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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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	<title>Harlock &#8211; Milan Night</title>
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		<title>Storie di calciomercato: così Berlusconi costruisce il suo primo Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 05:30:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sono estati che cambiano la storia di una squadra. L&#8217;estate del 1986, per il Milan, non è una semplice sessione di calciomercato: è il giorno zero di una nuova era. Pochi mesi prima la situazione è drammatica. La gestione del presidente Farina porta il club sull&#8217;orlo del fallimento. A salvare tutto ci pensa Silvio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono estati che cambiano la storia di una squadra. L&#8217;estate del 1986, per il Milan, non è una semplice sessione di calciomercato: è il giorno zero di una nuova era.<br />
Pochi mesi prima la situazione è drammatica. La gestione del presidente Farina porta il club sull&#8217;orlo del fallimento. A salvare tutto ci pensa Silvio Berlusconi, che acquista la società a febbraio ed evita il disastro. Sul campo il Milan finisce fuori dalle coppe europee, ma le basi per ripartire ci sono già. La spina dorsale è fortissima: in difesa ci sono Baresi, Tassotti, Filippo Galli e il giovane Maldini; a centrocampo l&#8217;esperienza di Di Bartolomei e Wilkins; in attacco la coppia Hateley-Virdis. In panchina viene confermato Nils Liedholm.<br />
Su queste fondamenta, Berlusconi si prepara a vivere il suo primo mercato da presidente. E per farlo si affida a due uomini chiave: Adriano Galliani e Ariedo Braida.<br />
​La prima mossa riguarda il portiere. Il Milan decide di cambiare e punta su Giovanni Galli, ventisettenne della Fiorentina fresco di Mondiale in Messico. Per averlo, Berlusconi spende più di 7 miliardi di lire. Con il suo arrivo, Giuliano Terraneo, titolare delle ultime due stagioni, viene ceduto alla Lazio. ​Per rinforzare la difesa arriva invece dalla Roma Dario Bonetti, uno stopper potente e grintoso, pagato un paio di miliardi. È l&#8217;uomo giusto per dare muscoli al reparto e proteggere la porta di Galli. ​Il dialogo con la Fiorentina continua anche per un altro giocatore. Insieme a Galli arriva a Milano Daniele Massaro. Cresciuto nel Monza e lanciato a Firenze, Massaro è un pallino di Galliani, che versa altri 7 miliardi nelle casse viola. La sua duttilità si rivelerà preziosissima negli anni a venire.<br />
​Cambia volto anche l&#8217;attacco. Il nome nuovo è Giuseppe Galderisi, detto Nanu, eroe dello scudetto del Verona nel 1985. Per portarlo in rossonero servono 5 miliardi più il cartellino di Paolo Rossi. L&#8217;avventura di Pablito al Milan si chiude così dopo un solo anno, lasciando spazio a forze fresche.</p>
<p style="text-align: justify;">​Il vero capolavoro di quell&#8217;estate, però, ha un nome e un cognome: Roberto Donadoni.<br />
​Il ventiduenne dell&#8217;Atalanta è uno dei talenti più cristallini del calcio italiano. La Juventus sembra averlo già in pugno grazie ai suoi ottimi rapporti con la società bergamasca. Ma Berlusconi decide di intervenire di persona. Con un blitz a sorpresa anticipa tutti e il 30 aprile chiude l&#8217;affare: all&#8217;Atalanta vanno 4 miliardi di lire più Icardi e Incocciati.<br />
​Donadoni diventa rossonero tra lo stupore dei rivali. È il primo grande &#8220;scippo&#8221; di mercato della nuova gestione, un segnale chiaro a tutto il campionato: il Milan fa sul serio.<br />
​Con gli arrivi di Galli, Bonetti, Massaro, Galderisi e Donadoni, il primo mercato di Berlusconi si chiude con un messaggio forte: il Milan vuole tornare in alto.<br />
Serve ancora del tempo per trovare il gioco perfetto e far girare la squadra al meglio. Quel primo mercato è solo il primo seme piantato in un terreno nuovo. Ma chi guarda lontano capisce già che da quel seme nascerà una squadra capace di vincere tutto, in Italia e nel mondo, per oltre vent&#8217;anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>W Milan</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di Calciomercato: Andriy Shevchenko, l&#8217;intuizione al Camp Nou e la profezia del destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 05:30:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​“Giocatore fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling. È in possesso di fantasia, calcia bene con entrambi i piedi, fa gol, forte nel gioco di testa. Gioca su tutto il fronte d’attacco, sa chiamare la profondità come pochi giocatori. Considerando la sua giovane età sono rimasto impressionato per la sua facilità di gioco. È un giocatore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><em>​“Giocatore fortissimo fisicamente, veloce, rapido nel dribbling. È in possesso di fantasia, calcia bene con entrambi i piedi, fa gol, forte nel gioco di testa. Gioca su tutto il fronte d’attacco, sa chiamare la profondità come pochi giocatori. Considerando la sua giovane età sono rimasto impressionato per la sua facilità di gioco. È un giocatore emergente. Superfluo aggiungere altro: E’ DA MILAN”.<br />
</em><br />
​Chi legge queste righe oggi avverte un brivido lungo la schiena. È il 5 novembre 1997 e questo testo non è un semplice appunto, ma il rapporto ufficiale che lo storico osservatore rossonero Italo Galbiati spedisce direttamente alla sede del Milan. Galbiati si trova sulle tribune del Camp Nou, testimone oculare di una notte che cambia per sempre la geografia del calcio europeo. In campo c&#8217;è il Barcellona, ma a dominare la scena è la Dinamo Kiev. Il protagonista assoluto della serata indossa la maglia numero 10 degli ucraini: è un ventunenne con lo sguardo di ghiaccio e i movimenti del killer d&#8217;area di rigore. Si chiama Andriy Shevchenko. Quella sera, la stella nascente dell&#8217;Est tramortisce i catalani con un sonoro 4-0, firmando una tripletta leggendaria che fa fare il giro del mondo al suo nome.</p>
<p style="text-align: justify">​È esattamente in quella notte magica di Barcellona che il Milan si innamora follemente del ragazzo di Dvirkivščyna. Un colpo di fulmine destinato a trasformarsi in una delle storie d&#8217;amore più vincenti e passionali della storia del club.</p>
<p style="text-align: justify">​​La diplomazia del calciomercato, però, richiede tempo, pazienza e soprattutto il momento giusto per affondare il colpo. Devono passare quasi due anni prima che quel corteggiamento nato in Spagna trovi il suo compimento. Nella primavera del 1999, il presidente Silvio Berlusconi rompe gli indugi e dà il via libera definitivo ad Adriano Galliani e Ariedo Braida: l&#8217;obiettivo è strappare l&#8217;ucraino alla Dinamo Kiev a qualunque costo. Il Milan mette sul piatto una cifra astronomica per l&#8217;epoca, circa 25 milioni di dollari, anticipando tutti già nel mese di maggio, ben prima dell&#8217;apertura ufficiale della sessione estiva, pur di sbaragliare una concorrenza agguerritissima.</p>
<p style="text-align: justify">​La sera del 15 giugno 1999, l&#8217;aereo con a bordo Andriy Shevchenko tocca la pista dell&#8217;aeroporto di Malpensa. L&#8217;istantanea di quel momento, riletta oggi, ha del surreale. Ad attendere il futuro Pallone d&#8217;Oro ci sono il direttore generale Ariedo Braida, un interprete, una manciata di giornalisti e pochissimi curiosi di passaggio. Intorno al suo arrivo non ci sono le folle oceaniche che si muovono per i top player sudamericani o italiani; c&#8217;è invece una discreta dose di scetticismo, mescolata a una fredda indifferenza. Per l&#8217;opinione pubblica dell&#8217;epoca, i calciatori provenienti dall&#8217;Est Europa sono spesso un&#8217;incognita, talenti algidi che faticano ad adattarsi alle marcature asfissianti e tattiche della Serie A.</p>
<p style="text-align: justify">​​Ma l&#8217;indifferenza della critica non sfiora minimamente la dirigenza di via Turati. Quando il Milan investe quella montagna di dollari, lo fa con la certezza granitica di chi conosce ogni singolo segreto del giocatore. Quello scout di Galbiati del 1997 è solo il primo foglio di un dossier lunghissimo.<br />
​A svelare i retroscena di quel corteggiamento silenzioso è lo stesso tecnico dello Scudetto del Centenario, Alberto Zaccheroni, che ricorda come il nome di Shevchenko circolasse a Milanello già da prima del suo arrivo:<em> “L’idea di prenderlo c’era già da tempo, lo voleva Fabio Capello già un anno prima che arrivassi. Lo fecero seguire per molto tempo e poi un giorno Berlusconi mi chiamò per dirmi che a Wembley si giocava Dinamo Kiev-Arsenal. Mi chiede di fare una relazione sul ragazzo, mi mise a disposizione anche il suo aereo personale. Vidi un giocatore che copriva tutto il campo, che aveva qualità da attaccante, ma anche tanta corsa. Era un ragazzo che giocava per la squadra. Sulla relazione scrissi ‘Assolutamente da prendere’”.<br />
</em><br />
​Zaccheroni fotografa alla perfezione l&#8217;essenza di Andriy. Non è solo un finalizzatore d&#8217;area, ma un attaccante moderno, generoso, capace di pressare i difensori e di sacrificarsi in fase di non possesso, mantenendo una lucidità spaventosa davanti al portiere.</p>
<p style="text-align: justify">​​La storia successiva si incarica di spazzare via lo scetticismo iniziale di quella sera a Malpensa nel giro di pochissime settimane. Al suo debutto in campionato contro il Lecce, Shevchenko segna subito. Sarà solo l&#8217;inizio di una stagione d&#8217;esordio clamorosa, che lo vedrà laurearsi capocannoniere della Serie A con 24 reti, un&#8217;impresa mai riuscita prima a uno straniero al primo anno in Italia.</p>
<p style="text-align: justify">​Quello sbarco in sordina del 15 giugno diventa l&#8217;alba del mito del Vento dell&#8217;Est. Con la maglia numero 7 sulle spalle, Shevchenko riscrive i record del club, diventando l&#8217;incubo della Juventus, il re indiscusso dei derby contro l&#8217;Inter e l&#8217;uomo che, nella notte di Manchester del 2003, spiazza Buffon dal dischetto per regalare al Milan la sua sesta Champions League.</p>
<p style="text-align: justify">​Rileggere oggi la relazione di Galbiati e le parole di Zaccheroni non fa che confermare una grande verità del calcio: i campioni assoluti si riconoscono dal primo sguardo, dalla facilità con cui rendono semplici le giocate più complesse. E il Milan, in quella fine millennio, dimostra una lungimiranza straordinaria, andando a prendere il suo futuro re direttamente a casa sua, prima che il resto del mondo si accorgesse che quel ragazzo con la maglia della Dinamo Kiev era semplicemente destinato alla gloria eterna in maglia rossonera.</p>
<p><strong><em>W Milan</em></strong><br />
<span style="color: #ff0000"><strong><em>Harlock</em></strong></span></p>
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		<title>Il Diavolo ha perso la poesia: dal volo wagneriano del 1986 all&#8217;anonimo raduno del 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 06:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sono giorni che rimangono scolpiti nella pietra della memoria collettiva perché capaci di generare un mito, e ci sono giorni che scivolano via nel silenzio, lasciando dietro di sé solo la fredda percezione del tempo che passa. Per chi ha il sangue colorato di rosso e di nero, il giorno del raduno estivo rappresenta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Ci sono giorni che rimangono scolpiti nella pietra della memoria collettiva perché capaci di generare un mito, e ci sono giorni che scivolano via nel silenzio, lasciando dietro di sé solo la fredda percezione del tempo che passa. Per chi ha il sangue colorato di rosso e di nero, il giorno del raduno estivo rappresenta da sempre il Capodanno del tifoso: il momento in cui si azzera il passato, si dimenticano le delusioni della stagione precedente e ci si concede il lusso di sognare a occhi aperti.</p>
<p style="text-align: justify">​Chi ha qualche anno di tifo sulle spalle ricorda bene cosa significasse quella vigilia. Era un rito d&#8217;attesa quasi religioso. Si passavano le settimane a caccia di ogni singola informazione sui nuovi acquisti, sgranando gli occhi davanti alle poche righe dei quotidiani sportivi o aspettando i brevi servizi della tv. Con il tempo, recuperare queste notizie è diventato sempre più facile, quasi immediato, ma quel brivido unico rimaneva intatto. C&#8217;era un’emozione viscerale, profonda, nel vedere finalmente le maglie rossonere tornare a sudare sul prato di Milanello. Era l&#8217;inizio di una nuova promessa. Oggi, invece, tutto passa sotto silenzio, quasi senza accorgersene. La magia, purtroppo, sembra svanita.<br />
​Il contrasto con il passato è brutale, quasi doloroso. Per capirlo, bisogna fare un salto all&#8217;indietro nel tempo, fino a quel mitico 18 luglio 1986.</p>
<p style="text-align: justify">​Il Milan del 1986 arriva da un decennio d&#8217;inferno. Vive il dramma della retrocessione in Serie B nel 1980, assaggia di nuovo il purgatorio della cadetteria nel 1982, e si impantana nei gravissimi problemi economici della gestione Farina, arrivando a un passo dal fallimento. La ferita della contestazione dopo l’eliminazione in Coppa UEFA contro i belgi del Waregem brucia ancora sulla pelle dei tifosi. Eppure, proprio quando il buio sembra definitivo, a febbraio si affaccia all&#8217;orizzonte Silvio Berlusconi. Il noto imprenditore milanese rileva il club, grazie anche all&#8217;incessante lavoro di Gianni Nardi e Rosario Lo Verde, pronti a tutto pur di traghettare la società in mani sicure.<br />
​Il 18 luglio 1986 è il giorno del riscatto. Diecimila anime calde e cariche di curiosità si accalcano sulle tribune dell&#8217;Arena Civica di Milano. Nessuno di loro, però, può immaginare lo spettacolo che sta per andare in scena. All&#8217;improvviso, dagli altoparlanti rimbombano le note solenni della Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner. In perfetto tempismo con la musica, dal cielo compaiono degli elicotteri bianchi e rossi. A bordo ci sono il neo-presidente e i giocatori.</p>
<p style="text-align: justify">​Anni dopo, il capitano Franco Baresi racconterà quel giorno così: “La squadra si trovò a Linate senza rendersi conto di quello che stava accadendo. Ci presero in giro, ma con gli elicotteri il presidente dimostrò subito la voglia di stupire. E noi capimmo che il vento era cambiato”.<br />
​In quel preciso istante, non nasce solo un ciclo vincente; nasce un&#8217;estetica, una promessa d&#8217;amore e di grandezza che cambierà per sempre il calcio mondiale. C&#8217;è la percezione palpabile di qualcosa di immenso che sta venendo alla luce, era solo questione di tempo.</p>
<p style="text-align: justify">​​Se si sposta l&#8217;obiettivo sul raduno di lunedì, lo scenario cambia in modo radicale, offrendo una sgradevole sensazione di déjà-vu senz&#8217;anima. Gerry Cardinale arriva a Milanello proprio in elicottero, atterrando sul prato nel tentativo evidente di richiamare quell&#8217;immortale sbarco del 1986. Ma la differenza tra l&#8217;originale e la copia è impietosa. Quello di Berlusconi è l&#8217;atto d&#8217;inizio di un visionario che vuole conquistare il mondo; quello di Cardinale ha tutto il sapore di un freddo calcolo d&#8217;immagine. Sembra quasi che il patron americano voglia imitare il Cavaliere, ma lo fa senza possedere né la sua dirompente personalità, né il suo innato fascino. Il risultato è solo una sbiadita imitazione che non riesce a scaldare i cuori.<br />
​Mentre l&#8217;elicottero del &#8217;86 sprigiona sogni, quello di ieri atterra in un clima completamente anonimo, privo di qualsiasi sussulto emotivo reale. Il primo giorno della nuova stagione rossonera si consuma come un adempimento aziendale, un giorno qualunque sul calendario di una multinazionale.</p>
<p style="text-align: justify">​​La ricerca disperata di un legame forzato con il passato si riflette anche sulla scelta della guida tecnica. L&#8217;arrivo di Rúben Amorim sulla panchina rossonera viene dipinto da molti come l&#8217;avvento di un nuovo profeta del gioco, un innovatore destinato a ripercorrere le orme di Arrigo Sacchi. Un paragone affascinante, ma drammaticamente ingannevole.<br />
​Di Sacchi ce n&#8217;è stato uno solo, e non solo per la sua genialità tattica. Il segreto del &#8220;Profeta di Fusignano&#8221; risiede soprattutto nel contesto monumentale in cui ha potuto operare. Sacchi diventa Sacchi perché alle sue spalle c&#8217;è una società d&#8217;acciaio, un presidente disposto a difenderlo contro tutto e tutti, e un portafoglio pronto a comprargli i migliori interpreti del pianeta. Pensare che Amorim, da solo, possa fare il miracolo in un calcio regolato esclusivamente da algoritmi, tetti di spesa e player trading è una pura illusione. Senza quella titanica e visionaria struttura societaria alle spalle, anche il miglior progetto tattico rischia di infrangersi contro i limiti della normalità.</p>
<p style="text-align: justify">​​La differenza tra questi due mondi, alla fine, non risiede nelle possibilità economiche o nelle stravaganze dei presidenti. Sta nella presenza o nell&#8217;assenza di una visione emotiva. Silvio Berlusconi si presenta all&#8217;Arena Civica parlando di un Milan che deve dominare il mondo, giocando sul sentimento di rivalsa dei tifosi feriti. La proprietà odierna parla una lingua diversa, fredda, fatta di bilanci e sostenibilità a tutti i costi.<br />
​Il calcio è cambiato e non si può pretendere che il romanticismo anni &#8217;80 sopravviva intatto. Ma la totale assenza di pathos che accompagna il Milan di oggi deve far riflettere. Quando si cancella l&#8217;emozione dal primo giorno di scuola, si rischia di trasformare la fede in un semplice abbonamento ad un servizio di intrattenimento.</p>
<p style="text-align: justify">​Il Milan del 1986 parte dal fango del quasi-fallimento e vola verso il cielo perché spinto da un vento di follia e grandezza. Il Milan di oggi si raduna solido nei conti, strutturato nei ranghi, ma terribilmente piatto nell&#8217;anima. E ai tifosi rimasti fuori dai cancelli non resta che guardare quell&#8217;elicottero ieri nel cielo di Milanello, con la triste certezza che la magia è finita e che, questa volta, la Cavalcata delle Valchirie non suona per loro.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Io che ho visto i giganti: perché in un anno nero mi è bastato Luka Modric</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 05:30:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[C’è un momento preciso, durante le domeniche a San Siro, in cui sento il cuore battere con la stessa intensità di un tempo. Succede quando la palla arriva tra i piedi di Luka Modrić. Intorno a lui il calcio moderno corre a cento all&#8217;ora: una tonnara di muscoli, scatti furiosi e scontri fisici. Ma quando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">C’è un momento preciso, durante le domeniche a San Siro, in cui sento il cuore battere con la stessa intensità di un tempo. Succede quando la palla arriva tra i piedi di Luka Modrić. Intorno a lui il calcio moderno corre a cento all&#8217;ora: una tonnara di muscoli, scatti furiosi e scontri fisici. Ma quando della sfera tocca il suo scarpino, la frenesia sparisce. Modrić non corre contro il tempo; lo domina. Quest&#8217;anno, avere la fortuna di osservarlo da vicino con la nostra maglia numero 14 sulle spalle è stata un’esperienza che mi ha riconciliato con questo sport. È una gioia pura, quasi infantile, che va oltre i gol o le classifiche. È il piacere estetico di vedere un uomo che fa la cosa più difficile del mondo facendola sembrare la più naturale sulla Terra.</p>
<p style="text-align: justify">​Diciamoci la verità: è stata un&#8217;annata calcisticamente difficile, a tratti deprimente. Eppure, in mezzo al grigiore di una stagione storta, io confesso una cosa: guardavo le partite solo ed esclusivamente per Lui. Sei stata la luce in questo anno difficile e buio, Luka. Quando la manovra era farraginosa e la delusione prendeva il sopravvento, mi bastava stringere gli occhi e focalizzarmi sul rettangolo di campo calpestato dal croato. Sapere che ogni novanta minuti avrebbe regalato almeno una giocata capace di valere il prezzo del biglietto era la mia unica certezza, la mia ancora di salvezza in un anno di sofferenza sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​Io sono cresciuto respirando la grandezza. Ho fatto in tempo a vedere l&#8217;eleganza regale di Van Basten, la potenza travolgente di Gullit, la perfezione difensiva di Baresi e la grazia infinita di Paolo Maldini. Ricordo le accelerazioni divine di Kaká e, anche se ero troppo piccolo per viverlo appieno, i racconti su Gianni Rivera hanno plasmato la mia idea di cosa debba essere un numero dieci. Per questo, lo ammetto, sono un tifoso difficile da accontentare. Ho gli occhi viziati dalla bellezza. Eppure, veder muovere Modrić in mezzo al campo quest&#8217;anno mi ha ridato i brividi dei primi giorni.<br />
​La sua bellezza sta tutta in una disarmante semplicità. Quando riceve il pallone spalle alla porta, pressato da due avversari che corrono il doppio di lui, non cerca il fallo e non si scompone. Gli basta un impercettibile movimento d&#8217;anca, un finto passo da una parte per andare dall&#8217;altra, e i difensori spariscono, risucchiati dal vuoto. Senza doppi passi acrobatici, solo con la postura del corpo. E poi c’è quel miracolo geometrico del suo esterno destro: un colpo di polso invisibile che trasforma un passaggio banale in una traiettoria tridimensionale, telecomandata. Modrić sa cosa accadrà sul campo tre secondi prima di tutti gli altri.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma la classe, da sola, non basta a spiegare il fenomeno. Ciò che mi lascia senza fiato, e che a Milanello ha sconvolto tutti fin dal primo giorno, è la sua mentalità pazzesca. A quarant&#8217;anni suonati, dopo aver vinto cinque Champions League e un Pallone d&#8217;Oro, Luka si allena ancora come se fosse un ragazzino della Primavera a caccia del primo contratto da professionista. Chi frequenta i campi d&#8217;allenamento racconta di un professionista maniacale, il primo ad arrivare e l&#8217;ultimo ad andarsene, uno che non accetta di perdere nemmeno la partitella del giovedì. Ha una personalità d&#8217;acciaio nascosta dietro un volto timido: non urla, non cerca le telecamere, ma guida con l&#8217;esempio. Quando vedi un monumento del genere rincorrere un avversario a perdifiato in allenamento, l&#8217;intero gruppo non può fare altro che seguirlo.</p>
<p style="text-align: justify">​Anche quando la stanchezza si è fatta sentire nella seconda parte di stagione, o quando ha dovuto stringere i denti giocando con la maschera protettiva sul viso pur di non saltare una partita, il suo atteggiamento è rimasto impeccabile. Nei mesi più bui di questa transizione rossonera, Luka mi ha restituito il lato più romantico e pulito di questo sport. Mi ha ricordato l&#8217;emozione che provavo da bambino quando vedevo qualcuno fare qualcosa di magico con un pallone tra i piedi.</p>
<p style="text-align: justify">​Ora che la stagione è conclusa e siamo l&#8217;alba di quella nuova, le voci sul suo futuro si rincorrono, ci troviamo a un bivio. C’è chi parla di un addio al calcio, chi sussurra di un clamoroso rinnovo per un altro anno in rossonero. Io non lo so cosa succederà nelle prossime settimane, ma so come mi sento. Se deciderai di continuare a illuminare San Siro per un&#8217;altra stagione, la mia gioia sarà immensa. Se invece deciderai che va bene così, che è arrivato il momento di fermarsi, capirò e rispetterò ogni tua scelta, con la consapevolezza che a un re non si chiede mai conto della propria corona.</p>
<p style="text-align: justify">​A me resta l&#8217;orgoglio immenso di poter dire, oggi e per sempre: &#8220;Io c&#8217;ero. Io ho visto Luka Modrić giocare per il Milan&#8221;. Ho visto l&#8217;essenza stessa del calcio sposarsi con la maglia più bella del mondo. Qualunque sia il tuo domani, Luka, il mio è solo un enorme, infinito ringraziamento. Se quest&#8217;anno non ho mai smesso di guardare il Milan, lo devo soltanto a te.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di Calciomercato: L&#8217;estate 1992 del Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 05:30:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​Ci sono stagioni che cambiano la storia di un club e stagioni che, semplicemente, ridefiniscono i confini del possibile nel gioco del calcio. La stagione 1991/1992, per il Milan, appartiene alla prima categoria, ma è l&#8217;estate del 1992 a traghettare definitivamente il Diavolo in una dimensione ultraterrena. ​Facciamo un piccolo passo indietro per capire il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Ci sono stagioni che cambiano la storia di un club e stagioni che, semplicemente, ridefiniscono i confini del possibile nel gioco del calcio. La stagione 1991/1992, per il Milan, appartiene alla prima categoria, ma è l&#8217;estate del 1992 a traghettare definitivamente il Diavolo in una dimensione ultraterrena.</p>
<p style="text-align: justify;">​Facciamo un piccolo passo indietro per capire il contesto. Nel maggio del 1991, l&#8217;ambiente rossonero è tutt&#8217;altro che sereno. Il Milan saluta Arrigo Sacchi e deve fare i conti con la pesante squalifica dalle coppe europee dopo la notte dei riflettori spenti a Marsiglia. La panchina viene affidata a Fabio Capello, un tecnico friulano accolto inizialmente dallo scetticismo generale. E invece, l&#8217;allenatore di Pieris compie un autentico capolavoro: rivitalizza il gruppo, compatta l&#8217;ambiente e vince lo Scudetto al primo colpo, firmando un’impresa leggendaria. Il Milan si laurea Campione d&#8217;Italia senza subire nemmeno una sconfitta. Sono gli Invincibili.</p>
<p style="text-align: justify;">​Se nell’estate precedente il calciomercato del Diavolo è stato di basso profilo, quasi d&#8217;attesa, la musica cambia radicalmente dopo il trionfo tricolore. Come &#8220;premio&#8221; per lo scudetto, il presidente Silvio Berlusconi decide di mettere mano al portafoglio in modo vistoso. Per essere competitivi sul doppio fronte, difendendo il titolo in Italia e dando l&#8217;assalto alla neonata Champions League, la rosa ha bisogno di un upgrade spaventoso. Serve aumentare il numero dei giocatori, certo, ma è la qualità complessiva a dover toccare vette mai viste prima.</p>
<p style="text-align: justify;">​​L&#8217;estate del 1992 porta con sé una grande novità regolamentare: viene aumentato il numero di calciatori stranieri tesserabili da ogni club, anche se vige ancora la rigida regola che ne consente solo tre contemporaneamente in campo. Una dinamica che spinge il Milan a fare incetta di talenti internazionali, creando una concorrenza interna ferocissima.<br />
​Il primo tassello è, in realtà, un ritorno a casa. Zvonimir Boban, acquistato l’anno prima dalla Dinamo Zagabria per ben 10 miliardi di lire e girato in prestito al Bari per saggiare l&#8217;impatto con la Serie A, rientra alla base. Il talento croato, mix perfetto di eleganza, visione di gioco e carattere fumantino, è pronto per la grande sfida.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ma i radar di via Turati continuano a guardare con insistenza verso i Balcani. Sempre da quella terra di poeti e guerrieri del pallone, il Milan mette le mani su un talento puro, anarchico e celestiale: Dejan Savićević. Il Genio arriva a Milano da Campione del Mondo in carica con la Stella Rossa di Belgrado. I tifosi rossoneri lo conoscono bene, avendolo affrontato e sofferto nella celebre e nebbiosa sfida infinita del 1988. Savićević è l&#8217;uomo capace di spaccare le partite con una singola giocata, l&#8217;imprevedibilità fatta calciatore.</p>
<p style="text-align: justify;">​​Il Milan non si ferma e decide di attingere anche da chi, solo dodici mesi prima, aveva spento i sogni europei del club. Dalla Francia arriva Jean-Pierre Papin, il centravanti implacabile dell’Olympique Marsiglia e Pallone d’oro in carica del 1991. Per strapparlo ai francesi, Berlusconi sborsa la cifra monstre di 14 miliardi di lire. JPP va a comporre un reparto offensivo da fanta-calcio insieme a Marco van Basten, regalando a Capello una potenza di fuoco spaventosa.</p>
<p style="text-align: justify;">​Il vero fiore all’occhiello di quella campagna acquisti faraonica, l&#8217;operazione che fa saltare i banchi e infiamma le cronache nazionali, parla però italiano. Il Milan porta alla corte di Capello l’astro nascente del calcio nostrano: Gianluigi Lentini.</p>
<p style="text-align: justify;">​Il ventitreenne centrocampista del Torino è l&#8217;esterno moderno per eccellenza: forte fisicamente, velocissimo, devastante nell&#8217;uno contro uno. Il suo trasferimento in rossonero si trasforma immediatamente in un caso politico e sociale, uno dei primi grandi acquisti mediatici della storia del calcio moderno. I tifosi granata scendono in piazza in preda alla rabbia, scatenando vere e proprie proteste a Torino per la cessione del loro idolo. Lo stesso Lentini, inizialmente, è tormentato e non vorrebbe lasciare i colori della sua vita. Le polemiche, i sussurri sulle cifre reali dell&#8217;operazione e il clamore giornalistico accompagnano ogni singolo passo del ragazzo verso Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">​​Con gli arrivi di Papin, Savićević, Lentini e il rientro di Boban, volendo ci sarebbero anche De Napoli ed Eranio, che vanno ad aggiungersi al blocco storico degli olandesi (Van Basten, Gullit, Rijkaard) e alla leggendaria difesa italiana guidata da Baresi e Maldini, prende forma una delle rose più profonde, ricche e qualitative che la storia del calcio ricordi.</p>
<p style="text-align: justify;">​È il via ufficiale all&#8217;era del &#8220;turnover&#8221; ragionato, una necessità di gestione che Capello cavalcherà con polso di ferro e intelligenza tattica. Quell&#8217;estate del 1992, vissuta a colpi di miliardi e colpi di scena, cambia per sempre i connotati del calciomercato, trasformando il Milan in una vera e propria corazzata globale, costruita con un unico, ossessivo obiettivo: vincere tutto, ovunque, senza lasciare nemmeno le briciole agli avversari.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di Calciomercato: Roberto Baggio in rossonero, il capolavoro mancato del &#8220;posto giusto nel momento sbagliato&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​“Nel 1990 lo avevamo quasi preso, ma l’avvocato Agnelli chiese a Berlusconi di lasciare alla Juventus almeno il giocatore, visto che in quegli anni il Milan aveva raccolto un gran numero di trofei. Poi, qualche anno dopo, siamo riusciti a comprarlo”. Questa è una delle grandi verità del calciomercato italiano, un aneddoto iconico che Adriano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>​“Nel 1990 lo avevamo quasi preso, ma l’avvocato Agnelli chiese a Berlusconi di lasciare alla Juventus almeno il giocatore, visto che in quegli anni il Milan aveva raccolto un gran numero di trofei. Poi, qualche anno dopo, siamo riusciti a comprarlo”.</strong></em><br />
Questa è una delle grandi verità del calciomercato italiano, un aneddoto iconico che Adriano Galliani ama raccontare ogni volta che si riavvolge il nastro della memoria e si pronuncia un nome che fa battere il cuore a chiunque ami il calcio: Roberto Baggio.</p>
<p>​Dietro questa confessione nostalgica si nasconde uno dei più grandi &#8220;sliding doors&#8221; della storia del Milan. Il calcio, esattamente come la vita di tutti i giorni, è una complessa questione di tempismo. Bisogna avere la fortuna e la coincidenza astrale di trovarsi nel posto giusto, ma soprattutto nel momento giusto. Una regola aurea che, purtroppo, non si applica alla perfezione quando le strade del Divin Codino e del Diavolo finiscono finalmente per incrociarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">​Per assistere alla fumata bianca bisogna aspettare l&#8217;estate del 1995. Roberto Baggio è, senza discussione alcuna, uno dei top player assoluti del calcio mondiale. Solo due anni prima, nel 1993, ha sollevato al cielo il Pallone d’oro e ha trascinato la Juventus a suon di gol e giocate celestiali. Eppure, a Torino l&#8217;aria si è fatta improvvisamente pesante. L&#8217;avvento di Marcello Lippi sulla panchina bianconera e la fragorosa esplosione del giovane Alessandro Del Piero incrinano definitivamente il feeling tra il numero 10 e la dirigenza juventina. Baggio non è più intoccabile, la Vecchia Signora è pronta a sacrificarlo.</p>
<p>​I dirigenti rossoneri, sempre attentissimi alle opportunità d&#8217;oro che offre il mercato, fiutano l&#8217;affare del decennio. Capiscono che quello è il momento esatto per inserirsi, per sferrare l&#8217;attacco decisivo e regalare al popolo milanista quel genio che era sfuggito cinque anni prima. Segue una trafila classica del giornalismo estivo: smentite di rito, indiscrezioni sussurrate a mezzo stampa, clamori mediatici. Poi, il 6 luglio 1995, arriva l&#8217;ufficialità. Roberto Baggio passa al Milan per una cifra vicina ai 20 miliardi di lire, firmando un contratto da 2 miliardi delle vecchie lire all’anno. Sulla carta, è un matrimonio da sogno, l&#8217;unione tra la squadra più gloriosa del decennio e il calciatore più poetico d&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">​​La realtà del campo, però, restituisce un&#8217;istantanea diversa, venata da una sottile malinconia. L&#8217;avventura di Baggio in rossonero lascia fin da subito un sapore di incompiuto, il retrogusto amaro di un qualcosa che avrebbe potuto essere leggendario e che invece si limita a essere &#8220;soltanto&#8221; normale. Il fantasista arriva a Milano in una fase delicata: il ciclo degli Invincibili di Fabio Capello sta vivendo una transizione profonda, l&#8217;intensità sta calando e gli ingranaggi non sono più fluidi come un tempo.<br />
​Nonostante le difficoltà strutturali, il primo anno si chiude con la conquista dello Scudetto. È il titolo numero quindici della storia milanista, ma Baggio non riesce mai a sentirsi pienamente integrato nel cuore del progetto tecnico. Un po&#8217; per via di una serie di contrattempi fisici che ne frenano la continuità, un po&#8217; per l&#8217;immensa concorrenza interna in un reparto offensivo stellare, il talento di Caldogno fatica a trovare la sua centralità assoluta. Spesso parte dalla panchina, spesso viene sostituito, faticando a esprimere quella leadership tecnica che lo ha reso unico al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">​Se il primo anno è complicato, il secondo capitolo si rivela persino peggiore. All&#8217;inizio della stagione 1996/97, il nuovo mister Óscar Tabárez prova a cambiare le carte in tavola. Il tecnico uruguaiano decide di metterlo al centro del suo progetto tattico, consegnandogli le chiavi della squadra. L&#8217;illusione, tuttavia, dura pochissimo. I risultati non arrivano, la panchina salta e la società richiama di corsa Arrigo Sacchi.<br />
​È l&#8217;inizio della fine dell&#8217;esperienza rossonera di Baggio. Il ritorno del tecnico di Fusignano fa riemergere istantaneamente i vecchi dissapori, le incomprensioni tattiche e le ruggini mai smaltite della spedizione mondiale di USA &#8217;94. Il rapporto tra il rigido dogmatismo di Sacchi e la libertà creativa di Baggio è da sempre conflittuale, e a Milanello si consuma l&#8217;atto finale. Il minutaggio del fantasista crolla, l&#8217;entusiasmo si azzera e, dopo due sole stagioni e un totale di 67 presenze e 19 reti, l&#8217;avventura si chiude mestamente. Il Divin Codino saluta Milano per andare a rinascere a Bologna.</p>
<p style="text-align: justify;">​​La parabola di Roberto Baggio al Milan resta così l&#8217;emblema di un campione immenso che, nonostante un bagaglio tecnico e umano sconfinato, non incontra mai l&#8217;ambiente e il contesto ideali per poter risplendere al massimo delle sue potenzialità. Ed è qui che torna a galla, prepotente, il rimpianto legato a quell&#8217;aneddoto del 1990 raccontato da Galliani.<br />
​Cosa sarebbe successo se l&#8217;Avvocato Agnelli non avesse chiesto quel favore a Berlusconi? Se Baggio fosse sbarcato a Milano nell&#8217;estate del 1990, nel pieno della sua giovinezza atletica e nel cuore pulsante del Milan degli olandesi e di Sacchi, la storia del calcio avrebbe preso una piega diversa. Con ogni probabilità, oggi racconteremmo un&#8217;epopea straripante, fatta di bacheche ancora più piene, di gol fantascientifici inseriti in una macchina teatrale perfetta, capace di segnare un&#8217;era. Ma il calcio non si fa con i &#8220;se&#8221;. Resta la bellezza visiva di aver visto, anche solo per un breve frammento di storia, la maglia numero 18 del Milan sulle spalle del calciatore più puro che l&#8217;Italia abbia mai cresciuto.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C&#8217;era una volta il Calciomercato: Estate 1982, la rivoluzione che accende la rinascita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​L’estate del 1982 è uno spartiacque unico, doloroso e al tempo stesso mitico per il calcio italiano. Per chiunque, è l&#8217;estate del Mundial di Spagna, delle braccia al cielo di Pertini, dell&#8217;urlo di Tardelli e degli azzurri di Bearzot sul tetto del mondo. Per i tifosi del Milan, però, quel sapore dolce si mescola a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​L’estate del 1982 è uno spartiacque unico, doloroso e al tempo stesso mitico per il calcio italiano. Per chiunque, è l&#8217;estate del Mundial di Spagna, delle braccia al cielo di Pertini, dell&#8217;urlo di Tardelli e degli azzurri di Bearzot sul tetto del mondo. Per i tifosi del Milan, però, quel sapore dolce si mescola a un retrogusto decisamente amaro. Mentre il Paese festeggia, il club rossonero si ritrova a fare i conti con la realtà più dura della sua storia recente: una sanguinosa retrocessione in Serie B, maturata sul campo in una stagione maledetta.<br />
​Da un baratro del genere si può solo risalire, ma per farlo serve coraggio. A guidare la ricostruzione c&#8217;è il presidente Giuseppe Farina, insediatosi a maggio alla guida della società. Consapevole che le macerie lasciate dal recente passato sono profonde, Farina decide di azzerare tutto. La parola d’ordine è una sola: rivoluzione. Per metterla in atto, la società si affida alla competenza di Silvano Ramaccioni e sceglie come nuovo allenatore Ilario Castagner, l&#8217;uomo che ha plasmato il celebre &#8220;Perugia dei miracoli&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">​Castagner ha le idee chiare e mette subito sul tavolo le proprie richieste: per il suo gioco servono l&#8217;esperienza di Oscar Damiani e la qualità di Vinicio Verza. Ma il calciomercato di quell&#8217;estate calda è dominato soprattutto da un clamoroso scossone sull&#8217;asse cittadino. Fulvio Collovati, lo stopper cresciuto nel vivaio rossonero, decide di non scendere in Serie B e fugge sull&#8217;altra sponda del Naviglio, sposando la causa dell&#8217;Inter. Un addio vissuto come un vero e proprio sgarbo, un tradimento che la tifoseria milanista non perdonerà mai.<br />
​Farina e Ramaccioni, però, riescono a monetizzare al massimo la partenza del difensore imbastendo una maxi-operazione proprio con i cugini nerazzurri. Per compensare la perdita di Collovati, il Milan pretende e ottiene dall&#8217;Inter un vero e proprio blocco di giocatori pronti a tutto: arrivano così in rossonero il bomber Aldo Serena, l&#8217;esperienza difensiva di Nazzareno Canuti e la sostanza a centrocampo di Giancarlo Pasinato. Vedere tre giocatori compiere il percorso inverso, svestendo il nerazzurro per indossare la maglia del Milan in Serie B, è il segno di un mercato d&#8217;altri tempi. Si tratta di innesti di categoria, uomini di carattere scelti per battagliare sui campi polverosi della cadetteria e garantire una pronta risalita.</p>
<p style="text-align: justify">​L&#8217;addio di Collovati non è l&#8217;unico. La società decide di tagliare col passato in modo netto, smantellando quasi per intero il vecchio blocco dei reduci dello Scudetto della Stella del 1979. Salutano il Milan pilastri come Roberto Antonelli, Ruben Buriani, Aldo Maldera e Walter Novellino, e non trova spazio per la conferma nemmeno Adelio Moro. È un taglio netto con la nostalgia, necessario per far nascere un ciclo completamente nuovo.</p>
<p style="text-align: justify">​In mezzo a questo terremoto di cessioni e addii, c&#8217;è una decisione che cambia per sempre la storia del club e la geografia del cuore dei tifosi. A differenza di Collovati, che sceglie i rifugi sicuri della Serie A, un ragazzo di ventidue anni decide di fare una scelta controtendenza. Quel ragazzo si chiama Franco Baresi.<br />
​Poche settimane prima, pur senza scendere in campo, si è laureato Campione del Mondo a Madrid. Eppure, con la medaglia d&#8217;oro ancora calda in tasca, Baresi evita le sirene del mercato e rifiuta le ricche offerte delle big per rimanere al Milan e giocare la Serie B per la seconda volta nella sua giovane carriera. Da quella stagione indossa la fascia al braccio: diventa il Capitano. È il gesto che lo consacra alla leggenda, l&#8217;atto d&#8217;amore definitivo che gli garantisce la gloria eterna agli occhi del popolo rossonero. Un leader silenzioso attorno a cui edificare le fondamenta del futuro Milan.</p>
<p style="text-align: justify">​Accanto ai nuovi acquisti arrivati dall&#8217;Inter e alla leadership di Baresi, il progetto di Castagner poggia con forza sulla valorizzazione delle forze fresche. Resta in rosa lo scozzese Joe Jordan, lo Squalo, voglioso di riscattare un&#8217;annata opaca e pronto a dare battaglia in un campionato fisico come la Serie B. Ma lo spazio vitale viene concesso ai giovani terribili del vivaio milanista. Calciatori come Sergio Battistini, Maurizio Icardi e Andrea Icardi iniziano a trovare continuità, e insieme a loro crescono ragazzi del calibro di Chicco Evani e un giovane difensore di grande prospettiva: Mauro Tassotti.</p>
<p style="text-align: justify">​Il primo agosto 1982 la squadra si ritrova nel ritiro di Pinzolo per dare ufficialmente il via alla stagione. L&#8217;atmosfera tra i tifosi è un misto di curiosità e scetticismo, ma ci pensa Ilario Castagner a spazzare via i dubbi con una sola, fulminea dichiarazione di presentazione: “Mi ispiro a Nereo Rocco”.<br />
​Bastano queste ematiche parole per toccare le corde giuste, evocare i fantasmi benefici del passato e riaccendere l&#8217;entusiasmo dei casciavit. Quella frase restituisce il sorriso a una tifoseria ferita. Sarà un&#8217;annata di purgazione, ma vissuta con una cavalcata trionfale che riporterà immediatamente il Diavolo in Serie A, gettando i semi di una mentalità e di un gruppo che, pochi anni più tardi, conquisterà il mondo.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C&#8217;era una volta il calciomercato: Ruud Gullit, quell&#8217;amore tra Milano e Genova nato due volte d&#8217;estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 05:30:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate. ​Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate.</p>
<p style="text-align: justify">​Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, il senso di rivalsa, la nostalgia. La storia che lega Ruud Gullit al Milan ne è l&#8217;esempio perfetto. È un romanzo d&#8217;amore intenso, vincente, ma anche tormentato, che vive di addii improvvisi, clamorosi ritorni e di una rotta aerea, quella tra Milano e Genova, percorsa ben due volte nell&#8217;arco di pochissimo tempo.</p>
<p style="text-align: justify">​Per i tifosi rossoneri, parlare del Tulipano Nero significa toccare le corde del mito. Arrivato nell&#8217;estate del 1987, Gullit porta a Milanello un&#8217;energia, una positività e una freschezza sconosciute al calcio italiano dell&#8217;epoca. Con le sue treccine al vento e una potenza fisica straripante, Ruud diventa il simbolo del Milan di Arrigo Sacchi, una macchina perfetta capace di dominare l&#8217;Europa e il mondo. In sei anni di questa prima epopea, il palmarès è da capogiro: tre scudetti, tre Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali, senza dimenticare il Pallone d’Oro sollevato al cielo nel 1987. Un legame che sembra indissolubile, ma che il tempo e i cambiamenti tecnici iniziano a logorare.</p>
<p style="text-align: justify">​​La svolta arriva quando Arrigo Sacchi saluta la compagnia per sedersi sulla panchina della Nazionale italiana. Al suo posto la società sceglie Fabio Capello. Tra il tecnico friulano e il fuoriclasse olandese, però, il feeling non è lo stesso. I contrasti tattici e caratteriali si moltiplicano mese dopo mese. La goccia che fa traboccare il vaso si consuma nella notte più importante: la finale di Champions League a Monaco di Baviera, nel 1993, contro il Marsiglia. Capello decide di mandare Gullit in tribuna. È la frattura definitiva.<br />
​Dietro le quinte, intanto, c&#8217;è chi si muove con sapienza da tempo. È il 23 dicembre 1992 quando, al termine di un Sampdoria-Milan finito 1-2 per i rossoneri, il carismatico presidente blucerchiato Paolo Mantovani si avvicina a Gullit. Poche parole, un&#8217;idea che germoglia nella mente del campione. Nonostante la forte concorrenza del Torino, l&#8217;accordo si concretizza l&#8217;estate successiva. Il 14 luglio 1993, Ruud Gullit firma un contratto annuale con la Sampdoria per una cifra complessiva di un miliardo di lire. Per il Tulipano Nero, ormai trentunenne, è il momento di rimettersi in gioco lontano dai vincoli milanesi.</p>
<p style="text-align: justify">​A Genova l&#8217;aria è diversa, più leggera ma ugualmente ambiziosa. Circondato da campioni del calibro di Roberto Mancini, Attilio Lombardo e David Platt, Gullit rinasce totalmente. Il campo dimostra che l&#8217;olandese ha ancora tantissimo da dare, e il destino, come spesso accade nel calcio, si diverte a presentare il conto alla sua vecchia squadra in una domenica d&#8217;autunno.<br />
​È il 31 ottobre 1993, a Marassi va in scena Sampdoria-Milan. I rossoneri di Capello partono forte e si portano sul doppio vantaggio grazie alle reti di Albertini e Laudrup, nate da due invenzioni di Donadoni. La partita sembra chiusa, ma è qui che sale in cattedra l&#8217;orgoglio del grande ex. Gullit trascina i suoi: prima serve l&#8217;assist per il gol di Katanec che riapre i giochi, poi Mancini pareggia su rigore. Il capolavoro si compie nel finale, quando è proprio Ruud a firmare la rete del definitivo 3-2 che regala i due punti alla Doria. La sua esultanza è rabbiosa, plateale, liberatoria. In quei gesti c&#8217;è tutta la delusione accumulata verso la dirigenza rossonera, un urlo in faccia a chi lo aveva considerato un calciatore sul viale del tramonto.</p>
<p style="text-align: justify">​Il calcio, però, sa essere ciclico. Quel Gullit così devastante in maglia blucerchiata fa scattare qualcosa nella mente del presidente Silvio Berlusconi. Il rimpianto è troppo forte. Il numero uno del Milan decide di scendere in campo in prima persona e pronuncia una frase destinata a rimanere negli annali:<em><strong> “Ruud torna, dimentichiamo quello che è successo”.</strong></em><br />
​La nostalgia e il richiamo della sua vecchia casa hanno la meglio. Nell&#8217;estate del 1994, Gullit compie il percorso inverso e torna a vestire la maglia del Milan. L&#8217;inizio sembra promettente: i rossoneri vincono la Supercoppa Italiana ai calci di rigore proprio contro la &#8220;sua&#8221; Sampdoria. Ma è un fuoco di paglia. Meccanismi spezzati difficilmente tornano a funzionare come un tempo. Ruud si rende conto che lo spazio non è più quello di una volta e non si sente più al centro del progetto, non avverte più quell&#8217;importanza vitale che aveva caratterizzato gli anni d&#8217;oro del Grande Milan.</p>
<p style="text-align: justify">​La magia è svanita. Bastano pochi mesi per capire che il secondo capitolo non regge il confronto con il primo. Così, a stagione in corso, Gullit riprende per l&#8217;ultima volta l&#8217;autostrada per Genova, tornando alla Sampdoria prima di volare in Inghilterra a chiudere la carriera con il Chelsea. Una storia d&#8217;andata e ritorno, densa di emozioni, che dimostra come nel calcio l&#8217;orgoglio e l&#8217;amore viaggino spesso sullo stesso identico binario.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C’era una volta il calciomercato: il giorno in cui il Milan di Berlusconi scippò Donadoni alla Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 12:51:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​Siccome iniziamo quel periodo dell&#8217;anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l&#8217;attualità dei giorni nostri, anche perché c&#8217;è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Siccome iniziamo quel periodo dell&#8217;anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l&#8217;attualità dei giorni nostri, anche perché c&#8217;è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni giorno e che, molte volte, non sono mai veri. Preferisco aprire il libro della storia e sfogliare le pagine delle grandi trattative rossonere del passato. Quelle vere, fatte di intuizioni, colpi di teatro e storici sgarri.</p>
<p style="text-align: justify;">​La prima pagina di questo libro ci riporta alla primavera del 1986. C&#8217;è una frase, pronunciata dall’Avvocato Gianni Agnelli, che fotografa perfettamente quel momento e che suona quasi come una profezia:<br />
​&#8221;Berlusconi si è abbattuto sul calcio trasformandolo da sport a spettacolo televisivo. Donadoni è stato il primo pezzo che ci ha strappato, per di più da una nostra assidua fornitrice. Nulla sarà come prima”.<br />
In queste parole si legge tutta la delusione dell&#8217;Avvocato per il mancato approdo di Roberto Donadoni in bianconero. Quell&#8217;affare non rappresenta solo un clamoroso colpo di mercato, ma segna l&#8217;inizio di una vera e propria rivoluzione geopolitica nel calcio italiano. Il Milan di Silvio Berlusconi è appena nato, ma fa già capire a tutti che le vecchie regole del gioco sono saltate.<br />
​Per capire la portata di questo trasferimento, bisogna fare un passo indietro e guardare alla mappa del potere del calcio dell&#8217;epoca. La Juventus di Giampiero Boniperti si muove sul mercato con la sicurezza di chi detta legge da decenni. La squadra di Bergamo, in quegli anni, ha un rapporto solido e privilegiato con i bianconeri. L&#8217;Atalanta è, a tutti gli effetti, una preziosa e assidua &#8220;bottega di fiducia&#8221; per la Vecchia Signora.<br />
​I piemontesi sanno che i migliori talenti cresciuti a Zingonia, prima o poi, prendono l&#8217;autostrada in direzione Torino. È già successo con leggende del calibro di Gaetano Scirea e Antonio Cabrini, pilastri della Juventus e della Nazionale. Per questo motivo, quando esplode il talento cristallino di quel ragazzo di Cisano Bergamasco, a Torino si sentono al sicuro. Roberto Donadoni è il gioiello più brillante dell’Atalanta, un’ala destra dotata di un dribbling fulmineo, visione di gioco e una classe purissima. La Juventus lo segue, lo blocca virtualmente e, con una punta di superficialità, lo considera già suo.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ma la primavera del 1986 porta con sé un vento di cambiamento che nessuno, a Torino, ha messo in conto. Silvio Berlusconi ha appena rilevato il Milan da Giuni Farina, salvando il club dal baratro, e ha fretta di costruire una squadra stellare. Sul giovane Donadoni non c’è solo la Juve; si avventa con decisione anche la Roma di Dino Viola. La situazione si fa intricata.<br />
​L’Atalanta si trova in evidente difficoltà. Il presidente bergamasco, Achille Bortolotti, sente il peso del legame storico con la dirigenza juventina, ma le cifre e le pressioni che arrivano da Milano sono impossibili da ignorare. È a questo punto che Berlusconi decide di scendere in campo personalmente, inaugurando quello che diventerà il suo marchio di fabbrica: la diplomazia della cena.<br />
​Berlusconi invita Bortolotti direttamente ad Arcore, nella lussuosa Villa San Martino. Tra una portata e l&#8217;altra, il neo-presidente rossonero illustra la sua visione grandiosa del Milan del futuro e, soprattutto, mette sul tavolo un&#8217;offerta economica irrinunciabile. La situazione si sbroglia in poche ore. Quando la Juventus prova a ricucire i contatti, è troppo tardi. Le comunicazioni tra Torino e Bergamo si interrompono bruscamente. Giampiero Boniperti va su tutte le furie, l’Avvocato Agnelli mastica amaro, ma il capolavoro diplomatico del Milan è ormai compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">​In questa fitta trama di miliardi e cene di gala, c&#8217;è però un elemento umano fondamentale: la volontà del giocatore. Donadoni non subisce passivamente il mercato, ma ci mette del suo. Il fascino del nuovo progetto rossonero lo cattura fin da subito. Il ragazzo non si nasconde e fa pressione sul direttore sportivo orobico, spingendo con decisione per la soluzione milanista. Vuole il Milan, vede nel club rossonero la sponda ideale per la sua definitiva consacrazione.<br />
​Il 30 aprile 1986 arriva l&#8217;ufficialità che scuote il calcio italiano. Per la cifra record di 4 miliardi di lire, più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati che fanno il percorso inverso verso Bergamo, Roberto Donadoni diventa ufficialmente un nuovo giocatore del Milan. Il primo smacco di Silvio alla Vecchia Signora è servito su un piatto d&#8217;argento.<br />
​​Il tempo darà ampiamente ragione a quella scelta coraggiosa. Donadoni diventa il fulcro tattico del Milan di Arrigo Sacchi prima e di Fabio Capello poi. Con la sua maglia numero 7, vince tutto quello che c&#8217;è da vincere: scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali, trasformando quel Milan nella squadra &#8220;degli Immortali&#8221; e degli &#8220;Invincibili&#8221;.<br />
​Ecco perché mi piace il calciomercato raccontato così. Quel colpo di mano della primavera del 1986 rompe per sempre un monopolio e traccia la strada per i successi futuri. Berlusconi non si limita a comprare un grande giocatore, ma lancia un messaggio chiaro a tutto il calcio italiano: il Milan è tornato e non ha più paura di nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>L&#8217;IO CONTRO IL NOI: Ibrahimovic, il finto custode e la morte del Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 05:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Parlare di quel 24 maggio 1989 è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché le immagini di Barcellona sono scolpite nella mente di chiunque ami questi colori; difficile perché, per chi allora aveva solo quindici anni, significa rivivere un&#8217;epoca in cui tutto accadeva alla velocità della luce. Solo sette anni prima, nel 1982, piangevo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Parlare di quel 24 maggio 1989 è facile e difficile allo stesso tempo. Facile perché le immagini di Barcellona sono scolpite nella mente di chiunque ami questi colori; difficile perché, per chi allora aveva solo quindici anni, significa rivivere un&#8217;epoca in cui tutto accadeva alla velocità della luce. Solo sette anni prima, nel 1982, piangevo per una retrocessione in Serie B che ritenevo ingiusta. Poi l&#8217;inferno della caduta, la risalita e, a sette anni esatti da quel baratro, il mio Milan si giocava la finale di Coppa dei Campioni. Per me, abituato a vedere trionfare gli altri, sembrava una dimensione irreale.</p>
<p style="text-align: justify">​Quella finale arrivava dopo un cammino epico, toccando Sofia, Belgrado, Brema, Madrid e Barcellona. Era la prima volta per me, ma anche per molti di quei ragazzi che erano i miei idoli assoluti: Tassotti, Evani, Maldini, Filippo e Giovanni Galli, Gullit, Van Basten, Virdis, Costacurta, Colombo, Rijkaard, Donadoni. Una formazione incredibile.<br />
​Ricordo l’attesa snervante di quel pomeriggio, la tensione alle stelle. C’era la consapevolezza che potesse trattarsi di un evento unico, l&#8217;occasione per sbattere il trionfo in faccia a chi si pavoneggiava per lo scudetto dei record o a chi festeggiava a Napoli. La Gazzetta parlava di un esodo biblico: oltre novantamila milanisti in viaggio verso la Catalogna, un&#8217;onda rossonera pazzesca. C&#8217;era persino la paura dello sciopero TV in Spagna. Un misto di gioia e terrore nello stomaco.</p>
<p style="text-align: justify">​Poi, l&#8217;inizio della partita. E la tensione svanisce in un attimo: in campo c’è una sola squadra. Il Milan aggredisce lo Steaua Bucarest fin dal primo secondo. Al 15&#8242; Gullit prende il palo, e un attimo dopo l&#8217;olandese con le trecce insacca a porta vuota. È l&#8217;1-0. Il mio urlo libera tutta l&#8217;eccitazione per una supremazia schiacciante. Al 27&#8242; il raddoppio: cross di Tassotti e Marco Van Basten vola in cielo per il 2-0. Sobbalzo dalla sedia e abbraccio il televisore, volevo saltare al collo del mio idolo orange. In quel momento inizio a capire i racconti di mio padre sulla finale di Madrid di vent&#8217;anni prima. Allora era stato il suo eroe Prati, oggi erano i miei eroi a dominare.<br />
​Al 39&#8242; il tris: Ancelotti per Donadoni, tracciante per Gullit che controlla e fulmina il portiere di potenza. Un gol ogni dieci minuti. Nella ripresa, dopo appena sessanta secondi, Van Basten fa poker su assist di Rijkaard. 4-0. Fine dei giochi. Inizia la mia festa, sventolando quel bandierone rossonero che un anno prima aveva conquistato Napoli. Eravamo Campioni d’Europa. Quei ragazzi, per me, saranno per sempre gli Immortali.</p>
<p style="text-align: justify">​​Non avrei mai pensato che, esattamente trentasette anni dopo, avrei dovuto vivere da adulto la morte del mio Milan. Perché di questo si tratta, ed è giunto il momento di dirlo senza filtri: il mio AC Milan, il mio più grande amore, è ormai ridotto a cenere dopo essere stato ucciso, vilipeso, divorato, umiliato e ridicolizzato. Seguo questa squadra da più di quarant&#8217;anni: ho pianto a Cesena per la B, ho vissuto in diretta il furto di Verona nel 1990, ho sopportato l&#8217;intera Banter Era e molto altro. Ma un senso di impotenza totale e frustrazione rabbiosa come quello attuale non l’ho mai provato. A 52 anni il dolore non è per una partita andata male. Sono arrabbiatissimo perché mi è stato scippato il Milan dalle mani, dal cuore e dall&#8217;anima.</p>
<p style="text-align: justify">​Il Milan è diventato una società spenta, svuotata, completamente distante dalla sua storia e dai suoi tifosi. Una discesa lenta, inesorabile, culminata nell&#8217;ennesima pagina grottesca della nostra storia recente: la sconfitta casalinga per 1-2 contro il Cagliari a San Siro. Perdere in quel modo, venendo surclassati in tutto nonostante il gol al primo minuto ci avesse spianato la strada, è stato il manifesto programmatico del nostro sfacelo. Una svalutazione totale della rosa, unita a un mercato invernale passivo, immobile e vigliacco, che ha certificato il fallimento di un&#8217;intera struttura sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​Le cause di questo disastro affondano le radici in precise scelte strategiche. Eppure, c&#8217;eravamo riusciti. Questo è il dolore più grande. Eravamo faticosamente venuti fuori da dieci anni di disperazione totale, di fallimenti e di crisi nera. Eravamo tornati a vincere il campionato e a vivere quelle elettrizzanti, magiche serate primaverili di Champions League, sorretti da un&#8217;unione totale e simbiotica tra i tifosi, la squadra, l&#8217;allenatore e la dirigenza. Avevamo tra le mani una rosa che andava soltanto migliorata, e avevamo dei leader veri come Paolo Maldini: gente dotata di anima, stile e con la storia del Milan che scorreva potente nel sangue. Bastava davvero poco per aprire un ciclo duraturo. Bastava spendere bene e un briciolo di più, inserire un allenatore di livello internazionale, acquistare un grande campione all&#8217;anno e continuare a valorizzare i giovani.</p>
<p style="text-align: justify">​Invece i signori del fondo hanno preferito smantellare scientificamente tutto. La verità è che il peccato originale è stato commesso quando venne cacciato Paolo Maldini, e non ho paura a dirlo e ne tanto meno di nominarlo. Da quel momento in avanti il Milan è stato progressivamente smontato pezzo dopo pezzo. Sono stati distrutti gli equilibri, il senso di appartenenza, la competenza calcistica e soprattutto il legame tra il club e il suo popolo. Hanno venduto istantaneamente Sandro Tonali, hanno messo la gestione tecnica in mano a dirigenti inadeguati e hanno riempito la rosa di calciatori disfunzionali strapagati a prezzi esorbitanti. Hanno letteralmente raso al suolo l&#8217;intero progetto tecnico e finanziario, distruggendo quella traiettoria virtuosa di crescita economica ed esposizione mediatica internazionale che era stata messa in piedi da dirigenti come Ivan Gazidis, Paolo Maldini e Frederic Massara.</p>
<p style="text-align: justify">Quella cacciata è stata la vera, tragica sliding door. Paolo, che pochi giorni dopo il trionfo tricolore dettava già le regole e le ambizioni per il futuro, è stato allontanato come un fastidio da chi non tollera la competenza e la grandezza morale.</p>
<p style="text-align: justify">​​I nodi, però, vengono sempre al pettine. E davanti al baratro del fallimento sportivo e all&#8217;eliminazione dalla Champions League per il secondo anno consecutivo, Gerry Cardinale ha dovuto prendere atto del disastro della sua stessa creatura. Consapevole dell&#8217;insostenibilità di quel teatrino aziendale che faceva ridere l&#8217;Italia, il numero uno di RedBird ha deciso di azzerare tutto con un colpo di spugna violentissimo. Un repulisti totale, tardivo ma inevitabile, che ha spazzato via l&#8217;intera catena di comando, anche se a parere mio avrebb dovuto iniziare da se stesso.<br />
​Se ne va Giorgio Furlani, l&#8217;amministratore delegato robotico e algido, perfetto esecutore di un modello basato sul controllo ossessivo dei costi ma totalmente privo di anima calcistica. Insieme a lui, cade definitivamente il mito di Geoffrey Moncada. Ci era stato venduto per anni come lo &#8220;scout visionario&#8221;, il mago dei dati. Improvvisato Direttore Sportivo dall&#8217;oggi al domani senza le competenze necessarie, Moncada esce di scena lasciando dietro di sé macerie: milioni buttati per ingrassare i procuratori amici e un progetto &#8220;Milan Futuro&#8221; nato praticamente morto. Una struttura a sei teste che si è sciolta come neve al sole. E dentro questo tsunami societario finiscono inevitabilmente anche il brevissimo e fallimentare interregno tecnico di Massimiliano Allegri e Igli Tare. Allegri, crollato sotto il peso di un vuoto cosmico e di uno spogliatoio privo di motivazioni, e Tare, incapace di incidere in un contesto destabilizzato, pagano l&#8217;errore di aver accettato di far parte di questa farsa quotidiana. Se ne vanno da sconfitti, bruciati dall&#8217;ennesimo cortocircuito di questa gestione.</p>
<p style="text-align: justify">​Ora, sulle macerie di via Aldo Rossi, si staglia la nuova linea di comando voluta da Cardinale: Giorgio Calvelli all&#8217;area finanziaria ed economica, e Zlatan Ibrahimovic promosso a capo assoluto dell&#8217;area sportiva.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma qui casca l&#8217;asino, ed è qui che la rabbia si trasforma in profondo disgusto. Come si può avere fiducia in chi ha scientificamente contribuito a distruggere lo spogliatoio, telefonando direttamente ai calciatori per metterli contro Allegri nel momento più delicato e decisivo della stagione? Io questo fatto non lo posso dimenticare, e non lo dimenticherò mai. Quella di Ibrahimovic è stata semplicemente sete di potere, l’atto di una persona arrogante che ha tramato alle spalle della squadra, alimentando solo nervosismo e facendo guerre interne distruttive invece di proteggere il gruppo. Se questi sono i prodromi della ricostruzione, pensare di poter ricominciare con lui al comando è un&#8217;utopia pericolosa.<br />
​Come si può dare credito a uno che sparisce per mesi interi e, quando deve prendersi le sue precise responsabilità, scappa a gambe levate? Domenica sera, dopo l&#8217;umiliazione storica contro il Cagliari, Ibra è fuggito invece di andare davanti a un microfono, metterci la faccia e chiedere scusa ai tifosi per la gestione ignobile che ha firmato lui, insieme a tutti gli altri. Ma adesso che sente odore di potere totale, adesso che la sedia di comando è libera, ecco che riappare magicamente per prendersi il palcoscenico.</p>
<p style="text-align: justify">​Viene il vomito al solo pensiero che Lui possa minimamente pensare di sostituire Paolo Maldini. Parliamo di valori, di stile, di dignità e di modi di fare totalmente opposti. Il Milanismo in Ibrahimovic non c&#8217;è, non c&#8217;è mai stato e mai ci sarà. Ricordiamocelo bene: nel 2006, nel momento del nostro massimo bisogno, andò all&#8217;Inter per pochi denari invece di venire da noi. Io non dimentico. È sempre e solo andato dove c&#8217;erano i soldi, la convenienza e il potere personale.<br />
​Maldini è il Milan. Ibrahimovic un mercenario. Ai miei occhi una differenza enorme.</p>
<p style="text-align: justify">​Chi oggi pensa di poter decidere il futuro del club atteggiandosi a custode del milanismo, senza averne né la storia, né il peso, né l&#8217;amore autentico per questi colori, sta soltanto prendendo sfacciatamente in giro la tifoseria. E i tifosi veri, quelli che per il Milan non dormono la notte, lo hanno capito perfettamente. Il Milan oggi è vittima di troppi ego, di troppe ambizioni personali. In questa società non esiste più il &#8220;Noi&#8221;, esiste sempre e solo l&#8217; &#8220;Io&#8221;, l&#8217;utilizzo del Milan come passerella e palcoscenico privato per il proprio tornaconto.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma il Milan non appartiene a nessuno di loro. Non appartiene ai contabili di RedBird e non appartiene a chi gioca a fare il Re senza corona. Il Milan appartiene ai veri tifosi, a quella gente che sta soffrendo da morire e che più scrive, più sente la rabbia montare nello stomaco.<br />
Ci hanno rubato la passione. Oggi di quel sogno dell&#8217;89 non restano che macerie fumanti e rabbia.</p>
<p>Sparite e liberate il Milan, prima che sia troppo tardi.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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