri tre o quattro giocatori cardine, venderanno l’ennesima “rivoluzione” come un progresso necessario, ma loro resteranno lì. E finché loro resteranno lì, il problema non si risolverà mai.</p>
<p style="text-align: justify">​Sono sempre gli stessi che hanno smantellato il Milan dello scudetto, trasformando una squadra viva e vibrante in un cadavere sportivo. Il Milan ci è stato portato via da Cardinale, Furlani e Paolo Scaroni, il peggior presidente della storia del club, capace di far rimpiangere i periodi più bui. Insieme a loro, tutti quelli in giacca e cravatta che usurpano i nostri colori e la nostra passione, inclusi i vari Cocirio e Oettel.<br />
​Il dramma vero è che, se anche se ne andassero fra due anni, lascerebbero dietro di sé un deserto tecnico e umano. Ci vorranno minimo altri 2-3 anni solo per ricostruire quello che stanno radendo al suolo oggi. Chi erediterà questo disastro dovrà avere la forza e la competenza che hanno avuto Maldini, Boban e Massara, che impiegarono tre anni di duro lavoro per rimediare allo scempio lasciato da Mirabelli e Leonardo. Oggi stiamo bruciando tempo, oltre che passione.</p>
<p style="text-align: justify">​Non si fanno più sconti. Pezzo per pezzo, dovete cadere. L&#8217;unica arma del tifoso è la protesta legittima contro chi ha sporcato la nostra gloria. Perché le società che funzionano davvero possono cambiare tecnici e calciatori, ma i risultati arrivano perché la visione è solida. Qui la visione è solo il profitto freddo, senza gloria. Finché non riavremo una dirigenza che rispetti la nostra cultura sportiva, il nostro compito sarà uno solo: non dare tregua a chi sta uccidendo il nostro sogno.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Reggio Emilia, l’Alpha e l’Omega del Milan quando le vision cambiano</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2026 06:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​Quattro anni. Tanto è bastato per trasformare il prato di Reggio Emilia da teatro del trionfo più incredibile della storia recente rossonera a cimitero delle ambizioni milaniste. Quattro anni fa si vinceva uno scudetto meraviglioso, strappato all’Inter con una rimonta di cuore e polmoni; domenica, nello stesso stadio, abbiamo assistito a una prestazione indegna, un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Quattro anni. Tanto è bastato per trasformare il prato di Reggio Emilia da teatro del trionfo più incredibile della storia recente rossonera a cimitero delle ambizioni milaniste.<br />
Quattro anni fa si vinceva uno scudetto meraviglioso, strappato all’Inter con una rimonta di cuore e polmoni; domenica, nello stesso stadio, abbiamo assistito a una prestazione indegna, un 2-0 incassato dal Sassuolo senza attenuanti, senza orgoglio e, quel che è peggio, senza alcuna vergogna apparente. ​Quello del 2022 non era l&#8217;inizio di una nuova era, ma l&#8217;ultimo sussulto di una visione sportiva che oggi è stata smantellata. La sconfitta emiliana non è un semplice campanello d’allarme: è il sintomo evidente di un dramma sportivo che si sta delineando da settimane. Il Milan sta colando a picco e il traguardo minimo, la qualificazione in Champions League, unico reale obiettivo di questa proprietà, sta scivolando via giornata dopo giornata.<br />
Poco dopo quel tricolore del 2022, Paolo Maldini tracciò la rotta: “Oggi il Milan con una visione strategica di alto livello può andare a competere con le più grandi. Se scegliesse una visione di mantenimento, senza investimenti, rimarremo nel limbo tra le migliori sei-sette squadre in Italia”. Maldini indicava il bivio. La proprietà RedBird ha scelto la strada del &#8220;galleggiamento&#8221;, del risparmio elevato a divinità mentre la storia veniva calpestata. Maldini e Massara, rinnovati all&#8217;ultimo minuto e poi licenziati un anno dopo, avevano ragione. Oggi quel &#8220;limbo&#8221; è diventato un inferno. ​Dall&#8217;uscita di scena dell&#8217;anima tecnica, è entrata in vigore la gestione di Giorgio Furlani. La narrazione ci parla di un CEO &#8220;bravissimo nei conti&#8221;, ma la realtà urla l’esatto contrario. Solo in questa stagione, tra Jashari, Nkunku ed Estupiñán, sono stati bruciati oltre 90 milioni di euro. Tre flop sostanziali, con il francese che è ormai un caso umano.<br />
Eppure, a gennaio il Milan era lì, a -1 dall’Inter. Tare, arrivato a giugno e spesso delegittimato, aveva comunque messo Massimiliano Allegri in condizione di lottare. Serviva uno sforzo, un aiuto vero. Invece, la gestione dilettantistica ha toccato il culmine: la società era pronta a spendere trenta milioni per Mateta, salvo accorgersi a trattativa avanzata che il giocatore era infortunato. Saltato lui, nessun piano B: ci si è affidati solo a Füllkrug, già in rosa ma ridotto a un’ombra. ​Bisognerebbe semplicemente mettere le persone giuste al proprio posto, rispettando le competenze. Chi si occupa di finanza non deve interferire con le scelte tecniche. Il fallimento di questa visione si riverbera sul campo. La partita contro il Sassuolo lo ha raccontato brutalmente: dopo appena 5 minuti, un approccio vergognoso ha spalancato le porte alla banda di Grosso. Una sequenza di errori inaccettabili da parte di Jashari, Tomori ed Estupiñán ha regalato il gol a Berardi. Tomori, pilastro dello scudetto, oggi vive blackout cognitivi inammissibili. Ma è apparso chiaro che anche in undici il Milan comunque avrebbe faticato. Se prendi gol al 5’ del primo tempo e al 2’ della ripresa, significa che sei rimasto negli spogliatoi con la testa prima che con le gambe.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ma perché è successo? La risposta sta in un cortocircuito motivazionale. Finché c’è stato da giocare per lo scudetto, anche con poche speranze, il gruppo è rimasto coeso e concentrato. Il Milan è sempre stato una squadra che gioca soprattutto sulle motivazioni: la prima parte di stagione è stata così, un gruppo compatto e cattivo che giocava male ma portava a casa i risultati. Dopo la gara con la Lazio, quando abbiamo perso ogni speranza di titolo, tutte le motivazioni sono andate a farsi benedire. Abbiamo continuato a giocare male, ma senza più la ferocia per fare punti.<br />
​Siamo fragili, e questa fragilità viene dall&#8217;alto. In questi casi puoi mettere una pezza per un po&#8217;, ma non per sempre. Abbiamo una proprietà e una dirigenza che si nascondono dietro l&#8217;allenatore e i giocatori, e queste cose nello spogliatoio si sentono. I calciatori percepiscono le tensioni tra Allegri, Tare e la Società; sanno che il futuro è incerto e che nessuno ha blindato il progetto. Quando mancano certezze e chiarezza, la mente cede.<br />
​In questo scenario di sbandamento generale, anche Massimiliano Allegri finisce sul banco degli imputati. Ho sempre sostenuto che con una rosa tecnicamente da ottavo posto il Mister stesse compiendo un autentico miracolo sportivo, ma i segnali emersi contro i neroverdi non possono passare inosservati: sono i segnali di un allenatore che sembra aver perso il polso della situazione. Allegri appare oggi un uomo rassegnato, svuotato di quella lucidità che lo ha sempre contraddistinto e schiacciato dal peso di una società che lo ha lasciato solo, usandolo come unico parafulmine per nascondere i propri fallimenti.<br />
​In questo momento Jashari non è un giocatore su cui fare affidamento. Gli abbiamo concesso ogni attenuante, ma se hai le qualità per stare nel Milan le metti sul tavolo. Altrimenti devi giocare nel Bruges. Senza Modric, Jashari fa solo il passaggino facile, mai personalità. Una fotocopia di De Ketelaere. Senza Modric di fianco, anche Rabiot e Fofana sono naufragati in una deriva tecnica senza precedenti.<br />
​Oggi le possibilità di quarto posto sono ridotte al minimo. Mancare la Champions significherebbe ridimensionamento e cessioni. Eppure, questa gestione non sembra voler cambiare rotta; paradossalmente, la mancata qualificazione potrebbe essere vissuta quasi con sollievo dalla società: meno costi, meno pressione, meno necessità di investire. Un Milan rimpicciolito per far quadrare i fogli Excel di via Aldo Rossi.<br />
​Mancano tre partite al termine di una stagione che aveva illuso più di quanto fosse pronta a mantenere. Perdere ci sta, ma farsi &#8220;torellare&#8221; dal Sassuolo e non fare un tiro in porta fino al 94&#8242; è inammissibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiedere scusa sarebbe il minimo. Il &#8220;limbo&#8221; predetto da Maldini è qui, lo si vede, lo si percepisce, lo si tocca. E fa malissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Il mio 1 maggio 1988: come una radiolina ha cambiato la mia vita da tifoso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 07:00:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​È il Primo Maggio 1988. Un ragazzo di 14 anni aspetta con trepidazione l’inizio di Napoli-Milan. La sua unica, fedele compagna di viaggio di questo meraviglioso campionato è la radio. ​Quel ragazzino sono io. Porto sulle spalle il peso di due retrocessioni in Serie B, l’umiliazione della sconfitta interna con la Cavese e gli sfottò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​È il Primo Maggio 1988. Un ragazzo di 14 anni aspetta con trepidazione l’inizio di Napoli-Milan. La sua unica, fedele compagna di viaggio di questo meraviglioso campionato è la radio.</p>
<p style="text-align: justify">​Quel ragazzino sono io. Porto sulle spalle il peso di due retrocessioni in Serie B, l’umiliazione della sconfitta interna con la Cavese e gli sfottò di Peppino Prisco: “Il Milan in B? E per due volte: una pagando, l’altra gratis”.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma in questo pomeriggio caldo, sento finalmente di avere l’occasione di riscattare tutte quelle amarezze. Finalmente posso essere protagonista, provare la sensazione di vincere uno scudetto, capire cosa si prova davvero.</p>
<p style="text-align: justify">​Resto lì, in attesa di ricevere notizie dalla mitica voce di Enrico Ameri. La squadra è in fiducia: la settimana prima abbiamo annichilito l’Inter in un derby dominato. Ruud Gullit, il nostro nuovo Messia, è una forza della natura e la squadra lo segue. Di fronte, però, c’è il Napoli di Maradona che carica l’ambiente: “Non voglio vedere nessuna bandiera rossonera”.</p>
<p style="text-align: justify">​Loro sono i campioni in carica, lo stadio è stracolmo. Ho paura che, anche stavolta, rimarrò solo con la mia delusione.<br />
​Mi affido totalmente ad Ameri. La sua voce mi trascina dentro il San Paolo, dove i miei eroi iniziano a giocare. Attacchiamo, ma non riusciamo a sfondare. All’improvviso, un’interruzione: “Scusa, scusa, sono Ameri da Napoli&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify">Il cuore si ferma per un istante. “Milan in vantaggio, gol di Virdis!”.<br />
Il resto non lo ascolto nemmeno. Esulto urlando tutta la mia gioia: siamo in vantaggio, non ci credo. Forza ragazzi, dai!</p>
<p style="text-align: justify">​Ma allo scadere del primo tempo è Maradona a segnare, pitturando una punizione all’incrocio. Galli non ci arriva. 1-1, tutto da rifare. L’intervallo è un’agonia, quei quindici minuti non finiscono mai.</p>
<p style="text-align: justify">​Sacchi decide di togliere Donadoni: entra lui, il Poeta, Marco Van Basten. Penso: “Forza, o la va o la spacca”.<br />
La partita riprende e la voce di Ameri riporta la mia immaginazione dentro il catino del San Paolo. Come nel primo tempo stiamo attaccando, ma il gol non arriva.<br />
​Poi, un urlo squarcia il silenzio irreale di casa mia: “GOL!”. Siamo di nuovo avanti. Virdis si fa trovare pronto sul cross di Gullit, che ha seminato i difensori del Napoli.</p>
<p style="text-align: justify">Cerco di visualizzare, attraverso i racconti della radio, l’incornata di Virdis, il cross&#8230; sono in estasi.<br />
​Il Napoli prova a pareggiare, preme e si avvicina alla nostra area impegnando il nostro portiere. Galli rilancia su Gullit: Ruud prende palla sulla nostra trequarti, percorre sessanta metri, la mette in mezzo da sinistra e arriva Van Basten&#8230; 3-1.</p>
<p style="text-align: justify">​È fatta. Il ritorno del Diavolo è completato. Careca accorcia le distanze per il 3-2, ma io sono già fuori in strada a sventolare la mia bandiera rossonera e a festeggiare il sorpasso in classifica.</p>
<p style="text-align: justify">​A fine partita Sacchi dirà: “Non so se siamo i più forti, oggi siamo stati i più bravi”. A me non importa se eravamo i più bravi o i più forti. So solo che i miei eroi hanno compiuto un’impresa e io sto finalmente assaporando il sapore della gloria.</p>
<p style="text-align: justify">​L’anno successivo ci sarà l’esodo a Barcellona, ma tutto è partito da quel pomeriggio. E quando ci ripenso, sento ancora la pelle d’oca.</p>
<p>Buon 1 maggio Nighters</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Oltre la Champions, il vuoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 06:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Il pareggio a reti bianche contro la Juventus lascia in dote un punto che, calcoli alla mano, può essere considerato fondamentale per la corsa verso l&#8217;Europa che conta. Eppure, la sensazione prevalente che accompagna l’ambiente rossonero ormai da settimane non è di sollievo, ma di rassegnazione. Il Milan si trova davanti a un finale di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Il pareggio a reti bianche contro la Juventus lascia in dote un punto che, calcoli alla mano, può essere considerato fondamentale per la corsa verso l&#8217;Europa che conta. Eppure, la sensazione prevalente che accompagna l’ambiente rossonero ormai da settimane non è di sollievo, ma di rassegnazione. Il Milan si trova davanti a un finale di stagione che promette di essere un vero e proprio calvario, sia sul piano fisico che su quello realizzativo. Parlare di calvario non è un&#8217;esagerazione: la squadra dà l&#8217;idea di aver esaurito ogni risorsa residua. Le gambe non girano più con la brillantezza necessaria per scardinare le difese chiuse, e la testa sembra prigioniera di una tensione che toglie lucidità nell&#8217;ultimo passaggio e sotto porta.</p>
<p style="text-align: justify">​Quello che preoccupa maggiormente non è solo la mancanza cronica di gol, ma la percezione che ogni azione offensiva sia diventata una fatica immane. È un esercizio di pura volontà, privo di quella fluidità e di quella naturalezza che dovrebbero appartenere a un club di vertice. Siamo di fronte a un esaurimento nervoso collettivo: quando si smette di segnare, la porta avversaria diventa improvvisamente piccola e pesante. Ogni minuto che passa senza sbloccare il risultato aumenta l&#8217;affanno di chi sa, dentro di sé, di non avere alternative valide o colpi di genio pronti a uscire dalla panchina. È un circolo vizioso in cui la stanchezza fisica alimenta l&#8217;insicurezza tecnica, trasformando queste ultime partite in una maratona psicologica logorante per i giocatori e per chi li osserva.</p>
<p style="text-align: justify">​Dispiace profondamente per i tifosi, per quelle migliaia di persone che hanno speso oltre 100 euro per assistere a uno spettacolo dove il Milan ha giocato essenzialmente per non perdere, rinunciando quasi del tutto alla volontà di vincere. È parso un pareggio di &#8220;comodo&#8221;, utile a far contenti tutti e a non farsi male, specialmente in vista di un calendario che vede la Juventus affrontare impegni sulla carta agevoli. Il Milan chiude così un mese di aprile da dimenticare: due sconfitte senza segnare, una vittoria sofferta e un pareggio scialbo. Un solo gol fatto a fronte di quattro subiti in trenta giorni. Scegliere quale sia stata la partita più brutta del mese è un esercizio difficile, una gara al ribasso che riflette perfettamente lo stato di salute della squadra.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma prima di analizzare le questioni di campo, è impossibile ignorare quanto sta accadendo nei palazzi del potere calcistico. Il cosiddetto &#8220;caso Rocchi&#8221; e un sistema arbitrale che appare ogni giorno più condizionato sono temi che pesano come macigni sull&#8217;andamento del campionato. Sbilanciarsi in opinioni nette in questo momento è azzardato, perché le informazioni sono ancora parziali, ma la sensazione che qualcosa di profondo non vada è ormai comune a tutti gli addetti ai lavori. Su questo argomento l&#8217;attenzione resterà altissima, pur con il sospetto, quasi una certezza per chi conosce la storia del calcio italiano, che tutto possa finire a &#8220;tarallucci e vino&#8221;. Quando ci sono di mezzo determinati poteri e certi colori, la giustizia sportiva sembra sempre perdere la vista o, peggio, la voglia di approfondire.</p>
<p style="text-align: justify">​Tornando alle vicende strettamente rossonere, il problema principale resta il deserto offensivo. Il Milan non segna più perché i suoi attaccanti, semplicemente, non incidono. Se le occasioni migliori della partita capitano regolarmente sui piedi dei mediani, significa che il sistema di gioco è saltato o che la qualità degli interpreti avanzati è ai minimi termini. Rafael Leão e Christian Pulisic sono oggi ombre sbiadite dei campioni che dovrebbero trascinare la squadra; vagano per il campo senza trovare lo spunto, senza quella cattiveria necessaria per spaccare le partite. Di Füllkrug e Nkunku, poi, non vi è traccia: sono oggetti misteriosi, colpi di mercato che sulla carta dovevano aiutare la squadra e che invece risultano non pervenuti.</p>
<p style="text-align: justify">​In questa situazione frustrante, le scelte di mercato estive, basate più su scommesse che su assolute certezze, hanno presentato un conto salatissimo. Senza attaccanti di peso, il calcio insegna che non si vincono trofei. Il centrocampo resta l’unico reparto capace di tenere a galla la baracca, merito della sostanza di Adrien Rabiot e della classe infinita di Luka Modric (a cui vanno i migliori auguri per la riabilitazione dopo l&#8217;intervento allo zigomo: è stato un onore immenso vederti giocare con la nostra maglia e spero sinceramente di rivederti ancora protagonista, perché calciatori della tua caratura sono merce rara). Tuttavia, non si può pretendere che siano sempre i veterani o i centrocampisti a risolvere ogni pratica. Una squadra con ambizioni da Champions League non può permettersi un attacco così nullo e asfittico.</p>
<p style="text-align: justify">​Si sta raggiungendo l&#8217;obiettivo minimo del quarto posto, migliorando il piazzamento rispetto alla stagione precedente, ma dietro questa facciata di &#8220;risultato raggiunto&#8221; restano le ombre di una gestione non all&#8217;altezza. A giugno servirà un mercato di campioni fatti, non di scommesse. O si ricomincia a investire per vincere, o serviranno molti anni per tornare grandi. Il Milan deve giocare per il primo posto per diritto di nascita e di storia, non per &#8220;partecipare&#8221; e garantire la continuità di un progetto sportivo che sembra ridursi a un continuo galleggiamento. Il verbo &#8220;vincere&#8221; sembra essere stato cancellato dal vocabolario della sede di via Aldo Rossi, sostituito dalla soddisfazione per un piazzamento che serve solo a far quadrare i conti. Ma il Milan non è un&#8217;azienda di logistica; il Milan è passione, è trionfo, è gloria. Quale sarebbe il progetto di cui si parla tanto? L&#8217;unico che appare chiaro è questo navigare a vista tra il secondo e il quarto posto, senza mai dare l&#8217;impressione di poter realmente lottare per il vertice.</p>
<p style="text-align: justify">​Un esempio lampante di questo scollamento totale tra la realtà societaria e l&#8217;anima del club è avvenuto proprio durante la sfida contro la Juventus, in occasione della premiazione di Ruud Gullit. Il &#8220;Tulipano Nero&#8221;, un Pallone d&#8217;Oro, il simbolo del primo grande Milan di Berlusconi, è stato premiato da Daniele Massaro. Nulla contro il buon Massaro, ma la gerarchia societaria e il rispetto per la leggenda avrebbero imposto la presenza della proprietà, della presidenza o almeno dell&#8217;Amministratore Delegato. È indicativo, e fa male, notare come tennisti o ospiti di passaggio vengano onorati dai massimi vertici con foto e sorrisi dal braccio destro del proprietario, Zlatan, mentre una leggenda che ha scritto la nostra storia venga sbrigata con un cerimoniale rapido tra ex compagni.<br />
​Torna prepotentemente in mente il monito di Paolo Maldini: &#8220;Oggi comandate voi, ma non calpestate la nostra storia&#8221;. È un monito che viene ignorato sistematicamente ogni volta che ci si accontenta del quarto posto, ogni volta che si mette il bilancio davanti all&#8217;ambizione sportiva, ogni volta che si trattano i miti del passato come semplici comparse di un evento di marketing.</p>
<p style="text-align: justify">Se Allegri porterà questo gruppo in Champions, gli andrà riconosciuto un merito enorme, quasi un miracolo sportivo date le premesse tecniche e i limiti evidenti della rosa che gli è stata messa a disposizione. L&#8217;allenatore ha spremuto ogni goccia di sudore da un gruppo costruito a metà, tenuto insieme con il nastro adesivo da giocatori come Bartesaghi, Estupiñán, Ricci o Jashari, che faticano a sostenere il peso di certe ambizioni.</p>
<p style="text-align: justify">​Mancano ora quattro battaglie e sei punti. È il momento di stringere i denti, fare i punti necessari e poi, finalmente, tirare le somme in modo onesto e brutale. La speranza è che la lezione sia stata capita, perché un altro anno passato a &#8220;galleggiare&#8221; nell&#8217;anonimato delle prime quattro posizioni, senza mai dare la sensazione di poter lottare per il vertice, non sarebbe dignitoso per noi e per quello che rappresentiamo nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify">Il Milan deve tornare a essere il Milan, non una pallida imitazione che si accontenta delle briciole cadute dal tavolo dei grandi.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Ricordi Rossoneri &#8211; 12 Marzo 1989; il giorno in cui Mannari si prese la Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​Il 12 marzo 1989 a San Siro va in scena Milan-Juventus. È la ventunesima giornata del campionato 1988-1989 nato tra mille difficoltà, con troppi punti persi ingenuamente per strada e un&#8217;Inter che sembra ormai irraggiungibile nella sua corsa scudetto. Per il Milan di Arrigo Sacchi, quella contro la Vecchia Signora non è mai una partita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​Il 12 marzo 1989 a San Siro va in scena Milan-Juventus. È la ventunesima giornata del campionato 1988-1989 nato tra mille difficoltà, con troppi punti persi ingenuamente per strada e un&#8217;Inter che sembra ormai irraggiungibile nella sua corsa scudetto.</p>
<p style="text-align: justify">Per il Milan di Arrigo Sacchi, quella contro la Vecchia Signora non è mai una partita come le altre, ma in quel momento storico rappresenta uno spartiacque fondamentale per la fiducia di un gruppo che sta ancora cercando la sua definitiva consacrazione europea.<br />
Nonostante manchino solo tre giorni al ritorno dei quarti di finale contro il Werder Brema — una partita da dentro o fuori dove vincere è l&#8217;unico verbo ammesso — Sacchi decide di non fare calcoli né turnover. In campo vanno i migliori, perché il tecnico di Fusignano sa che la mentalità si costruisce attraverso le grandi vittorie.</p>
<p style="text-align: justify">​Quel pomeriggio a San Siro, però, la stanchezza sparisce non appena l&#8217;arbitro fischia l&#8217;inizio. Il Milan sta crescendo, sta diventando quella macchina perfetta che cambierà per sempre la storia del calcio, e per la Juve di Dino Zoff non c’è scampo. Bastano quattordici minuti per trasformare il big match in un monologo rossonero. Al 12’ Ruud Gullit pennella un cross verso il centro dell&#8217;area, Van Basten si coordina e colpisce di sinistro: la palla, deviata in modo decisivo da Tricella, finisce in rete. È il vantaggio, ma il Milan non si ferma a respirare. Passano solo centoventi secondi e Gullit inventa ancora una giocata d&#8217;esterno destro verso il Cigno di Utrecht; sponda intelligente per Chicco Evani e palla nel sacco. 2-0.</p>
<p style="text-align: justify">​Il dominio è totale, fisico e tecnico. Stefano Tacconi, l&#8217;estremo difensore bianconero che qualche anno prima aveva ironizzato pesantemente sul Milan consigliando ai giocatori di usare gli elicotteri per scappare dalle contestazioni, stavolta deve usare le mani solo per raccogliere palloni in fondo alla rete.</p>
<p style="text-align: justify">Al 69’ entra in scena l&#8217;eroe inaspettato: Graziano Mannari. Subentra a Evani e dopo pochi minuti, su un cross perfetto di Donadoni, segna in tuffo la rete del 3-0. San Siro è in estasi, ma il ragazzino di Livorno non ha ancora finito. All’86’ Mannari scatta ancora e firma la sua personale doppietta per il definitivo 4-0. Mezz&#8217;ora di gioco, due gol alla Juventus: un pomeriggio leggendario da raccontare ai nipotini.</p>
<p style="text-align: justify">​Tre giorni dopo quel trionfo, il muro tedesco del Werder Brema metterà effettivamente in difficoltà i rossoneri, ma lo spirito nato da quel 4-0 alla Juve è ormai inarrestabile. Superato lo scoglio tedesco, si spalancheranno le porte per la prima Coppa dei Campioni dell’era Berlusconi.<br />
Da quel momento in poi, né il Real Madrid né lo Steaua Bucarest riusciranno ad arginare la marea rossonera.</p>
<p style="text-align: justify">Altri tempi, altri campioni, altro Milan, un&#8217;altra storia.<br />
Meditate gente.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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