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	<title>Ritratti &#8211; Milan Night</title>
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	<title>Ritratti &#8211; Milan Night</title>
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		<title>Frank Rijkaard &#8211; La Forza di un Uragano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 06:30:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Chi nasce ad Amsterdam, tra un giro in bicicletta ed una passeggiata con gli zoccoli fra gli sterminati campi di tulipani ed è innamorato del calcio ha un solo sogno: giocare nell’Ajax. Frank Rijkaard ha questo sogno, ed inizia a giocare nelle giovanili dei lancieri, e quando finisce il suo allenamento si ferma a guardare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Chi nasce ad Amsterdam, tra un giro in bicicletta ed una passeggiata con gli zoccoli fra gli sterminati campi di tulipani ed è innamorato del calcio ha un solo sogno: giocare nell’Ajax.</p>
<p style="text-align: justify">Frank Rijkaard ha questo sogno, ed inizia a giocare nelle giovanili dei lancieri, e quando finisce il suo allenamento si ferma a guardare i suoi idoli allo stadio DeMer, che in breve tempo, diventano i suoi compagni di squadra. Vince tre scudetti di fila e due coppe nazionali, ed arriva ad indossare anche la maglia oranje, secondo sogno di Frankie.</p>
<p style="text-align: justify">Nell’estate 1987 in occasione del Mundialito, organizzato da Fininvest, tra le squadre vincitrici della Coppa Campioni, Rijkaard ha il primo incrocio con la maglia rossonera. Frank arriva in prestito dall’Ajax e a guardare le partite del torneo c’è Arrigo Sacchi, l’allenatore prescelto da Berlusconi per riportare il Milan sul tetto del mondo con il bel giuoco. Sacchi guarda il ragazzo tulipano che gioca con la forza di un uragano e il tecnico se ne innamora perdutamente.</p>
<p style="text-align: justify">In una delle tante cene di Arcore, il Presidente, Sacchi e Galliani litigano in maniera paurosa, perché Sacchi e l’AD vogliono l’olandese in squadra, mentre il Cavaliere è fissato con l’argentino Claudio Daniel Borghi già sotto contratto con i rossoneri e girato in prestito al Como, ma autore di una stagione anonima in riva al lago.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Non si può vincere nulla se in campo hai giocatori che non hanno la mentalità giusta come Rijkaard”,</em> con questa frase Sacchi riesce a convincere l’imprenditore meneghino e l’allenatore da Fusignano si assume una bella responsabilità nei confronti del suo presidente.</p>
<p style="text-align: justify">Da quella sera per prendere Rijkaard nasce una trattativa lunga e al quanto bizzarra. Alla fine della stagione 87/88 il ragazzo ha pasticciato con le firme sui contratti e ha firmato sia con l’Ajax che con lo Sporting Lisbona nella stessa stagione, e alla fine della controversia tra le società il cartellino del giocatore è dei portoghesi. Che però tessera il ragazzo in ritardo per le competizioni europee e viene girato in prestito al Real Saragozza. Appena arrivato in Spagna s’infortuna, ponendo fine ad una stagione nata sotto la cattiva stella.</p>
<p style="text-align: justify">Ma la storia del ragazzo originario del Suriname sta per cambiare nuovamente, Sacchi stravede per lui e lo vuole a tutti i costi e l’idea di riproporre il trio olandese con i colori rossoneri, dopo la vittoria all’europeo 88 dei tulipani è troppo ghiotta. La trattativa ha il suo culmine all’interno dello stadio portoghese, i tifosi dello Sporting sono furiosi, cercano di ostacolare in tutti i modi la trattativa. Tanto che ad un certo punto sfondano la porta per invadere gli uffici societari, Ariedo Braida, che per fortuna aveva già tutte le firme sul contratto scappa: <em>“con il contratto nascosto nelle mutande…”</em></p>
<p style="text-align: justify">Frank, si ambienta subito a Milano, ad aiutare il ragazzo è Gullit già suo amico fin dai tempi olandesi. Curioso che a facilitare l’inserimento è una particolare coincidenza, la prima moglie di Gullit (Yvonne) è stata compagna di banco della moglie di Rijkaard, anche se poi entrambi divorzieranno dalle consorti.</p>
<p style="text-align: justify">190 centimetri di altezza per 80 chili di autentica classe, visione di gioco e forza fisica. E’ il giocatore totale che completa il cerchio del calcio sacchiano. E pensare che all’inizio per l’infortunio di Filippo Galli, Sacchi lo utilizza come difensore centrale al fianco di Baresi, e avere due registi aggiunti che iniziano dalla difesa a costruire il gioco è tutt’altro che un brutto vedere. Poi il mister romagnolo si converte alla vocazione di Francolino e lo sposta a centrocampo al fianco di Ancelotti e promuove Costacurta titolare.</p>
<p style="text-align: justify">Mancano pochi giorni alla finale di Vienna del 23 maggio 1990, alla finale i rossoneri arrivano con meno certezze e sicurezze dell’anno prima, il campionato è appena andato con la seconda “Fatal Verona” dove Rijkaard è espulso e lo scandalo della monetina di Bergamo che colpì Alemao consegna di fatto lo scudetto ai partenopei, in semifinale di Coppa Campioni hanno eliminato con fatica il Bayern Monaco ai supplementari con un magnifico pallonetto di Borgonovo, mentre in Coppa Italia perde in finale contro la Juventus.</p>
<p style="text-align: justify">Rijkaard quello che parlava poco, qualche giorno prima della finale caricò i suoi compagni, mostrando le sue doti da uomo spogliatoio, e lancia una domanda provocatoria <em>“Avete paura del Benfica? Segnerò io, vinceremo 1-0”</em> Queste sono le sue parole per tenere alto l’ambiente rossonero depresso dagli ultimi insuccessi. Dopo tre stagioni vissute al limite Sacchi sa che ci potrebbero essere tutti i presupposti per il fallimento rossonero. Ad una domanda su chi poteva decidere la finale l’allenatore di Fusignano rispose <em>“Domani ci può salvare solo Frank…”</em></p>
<p style="text-align: justify">Al minuto 68’ di quella finale viennese, Van Basten si piazza tra le linee della squadra avversaria e con il suo pennello da pittore fiammingo disegna una traiettoria perfetta per Frankie, che con la forza di un uragano taglia verso la porta<em>:” Rijkaard, Rijkaard, Rijkaard…tiro e gol! Gol di Rijkaard! Rijkaard porta in vantaggio il Milan al ventitreesimo del secondo tempo!” (telecronaca B.Pizzul).</em> Il buon Frankie ed Arrigo furono felici profeti e il Milan quella sera alza la seconda Coppa Campioni consecutiva.</p>
<p style="text-align: justify">La carriera di Frank al Milan dura 5 stagioni, 2 scudetti, 2 supercoppe italiane, 2 Champions League, 2 supercoppe europee e 2 coppe Intercontinentali non dimenticando l’europeo 88 vinto da protagonista. Era un campione serio, di cui si è parlato sempre poco, che parlava poco, perché era un tipo silenzioso e misurato in campo.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Se dovessi cominciare a costruire una squadra di calcio partirei da Frank Rijkaard e poi metterei giù gli altri”</em> così parlava Sacchi. Perché ne è valsa la pena di litigare con il capo per averlo in squadra a discapito del pallino presidenziale.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Il Barone Rossonero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 07:30:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando si parla di Liedholm, stiamo parlando di un vero “pezzo di Milan”, di un monumento che ha rappresentato qualcosa di indelebile per la storia della nostra società. Il fatto di aver vinto cinque degli scudetti del Milan (quattro da giocatore ed uno da allenatore) è solo uno dei suoi primati. Il Barone è stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando si parla di Liedholm, stiamo parlando di un vero “pezzo di Milan”, di un monumento che ha rappresentato qualcosa di indelebile per la storia della nostra società.<br />
Il fatto di aver vinto cinque degli scudetti del Milan (quattro da giocatore ed uno da allenatore) è solo uno dei suoi primati.<br />
Il Barone è stato il perno del mitico Gre-No-Li, il famoso trio svedese che trascinò alla vittoria di 4 scudetti il Milan tra la fine degli anni Quaranta ed i primi anni Cinquanta.<br />
E’ stato il primo di una meravigliosa stirpe di Capitani che ha fatto la storia del Milan dal dopoguerra in poi: Nils Liedholm, Cesare Maldini, Gianni Rivera, Franco Baresi e Paolo Maldini.</p>
<p>Il primo di cinque giocatori monumento, due dei quali (Baresi e Paolo Maldini) sono stati lanciati in serie A proprio da Liddas. E’ l’allenatore che riuscì a regalare al Milan lo scudetto più desiderato e prestigioso, quello della Stella, riuscendo a mantenere la promessa fatta al suo collaboratore tecnico, Nereo Rocco, che più di ogni altro ci teneva a quel trionfo e che purtroppo non riuscì a godersi quel momento in quanto il destino se l’ho porò via qualche mese prima.<br />
Nel maggio del 1979 alzando lo sguardo al cielo dirà “Caro Paròn, te l’avevo detto che ci avremmo pensato noi…”.</p>
<p>E’ stato, e resterà per sempre, il primo allenatore del presidente più vincente della storia del Milan, Silvio Berlusconi.<br />
Col nuovo patron rossonero non fu molto fortunato  a livello di risultati, ma è innegabile che il Milan berlusconiano abbia beneficiato dei suoi insegnamenti tattici, tanti sostengono che abbia gettato le basi per quel Milan vicente.</p>
<p>Liedholm è stato uno dei pochi personaggi della storia del calcio a non subire, in quasi sessant’anni di carriera, un solo coro contro o un insulto: amato dai tifosi milanisti, rispettato da tifosi, giocatori e tecnici delle squadre avversarie.<br />
Da calciatore era elegante e corretto al tempo stesso, nonostante fosse, anche, un instancabile corridore: pensate che nelle 359 presenze ufficiali in serie A con la maglia del Milan non è stato mai ammonito.</p>
<p>Da allenatore ebbe sempre uno stile ed un aplomb tipicamente scandinavo, un garbo innato, un’umanità, una lealtà, un’eleganza che non lo abbandonò mai, anche nelle circostanze più impensabili.</p>
<p style="text-align: justify;">A chi gli chiedeva quale fosse stata la sua miglior partita, rispondeva “Quella in cui marcavo Alfredo Di Stefano”, ed a chi gli faceva notare che in quella partita “l’argentino aveva segnato tre gol” lui rispose “sì, ma ha toccato solo tre palloni”!  Ed ancora quando disse “abbiamo preso quel jocatore perché sa fare tutto: jocare a destra, a sinistra, al centro, stare in panchina o in tribuna”.</p>
<p>Al Milan gioca per 12 stagioni consecutive, diventando il Capitano che trascinò il Milan alla conquista di quattro scudetti, due Coppe Latine ed una finale di Coppa dei Campioni (persa ai supplementari contro il Real Madrid nel 1958).<br />
Centrocampista di classe purissima, dotato di una grandissima precisione nei passaggi, tanto che divenne celebre l’aneddoto secondo cui “Una volta San Siro mi tributò un applauso lungo cinque minuti: avevo sbagliato un passaggio dopo anni. La mia prima stecca alla Scala del calcio”.<br />
Tra i suoi ricordi più belli, da ricordare che disputa, da capitano,  la Finalissima della Coppa del Mondo con la maglia della Svezia contro il Brasile, segnando tra l’altro il gol del provvisorio 1-0 (vincerà il Brasile 5-2).</p>
<p style="text-align: justify;">La carriera da allenatore cominciò poco dopo che ha smesso di giocare e lo fece proprio alla guida del suo Milan, squadra che allena in tre riprese (dal ‘63 al ’66, dal ’77 al ’79, dal ’84 al ’87) e con cui riesce a conquistare uno scudetto. Altrettanto belle le avventure da tecnico con la Roma (dal ’73 al ’77, dal ’79 al’84, dal ’87 al ’89 ed infine nel ’97), squadra con cui conquista uno scudetto (1982/83) ed una finale di Coppa Campioni persa ai rigori col Liverpool.</p>
<p>Nelle sue squadre portò sempre qualcosa di nuovo e di rivoluzionario: col Milan riuscirà a vincere un campionato giocando senza punte, sfruttando il tourbillon sulla tre quarti di giocatori di qualità che si inserivano in zona gol grazie al movimento instancabile di Chiodi; con la Roma sperimentò con successo il sistema di gioco che lo rese famoso, la “zona lenta a ragnatela” sul modello di quella zona difensiva tipicamente sudamericana.<br />
Ci si difendeva tenendo la posizione e non più l’uomo fisso, la chiusura degli spazi ed una ragnatela di passaggi (“se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol”).</p>
<p>Ebbe il coraggio di lanciare in serie A dei giovani promettenti che sarebbero diventati dei campioni (Antognoni, Baresi, Maldini, Giannini e Peruzzi su tutti), così come fu molto abile a far rendere al massimo dei giocatori che erano già avanti con gli anni e che sembravano sul viale del tramonto.</p>
<p>Oltre alle competenze, fu un personaggio straordinario ed unico che riuscì, col suo garbo ed il suo fine senso dell’umorismo, a gestire abilmente tutti i gruppi di calciatori che ha allenato e che ne conservano un grande ricordo.</p>
<p>Questo era Liedholm, l’uomo del calcio che vanta il maggior numero di tentativi di imitazioni, senza che nessuna sia mai riuscito ad avvicinarsi.<br />
A pensarci bene c’è qualcuno che nei modi e nello stile lo ricorda abbastanza, e cioè Carletto Ancelotti, guarda caso uno degli allievi prediletti del grande Barone Liddas!</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Juan Alberto Schiaffino &#8211; Pepe Rossonero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 06:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Scrive di lui Gianni Brera: “Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto.” Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo, ha ammirato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Scrive di lui Gianni Brera: “<em>Forse non è mai esistito regista di tanto valore. Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto.”</em><em><br />
</em><br />
Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo, ha ammirato un calciatore immenso, un interno di sinistra con una tecnica sopraffina che si trasforma poi in regista dalla visione di gioco notevole e dall’intelligenza tattica eccezionale, dote che gli permette di capire con anticipo l’evolversi dell’azione e di passare il pallone al compagno meglio piazzato.<br />
Gioca la palla sempre a testa alta e si muove in campo in punta di piedi.</p>
<p>Quando Schiaffino arriva in Italia, nella stagione 1954/55, un giornale di Montevideo titola “<em>Il Dio del pallone ci ha lasciato. Una perdita irreparabile”</em>.<em><br />
</em>Perché Pepe Schiaffino (il nomignolo gli è stato dato dalla madre per via del suo carattere “peperino”  fin da bambino) è diventato una leggenda del suo Paese in quanto è stato il protagonista principale del “El Maracanazo”, cioè quello che viene ricordato come il “colpo gobbo” più clamoroso della storia del calcio.</p>
<p style="text-align: justify">È il 1950 ed in Brasile si disputa la fase finale dei Campionati Mondiali di Calcio, i padroni di casa brasiliani sono i grandi favoriti per la vittoria finale, e tutto sembra andare secondo i pronostici fino all’ultima partita di quel torneo, che si disputa il 16 luglio 1950 al Maracanà di Rio de Janeiro davanti a 200.000 tifosi.<br />
Brasile-Uruguay non è la finale, perché in quella edizione la formula è quella del girone all’italiana che da il titolo alla prima classificata. Non è una finale, ma di fatto lo è.<br />
E’ l’ultima partita e al Brasile basta un pareggio per diventare campione, mentre l’Uruguay è costretto a vincere ad ogni costo per far suo il titolo continentale.<br />
I tifosi carioca si aspettano solo di vincere, nessuno pensa ad un altro risultato che non sia la vittoria, nemmeno i dirigenti uruguagi ripongono molte chance nella vittoria finale.<br />
Le cose effettivamente si mettono subito bene per i verdeoro: segna Friaca, e tutto il Brasile è in delirio ed iniziano a festeggiare. Ma nessuno ha fatto i conti con l’orgoglio dei giocatori della “celeste”.</p>
<p style="text-align: justify">Trascinati da uno Schiaffino incontenibile, l’Uruguay prima pareggia con lo stesso Schiaffino e poi vince 2-1 con un gol di Ghiggia su assist sempre del Pepe.<br />
Per l’Uruguay è il secondo titolo mondiale, per il Brasile un vero dramma: quella notte vennero certificati 34 suicidi e 56 attacchi cardiaci, Tenta di suicidarsi anche il difensore del Brasile Danilo.<br />
Schiaffino è l’idolo incontrastato di una nazione e la sua grandezza si tramanda fino ai giorni nostri, al punto che qualche anno fa è stato nominato come il più grande giocatore della storia dell’Uruguay.</p>
<p>Il Pepe uruguagio fa grandi cose con la sua nazionale anche nei Mondiali successivi, quelli di Svizzera 1954: guida la sua nazione fino alla semifinale persa sfortunatamente contro la Grande Ungheria, e nonostante la mancata vittoria è nominato il miglior giocatore di quel torneo.<br />
In quegli anni Schiaffino gioca in patria, con la maglia del Penarol, la squadra più prestigiosa del paese con cui conquista 5 titoli in nove stagioni.<br />
Alla vigilia dell’edizione dei mondiali elvetici, Juan Alberto si fa convincere dai milioni del presidente milanista Rizzoli, che lo acquista per l’importante cifra di 100.000 dollari.<br />
Da quel momento diventa il perno attorno al quale ruota un grande Milan, capace di vincere molto, trascinato dal suo “regista” italo-uruguaiano.</p>
<p style="text-align: justify">Nato a Montevideo il 28 luglio 1925, è originario della Liguria della costa a Est di Genova proviene il nonno paterno, un macellaio emigrato verso l’America del Sud agli inizi del Novecento, come tanti italiani in quell’epoca.</p>
<p style="text-align: justify">Alberto Schiaffino ha sempre avuto uno “spirito ligure”: è molto parsimonioso, per rendere meglio l’idea della sua “voglia di risparmio” memorabile è quel che accadde proprio a Genova, prima di una partita a Marassi tra il Milan e il Genoa. Un sabato pomeriggio di vigilia, Pepe, Nordhal e Liedholm fanno quattro passi distensivi lungo il mare, c’è vento è fa molto freddo, Liedholm suggerisce: «<em>Perché non prendiamo un caffé?</em>». Nordahl e Schiaffino approvano la proposta dello svedese, ma, all’ingresso del bar Pepe viene colto da un atroce dubbio e chiede: «<em>Paga la società, vero?</em>». Deludente la risposta di Nordahl: «<em>No, Pepe. In questo caso ciascuno paga di suo</em>». Estremo dribbling dell’uruguaiano più genovese dei genovesi: «<em>Vi aspetto fuori, il caffé mi rende nervoso</em>».  Il giocatore sudamericano si è sempre dimostrato abile nel gestire molto bene i suoi guadagni facendo numerosi affari soprattutto nel campo dell’immobiliare.<br />
Per il suo carattere spigoloso, burbero ed introverso, Juan tende a fare di testa sua e a dire quel che pensa. Quest’ultima cosa gli procura molti fastidi, squalifiche e rapporti tesi, soprattutto con compagni e allenatori: memorabili le litigate con Gipo Viani.</p>
<p style="text-align: justify">Quando Schiaffino arriva in Italia ha già 29 anni, ed a Montevideo pensano di aver dato via un giocatore già in fase calante.</p>
<p style="text-align: justify">Questo è un errore clamoroso, perché non solo Schiaffino gioca un mondiale eccezionale, ma disputa con la maglia del Milan sei stagioni da grandissimo protagonista insieme ai vari Liedholm, Nordhal, Cesare Maldini ed Altafini.</p>
<p style="text-align: justify">Al suo debutto (1954/55) l’italo-uruguagio vince subito lo scudetto (il quinto per il Milan) e si dimostra anche molto prolifico sotto porta, realizza 15 reti in 27 presenze.<br />
Anche nella stagione successiva la media realizzativa è altissima (16 reti in 29 gare) ed in quella 1956/57 in cui coi suoi 9 gol contribuisce alla conquista del sesto scudetto milanista ed è anche tra i protagonisti della conquista della prestigiosa Coppa Latina, una lontana parente della futura Coppa Campioni.</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1957/58 sfiora con il Milan la conquista della prima Coppa dei Campioni, la finale si gioca all’Heysel di Bruxelles contro il grande Real Madrid di Di Stefano, Gento, e i rossoneri sono sconfitti per 3 a 2 dopo i tempi supplementari.<br />
Nonostante la sconfitta Pepe brillò in campo più del mitico Di Stefano, segna il gol che sblocca la partita al 60’, poco dopo la “saetta Rubia” Di Stefano pareggia, ma il Milan ha ancora la forza di andare in vantaggio con Ernesto Grillo, ma i blancos pareggiano poco dopo con Rial. Per la prima volta nella storia della coppa campioni non sono bastati i novanta minuti regolamentari per decidere la squadra vincitrice. La sfida è decisa al 107 minuto da Gento autore di un gol su carambola con la difesa rossonera che non riesce ad evitare che il pallone lentamente entri in porta.</p>
<p style="text-align: justify">Nonostante la sconfitta in finale dell’anno precedente, le conquiste proseguono anche la stagione successiva, quando vince il suo terzo scudetto (l’ultimo) con la maglia del Milan.</p>
<p>Finisce la sua esperienza in rossonero l’anno successivo (stagione 59/60), quando all’età di 35 anni e dopo sei stagioni da mattatore decide di trasferirsi alla Roma di Bernardini dove rimane per due stagioni, gioca da libero e non più a centrocampo e vince la Coppa delle Fiere.</p>
<p style="text-align: justify">Prima di andare via dal Milan designa il suo successore nel giovane sedicenne di Alessandria: Gianni Rivera.<br />
La leggenda vuole che quando Gipo Viani prova a convincere il presidente del Milan Rizzoli ad investire una certa cifra per acquistare il giovane talento Rivera, al telefono gli disse “<em>presidente, allo stadio di Alessandria c’era la nebbia e non si capiva chi era Schiaffino e chi Rivera!</em>”.<br />
Bastano queste parole a convincere lo scettico Rizzoli  al sacrificio economico: il nome di Schiaffino non lo si pronuncia mai per scherzare, e quelle parole valevano più di ogni referenza!</p>
<p style="text-align: justify">Nel 1962 Schiaffino appende le scarpe al chiodo e torna in Uruguay e prova ad allenare, carriera intrapresa senza troppa convinzione e chiusa molto in fretta.<br />
Decide così di dedicarsi alla gestione dei suoi affari ed alla sua vita familiare insieme alla sua inseparabile moglie Angelica, che ha conosciuto nel 1942 su un autobus a Montevideo.<br />
La loro è un’esistenza felice, e quando nel nel 2002 la moglie lo lascia per sempre, lui pensa di seguirla nell’al di là qualche mese dopo: il 13 novembre del 2002 si spense a causa di un male incurabile.</p>
<p>All’annuncio della sua dipartita il mondo calcistico dimostra di non essersi scordato di lui: in Uruguay l’annuncio fu sottolineato con l’espressione “<em>Gloria de nuestro futbol, protagonista del Maracanazo. El adiòs a un grande, se fue Schiaffino”</em>.<br />
In Italia il Milan lo ricorda con tutti gli onori del caso, ed il pubblico di San Siro in una sera di Champions League Milan Deportivo La Coruna lo saluta nello stesso modo in cui lo aveva sempre “coccolato”: con un lungo ed interminabile applauso.</p>
<p style="text-align: justify">E lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano lo ricorda così: “<em>Con i suoi passaggi magistrali organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando il campo dal punto più alto della torre dello stadio</em>.”</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Dino Sani &#8211; Fosforo al servizio del Diavolo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 06:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Estate 1961, l’allora presidente rossonero vuole fare le cose in grande, decide di regalare al nuovo tecnico del Milan, Nereo Rocco, il centravanti più forte che c’è in quel momento: Jimmy Greaves. Il cannoniere inglese viene acquistato dal Chelsea con delle credenziali incredibili: 157 presenze 124 gol. Numeri che vengono confermati anche in Italia, per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Estate 1961, l’allora presidente rossonero vuole fare le cose in grande, decide di regalare al nuovo tecnico del Milan, Nereo Rocco, il centravanti più forte che c’è in quel momento: Jimmy Greaves.</p>
<p style="text-align: justify">Il cannoniere inglese viene acquistato dal Chelsea con delle credenziali incredibili: 157 presenze 124 gol. Numeri che vengono confermati anche in Italia, per quel poco che gioca con i nostri colori, mette assieme 13 presenze e 9 reti. Ma qualcosa non va, il ragazzo inglese fuori dal campo è un autentico disastro, si allena poco, non fa vita da atleta, beve e racconta un sacco di bugie al Paron.</p>
<p style="text-align: justify">Il tecnico friulano e Gipo Viani (d.t. del Milan n.d.r.) sono al limite della sopportazione, anche perché nonostante i gol di Greaves la squadra è molto discontinua e in undici partite ha già accumulato 5 punti di ritardo dai cugini dell’Inter.</p>
<p style="text-align: justify">Ci vuole una svolta totale, Rocco convince il presidente Rizzoli a vendere il centravanti inglese che viene spedito al Tottenham ed il Milan lo sostituisce con un centrocampista brasiliano di 29 anni: Dino Sani.</p>
<p style="text-align: justify">Il Milan acquista il giocatore brasiliano dal Boca Juniors, che accetta la corte rossonera pensando che il centrocampista carioca sia nella fase terminale della sua carriera. Un calciatore con esperienza, perché può fregiarsi del titolo di Campione del Mondo conquistato col Brasile nei Mondiali svedesi del ’58, dove ha giocato da titolare le prime due partite dei brasiliani, venendo sostituito poi da Zito.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“e questo sarebbe un calciatore? Gavemo comprà un impiegà del catasto. Gipo nostro ga fatto rimpatriar el nonno” (N. Rocco)</em></p>
<p style="text-align: justify">Quando Sani arriva al Milan, non ha proprio l’aspetto dell’atleta: è magro, non molto alto, senza capelli e con i baffetti stile Clark Gable. Sembra un bancario, non corre ma cammina, in campo sembra che non voglia battersi. Ma dopo pochi allenamenti il mister triestino capisce di avere per le mani l’uomo giusto per rimettere in sesto il suo Milan. Sani vede il rettangolo di gioco come un continuo problema di geometria, piazzato davanti alla difesa è il giocatore perfetto per il modulo di Rocco.</p>
<p style="text-align: justify">Ha una tecnica sopraffina, sa usare entrambi i piedi, ma, soprattutto, ha un senso della posizione eccezionale. Ha una velocità di pensiero che gli permette di sapere cosa fare prima ancora di ricevere il pallone: la difesa recupera la palla, la serve a Sani che “fa correre” la palla lanciando con precisione millimetrica gli attaccanti in profondità. Un regista perfetto, che ha il dono di integrarsi alla perfezione con l’altro “genio” in maglia rossonera: Gianni Rivera. E’ la svolta, Rocco libera Rivera da compiti difensivi e fa emergere il suo immenso talento.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Quel giorno pioveva a dirotto, faceva freddo: il buon vecchio Dino ha preso il suo posto a centrocampo e il Milan ha clamorosamente infilato la Juventus” (G.Brera)</em></p>
<p style="text-align: justify">Dopo pochi giorni dal suo arrivo, da professionista serio, esordisce il 12 novembre 1961 contro la Juventus campione in carica, il Milan vince per 5-1 con quattro gol di Altafini e uno di Rivera. Dietro a fare la regia il brasiliano, davanti a rifinire per gli altri e ad attaccare il giovane alessandrino. Nasce così un asse perfetto, ed il Milan discontinuo delle prime undici partite di campionato diventa uno schiacciasassi: quarto alla fine del girone d’andata alle spalle di Inter, Bologna e Fiorentina, nel ritorno i rossoneri conquistano 31 punti su 34 e vincono l’ottavo scudetto della sua storia. I tifosi ci hanno messo pochissimo a rendersi conto che il Milan aveva fatto un grande acquisto, e così “Cervello Sani” diventa un autentico idolo del popolo milanista.</p>
<p style="text-align: justify">
Ma il bello avviene la stagione seguente, con una bellissima cavalcata, il Milan è la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni. E’ il 22 Maggio del 1963 il Milan di Nereo Rocco ha appena conquistato la sua prima coppa campioni battendo il Benfica, della perla del Mozambico Eusebio per 2-1 grazie ad una doppietta di Altafini. Dopo un inizio difficile dove il Milan va sotto di una rete, la squadra sembra immobilizzata compreso Sani, sono tutti con lo sguardo basso. Poi succede quella piccola cosa che cambia la partita, Pivatelli tocca duro Coluna e di fatto lo esclude dalla partita, i portoghesi orfani del loro centrocampista attaccano alla cieca e qui emerge il talento del giocatore brasiliano. Dino recupera la palla, la allunga subito a Rivera che in diagonale apre, trovando sullo scatto Altafini. Due volte di seguito e due gol, è l’apoteosi rossonera.</p>
<p style="text-align: justify">Il Capitano Cesare Maldini, in maglia bianca, felice alza la coppa nel cielo di Wembley; gli è accanto il ventenne Gianni Rivera, che ha appena donato la maglia ad Eusebio, avvolto nel suo impermeabile. Mentre a sinistra, anche lui con un soprabito c’è Dino Sani. Personalmente quando ero piccolo questa foto, a me ha sempre affascinato e chiedevo sempre a mio padre perché i giocatori fossero con il soprabito. Purtroppo non sapeva darmi una risposta, ma con il tempo riguardando la foto assieme sono riuscito a rispondergli io: avevano semplicemente scambiato la maglia con gli avversari.  Tutto questo per amore del rosso e nero.</p>
<p style="text-align: justify">La stagione seguente nasce sotto una cattiva stella ed è caratterizzata da una serie di cambiamenti che stravolge il clima in casa rossonera: cambia il presidente (Felice Riva subentra a Rizzoli) e cambia l’allenatore (l’argentino Carniglia al posto di Rocco). Il Milan perde la Coppa Intercontinentale (contro il Santos di Pelè ed in campionato arriva terzo, viene eliminato in Coppa Campioni ed in Coppa Italia ai quarti. La stagione si trasforma nella fiera delle occasioni perse, ed in questo clima non sereno, Dino Sani dice basta: afflitto da problemi alla schiena, decide di porre fine alla sua avventura italiana e torna in Brasile.</p>
<p>Sono state sufficienti tre stagioni per farlo entrare nel cuore del tifo milanista e per farne l’erede del grande Gunnar Gren. Ad accrescere la stima nei suoi confronti aveva contribuito anche il suo carattere ed il suo modo di fare da vero signore e gentiluomo. Nella sua carriera, non fece mai uno sgarbo a nessuno, perché per lui l’onore e la lealtà erano dei valori da cui non si poteva prescindere. Sani rifiuta l’invito di far parte della nazionale italiana degli “oriundi” nel 1962, perché non avrebbe potuto mai giocare contro il suo Brasile.<br />
Certo è che Dino Sani verrà ricordato per sempre per la sua classe cristallina e per la tecnica straordinaria con cui guidava le squadre in cui militò.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“La palla era trattata così bene da Dino Sani, che i sostenitori ed i tecnici dei club in cui andò a giocare si preoccupavano molto quando questa lasciava i suoi piedi e si dirigeva verso i compagni che non avevano con la sfera la sua stessa confidenza. Il passaggio era perfetto, ma quasi mai chi lo riceveva la trattava con lo stesso affetto!”. (Marcos Guedes)</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>W Milan</p>
<p><span style="color: #ff0000">Harlock</span></em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Juventus-Milan: La vittoria che cambiò tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 06:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La settimana che va dal 3 al 10 gennaio 1988 la vivo in apnea, come mai prima di allora. La vittoria schiacciante contro il Napoli di Maradona, dominata e strameritata, mi proietta in una dimensione sconosciuta. Mi impossesso della gioia, dell’euforia e di un senso di idolatria pura per il mio nuovo eroe: Ruud Gullit, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La settimana che va dal 3 al 10 gennaio 1988 la vivo in apnea, come mai prima di allora. La vittoria schiacciante contro il Napoli di Maradona, dominata e strameritata, mi proietta in una dimensione sconosciuta. Mi impossesso della gioia, dell’euforia e di un senso di idolatria pura per il mio nuovo eroe: Ruud Gullit, il gigante trecciuto che riempie il campo in attesa che il &#8220;Cigno&#8221; Van Basten riprenda a volare.</p>
<p style="text-align: justify">In quei giorni la Gazzetta dello Sport è l&#8217;unico pane quotidiano, insieme al mensile Forza Milan che però, per sua natura, non può soddisfare la mia fame di notizie fresche. L&#8217;attesa cresce a dismisura per la sfida successiva: la trasferta a Torino contro la Juventus, una classica del calcio italiano che, per noi milanisti, ha sempre il sapore della trasferta proibitiva.</p>
<p style="text-align: justify">Non vinciamo al Comunale dal lontano 1970, un&#8217;era geologica fa, quando i rossoneri si imposero per 2-0 con reti di Prati e Villa. In pratica, non sono ancora nato. In quello stadio, nei miei ricordi di tredicenne, ho visto solo sconfitte brucianti o, nel migliore dei casi, qualche pareggio sofferto. La Juventus rappresenta il &#8220;potere forte&#8221;, la squadra da battere, e la trasferta a Torino è sempre un esame di maturità.</p>
<p style="text-align: justify">Ma questa volta è diverso. Dentro di me lo sento. Voglio di più: voglio la vittoria per continuare a sognare l’incredibile, per dare un senso a quel Milan di Sacchi che sta rivoluzionando il calcio italiano.</p>
<p style="text-align: justify">Quella domenica pomeriggio, alle 14:30, mi chiudo in camera. Un rituale sacro. Accendo la radio, cerco e sintonizzo le frequenze per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto. La voce che sento è quella inconfondibile del compianto Enrico Ameri, che descrive con pathos le azioni dallo stadio. L’attesa sale, l’ansia pure, ma la fiducia è totale. I miei ragazzi sono carichi, si sente nell&#8217;aria che qualcosa di grande sta per accadere.</p>
<p style="text-align: justify">Sacchi schiera l’undici &#8220;classico&#8221;, quello che recito a memoria come una poesia, un mantra che mi infonde sicurezza: Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Filippo Galli, Capitan Baresi, Donadoni, Ancelotti, Virdis, Gullit, Evani. Dall&#8217;uno all&#8217;undici, in rigoroso ordine numerico. Una formazione che entra nella leggenda.</p>
<p style="text-align: justify">Oltre all&#8217;eccitazione per avere la possibilità di vivere finalmente un Juventus-Milan da &#8220;protagonista&#8221;, seppur a distanza, sale anche una strana paura, quasi reverenziale. La Juventus rappresenta un&#8217;istituzione, un simbolo di potere e superiorità che, anche se ho solo 13 anni, inizio a intuire. La radio parla di migliaia di tifosi rossoneri al seguito della squadra, un vero e proprio esodo. L&#8217;entusiasmo è acceso, come il mio. C&#8217;è una passione che sta ricominciando a bollire sotto la cenere dopo anni di traversie, di serie B e di situazioni poco piacevoli. Il Milan è tornato a far parlare di sé.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo tempo è un po&#8217; sofferto. I ragazzi sembrano bloccati, forse intimoriti dal palcoscenico e dall&#8217;avversario blasonato. Il gioco è armonioso, bello da vedere, ma non sono spavaldi come una settimana prima al cospetto di Re Diego. E, per assurdo, è la Juventus ad andare vicina al gol con Ian Rush, il centravanti gallese. Dopo un insolito errore di Baresi, un gigante che raramente sbaglia, Rush si presenta davanti a Galli. Il portiere toscano è bravissimo a ipnotizzare l&#8217;attaccante bianconero con un&#8217;uscita coraggiosa. Non vi dico che sospiro di sollievo faccio, un nodo in gola che si scioglie all&#8217;improvviso.</p>
<p style="text-align: justify">Nella ripresa, però, torna in campo il &#8220;mio&#8221; Milan, quello che ho conosciuto una settimana prima. Bello, spigliato, che gioca a memoria, e il radiocronista fa fatica a commentare le azioni rossonere dalla velocità con cui si susseguono. Il Milan è letteralmente trasformato. Tassotti pennella un cross pregevole dalla destra, un invito a nozze per la testa di Gullit: Tacconi si supera con un colpo di reni incredibile. Il Tulipano si ferma, ammirato, e applaude il portiere avversario, un gesto da vero signore del calcio.</p>
<p style="text-align: justify">Ascoltare la radio mi costringe a un esercizio di immaginazione che oggi, con la televisione e lo streaming ovunque, non siamo più abituati a fare. Immagino le azioni, i volti, il boato del pubblico. Il pressing del Milan diventa finalmente asfissiante, collezioniamo calci d’angolo a ripetizione. Su uno di questi, ancora il &#8220;Tasso&#8221; al cross: Ruud è padrone dell’area, salta più in alto di tutti e stavolta non perdona. Il Milan è in vantaggio!</p>
<p style="text-align: justify">Al gol di Gullit esplodo di gioia. La mia mente è in un fermento immaginario impazzito. Lo sguardo corre veloce al mio poster in camera, che raffigura il gol di Hateley nel famoso derby di tre anni prima. Immagino il gol di Gullit esattamente così, con la stessa potenza e la stessa prepotenza. E con l&#8217;immaginazione non vado molto lontano, perché il simbolo rossonero sovrasta il povero Favero, che non ha nemmeno il tempo di saltare per contrastare Ruud. Dopo la prestazione monstre contro il Napoli, la Gullitmania è ufficialmente iniziata.</p>
<p style="text-align: justify">Però, inaspettatamente, proprio dopo il gol, affiora la paura di vincere. È una sensazione strana, quasi un blocco psicologico. Il Milan si ferma, forse i ragazzi sentono che quello può essere un momento storico, la svolta della stagione. Sentono la pressione. Al contrario, la Juve, che non ha più nulla da perdere, si getta in avanti con tutto il suo orgoglio. Prima Cabrini sfiora il pareggio con un tiro velenoso, poi Baresi salva sulla linea un colpo di testa di Bonini a portiere battuto. È l&#8217;apice della sofferenza. Al novantesimo, e dintorni, nuovamente Ian Rush si trova solo davanti a Giovanni Galli. Il portiere rossonero si oppone con successo, con una parata che vale un gol. Finisce così. Dopo quasi 18 anni, il Milan batte la Juve a domicilio.</p>
<p style="text-align: justify">Una sensazione che non ho mai provato prima, se non in parte nel 1985, quando battiamo la Juventus a San Siro in quella famosa partita vinta per 3-2 che racconterò un’altra volta. Ma uscire da Torino con i due punti, in casa degli Agnelli, è qualcosa di incredibilmente godurioso. Ho la netta sensazione che la squadra stia trasformando i nostri sogni in realtà.</p>
<p style="text-align: justify">Finita la partita, mi distendo sul letto. Devo riprendere fiato ed energie perché l&#8217;ho vissuta intensamente, quasi fossi in campo con loro. La mia mente non si ferma, continuo a immaginare i colpi di testa di Gullit, la faccia di Tacconi quando deve raccogliere il pallone in fondo alla rete. Proprio lui, quello che più o meno un anno prima ci prendeva in giro dicendo che gli elicotteri ci servivano per scappare dalla vergogna.</p>
<p style="text-align: justify">Provo a immaginare la curva piena di bandiere rossonere, un sogno che diventa realtà. Recuperate le energie, è ora di dare un volto alle mie fantasie: è ora di guardare Novantesimo Minuto. Spero che la sintesi della partita non sia oscurata da Napoli-Fiorentina, finita 4-0 per i partenopei, e poi finire con Domenica Sprint.</p>
<p style="text-align: justify">Ma soprattutto, il giorno dopo, posso finalmente cercare i miei compagni di scuola bianconeri e guardarli dritti negli occhi. È il momento del riscatto, per anni di prese in giro subite in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify">Quelli a cui servono gli elicotteri per scappare sono proprio loro, perché il Diavolo è tornato, e sta segnando in maniera indelebile la mia adolescenza e quella di tutti i tifosi milanisti della mia generazione.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Franco Baresi &#8211; Il Piscinin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Oct 2023 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AC Milan]]></category>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Io mi devo scusare con tutti Voi Nighters, perchè questa settimana è stata abbatanza densa di impegni a livello lavorativo e ho seguito poco le vicende calcistiche e non calcistiche di questa prima settimana di pausa per la nazionale. Una nazionale che non riconosco perchè rappresenta una federazione poco limpida e pulita per essere gentili. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Io mi devo scusare con tutti Voi Nighters, perchè questa settimana è stata abbatanza densa di impegni a livello lavorativo e ho seguito poco le vicende calcistiche e non calcistiche di questa prima settimana di pausa per la nazionale. Una nazionale che non riconosco perchè rappresenta una federazione poco limpida e pulita per essere gentili. Una settimana che ha visto Maignan essere indicato come il nuovo amazza attaccanti, quando lo stesso portiere genoano Martinez fece più o meno la stessa cosa contro il torino, ma li a Zangrillo andava bene. Poi ci mancava l&#8217;ennesima vicende sulle scommesse e tutto il teatrino di San Siro. Onestamente non ho molta voglia ma soprattutto non ho le necessarie conoscenze per poter dire la mia opinione su questi elementi. Quindi rinvio tutto al prossimo articolo soprattutto spero di avere le idee più chiare.</p>
<p style="text-align: justify">Però mi seccava saltare il mio appuntamento con Voi, e in un periodo dove si fa sempre fatica ad individuare bandiere o capisaldi in questo calcio che sta cambiando in maniera velocissima, quindi ho provato a tracciare un ritratto del mio Capitano: Franco Baresi.<br />
Buona lettura Nighters.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">25 agosto 1978, stadio di San Siro, si gioca Milan – Flamengo partita dell’allora torneo Città di Milano. Vincono i rossoneri con un gol di capitan Rivera e con il numero 4 gioca un ragazzino della primavera. Ad un certo punto il “piscinin” si volta verso Rivera, e a muso duro gli urla “<em>Allora me la passi”</em>, ed il capitano gli risponde “<em>subito” </em>e pensando tra se e se, “<em>Buon carattere può fare strada questo piscinin”. </em>Tal Piscinin risponde al nome di Franco Baresi.<br />
Piscinin è un termine che si usa nel dialetto milanese facendo riferimento ai bambini ma, nel calcio moderno questo termine viene associato a Franco Baresi, uno dei più forti difensori del mondo, uno che ha vinto tutto, che ha scritto pagine storiche del calcio italiano e soprattutto del Milan, diventandone la bandiera del club che ancora oggi sventola a San Siro.<br />
Come e dove inizia il mito di Franco Baresi? Con un rifiuto, venendo scartato dai cugini neroazzurri a quattordici anni (nelle giovanili dell’Inter giocava già il fratello Beppe di due anni più vecchio).<br />
“<em>Devi crescere, magari torni il prossimo anno”. </em>Questa fu la motivazione che l’allora responsabile del settore giovanile dell’Inter diede a Baresi. Uno degli allenatori del settore giovanile interista era Italo Galbiati, che in disparte osserva con aria severa al provino del ragazzo.<br />
La stagione successiva Italo Galbiati passa al Milan, e non si è dimenticato del provino di Baresi, e manda chiamare Franco, quindi nuovo esame ma stavolta a Milanello. Una partitella da terzino non è sufficiente per il buon esito, gli fanno anche fare il ruolo di libero. Questo ruolo lo svolge egregiamente, e Galbiati, che era già stato colpito in positivo quando era all’Inter dal ragazzo, si convince definitivamente ad investire su di lui. I dirigenti della sua squadra non sono d’accordo, perché è alto solo 1.64 cm e dicono che non crescerà e hanno paura di fare una pessima figura con il Milan.<br />
Galbiati non si arrende, e la società rossonera lo compra dall’Unione sportiva oratorio per un milione e mezzo di lire, e Galbiati fa un accordo non scritto con i dirigenti dell’USO “<em>Vi diamo un milione per ogni centimetro in più se va oltre il metro e settanta”</em>. Baresi arriva a 1,76, la promessa è stata onorata? Franco sorride alla domanda e dice<em>:” Non lo so…..”</em></p>
<p style="text-align: justify">E così inizia l’avventura in rossonero, dove si fa notare per l’eleganza dei movimenti e l’attitudine a difendere meglio degli altri.<br />
Inizia la sua carriera con i grandi nell’estate del 1977 e debutta il 23 aprile 1978 (4 mesi prima della partita con il Flamengo) a Verona, vittoria per 2-1 e lui gioca con grinta e determinazione risultando il migliore in campo.<br />
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Nelle stagioni 80/81 e 82/83 per motivi diversi il Milan gioca in serie B, e in una trasferta dell’83 conosce ad Arezzo la moglie Maura, che restituisce il sorriso al ragazzo, provato dalla malattia che lo colpì (setticemia) poco prima del mondiale spagnolo del 1982, e che gli fece saltare buona parte della stagione appena conclusa con la retrocessione sul campo, e dalla morte improvvisa del padre, travolto da un’automobile, proprio davanti all’oratorio, dove il piscinin aveva iniziato a dare i primi calci ad un pallone.<br />
Nell’estate del 82, in piena euforia mondiale per la vittoria dell’Italia in Spagna, per un Collovati che lascia Milanello per non giocare nuovamente in serie B, c’è un Baresi che decide di rimanere in rossonero e di non accettare le molte offerte arrivate in via Turati, tra cui anche l’Inter del fratello Beppe.<br />
I tifosi non dimenticano ed elevano Franco a leader incontrastato e sbocciò un amore lungo vent’anni, e che anche dopo il ritiro agonistico l’amore dei tifosi verso il loro capitano è rimasto immutato.<br />
Baresi visse il caos societario del Milan tra l’80 e l’85, praticamente fino all’arrivo di Silvio Berlusconi. L’arrivo dell’imprenditore milanese coincide con la nascita del grande Milan che vincerà tutto, solo nel biennio 89-90 Baresi alzerà al cielo uno scudetto, due coppe campioni, due intercontinentali e due supercoppe europee.<br />
Per descrivere il suo modo di giocare possiamo dire che il capitano rossonero era l’ultimo difensore in fase di non possesso e il primo regista in fase di possesso palla, e interpretava queste due fasi in maniera eccelsa, trasmettendo un’idea di insuperabilità con la palla al piede.<br />
Un giorno chiesero all’avvocato Agnelli la sua opinione sulla differenza tra Scirea e Baresi, e l’avvocato torinese rispose alla domanda “<em>Scirea era più elegante, Baresi qualche botta la dà, ma come guida la difesa e talvolta addirittura la squadra non la guida nessuno. E’ un giocatore formidabile”.<br />
</em>La personalità, non ha mai fatto difetto a Baresi, e il dominio mentale e tecnico che metteva in campo, si traduceva nella capacità di anticipare le mosse dell’avversario tanto da indurlo a prendere scelte sbagliate.<br />
Baresi è entrato nel nostro immaginario per la sua capacità d’anticipo e per il suo braccio alzato a chiamare il fuorigioco. Proprio con Sacchi, Baresi fa un grande cambiamento tattico, la difesa non sarà più due marcatori con il libero, ma 4 giocatori in linea e lui diventa il difensore centrale per eccellenza, anche se ha sempre un modo tutto suo personale d’interpretare il ruolo, cercando sempre l’anticipo o il contrasto lontano dalla porta, piuttosto che difendere la posizione e cercando di convertire in azioni difensive in offensive, contribuendo attivamente all’inizio dell’azione d’attacco.</p>
<p style="text-align: justify">La partita che ha caratterizzato maggiormente la sua voglia di vincere e la sua caparbietà è la finale di Pasadena contro il Brasile del 17 luglio 1994. Il capitano giocò quella partita 23 giorni dopo l’infortunio al menisco. Un infortunio che per qualsiasi giocare, avrebbe rappresentato la fine della competizione, ma non per lui ed in quella partita fu il migliore in campo guidando una difesa che in 120 minuti causa l’infortunio di Mussi cambio sistema tattico.<br />
In quella finale ha giocato al di sopra di una condizione precaria, in cui istinto e razionalità si sono unite in un tutt’uno incredibile, e dove ha esasperato ancora di più il concetto del gioco d’anticipo.<br />
<img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="size-medium wp-image-30630 alignright" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/10/Baresi_vs_romario_final_1994.jpg?resize=267%2C300&#038;ssl=1" alt="" width="267" height="300" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/10/Baresi_vs_romario_final_1994.jpg?resize=267%2C300&amp;ssl=1 267w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/10/Baresi_vs_romario_final_1994.jpg?resize=373%2C420&amp;ssl=1 373w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/10/Baresi_vs_romario_final_1994.jpg?w=640&amp;ssl=1 640w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" />Purtroppo quella partita viene ricordata più per il rigore sbagliato, che per la prestazione sontuosa, perché anche in quella occasione dimostrò tutta la sua personalità, e da bravo capitano stremato dai crampi sbagliò il rigore arrivando con la gamba d’appoggio troppo avanti, e mandando il pallone sopra la traversa.<br />
Nel 1999 è stato votato dai tifosi rossoneri il “Milanista del secolo” arrivando davanti a Rivera, Nordahl, Liedholm, Van Basten e Maldini. Un successo che rende la misura di quanto sia stato amato, e di quanto lo sia ancora adesso dai suoi tifosi rossoneri e quanto lui sia legato ai suoi colori il rosso e nero.<br />
E come ha detto Frank Rijkaard “<em>Franco è sempre il mio capitano, a lui bastava lo sguardo e non servivano molto parole”.<br />
</em>Perché il Piscinin da quel lontano giorno dell’estate del 1978 di strada ne ha fatta tanta…..e tutta a tinte rossonere.</p>
<p><em><strong>W MILAN</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Agostino Di Bartolomei &#8211; Un giocatore silenzioso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Aug 2023 04:50:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le circostanze di palinsesto mi portano a scrivere anche oggi, e siccome il mio pensiero sul Milan attuale vive ancora nella mia mente e non è ancora online, mi prendo ancora del tempo, e ho colto l&#8217;occasione di descrivere un protagonista importante del Piccolo Diavolo. Fin da piccolo mi hanno sempre detto che il calciatore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Le circostanze di palinsesto mi portano a scrivere anche oggi, e siccome il mio pensiero sul Milan attuale vive ancora nella mia mente e non è ancora online, mi prendo ancora del tempo, e ho colto l&#8217;occasione di descrivere un protagonista importante del Piccolo Diavolo.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">Fin da piccolo mi hanno sempre detto che il calciatore è un privilegiato, uno che fa il lavoro che gli piace e che piacerebbe a moltissime persone ma che solo pochi riescono. Mi hanno sempre detto che sono ricchi, che a volte sono mercenari e giocano solo per i soldi, circondati da donne bellissime e che se non fossero dei calciatori nemmeno si avvicinerebbero.<br />
Crescendo, molte di queste affermazioni mi sono sembrate vere altre forse frutto d’invidia. Però ho anche scoperto che il calciatore è anche un uomo e come tale ha i suoi alti e bassi come tutte le persone comuni, e possono avere le loro difficoltà. Come le ha avute Agostino Di Bartolomei.<br />
Quando nell’estate 1984, il presidente Giussy Farina acquista il centrocampista laziale dalla Roma, fresca finalista di Coppa Campioni, io sono al settimo cielo. Un quasi campione d’Europa che indossa la maglia rossonera. In quegli anni, non è così scontato vedere giocatori così importanti venire acquistati dal mio Milan. Assieme a lui in quella estate arrivano a Milanello, Giuliano Terraneo dal Torino, Pietro Paolo Virdis dall’Udinese, e il duo inglese Wilkins, addirittura dal Manchester United e Mark Hateley. Sono gli ultimi colpi di coda di Farina nel raddrizzare una barca che sta iniziando ad imbarcare acqua, da lì a due anni gli subentra Berlusconi, ma questa è un’altra storia.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>“Ci trasferimmo a Milano. Luca era piccolo, c’era tanta neve e faceva freddo. Avevamo nostalgia di Roma. Io volevo chiudere la carriera a Roma” (A. Di Bartolomei)</strong></em></p>
<p style="text-align: justify">Però per capire il trasferimento in rossonero di Agostino dobbiamo ritornare ad una data precisa, il 30 maggio 1984. A noi rossoneri quella data forse non significa nulla, ma al popolo giallorosso dice molto, è la data della finale di Coppa Campioni tra la Roma e il Liverpool. In una città come Roma la passione a volte si trasforma in pressione insostenibile. Il ritiro di preparazione alla finale è lunghissimo, iniziano a susseguirsi le voci di un imminente addio di Nils Liedholm, con destinazione Milan.<br />
La finale vede la Roma inizialmente soccombere al Liverpool che infatti passa in vantaggio, ma i giallorossi grazie a Conti e a Pruzzo riescono ad acciuffare il pareggio. La partita si trascina ai rigori e in questa situazione la pressione psicologica finisce per schiacciare alcuni giocatori della Roma.<br />
Pruzzo e Cerezo, rigoristi abituali, sono usciti per infortunio e quindi non possono essere inseriti nella lista dei rigoristi. Per sostituirli si fanno avanti Conti e Graziani, due che rigoristi non lo sono, ma gli occhi di tutti, compresi quelli Di Bartolomei, sono rivolti verso Falcao. Il brasiliano è il leader tecnico e la stella della squadra, ma stranamente non si fa avanti per calciare il suo rigore, dicendo di avere dei problemi al ginocchio e di non essere in grado.<br />
Quello è l’esatto momento in cui si rompe qualcosa nel gruppo giallorosso. Il rifiuto di Falcao<strong> </strong>suscita delusione e sconforto in molti giocatori. E tra questi sicuramente c’è Agostino, sempre ammirato in spogliatoio ma mai pienamente compreso. Litiga prima con Graziani e poi con il campione brasiliano, di fatto inimicandosi tutti. Lui da uomo tutto di un pezzo assieme al suo silenzio si prende la responsabilità di battere il primo rigore, che permette alla Roma di andare in vantaggio dopo il primo errore del Liverpool. Ma ironia del destino è il tiro di Graziani, il cui errore dal dischetto in maglia granata aveva permesso alla Roma di alzare la Coppa Italia 4 anni prima, a centrare la traversa e a<strong> </strong>trasformare il sogno romanista in un incubo giallorosso.<br />
Di Bartolomei non dice nulla e si rifugia nel suo silenzio, che a volte sa essere assordante ma il dolore che ha provato in quella occasione, deve essere stato molto forte e tiene tutto dentro di se. Dopo quella sera arriva un nuovo allenatore al posto del barone Liedholm, un altro svedere: Eriksson. Il nuovo allenatore non lo ritiene idoneo alla nuova filosofia e viene messo nella lista dei cedebili.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>“Esistono i tifosi di calcio e poi esistono i tifosi della Roma” (A. Di Bartolomei)</em></strong></p>
<p style="text-align: justify"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="size-full wp-image-29941 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/download-1.jpg?resize=259%2C195&#038;ssl=1" alt="" width="259" height="195" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/download-1.jpg?w=259&amp;ssl=1 259w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/download-1.jpg?resize=80%2C60&amp;ssl=1 80w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />E così in quella calda estate del 1984 l’ex capitano giallorosso veste l’abito rossonero e raggiunge il suo mentore Liedholm a Milano. Come sempre poche parole e tanti fatti. Ci sono due gol che ricorderò per sempre. Uno lo realizza il 28 ottobre 1984, noi casciavit ricordiamo bene quel giorno, è il derby vinto con il famoso gol di Hateley che sovrastata Collovati. Ma il gol del pareggio in quella famosa partita lo firma proprio lui, DiBa, cross di Wilkins dalla destra, sponda di testa di Virdis, Di Bartolomei arriva a rimorchio e con un bellissimo tiro di destro dall’altezza del dischetto batte Zenga e fa 1-1.<br />
E poi c’è il secondo gol, quello realizzato alla sua Roma, Ago ruba palla al limite, entra in area e con l’esterno destro supera l’ex compagno Tancredi e il Milan vince la partita con il suo gol che risulta decisivo. Con questo gol la sua vita cambia, perché esulta sotto la curva sud rossonera in maniera molto energica, carica di rivalsa per essere stato messo da parte troppo in fretta dalla sua Roma. Ma se una curva sud esulta, c’è un’altra curva sud che ha pianto per il suo trasferimento e ora vomita la sua rabbia e lo dichiara colpevole. L’esultanza non viene perdonata dai tifosi della Roma che pochi mesi dopo, nella sfida capitolina gli riserva una dura accoglienza, Ago soffre moltissimo quella accoglienza e arriva a litigare con Graziani in campo, dopo un fallo fatto a Bruno Conti.<img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-29942 alignright" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/download-1-1.jpg?resize=281%2C179&#038;ssl=1" alt="" width="281" height="179" /><br />
Al Milan rimane per tre stagioni, gioca 122 partite e realizza 14 gol, i suoi anni sono quelli che anticipano l’evento di Berlusconi, il suo ultimo anno in rossonero coincide con il primo anno del Cavaliere alla presidenza. E’ la stagione del raduno con gli elicotteri all’Arena Garibaldi, le aspettative sono molte, ma i risultati sono alterni e per questo viene esonerato Liedholm. Berlusconi sta preparando l’avvento di Sacchi. Con l’esonero del Barone svedese Agostino, da persona intelligente, capisce che la sua avventura al Milan sta volgendo al termine, infatti il contratto non gli viene rinnovato. Accetta di fare un anno a Cesena e poi decide di tornare a casa, ma non a Roma. Si stabilisce nel paese nativo della moglie e decide di giocare nella Salernitana, all’epoca in serie C e con la fascia al braccio guida la squadra campana ad una promozione storica in serie B che mancava da ventitre anni. E proprio nel giorno della promozione Ago decide di chiudere con il calcio giocato.</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>“Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, psicologico ma prima ancora fisico: si passa da due allenamenti di 2 ore al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina pazzesca ogni domenica, ad un’esistenza normale che non ti compete. Sembrerà una sciocchezza, ma è molto dura” (A. Di Bartolomei)</em></strong></p>
<p style="text-align: justify">Dopo 17 anni da professionista, Di Bartolomei dice basta e appende gli scarpini al chiodo e inizia una nuova fase della sua vita. Rimane a vivere nel salernitano, apre una scuola calcio. Nel frattempo la Roma ha cambiato proprietà, passando da Viola a Ciarrapico ma sulle sponde del Tevere nessuno si ricorda di lui. Quella Roma che lui ha portato alle soglie del paradiso si sta trasformando in inferno. Il 30 maggio 1994, esattamente dieci anni dopo la finale dell’Olimpico, Agostino decide che i colpi della vita sono stati sufficienti e fischia la fine di essa, indirizzando la pistola contro il suo grande cuore giallorosso, e spero anche un po’ rossonero, perché io quel giorno di quella meravigliosa estate ero in estasi nel vedere un centrocampo di qualità al Milan formato da lui e Wilkins. Ora entrambi stanno dispensando saggezza nel centrocampo del cielo.<br />
In ogni posto che ha giocato ha sempre lasciato un grande ricordo, si è sempre fatto apprezzare per valori umani che in questi ultimi anni e, forse già da allora, stanno scomparendo. A Roma gli hanno dedicato un viale all’interno del parco Villa Lais e a Salerno la piazza antistante allo Stadio, purtroppo molti non ti hanno capito.<br />
Caro Ago grazie per avermi reso felice e onorato nel vederti vestire la mia maglia preferita, e sappi che ho cantato anch’io come i ragazzi della curva Sud di San Siro:</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Ooooooh Agostino, Ago Ago Ago Agostino oooooh”</em></p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Mark and Ray &#8211; From England</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jul 2023 04:50:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ray Wilkins Nell’estate del 1984 il Milan decide di continuare col filone “britannico”, e dopo le esperienze di Joe Jordan e di Luther Blisset, il presidente Farina ingaggia gli inglesi Mark Hateley e Ray Wilkins: dei due l’acquisto più costoso è proprio quello del centrocampista, pagato 2 miliardi e 350 milioni di vecchie lire. La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Ray Wilkins</p>
<p style="text-align: justify">Nell’estate del 1984 il Milan decide di continuare col filone “britannico”, e dopo le esperienze di Joe Jordan e di Luther Blisset, il presidente Farina ingaggia gli inglesi Mark Hateley e Ray Wilkins: dei due l’acquisto più costoso è proprio quello del centrocampista, pagato 2 miliardi e 350 milioni di vecchie lire. La leggenda dice che il presidente Farina è volato a Manchester convinto di prendere Bryan Robson ma l’allora tecnico dei Red Devils si oppose. E così nel proseguo dell’incontro spunta fuori il nome di Ray Wilkins. Il presidente inglese è convinto di aver fatto un affare e non avvisa il suo manager ma a firme fatte, il tecnico Atkinson va su tutte le furie peggio di aver ceduto Robson e si dice che l’allenatore del team anglosassone abbia rotto la porta a calci in collera con il suo presidente per la cessione di Razor.<br />
Nel Milan, in quella estate 1984 si respira un’aria nuova, e questo grazie soprattutto al ritorno sulla panchina rossonera di Nils Liedholm: dopo anni di buio c’è una gran voglia di ritornare a livelli consoni al blasone milanista.<br />
Oltre ai due inglesi, il vulcanico presidente Farina acquista Terraneo, Di Bartolomei e Virdis. Il Barone Liedholm decide di costruire un centrocampo di qualità, e le chiavi del reparto vengono affidate al duo DiBa-Wilkins.<br />
<img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-29917 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/images.jpg?resize=284%2C177&#038;ssl=1" alt="" width="284" height="177" />L’annata del Milan, visto il recente passato, è più che soddisfacente, se è vero che i rossoneri riusciranno a riconquistare la partecipazione alle competizioni internazionali (Coppa Uefa) dopo diversi anni ed a raggiungere anche la finale di Coppa Italia dopo una lunghissima attesa, finale purtroppo persa contro la Samp del patron Mantovani.<br />
Wilkins non delude le attese in lui riposte, salta solo 2 partite ufficiali e mette a disposizione della squadra tutta la sua sagacia tattica.<br />
Unico neo la scarsa capacità di incidere in termini di gol. Il primo gol con la maglia rossonera lo mette a segno nell’estate 1985, alla sua seconda stagione in rossonero, in coppa Italia contro l’Arezzo.<br />
L’annata parte bene il Milan è stabilmente nelle prime posizioni però da novembre in poi inizia ad essere travagliata, soprattutto a seguito delle drammatiche vicende che portano, nel mese di dicembre, alla fuga del presidente Farina con il Milan sull’orlo del fallimento.<br />
I guai societari influenzano pesantemente il rendimento della squadra, ed il venir meno delle aspettative generate dalla positiva stagione precedente, porta un clima di contestazione dei tifosi che sarà placato a febbraio solo dall’annuncio dell’acquisto della società da parte di Silvio Berlusconi.<br />
La classe e la personalità permetteranno a Wilkins di restare a livelli  accettabili, e si conferma uno dei punti di riferimento della squadra (saranno 41 le presenze stagionali). In questa stagione i tifosi rossoneri conosceranno anche il modo di esultare di Ray dopo un gol: al gol estivo di Coppa Italia seguiranno due centri consecutivi in campionato alla 19ma e 20ma giornata, ed il pugno destro alzato verso i tifosi per incitarli all’entusiasmo divenne celebre. Nella stagione 1986/87, la prima di Berlusconi presidente, la dirigenza decide di confermare sia il tecnico (Liedholm) che la coppia di stranieri (Hateley-Wilkins), ma il cammino balbettante del Milan spinge lentamente alcuni giocatori ai margini dell’undici titolare.<br />
Ray Wilkins è impiegato sempre di meno, ed alla fine della stagione con solo 24 presenze di cui 17 in campionato, la società punta ad uno stravolgimento generale che porta alla nascita del Milan di Sacchi.<br />
Wilkins non rientra più nei piani e conclude la sua avventura in rossonero.<br />
In totale saranno tre stagioni comunque positive, che faranno di Ray Wilkins uno dei calciatori più apprezzati dal popolo milanista.<br />
La conferma di tutto questo è data dall’autentica ovazione che San Siro gli tributa nella serata di Millan-Barcellona che sancisce la conquista da parte dei rossoneri del Mundialito per club del 1987: un saluto che è riservato solo ai grandi della nostra storia, e Ray Wilkins ha avuto solo il demerito di essere un Grande in un Milan ancora piccolo.</p>
<p style="text-align: justify">Mark Hateley</p>
<p style="text-align: justify">E’ il 28 ottobre 1984, il Milan è appaiato all’Inter al terzo posto della classifica, non vince la Stracittadina dall’anno della Stella, arriva da due stagioni non consecutive in Serie B e il Presidente-agricoltore Giusy Farina affitta Milanello per banchetti di nozze nel tentativo di far quadrare i conti.<br />
Altobelli prende palla e tenta di far ripartire l’azione nerazzurra ma viene prontamente fermato da un intervento deciso di capitan Baresi che, dopo aver recuperato palla, serve Virdis, il quale, giunto sul fondo, serve a centro area un cross sul quale si avventa Mark Hateley. Lo stacco dell’attaccante inglese è rapido e imperioso, tanto da permettergli di anticipare Collovati, che qualche anno prima accetta il trasferimento all’Inter per evitare la Serie B, e di insaccare alle spalle di Walter Zenga. 2 a 1, ha vinto il Milan!</p>
<p style="text-align: justify"><strong><em>«A come atrocità, doppia T come terremoto e tragedia, I come ira di Dio, L come Lago di sangue, A come adesso vengo e ti sfascio le corna!».</em></strong></p>
<p style="text-align: justify"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-29918 alignright" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=300%2C300&#038;ssl=1" alt="" width="300" height="300" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=1024%2C1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=768%2C768&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=696%2C696&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=1068%2C1068&amp;ssl=1 1068w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?resize=420%2C420&amp;ssl=1 420w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/07/2850.webp?w=1200&amp;ssl=1 1200w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Attila, così fu ribattezzato dai tifosi Casciavit, sulla eco del recente successo di Abatantuono. Mark Hateley, classico centravanti britannico, che nell’estate 1984 è arrivato al Milan tra lo scetticismo generale, accompagnato da Ray Wilkins.<br />
Con quel gol nel Derby aveva acceso le speranze del popolo rossonero che, mentre le altre squadre acquistano Maradona, Platini, Zico, Socrates, si è visto recapitare un giovanotto inglese, molta spocchia, ben poca tecnica palla a terra.<br />
<em><strong>«Mi ha sbalordito»</strong></em>, affermarono Franco Baresi e Mauro Tassotti, mentre Liedholm gongolante si assumeva i propri meriti: «<em><strong>Ha già imparato molto in fatto di tecnica, anche se può e deve fare ancora meglio. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti».</strong></em><br />
Purtroppo fu solo una piccola grande illusione, che presto svanisce. Durante Torino-Milan la partita successiva a quel famoso derby, Attila s’infortuna al menisco del ginocchio destro e, quando rientra, pur continuando a lottare per la squadra, non è più lo stesso. Sempre generoso e battagliero durante i novanta minuti, nei due anni successivi, però, non è più in grado di ripetere le sue progressioni devastanti, né i gol epici come la rete che consegnò quel Derby emozionante al Milan o il gol del 2 a 0 alla Lokomotiv Lipsia, in Coppa Uefa, dopo la quale si appese alla traversa in segno di esultanza per essere più vicino ai tifosi.<br />
Attila, grazie a quel 28 Ottobre, alla sua combattività e a quel gesto romantico, fece breccia nel Cuore del popolo rossonero che gli perdona parecchi errori, sia sul campo che fuori, come l’andare a sciare al Sestriere venti giorni dopo l’operazione al menisco, oppure dichiarazioni come: «Una volta a Milanello, Berlusconi ci confessò uno ad uno. Io ero giovane, ma figlio di un calciatore e ne sapevo abbastanza per comprendere che quell’uomo di football capiva poco. Voleva fare l’allenatore, voleva fare tutto. Aveva deciso di sostituirmi con Van Basten e Gullit, così mi mise da parte ma non mi fece nemmeno andare alla Roma».<br />
Dopo tre anni e 17 gol con la maglia del Milan, Mark Hateley, la penultima giornata di campionato, contro il Como, saluta la Curva con uno striscione: «Grazie a tutti. I love You Milan. Mark Hateley», al quale tutto il tifo milanista rispose con un applauso commovente perché, pur non essendo un grandissimo, Attila, aveva sempre dimostrato attaccamento alla maglia e questo è sufficiente per essere amati e ricordati.<br />
Mark Wayne Hateley sicuramente non è stato il più grande, forse non è stato nemmeno un campione, ma per quel gol e per quella sua irruente generosità si merita di essere ricordato anche dai ragazzini.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
<p>P.S.: con questo articolo finisco il racconto dei primi anni ottanta&#8230;nel tempo inizieremo quello della seconda metà anni ottanta, quello che ci porterà all&#8217;evento storico di Berlusconi.<br />
Dal prossimo articolo ritoniamo a parlare e scrivere di attualità&#8230;qualcosina da dire c&#8217;è l&#8217;ho anch&#8217;io.</p>
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		<title>Jordan &#038; Blissett – The Shark and Miss It</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Jul 2023 05:00:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come scritto nel mio ultimo articolo, nella pausa estiva ritorno a fare quello che mi piace di più, ovvero raccontare la storia del Milan. Quindi per questi miei appuntamenti estivi, sotto l’ombrellone, cercherò di ripercorrere gli anni del Piccolo Diavolo lasciando l’attualità del Calcio mercato agli amici della redazione. Quindi continuo il viaggio che avevo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Come scritto nel mio ultimo articolo, nella pausa estiva ritorno a fare quello che mi piace di più, ovvero raccontare la storia del Milan. Quindi per questi miei appuntamenti estivi, sotto l’ombrellone, cercherò di ripercorrere gli anni del Piccolo Diavolo lasciando l’attualità del Calcio mercato agli amici della redazione.</p>
<p style="text-align: justify">Quindi continuo il viaggio che avevo iniziato qualche tempo fa raccontando<a href="https://www.milannight.com/ricordi-rossoneri/i-primi-anni-ottanta/"> i primi anni ottanta rossoneri</a> (vi lascio il link di chi volesse recuperare il mio articolo). Prima di raccontare la stagione 85/86, un’annata particolare iniziata bene e conclusa con un cambio dirigenziale che segnerà un’epoca, vediamo alcuni protagonisti dei primi anni del piccolo diavolo: Joe Jordan e Luther Blissett.</p>
<p style="text-align: justify">Molti hanno sentito il nome di Jordan riecheggiare distrattamente nella storia del nostro club, come il nome di un giocatore che per un paio di stagioni ha semplicemente vestito la casacca rossonera. Per molti, compreso io, invece è stato un autentico idolo, il mio primo poster appeso in camera sopra il letto. L’uomo che molti tifosi hanno amato sin dal primo giorno ed in lui hanno riposto le speranze di riscossa di un popolo ferito dalla prima retrocessione in serie B e non per meriti sportivi.<br />
Il 3 agosto 1981 Joe Jordan arriva all’aeroporto di Linate, accolto da un migliaio di tifosi e da uno sventolio di bandiere rossonere, sciarpe e di incoraggiamento. Il giocatore scozzese sembra commosso e sorpreso per l’accoglienza calorosa. I tifosi gli mostrano uno striscione: “Welcome, Big Joe”.<br />
L‘entusiasmo milanista diventa estasi, grazie al gol nel derby “estivo” di coppa Italia il 6 settembre del 1981. Le due squadre milanesi sono inserite, assieme a Spal e Verona, nello stesso girone, e proprio nell’ultima gara il derby è importante per definire il passaggio del turno.<br />
<img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-29437 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/06/images.jpg?resize=300%2C164&#038;ssl=1" alt="" width="300" height="164" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/06/images.jpg?resize=300%2C164&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/06/images.jpg?w=304&amp;ssl=1 304w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Quando al 49’ Jordan porta in vantaggio (2-1) il Milan con una incornata prepotente, l’esultanza dei tifosi rossoneri fece letteralmente tremare San Siro: da troppo tempo il tifo milanista stava aspettando la riscossa nei confronti dei supponenti cugini nerazzurri anche se bisognerà aspettare ancora un po’ per la rivalsa definitiva. La rete di Bergomi all’89’ spegne i sogni rossoneri di qualificazione, ma quella sera il bomber scozzese, con la sua esultanza “terrificante”, è diventato l’idolo della tifoseria rossonera.</p>
<p style="text-align: justify"><em>“Non mi aspettavo un Jordan così forte, si è rivelato un acquisto azzeccato. Può essere il goleador della serie A”. (G. Rivera)</em></p>
<p style="text-align: justify">Nessuno quella sera avrebbe potuto immaginare che dopo quell’inizio promettente la stagione del Milan si sarebbe trasformata, in un autentica agonia. Jordan in allenamento è uno che non si lamenta mai, si allena con estrema serietà e applicazione, cercando di seguire i dettami che Mister Radice. Ma quella squadra paleserà dei grossi limiti in attacco, praticamente è incapace di fare gol. Alla fine della stagione saranno solo 21 i gol segnati in tutto il campionato. Jordan è incapace e forse anche impossibilitato a dare il suo contributo, chiudendo la stagione con un bottino di appena 2 gol in 22 gare disputate. In questa tristezza generale però il centravanti rossonero sta per riuscire nell’impresa più grande: segnare all’ultima giornata uno dei gol che potevano valere una incredibile ed inaspettata salvezza. Il Milan è sotto di due gol dopo il primo tempo a Cesena, è proprio lo Squalo a dare inizio alla clamorosa rimonta da 0-2 a 3-2, gli altri gol sono di “Ciccio” Romano e di “Dustin” Antonelli con una incredibile cavalcata, che stava per permettere ai rossoneri di salvarsi dalla seconda B ai danni del Genoa. Un “regalo” del portiere napoletano Castellini nel finale, spalanca le porte al pareggio dei rossoblù ed alle lacrime milaniste, tra cui le mie. Non mi addentro nei dettagli di quel pomeriggio perché meriterebbe un articolo a parte e non è detto che non prenda il coraggio e un giorno lo racconto. Quattro giorni prima di quel maledetto 16 Maggio, il Milan si aggiudica la Mitropa Cup ed è proprio Jordan a segnare al 77’ minuto della gara decisiva contro il Vitkovice il gol che permette ai rossoneri di alzare il trofeo. Personalmente è un trofeo a cui ci tengo molto e che non ho mai ripudiato, anzi lo ricordo con molto affetto.<br />
Il risveglio nel finale di stagione, convince la società rossonera, nel frattempo c’è stato il passaggio da Morazzoni a Farina, a confermare Jordan anche per il successivo campionato di serie B (1982/83). Il tecnico Ilario Castagner, decide di affiancare al giovane Serena i “vecchi” Jordan e Damiani per risalire subito nella massima serie, ed i fatti gli danno ragione. Un Jordan rinfrancato dall’entusiasmo del nuovo Mister e dalle nuove idee tattiche, dà il suo decisivo contributo alla causa, mettendo a segno 10 reti in campionato e 4 in Coppa Italia e assieme ad Aldo Serena è il miglior marcatore stagionale dei rossoneri. Joe non temeva il gioco duro della cadetteria, anzi forse gli ricordava il tipico gioco inglese e riesce ad esprimersi meglio che in Serie A, forse perché era più fisica e meno tecnica.<br />
E la sera della sua ultima partita in rossonero a San Siro i tifosi lo omaggiano di un lungo applauso, e come iniziò la storia d’amore con i tifosi del Milan in quel lontano derby del 1981 non poteva che finire con un derby e precisamente nel derby del Mundialito ’83, questa volta il Milan vince 2-1 con una doppietta del giovane Aldo Serena.<br />
Il nuovo Milan che si ripresentava in serie A anche per merito suo, decide che il “vecchio Joe” non rientra più nei piani tecnici della società, e così dopo appena due stagioni con 66 partite ufficiali e 20 gol si concluse l’avventura di Joe Jordan in rossonero.</p>
<p style="text-align: justify">“Shark kicks again for us”</p>
<p style="text-align: justify"><em>&#8220;Io Blissett me lo vidi arrivare all&#8217;improvviso senza sapere che sarebbe arrivato. Avrei voluto tenere Serena, perché l&#8217;anno precedente avevamo fatto tanti goal e avendo una squadra che arrivava 20 volte sul fondo mi serviva un giocatore così. Invece Farina non lo volle riscattare dall&#8217;Inter e arrivò Blissett&#8221;. (I. Castagner<strong>)</strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-29438 alignright" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/06/images-1.jpg?resize=284%2C177&#038;ssl=1" alt="" width="284" height="177" />Il colpo di mercato in quella lontana estate del 1983 lo esegue l’allora Presidente Giussy Farina, quando, per festeggiare il secondo ritorno in serie A, decise di ingaggiare Luther Blissett come erede dello “squalo” scozzese Joe Jordan.<br />
Il centravanti inglese è un attaccante con un discreto score, perché segna la bellezza di 95 reti in 245 presenze. Però i tifosi inglesi abituati ad andare al Vicarage Road, lo stadio del Watford, non amano moltissimo Blissett, tanto da che gli hanno coniato il soprannome “miss it“.<br />
In quegli anni c’è voglia di novità, e fame di ritornare a calcare palcoscenici più prestigiosi dopo aver frequentato i campi di periferia in serie B e aver vissuto anni difficili. L’arrivo del centravanti inglese è accompagnato da dichiarazioni importanti da parte del bomber e anche al quanto avventate rileggendole a posteriori, ma tanta era la voglia di ricominciare che nessuno ci diede importanza. Alla Gazzetta dello Sport rilascia una intervista in esclusiva e il giorno dopo la rosea gli dedica la prima pagina con una delle sue dichiarazioni: <em>“Milan, senti Blissett: Farò più gol di Platini!”</em>.<br />
Ma l&#8217;impatto con il calcio italiano, molto più tecnico e tattico di quello inglese dell&#8217;epoca, dice ben altro, ovvero di un giocatore che appare da subito un pesce fuor d&#8217;acqua con la maglia rossonera sulle spalle. Questo appare evidente fin dalle prime gare d’agosto di Coppa Italia, in cui il giocatore inglese non riesce mai ad andare a segno.<br />
Luther, si presenta al pubblico di San Siro segnando all’esordio casalingo nel successo per 4-2 contro il Verona.<br />
Alla fine i suoi gol sono solo sei, di cui 5 in campionato, ma soprattutto è elevato il numero di occasioni gol fallite dal calciatore inglese, alcune anche in maniera incomprensibile e aggiungerei comica.<br />
Il pubblico rossonero lo attende a lungo, cerca d’incoraggiarlo in ogni occasione e perdonandogli anche l’imperdonabile. In fondo Luther fa molta tenerezza.<br />
Ma un bel giorno la pazienza finisce anche per i casciavit, perché si può sopportare o perdonare quasi tutto, ma un attaccante milanista che nel derby con l’Inter non riesce a segnare da pochi metri quando in porta non c’è più neanche il portiere è difficile da sopportare.<br />
Mi ricordo ancora le immagini dalla mitica trasmissione di novantesimo minuto, mio immancabile appuntamento domenicale, che immortala Castagner che manda a quel paese in pubblico il giocatore britannico, dopo l’occasione da gol sciupata dal giocatore inglese.</p>
<p style="text-align: justify"><em>&#8220;Blissett non si ambientò mai. L&#8217;immagine che ho di lui è quella di un giocatore affacciato alla finestra che guardava verso i campi di gioco con area triste. Si sentiva come un uccellino in gabbia, non vedeva l&#8217;ora di tornare a casa&#8221;. (I. Castagner)</em></p>
<p style="text-align: justify"><em> </em>A parte gli aneddoti sarcastici la risposta alla difficoltà di Blissett c’è la fornisce il buon Ilario da Vittorio Veneto e nonostante l’affetto iniziale del pubblico, Lutero non è mai riuscito ad ambientarsi. Il carattere, il clima milanese, la lingua, infatti non si ricorda di lui neanche una parola detta in italiano, fatto sta che per un anno intero, insieme alla moglie Veronica, sembra un pesce fuor d’acqua nella realtà italiana sociale e pallonara.<br />
L’unico momento in cui il centravanti inglese riesce a sciogliere la tensione è alla fine del campionato, quando ormai in odore di essere rimandato in patria, ebbe un moto di orgoglio segnando due reti consecutive nelle ultime tre giornate.<br />
Probabilmente il merito è stato del carattere paterno di Italo Galbiati che da qualche settimana ha sostituito Ilario Castagner, cacciato dal presidente Farina perché reo di aver già firmato per la stagione seguente con l’Inter.<br />
E così dopo una sola stagione, 39 gare ufficiali termina l’avventura di Lutero con la nostra maglia. Il Milan chiude con un deludente 8° posto finale, fuori dalle Coppe europee, e a fine anno il Milan decide di rispedirlo a casa.<br />
Gli attaccanti che arrivano dopo di lui non lo fanno rimpiangere per niente, anche perché è difficile fare peggio, ma tutto sommato gli abbiamo voluto bene.<br />
E pazienza per i tanti goal sbagliati, che facevano disperare non poco i tifosi rossoneri, ma quegli errori in fondo lo hanno consegnato alla leggenda rossonera.</p>
<p style="text-align: justify"><strong> W Milan</strong></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Alberico Evani &#8211; L&#8217;Uomo delle Finali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jan 2023 06:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[E’ stato un calciatore importante per ogni allenatore che lo ha allenato: lunghissima la storia rossonera di Alberico “Chicco” Evani, lui è uno dei tre calciatori, insieme a Franco Baresi e Mauro Tassotti, ad aver percorso per intero e da protagonista, il cammino del Milan dall’inferno della serie B alla conquista del Mondo. Tra il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">E’ stato un calciatore importante per ogni allenatore che lo ha allenato: lunghissima la storia rossonera di Alberico “Chicco” Evani, lui è uno dei tre calciatori, insieme a Franco Baresi e Mauro Tassotti, ad aver percorso per intero e da protagonista, il cammino del Milan dall’inferno della serie B alla conquista del Mondo.<br />
Tra il Piotti-Tassotti-Evani dei primi anni Ottanta in serie B al Van Basten-Gullit-Evani d’inizio anni Novanta c’è tutta la storia rossonera di Chicco.<br />
si fa sempre fatica a ricordare il suo nome tra i Grandi che hanno scritto la storia del nostro Milan ed è più facile ricordare quelli più famosi. Eppure se si guarda la carriera milanista di Alberico Evani è senza dubbio una Bandiera degli Immortali del nostro Club.<br />
Il silenzio e la discrezione sono due qualità che lo hanno contraddistinto; ha sempre preferito il lavoro e la corsa sul campo, che alle attenzioni mediatiche, qualità che hanno da sempre contraddistinto un calciatore normale da un campione.<br />
Nel 1979 Evani arriva da Massa per fare  il provino per il Milan sul campo di Linate, Italo Galbiati, che di calcio ne capisce, decide di tesserarlo per le Giovanili del Milan.<br />
Assieme a Sergio Battistini e ad Andrea Icardi forma la famosa nidiata dei ragazzi del ’63 su cui il Milan conta molto quando si tratta di risollevarsi dalla rovinosa caduta in serie B.<br />
La prima risalita è ancora affidata ai vecchi senatori, ma per la seconda stagione in Serie B si decide di dare una definitiva svolta in termini di freschezza, ed ecco che nella formazione titolare s’inizia a vedere sempre più spesso questo ragazzo dalla corsa perdifiato in campo.<br />
Chicco Evani esordisce in prima squadra a 18 anni il 21 Giugno del 1981 (in serie B), e nella stagione successiva (1981/82) partecipa (marginalmente) alla disgraziatissima stagione che porta il Milan, guidato da Radice prima e Galbiati poi, alla cocente retrocessione sancita all’ultimo minuto dell’ultima giornata di quel campionato, nonostante la vittoria a Cesena.<br />
Con l’avvento di Ilario Castagner (1982/83) Evani inizia a giocare con continuità, e lo farà,  fino al termine della sua carriera rossonera<br />
Evani inizia da terzino sinistro, e mette in mostra, una sensibilità straordinaria con il piede sinistro, capace di cross precisi per le punte (chiedere a Marco Van Basten), e una ottima predisposizione al sacrificio ed al pressing.<br />
Tutte caratteristiche che lo hanno fatto apprezzare da tutti i tecnici che si sono succeduti sulla panchina del Milan, da Liedholm a Capello passando per Sacchi.<br />
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Diventa un elemento imprescindibile di quella squadra, un giocatore importantissimo per far diventare una “squadra” un gruppo che contava di molti talenti “individuali”.<br />
Accanto al talento di Van Basten, Gullit, Rijkaard e Donadoni è necessario l’apporto di giocatori funzionali che facessero girare alla perfezione la squadra, e Chicco assieme a Colombo, F. Galli, Tassotti era uno di questi.<br />
Nonostante la tecnica ed un sinistro potente, la predisposizione al gol di Chicco non è delle migliori, ma anche in questo caso il destino lo avrebbe ripagato alla stragrande! Nell’arco di dieci giorni sarebbe diventato “l’uomo delle finali”.<br />
7 Dicembre 1989, il Milan ospita a San Siro il Barcellona nella gara di ritorno della finale della Supercoppa Europea.<br />
Dopo l’1-1 dell’andata (firmato Van Basten-Amor), la gara risulta difficile e con il risultato sempre in bilico. A spezzare questo equilibrio e portare il trofeo nella bacheca di via Turati ci pensa un gran sinistro su punizione di Evani al minuto 55.<br />
Il Milan vince la prima Supercoppa della sua storia, ed i giornali parlano del gol di Evani come una giusta ricompensa alla sua carriera rossonera. Ma il bello per Chicco deve ancora venire!</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>“Batte Evani…attenzione gol! Ha segnato Chicco Evani! Ancora una volta è lui che risolve la partita! Chicco Evani, che aveva regalato la Supercoppa al Milan contro il Barcellona, sta regalando il titolo mondiale per club ai rossoneri. Battuto Renè Higuita e gol di Chicco Evani.” (B. Longhi)</strong></em></p>
<p style="text-align: justify">17 Dicembre 1989, il Milan è a Tokyo per disputare la finale della Coppa Intercontinentale contro i colombiani del Medellin. Il trofeo manca in bacheca da vent’anni, dalla notte della Bombonera, ma soprattutto è l’ultimo trionfo che manca al Milan di Sacchi per completare la sua scalata alla vetta del Mondo come richiesto dal suo presidente.<br />
La partita è piuttosto noiosa ed equilibrata, al punto che nessuno riesce quasi a tirare in porta.<br />
Sacchi si affida ad Evani nella ripresa, ma il cambio non sortisce effetti, almeno fino al 119’.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>&#8220;Spostati Roby tiro io&#8230;&#8221;</strong></em><br />
<em><strong>&#8220;Ma no Chicco&#8230;da qui è meglio se calcia un destro&#8230;&#8221;</strong></em><br />
<em><strong>&#8220;Ti ho detto spostati la faccio passare&#8230;&#8221; (dialogo tra Evani e Donadoni) </strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-27472 alignright" src="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/01/Milan-Nacional-840x401-1.jpg?resize=300%2C143&#038;ssl=1" alt="" width="300" height="143" srcset="https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/01/Milan-Nacional-840x401-1.jpg?resize=300%2C143&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/01/Milan-Nacional-840x401-1.jpg?resize=768%2C367&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/01/Milan-Nacional-840x401-1.jpg?resize=696%2C332&amp;ssl=1 696w, https://i0.wp.com/www.milannight.com/v2/wp-content/uploads/2023/01/Milan-Nacional-840x401-1.jpg?w=840&amp;ssl=1 840w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />E’ proprio lui a sorprendere il portiere Higuita con una punizione dal limite che manda la palla nell’angolino destro della porta colombiana e a scatenare la corsa in campo di Adriano Galliani ormai sfigurato dalla tensione.<br />
In soli dieci giorni, Evani è diventato l’eroe decisivo delle conquiste internazionali del Milan berlusconiano, ed il fatto che a consegnare il titolo mondiale ai rossoneri sia stato uno dei pochi superstiti del Milan della B è un evidente segno del destino: dopo aver toccato la punta più bassa della nostra storia, a procurarci il momento più alto della nostra gioia è un calciatore che negli anni della B è già uno di noi.<br />
La conquista del Mondo non avviene grazie ad uno dei tanti campioni e fuoriclasse acquistati in quegli anni dalla società per raggiungere quell’obiettivo, ma grazie ad un ragazzo cresciuto nel settore giovanile, UNO DI NOI! Uno che assieme a Franco e Mauro mi aveva accompagnato anche nei momenti più neri, e più difficili nell&#8217;essere milanisti.<br />
Evani tenne fede al ruolo che si è conquistato, e nella stagione successiva (1990/91) segna a Marassi contro la Sampdoria l’importantissimo gol dell’1-1 nella gara di andata valida per la finale di Supercoppa Europea.<br />
Il 2-0 del ritorno permetterà l’ennesima conquista del ciclo sacchiano. Ma i trofei che Evani conquista con la maglia rossonera proseguono anche nei primi due anni del nuovo ciclo di Fabio Capello.<br />
Con il tecnico friulano gioca spesso da interno di centrocampo anzichè da esterno sinistro, e contribuisce  alla conquista di due scudetti consecutivi (1991/92 e 1992/93).<br />
Nell’estate del 1993 pone fine alla sua carriera milanista, e accetta la corte  della Sampdoria dove disputa 4 campionati e vince una Coppa Italia.<br />
Evani gioca 13 stagioni con la nostra casacca con 393 presenze e 19 reti e un palmares di tutto rispetto fatto di 3 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe Europee, 3 Supercoppe Italiane ma anche 1 Mitropa Cup e 2 promozioni dalla serie B, a testimoniare che Chicco è uno di noi e che ha sofferto come noi quegli anni e ha tutto l’affetto e la riconoscenza del popolo rossonero, personalmente mi ricordo il boato del pubblico di San Siro alla partita di addio di Capitan Baresi, anche se non giocò perchè infortunato, il pubblico rossonero dimostrò tutto il suo affetto, perchè il vero tifoso sa essere riconoscente e non dimentica.</p>
<p style="text-align: justify">Con un giorno di ritardo faccio gli auguri di buon Anno a tutti i tifosi con il cuore rossonero e anche al grande Chicco che ieri ha compiuto gli anni, perchè assieme abbiamo vissuto una epoca incredibile, un viaggio tra la serie B e il tetto del mondo.</p>
<p><strong>FVCRN</strong></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock </strong></em></span></p>
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