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	<title>Ricordi rossoneri &#8211; Milan Night</title>
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	<title>Ricordi rossoneri &#8211; Milan Night</title>
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		<title>Storie di Calciomercato: L&#8217;estate 1992 del Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 05:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​Ci sono stagioni che cambiano la storia di un club e stagioni che, semplicemente, ridefiniscono i confini del possibile nel gioco del calcio. La stagione 1991/1992, per il Milan, appartiene alla prima categoria, ma è l&#8217;estate del 1992 a traghettare definitivamente il Diavolo in una dimensione ultraterrena. ​Facciamo un piccolo passo indietro per capire il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Ci sono stagioni che cambiano la storia di un club e stagioni che, semplicemente, ridefiniscono i confini del possibile nel gioco del calcio. La stagione 1991/1992, per il Milan, appartiene alla prima categoria, ma è l&#8217;estate del 1992 a traghettare definitivamente il Diavolo in una dimensione ultraterrena.</p>
<p style="text-align: justify;">​Facciamo un piccolo passo indietro per capire il contesto. Nel maggio del 1991, l&#8217;ambiente rossonero è tutt&#8217;altro che sereno. Il Milan saluta Arrigo Sacchi e deve fare i conti con la pesante squalifica dalle coppe europee dopo la notte dei riflettori spenti a Marsiglia. La panchina viene affidata a Fabio Capello, un tecnico friulano accolto inizialmente dallo scetticismo generale. E invece, l&#8217;allenatore di Pieris compie un autentico capolavoro: rivitalizza il gruppo, compatta l&#8217;ambiente e vince lo Scudetto al primo colpo, firmando un’impresa leggendaria. Il Milan si laurea Campione d&#8217;Italia senza subire nemmeno una sconfitta. Sono gli Invincibili.</p>
<p style="text-align: justify;">​Se nell’estate precedente il calciomercato del Diavolo è stato di basso profilo, quasi d&#8217;attesa, la musica cambia radicalmente dopo il trionfo tricolore. Come &#8220;premio&#8221; per lo scudetto, il presidente Silvio Berlusconi decide di mettere mano al portafoglio in modo vistoso. Per essere competitivi sul doppio fronte, difendendo il titolo in Italia e dando l&#8217;assalto alla neonata Champions League, la rosa ha bisogno di un upgrade spaventoso. Serve aumentare il numero dei giocatori, certo, ma è la qualità complessiva a dover toccare vette mai viste prima.</p>
<p style="text-align: justify;">​​L&#8217;estate del 1992 porta con sé una grande novità regolamentare: viene aumentato il numero di calciatori stranieri tesserabili da ogni club, anche se vige ancora la rigida regola che ne consente solo tre contemporaneamente in campo. Una dinamica che spinge il Milan a fare incetta di talenti internazionali, creando una concorrenza interna ferocissima.<br />
​Il primo tassello è, in realtà, un ritorno a casa. Zvonimir Boban, acquistato l’anno prima dalla Dinamo Zagabria per ben 10 miliardi di lire e girato in prestito al Bari per saggiare l&#8217;impatto con la Serie A, rientra alla base. Il talento croato, mix perfetto di eleganza, visione di gioco e carattere fumantino, è pronto per la grande sfida.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ma i radar di via Turati continuano a guardare con insistenza verso i Balcani. Sempre da quella terra di poeti e guerrieri del pallone, il Milan mette le mani su un talento puro, anarchico e celestiale: Dejan Savićević. Il Genio arriva a Milano da Campione del Mondo in carica con la Stella Rossa di Belgrado. I tifosi rossoneri lo conoscono bene, avendolo affrontato e sofferto nella celebre e nebbiosa sfida infinita del 1988. Savićević è l&#8217;uomo capace di spaccare le partite con una singola giocata, l&#8217;imprevedibilità fatta calciatore.</p>
<p style="text-align: justify;">​​Il Milan non si ferma e decide di attingere anche da chi, solo dodici mesi prima, aveva spento i sogni europei del club. Dalla Francia arriva Jean-Pierre Papin, il centravanti implacabile dell’Olympique Marsiglia e Pallone d’oro in carica del 1991. Per strapparlo ai francesi, Berlusconi sborsa la cifra monstre di 14 miliardi di lire. JPP va a comporre un reparto offensivo da fanta-calcio insieme a Marco van Basten, regalando a Capello una potenza di fuoco spaventosa.</p>
<p style="text-align: justify;">​Il vero fiore all’occhiello di quella campagna acquisti faraonica, l&#8217;operazione che fa saltare i banchi e infiamma le cronache nazionali, parla però italiano. Il Milan porta alla corte di Capello l’astro nascente del calcio nostrano: Gianluigi Lentini.</p>
<p style="text-align: justify;">​Il ventitreenne centrocampista del Torino è l&#8217;esterno moderno per eccellenza: forte fisicamente, velocissimo, devastante nell&#8217;uno contro uno. Il suo trasferimento in rossonero si trasforma immediatamente in un caso politico e sociale, uno dei primi grandi acquisti mediatici della storia del calcio moderno. I tifosi granata scendono in piazza in preda alla rabbia, scatenando vere e proprie proteste a Torino per la cessione del loro idolo. Lo stesso Lentini, inizialmente, è tormentato e non vorrebbe lasciare i colori della sua vita. Le polemiche, i sussurri sulle cifre reali dell&#8217;operazione e il clamore giornalistico accompagnano ogni singolo passo del ragazzo verso Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">​​Con gli arrivi di Papin, Savićević, Lentini e il rientro di Boban, volendo ci sarebbero anche De Napoli ed Eranio, che vanno ad aggiungersi al blocco storico degli olandesi (Van Basten, Gullit, Rijkaard) e alla leggendaria difesa italiana guidata da Baresi e Maldini, prende forma una delle rose più profonde, ricche e qualitative che la storia del calcio ricordi.</p>
<p style="text-align: justify;">​È il via ufficiale all&#8217;era del &#8220;turnover&#8221; ragionato, una necessità di gestione che Capello cavalcherà con polso di ferro e intelligenza tattica. Quell&#8217;estate del 1992, vissuta a colpi di miliardi e colpi di scena, cambia per sempre i connotati del calciomercato, trasformando il Milan in una vera e propria corazzata globale, costruita con un unico, ossessivo obiettivo: vincere tutto, ovunque, senza lasciare nemmeno le briciole agli avversari.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Storie di Calciomercato: Roberto Baggio in rossonero, il capolavoro mancato del &#8220;posto giusto nel momento sbagliato&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​“Nel 1990 lo avevamo quasi preso, ma l’avvocato Agnelli chiese a Berlusconi di lasciare alla Juventus almeno il giocatore, visto che in quegli anni il Milan aveva raccolto un gran numero di trofei. Poi, qualche anno dopo, siamo riusciti a comprarlo”. Questa è una delle grandi verità del calciomercato italiano, un aneddoto iconico che Adriano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>​“Nel 1990 lo avevamo quasi preso, ma l’avvocato Agnelli chiese a Berlusconi di lasciare alla Juventus almeno il giocatore, visto che in quegli anni il Milan aveva raccolto un gran numero di trofei. Poi, qualche anno dopo, siamo riusciti a comprarlo”.</strong></em><br />
Questa è una delle grandi verità del calciomercato italiano, un aneddoto iconico che Adriano Galliani ama raccontare ogni volta che si riavvolge il nastro della memoria e si pronuncia un nome che fa battere il cuore a chiunque ami il calcio: Roberto Baggio.</p>
<p>​Dietro questa confessione nostalgica si nasconde uno dei più grandi &#8220;sliding doors&#8221; della storia del Milan. Il calcio, esattamente come la vita di tutti i giorni, è una complessa questione di tempismo. Bisogna avere la fortuna e la coincidenza astrale di trovarsi nel posto giusto, ma soprattutto nel momento giusto. Una regola aurea che, purtroppo, non si applica alla perfezione quando le strade del Divin Codino e del Diavolo finiscono finalmente per incrociarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">​Per assistere alla fumata bianca bisogna aspettare l&#8217;estate del 1995. Roberto Baggio è, senza discussione alcuna, uno dei top player assoluti del calcio mondiale. Solo due anni prima, nel 1993, ha sollevato al cielo il Pallone d’oro e ha trascinato la Juventus a suon di gol e giocate celestiali. Eppure, a Torino l&#8217;aria si è fatta improvvisamente pesante. L&#8217;avvento di Marcello Lippi sulla panchina bianconera e la fragorosa esplosione del giovane Alessandro Del Piero incrinano definitivamente il feeling tra il numero 10 e la dirigenza juventina. Baggio non è più intoccabile, la Vecchia Signora è pronta a sacrificarlo.</p>
<p>​I dirigenti rossoneri, sempre attentissimi alle opportunità d&#8217;oro che offre il mercato, fiutano l&#8217;affare del decennio. Capiscono che quello è il momento esatto per inserirsi, per sferrare l&#8217;attacco decisivo e regalare al popolo milanista quel genio che era sfuggito cinque anni prima. Segue una trafila classica del giornalismo estivo: smentite di rito, indiscrezioni sussurrate a mezzo stampa, clamori mediatici. Poi, il 6 luglio 1995, arriva l&#8217;ufficialità. Roberto Baggio passa al Milan per una cifra vicina ai 20 miliardi di lire, firmando un contratto da 2 miliardi delle vecchie lire all’anno. Sulla carta, è un matrimonio da sogno, l&#8217;unione tra la squadra più gloriosa del decennio e il calciatore più poetico d&#8217;Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">​​La realtà del campo, però, restituisce un&#8217;istantanea diversa, venata da una sottile malinconia. L&#8217;avventura di Baggio in rossonero lascia fin da subito un sapore di incompiuto, il retrogusto amaro di un qualcosa che avrebbe potuto essere leggendario e che invece si limita a essere &#8220;soltanto&#8221; normale. Il fantasista arriva a Milano in una fase delicata: il ciclo degli Invincibili di Fabio Capello sta vivendo una transizione profonda, l&#8217;intensità sta calando e gli ingranaggi non sono più fluidi come un tempo.<br />
​Nonostante le difficoltà strutturali, il primo anno si chiude con la conquista dello Scudetto. È il titolo numero quindici della storia milanista, ma Baggio non riesce mai a sentirsi pienamente integrato nel cuore del progetto tecnico. Un po&#8217; per via di una serie di contrattempi fisici che ne frenano la continuità, un po&#8217; per l&#8217;immensa concorrenza interna in un reparto offensivo stellare, il talento di Caldogno fatica a trovare la sua centralità assoluta. Spesso parte dalla panchina, spesso viene sostituito, faticando a esprimere quella leadership tecnica che lo ha reso unico al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">​Se il primo anno è complicato, il secondo capitolo si rivela persino peggiore. All&#8217;inizio della stagione 1996/97, il nuovo mister Óscar Tabárez prova a cambiare le carte in tavola. Il tecnico uruguaiano decide di metterlo al centro del suo progetto tattico, consegnandogli le chiavi della squadra. L&#8217;illusione, tuttavia, dura pochissimo. I risultati non arrivano, la panchina salta e la società richiama di corsa Arrigo Sacchi.<br />
​È l&#8217;inizio della fine dell&#8217;esperienza rossonera di Baggio. Il ritorno del tecnico di Fusignano fa riemergere istantaneamente i vecchi dissapori, le incomprensioni tattiche e le ruggini mai smaltite della spedizione mondiale di USA &#8217;94. Il rapporto tra il rigido dogmatismo di Sacchi e la libertà creativa di Baggio è da sempre conflittuale, e a Milanello si consuma l&#8217;atto finale. Il minutaggio del fantasista crolla, l&#8217;entusiasmo si azzera e, dopo due sole stagioni e un totale di 67 presenze e 19 reti, l&#8217;avventura si chiude mestamente. Il Divin Codino saluta Milano per andare a rinascere a Bologna.</p>
<p style="text-align: justify;">​​La parabola di Roberto Baggio al Milan resta così l&#8217;emblema di un campione immenso che, nonostante un bagaglio tecnico e umano sconfinato, non incontra mai l&#8217;ambiente e il contesto ideali per poter risplendere al massimo delle sue potenzialità. Ed è qui che torna a galla, prepotente, il rimpianto legato a quell&#8217;aneddoto del 1990 raccontato da Galliani.<br />
​Cosa sarebbe successo se l&#8217;Avvocato Agnelli non avesse chiesto quel favore a Berlusconi? Se Baggio fosse sbarcato a Milano nell&#8217;estate del 1990, nel pieno della sua giovinezza atletica e nel cuore pulsante del Milan degli olandesi e di Sacchi, la storia del calcio avrebbe preso una piega diversa. Con ogni probabilità, oggi racconteremmo un&#8217;epopea straripante, fatta di bacheche ancora più piene, di gol fantascientifici inseriti in una macchina teatrale perfetta, capace di segnare un&#8217;era. Ma il calcio non si fa con i &#8220;se&#8221;. Resta la bellezza visiva di aver visto, anche solo per un breve frammento di storia, la maglia numero 18 del Milan sulle spalle del calciatore più puro che l&#8217;Italia abbia mai cresciuto.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C&#8217;era una volta il Calciomercato: Estate 1982, la rivoluzione che accende la rinascita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 05:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​L’estate del 1982 è uno spartiacque unico, doloroso e al tempo stesso mitico per il calcio italiano. Per chiunque, è l&#8217;estate del Mundial di Spagna, delle braccia al cielo di Pertini, dell&#8217;urlo di Tardelli e degli azzurri di Bearzot sul tetto del mondo. Per i tifosi del Milan, però, quel sapore dolce si mescola a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​L’estate del 1982 è uno spartiacque unico, doloroso e al tempo stesso mitico per il calcio italiano. Per chiunque, è l&#8217;estate del Mundial di Spagna, delle braccia al cielo di Pertini, dell&#8217;urlo di Tardelli e degli azzurri di Bearzot sul tetto del mondo. Per i tifosi del Milan, però, quel sapore dolce si mescola a un retrogusto decisamente amaro. Mentre il Paese festeggia, il club rossonero si ritrova a fare i conti con la realtà più dura della sua storia recente: una sanguinosa retrocessione in Serie B, maturata sul campo in una stagione maledetta.<br />
​Da un baratro del genere si può solo risalire, ma per farlo serve coraggio. A guidare la ricostruzione c&#8217;è il presidente Giuseppe Farina, insediatosi a maggio alla guida della società. Consapevole che le macerie lasciate dal recente passato sono profonde, Farina decide di azzerare tutto. La parola d’ordine è una sola: rivoluzione. Per metterla in atto, la società si affida alla competenza di Silvano Ramaccioni e sceglie come nuovo allenatore Ilario Castagner, l&#8217;uomo che ha plasmato il celebre &#8220;Perugia dei miracoli&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">​Castagner ha le idee chiare e mette subito sul tavolo le proprie richieste: per il suo gioco servono l&#8217;esperienza di Oscar Damiani e la qualità di Vinicio Verza. Ma il calciomercato di quell&#8217;estate calda è dominato soprattutto da un clamoroso scossone sull&#8217;asse cittadino. Fulvio Collovati, lo stopper cresciuto nel vivaio rossonero, decide di non scendere in Serie B e fugge sull&#8217;altra sponda del Naviglio, sposando la causa dell&#8217;Inter. Un addio vissuto come un vero e proprio sgarbo, un tradimento che la tifoseria milanista non perdonerà mai.<br />
​Farina e Ramaccioni, però, riescono a monetizzare al massimo la partenza del difensore imbastendo una maxi-operazione proprio con i cugini nerazzurri. Per compensare la perdita di Collovati, il Milan pretende e ottiene dall&#8217;Inter un vero e proprio blocco di giocatori pronti a tutto: arrivano così in rossonero il bomber Aldo Serena, l&#8217;esperienza difensiva di Nazzareno Canuti e la sostanza a centrocampo di Giancarlo Pasinato. Vedere tre giocatori compiere il percorso inverso, svestendo il nerazzurro per indossare la maglia del Milan in Serie B, è il segno di un mercato d&#8217;altri tempi. Si tratta di innesti di categoria, uomini di carattere scelti per battagliare sui campi polverosi della cadetteria e garantire una pronta risalita.</p>
<p style="text-align: justify">​L&#8217;addio di Collovati non è l&#8217;unico. La società decide di tagliare col passato in modo netto, smantellando quasi per intero il vecchio blocco dei reduci dello Scudetto della Stella del 1979. Salutano il Milan pilastri come Roberto Antonelli, Ruben Buriani, Aldo Maldera e Walter Novellino, e non trova spazio per la conferma nemmeno Adelio Moro. È un taglio netto con la nostalgia, necessario per far nascere un ciclo completamente nuovo.</p>
<p style="text-align: justify">​In mezzo a questo terremoto di cessioni e addii, c&#8217;è una decisione che cambia per sempre la storia del club e la geografia del cuore dei tifosi. A differenza di Collovati, che sceglie i rifugi sicuri della Serie A, un ragazzo di ventidue anni decide di fare una scelta controtendenza. Quel ragazzo si chiama Franco Baresi.<br />
​Poche settimane prima, pur senza scendere in campo, si è laureato Campione del Mondo a Madrid. Eppure, con la medaglia d&#8217;oro ancora calda in tasca, Baresi evita le sirene del mercato e rifiuta le ricche offerte delle big per rimanere al Milan e giocare la Serie B per la seconda volta nella sua giovane carriera. Da quella stagione indossa la fascia al braccio: diventa il Capitano. È il gesto che lo consacra alla leggenda, l&#8217;atto d&#8217;amore definitivo che gli garantisce la gloria eterna agli occhi del popolo rossonero. Un leader silenzioso attorno a cui edificare le fondamenta del futuro Milan.</p>
<p style="text-align: justify">​Accanto ai nuovi acquisti arrivati dall&#8217;Inter e alla leadership di Baresi, il progetto di Castagner poggia con forza sulla valorizzazione delle forze fresche. Resta in rosa lo scozzese Joe Jordan, lo Squalo, voglioso di riscattare un&#8217;annata opaca e pronto a dare battaglia in un campionato fisico come la Serie B. Ma lo spazio vitale viene concesso ai giovani terribili del vivaio milanista. Calciatori come Sergio Battistini, Maurizio Icardi e Andrea Icardi iniziano a trovare continuità, e insieme a loro crescono ragazzi del calibro di Chicco Evani e un giovane difensore di grande prospettiva: Mauro Tassotti.</p>
<p style="text-align: justify">​Il primo agosto 1982 la squadra si ritrova nel ritiro di Pinzolo per dare ufficialmente il via alla stagione. L&#8217;atmosfera tra i tifosi è un misto di curiosità e scetticismo, ma ci pensa Ilario Castagner a spazzare via i dubbi con una sola, fulminea dichiarazione di presentazione: “Mi ispiro a Nereo Rocco”.<br />
​Bastano queste ematiche parole per toccare le corde giuste, evocare i fantasmi benefici del passato e riaccendere l&#8217;entusiasmo dei casciavit. Quella frase restituisce il sorriso a una tifoseria ferita. Sarà un&#8217;annata di purgazione, ma vissuta con una cavalcata trionfale che riporterà immediatamente il Diavolo in Serie A, gettando i semi di una mentalità e di un gruppo che, pochi anni più tardi, conquisterà il mondo.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C&#8217;era una volta il calciomercato: Ruud Gullit, quell&#8217;amore tra Milano e Genova nato due volte d&#8217;estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 05:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate. ​Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">Continuiamo a sfogliare il libro della trattative di calciomercato rossonero, oggi andiamo a rivivere una trattativa che ha come protagonista Ruud Gullit. Ma non è la trattativa che pensate.</p>
<p style="text-align: justify">​Il calciomercato non è fatto solo di cifre, contratti e clausole rescissorie. Spesso, a muovere le pedine sul tabellone del calcio miliardario sono i sentimenti: l’orgoglio, il senso di rivalsa, la nostalgia. La storia che lega Ruud Gullit al Milan ne è l&#8217;esempio perfetto. È un romanzo d&#8217;amore intenso, vincente, ma anche tormentato, che vive di addii improvvisi, clamorosi ritorni e di una rotta aerea, quella tra Milano e Genova, percorsa ben due volte nell&#8217;arco di pochissimo tempo.</p>
<p style="text-align: justify">​Per i tifosi rossoneri, parlare del Tulipano Nero significa toccare le corde del mito. Arrivato nell&#8217;estate del 1987, Gullit porta a Milanello un&#8217;energia, una positività e una freschezza sconosciute al calcio italiano dell&#8217;epoca. Con le sue treccine al vento e una potenza fisica straripante, Ruud diventa il simbolo del Milan di Arrigo Sacchi, una macchina perfetta capace di dominare l&#8217;Europa e il mondo. In sei anni di questa prima epopea, il palmarès è da capogiro: tre scudetti, tre Supercoppe italiane, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali, senza dimenticare il Pallone d’Oro sollevato al cielo nel 1987. Un legame che sembra indissolubile, ma che il tempo e i cambiamenti tecnici iniziano a logorare.</p>
<p style="text-align: justify">​​La svolta arriva quando Arrigo Sacchi saluta la compagnia per sedersi sulla panchina della Nazionale italiana. Al suo posto la società sceglie Fabio Capello. Tra il tecnico friulano e il fuoriclasse olandese, però, il feeling non è lo stesso. I contrasti tattici e caratteriali si moltiplicano mese dopo mese. La goccia che fa traboccare il vaso si consuma nella notte più importante: la finale di Champions League a Monaco di Baviera, nel 1993, contro il Marsiglia. Capello decide di mandare Gullit in tribuna. È la frattura definitiva.<br />
​Dietro le quinte, intanto, c&#8217;è chi si muove con sapienza da tempo. È il 23 dicembre 1992 quando, al termine di un Sampdoria-Milan finito 1-2 per i rossoneri, il carismatico presidente blucerchiato Paolo Mantovani si avvicina a Gullit. Poche parole, un&#8217;idea che germoglia nella mente del campione. Nonostante la forte concorrenza del Torino, l&#8217;accordo si concretizza l&#8217;estate successiva. Il 14 luglio 1993, Ruud Gullit firma un contratto annuale con la Sampdoria per una cifra complessiva di un miliardo di lire. Per il Tulipano Nero, ormai trentunenne, è il momento di rimettersi in gioco lontano dai vincoli milanesi.</p>
<p style="text-align: justify">​A Genova l&#8217;aria è diversa, più leggera ma ugualmente ambiziosa. Circondato da campioni del calibro di Roberto Mancini, Attilio Lombardo e David Platt, Gullit rinasce totalmente. Il campo dimostra che l&#8217;olandese ha ancora tantissimo da dare, e il destino, come spesso accade nel calcio, si diverte a presentare il conto alla sua vecchia squadra in una domenica d&#8217;autunno.<br />
​È il 31 ottobre 1993, a Marassi va in scena Sampdoria-Milan. I rossoneri di Capello partono forte e si portano sul doppio vantaggio grazie alle reti di Albertini e Laudrup, nate da due invenzioni di Donadoni. La partita sembra chiusa, ma è qui che sale in cattedra l&#8217;orgoglio del grande ex. Gullit trascina i suoi: prima serve l&#8217;assist per il gol di Katanec che riapre i giochi, poi Mancini pareggia su rigore. Il capolavoro si compie nel finale, quando è proprio Ruud a firmare la rete del definitivo 3-2 che regala i due punti alla Doria. La sua esultanza è rabbiosa, plateale, liberatoria. In quei gesti c&#8217;è tutta la delusione accumulata verso la dirigenza rossonera, un urlo in faccia a chi lo aveva considerato un calciatore sul viale del tramonto.</p>
<p style="text-align: justify">​Il calcio, però, sa essere ciclico. Quel Gullit così devastante in maglia blucerchiata fa scattare qualcosa nella mente del presidente Silvio Berlusconi. Il rimpianto è troppo forte. Il numero uno del Milan decide di scendere in campo in prima persona e pronuncia una frase destinata a rimanere negli annali:<em><strong> “Ruud torna, dimentichiamo quello che è successo”.</strong></em><br />
​La nostalgia e il richiamo della sua vecchia casa hanno la meglio. Nell&#8217;estate del 1994, Gullit compie il percorso inverso e torna a vestire la maglia del Milan. L&#8217;inizio sembra promettente: i rossoneri vincono la Supercoppa Italiana ai calci di rigore proprio contro la &#8220;sua&#8221; Sampdoria. Ma è un fuoco di paglia. Meccanismi spezzati difficilmente tornano a funzionare come un tempo. Ruud si rende conto che lo spazio non è più quello di una volta e non si sente più al centro del progetto, non avverte più quell&#8217;importanza vitale che aveva caratterizzato gli anni d&#8217;oro del Grande Milan.</p>
<p style="text-align: justify">​La magia è svanita. Bastano pochi mesi per capire che il secondo capitolo non regge il confronto con il primo. Così, a stagione in corso, Gullit riprende per l&#8217;ultima volta l&#8217;autostrada per Genova, tornando alla Sampdoria prima di volare in Inghilterra a chiudere la carriera con il Chelsea. Una storia d&#8217;andata e ritorno, densa di emozioni, che dimostra come nel calcio l&#8217;orgoglio e l&#8217;amore viaggino spesso sullo stesso identico binario.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>C’era una volta il calciomercato: il giorno in cui il Milan di Berlusconi scippò Donadoni alla Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 12:51:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​Siccome iniziamo quel periodo dell&#8217;anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l&#8217;attualità dei giorni nostri, anche perché c&#8217;è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Siccome iniziamo quel periodo dell&#8217;anno — quello del calciomercato estivo — a me poco congeniale e soprattutto poco attraente, ho deciso di parlarne a modo mio. Non vi racconterò l&#8217;attualità dei giorni nostri, anche perché c&#8217;è davvero poco da raccontare tra cifre folli, procuratori onnipotenti e un infinito elenco di mille nomi che girano ogni giorno e che, molte volte, non sono mai veri. Preferisco aprire il libro della storia e sfogliare le pagine delle grandi trattative rossonere del passato. Quelle vere, fatte di intuizioni, colpi di teatro e storici sgarri.</p>
<p style="text-align: justify;">​La prima pagina di questo libro ci riporta alla primavera del 1986. C&#8217;è una frase, pronunciata dall’Avvocato Gianni Agnelli, che fotografa perfettamente quel momento e che suona quasi come una profezia:<br />
​&#8221;Berlusconi si è abbattuto sul calcio trasformandolo da sport a spettacolo televisivo. Donadoni è stato il primo pezzo che ci ha strappato, per di più da una nostra assidua fornitrice. Nulla sarà come prima”.<br />
In queste parole si legge tutta la delusione dell&#8217;Avvocato per il mancato approdo di Roberto Donadoni in bianconero. Quell&#8217;affare non rappresenta solo un clamoroso colpo di mercato, ma segna l&#8217;inizio di una vera e propria rivoluzione geopolitica nel calcio italiano. Il Milan di Silvio Berlusconi è appena nato, ma fa già capire a tutti che le vecchie regole del gioco sono saltate.<br />
​Per capire la portata di questo trasferimento, bisogna fare un passo indietro e guardare alla mappa del potere del calcio dell&#8217;epoca. La Juventus di Giampiero Boniperti si muove sul mercato con la sicurezza di chi detta legge da decenni. La squadra di Bergamo, in quegli anni, ha un rapporto solido e privilegiato con i bianconeri. L&#8217;Atalanta è, a tutti gli effetti, una preziosa e assidua &#8220;bottega di fiducia&#8221; per la Vecchia Signora.<br />
​I piemontesi sanno che i migliori talenti cresciuti a Zingonia, prima o poi, prendono l&#8217;autostrada in direzione Torino. È già successo con leggende del calibro di Gaetano Scirea e Antonio Cabrini, pilastri della Juventus e della Nazionale. Per questo motivo, quando esplode il talento cristallino di quel ragazzo di Cisano Bergamasco, a Torino si sentono al sicuro. Roberto Donadoni è il gioiello più brillante dell’Atalanta, un’ala destra dotata di un dribbling fulmineo, visione di gioco e una classe purissima. La Juventus lo segue, lo blocca virtualmente e, con una punta di superficialità, lo considera già suo.</p>
<p style="text-align: justify;">​Ma la primavera del 1986 porta con sé un vento di cambiamento che nessuno, a Torino, ha messo in conto. Silvio Berlusconi ha appena rilevato il Milan da Giuni Farina, salvando il club dal baratro, e ha fretta di costruire una squadra stellare. Sul giovane Donadoni non c’è solo la Juve; si avventa con decisione anche la Roma di Dino Viola. La situazione si fa intricata.<br />
​L’Atalanta si trova in evidente difficoltà. Il presidente bergamasco, Achille Bortolotti, sente il peso del legame storico con la dirigenza juventina, ma le cifre e le pressioni che arrivano da Milano sono impossibili da ignorare. È a questo punto che Berlusconi decide di scendere in campo personalmente, inaugurando quello che diventerà il suo marchio di fabbrica: la diplomazia della cena.<br />
​Berlusconi invita Bortolotti direttamente ad Arcore, nella lussuosa Villa San Martino. Tra una portata e l&#8217;altra, il neo-presidente rossonero illustra la sua visione grandiosa del Milan del futuro e, soprattutto, mette sul tavolo un&#8217;offerta economica irrinunciabile. La situazione si sbroglia in poche ore. Quando la Juventus prova a ricucire i contatti, è troppo tardi. Le comunicazioni tra Torino e Bergamo si interrompono bruscamente. Giampiero Boniperti va su tutte le furie, l’Avvocato Agnelli mastica amaro, ma il capolavoro diplomatico del Milan è ormai compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">​In questa fitta trama di miliardi e cene di gala, c&#8217;è però un elemento umano fondamentale: la volontà del giocatore. Donadoni non subisce passivamente il mercato, ma ci mette del suo. Il fascino del nuovo progetto rossonero lo cattura fin da subito. Il ragazzo non si nasconde e fa pressione sul direttore sportivo orobico, spingendo con decisione per la soluzione milanista. Vuole il Milan, vede nel club rossonero la sponda ideale per la sua definitiva consacrazione.<br />
​Il 30 aprile 1986 arriva l&#8217;ufficialità che scuote il calcio italiano. Per la cifra record di 4 miliardi di lire, più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati che fanno il percorso inverso verso Bergamo, Roberto Donadoni diventa ufficialmente un nuovo giocatore del Milan. Il primo smacco di Silvio alla Vecchia Signora è servito su un piatto d&#8217;argento.<br />
​​Il tempo darà ampiamente ragione a quella scelta coraggiosa. Donadoni diventa il fulcro tattico del Milan di Arrigo Sacchi prima e di Fabio Capello poi. Con la sua maglia numero 7, vince tutto quello che c&#8217;è da vincere: scudetti, Coppe dei Campioni, Coppe Intercontinentali, trasformando quel Milan nella squadra &#8220;degli Immortali&#8221; e degli &#8220;Invincibili&#8221;.<br />
​Ecco perché mi piace il calciomercato raccontato così. Quel colpo di mano della primavera del 1986 rompe per sempre un monopolio e traccia la strada per i successi futuri. Berlusconi non si limita a comprare un grande giocatore, ma lancia un messaggio chiaro a tutto il calcio italiano: il Milan è tornato e non ha più paura di nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Milan-Cagliari, 1 giugno 1997: l&#8217;ultimo ballo di Franco Baresi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:30:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sono partite che non hanno alcun valore per la classifica, ma che finiscono per ridefinire la storia di un club. Milan-Cagliari del primo giugno 1997 è esattamente questo. Da una parte c&#8217;è il campo, che restituisce l&#8217;immagine di un Milan a pezzi, sconfitto uno a zero da un Cagliari qualunque in un pomeriggio di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono partite che non hanno alcun valore per la classifica, ma che finiscono per ridefinire la storia di un club. Milan-Cagliari del primo giugno 1997 è esattamente questo. Da una parte c&#8217;è il campo, che restituisce l&#8217;immagine di un Milan a pezzi, sconfitto uno a zero da un Cagliari qualunque in un pomeriggio di pioggia milanese. Dall&#8217;altra c&#8217;è la storia, che si ferma per registrare l&#8217;ultima presenza ufficiale di Franco Baresi con la maglia rossonera. Diciannove stagioni riassunte in novanta minuti di pura dignità calcistica, mentre tutto intorno crolla.<br />
​Guardare quel Milan significa fare i conti con le macerie di un&#8217;annata disastrosa. I tifosi arrivano allo stadio portandosi dietro il peso di umiliazioni pesantissime, come l&#8217;uno a sei subito contro la Juventus o il pesante tre a uno nel derby con l&#8217;Inter, senza contare la clamorosa eliminazione dalla Champions League per mano dei norvegesi del Rosenborg. Eppure, quella domenica la rabbia lascia spazio a qualcosa di diverso. San Siro si trasforma in un teatro della memoria, un luogo dove espiare le colpe di una stagione fallimentare per concentrarsi solo sul tributo all&#8217;uomo simbolo di un’era.<br />
​L&#8217;atmosfera sulle tribune è quasi distopica. Nella Curva Sud sventolano le bandiere gialle del Borussia Dortmund, un modo ironico per festeggiare la sconfitta della Juventus nella finale di coppa di pochi giorni prima. Buona parte dello stadio è distratta da quel ricordo fresco, ma è la coreografia centrale a rubare l&#8217;occhio: migliaia di cartoncini bianchi e rossi formano la scritta &#8220;BARESI&#8221;, accompagnata da uno striscione di ottanta metri che recita &#8220;RESTA CON NOI&#8221;. Non c&#8217;è ancora un annuncio ufficiale del suo addio al calcio, ma il popolo rossonero si muove d&#8217;istinto. È una richiesta d&#8217;amore disperata, una presa di posizione che scavalca l&#8217;età, i problemi fisici e i calcoli di mercato. Perché se c&#8217;è un giocatore che ha incarnato il milanismo, quello è il numero sei.<br />
​In mezzo al grigiore generale di una squadra spenta, la prestazione di Baresi è l&#8217;ennesimo manifesto della sua grandezza. Mentre i compagni faticano, il Capitano offre una prestazione superba, l&#8217;ennesima della sua infinita carriera. Restano negli occhi una chiusura fantascientifica in scivolata su Dario Silva e un salvataggio sulla linea di porta che evita un passivo peggiore. Baresi gioca a testa alta, con il braccio alzato a chiamare un fuorigioco che è ormai un marchio di fabbrica, mentre lo stadio canta il suo nome dal primo all&#8217;ultimo minuto.<br />
​Quella partita segna anche la fine del secondo ciclo di Arrigo Sacchi sulla panchina rossonera. Il suo ritorno non produce gli effetti sperati, ma il pubblico decide comunque di salutarlo con rispetto. Gli striscioni esposti in transenna riflettono la doppia anima della tifoseria: da un lato un diplomatico &#8220;ARRIGO GRAZIE LO STESSO&#8221;, dall&#8217;altro un liberatorio &#8220;FINALMENTE È FINITA&#8221; che chiude l&#8217;anno del calvario e proietta tutti verso il futuro. Un futuro che, inevitabilmente, dovrà fare a meno del suo leader massimo.<br />
​<br />
La transizione verso il dopo-Baresi comincia ufficialmente qualche mese più tardi, alla fine dell&#8217;estate. Per ridare ossigeno a un ambiente depresso, la società organizza una grande serata al Forum di Assago condotta da Claudio Lippi e Natalia Estrada. Tra la presentazione di un nuovo acquisto e l&#8217;altro, Silvio Berlusconi sale sul palco e annuncia una decisione storica per il calcio italiano: il ritiro della maglia numero sei. È un rito preso in prestito dagli sport americani, il massimo onore per un atleta. Una gigantesca casacca rossonera cala dal soffitto del palazzetto, sancendo che nessun altro giocatore del Milan potrà mai più indossare quel numero.<br />
​È una serata ad altissimo impatto emotivo, segnata dal passaggio di consegne della fascia a Paolo Maldini e dal pianto liberatorio di Mauro Tassotti, che si ritira a sua volta e riceve l&#8217;abbraccio del pubblico dopo la recente scomparsa della moglie. Il lungo addio si conclude poi a ottobre con la classica amichevole di gala a San Siro, davanti a una sfilata di campioni mondiali. Il Milan di Fabio Capello sta già affondando in un&#8217;altra stagione complessa, ma quella sera il contesto non conta.<br />
​Quando i riflettori si spengono e Baresi imbocca il tunnel degli spogliatoi, la sensazione di vuoto è tangibile. Per un&#8217;intera generazione di tifosi, quella troppo giovane per haver vissuto i tempi di Gianni Rivera, Franco Baresi rappresenta l&#8217;inizio e la fine del concetto stesso di capitano. Diciannove stagioni vissute pericolosamente, tra l&#8217;inferno della Serie B e il tetto del mondo in Coppa dei Campioni, si chiudono definitivamente in quel pomeriggio contro il Cagliari. Resta la storia, resta il ricordo e, soprattutto, resta quel numero sei che da quel momento appartiene soltanto all&#8217;eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">W Milan</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Il mio 1 maggio 1988: come una radiolina ha cambiato la mia vita da tifoso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2026 07:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​È il Primo Maggio 1988. Un ragazzo di 14 anni aspetta con trepidazione l’inizio di Napoli-Milan. La sua unica, fedele compagna di viaggio di questo meraviglioso campionato è la radio. ​Quel ragazzino sono io. Porto sulle spalle il peso di due retrocessioni in Serie B, l’umiliazione della sconfitta interna con la Cavese e gli sfottò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​È il Primo Maggio 1988. Un ragazzo di 14 anni aspetta con trepidazione l’inizio di Napoli-Milan. La sua unica, fedele compagna di viaggio di questo meraviglioso campionato è la radio.</p>
<p style="text-align: justify">​Quel ragazzino sono io. Porto sulle spalle il peso di due retrocessioni in Serie B, l’umiliazione della sconfitta interna con la Cavese e gli sfottò di Peppino Prisco: “Il Milan in B? E per due volte: una pagando, l’altra gratis”.</p>
<p style="text-align: justify">​Ma in questo pomeriggio caldo, sento finalmente di avere l’occasione di riscattare tutte quelle amarezze. Finalmente posso essere protagonista, provare la sensazione di vincere uno scudetto, capire cosa si prova davvero.</p>
<p style="text-align: justify">​Resto lì, in attesa di ricevere notizie dalla mitica voce di Enrico Ameri. La squadra è in fiducia: la settimana prima abbiamo annichilito l’Inter in un derby dominato. Ruud Gullit, il nostro nuovo Messia, è una forza della natura e la squadra lo segue. Di fronte, però, c’è il Napoli di Maradona che carica l’ambiente: “Non voglio vedere nessuna bandiera rossonera”.</p>
<p style="text-align: justify">​Loro sono i campioni in carica, lo stadio è stracolmo. Ho paura che, anche stavolta, rimarrò solo con la mia delusione.<br />
​Mi affido totalmente ad Ameri. La sua voce mi trascina dentro il San Paolo, dove i miei eroi iniziano a giocare. Attacchiamo, ma non riusciamo a sfondare. All’improvviso, un’interruzione: “Scusa, scusa, sono Ameri da Napoli&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify">Il cuore si ferma per un istante. “Milan in vantaggio, gol di Virdis!”.<br />
Il resto non lo ascolto nemmeno. Esulto urlando tutta la mia gioia: siamo in vantaggio, non ci credo. Forza ragazzi, dai!</p>
<p style="text-align: justify">​Ma allo scadere del primo tempo è Maradona a segnare, pitturando una punizione all’incrocio. Galli non ci arriva. 1-1, tutto da rifare. L’intervallo è un’agonia, quei quindici minuti non finiscono mai.</p>
<p style="text-align: justify">​Sacchi decide di togliere Donadoni: entra lui, il Poeta, Marco Van Basten. Penso: “Forza, o la va o la spacca”.<br />
La partita riprende e la voce di Ameri riporta la mia immaginazione dentro il catino del San Paolo. Come nel primo tempo stiamo attaccando, ma il gol non arriva.<br />
​Poi, un urlo squarcia il silenzio irreale di casa mia: “GOL!”. Siamo di nuovo avanti. Virdis si fa trovare pronto sul cross di Gullit, che ha seminato i difensori del Napoli.</p>
<p style="text-align: justify">Cerco di visualizzare, attraverso i racconti della radio, l’incornata di Virdis, il cross&#8230; sono in estasi.<br />
​Il Napoli prova a pareggiare, preme e si avvicina alla nostra area impegnando il nostro portiere. Galli rilancia su Gullit: Ruud prende palla sulla nostra trequarti, percorre sessanta metri, la mette in mezzo da sinistra e arriva Van Basten&#8230; 3-1.</p>
<p style="text-align: justify">​È fatta. Il ritorno del Diavolo è completato. Careca accorcia le distanze per il 3-2, ma io sono già fuori in strada a sventolare la mia bandiera rossonera e a festeggiare il sorpasso in classifica.</p>
<p style="text-align: justify">​A fine partita Sacchi dirà: “Non so se siamo i più forti, oggi siamo stati i più bravi”. A me non importa se eravamo i più bravi o i più forti. So solo che i miei eroi hanno compiuto un’impresa e io sto finalmente assaporando il sapore della gloria.</p>
<p style="text-align: justify">​L’anno successivo ci sarà l’esodo a Barcellona, ma tutto è partito da quel pomeriggio. E quando ci ripenso, sento ancora la pelle d’oca.</p>
<p>Buon 1 maggio Nighters</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Ricordi Rossoneri &#8211; 12 Marzo 1989; il giorno in cui Mannari si prese la Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ricordi rossoneri]]></category>
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					<description><![CDATA[​Il 12 marzo 1989 a San Siro va in scena Milan-Juventus. È la ventunesima giornata del campionato 1988-1989 nato tra mille difficoltà, con troppi punti persi ingenuamente per strada e un&#8217;Inter che sembra ormai irraggiungibile nella sua corsa scudetto. Per il Milan di Arrigo Sacchi, quella contro la Vecchia Signora non è mai una partita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​Il 12 marzo 1989 a San Siro va in scena Milan-Juventus. È la ventunesima giornata del campionato 1988-1989 nato tra mille difficoltà, con troppi punti persi ingenuamente per strada e un&#8217;Inter che sembra ormai irraggiungibile nella sua corsa scudetto.</p>
<p style="text-align: justify">Per il Milan di Arrigo Sacchi, quella contro la Vecchia Signora non è mai una partita come le altre, ma in quel momento storico rappresenta uno spartiacque fondamentale per la fiducia di un gruppo che sta ancora cercando la sua definitiva consacrazione europea.<br />
Nonostante manchino solo tre giorni al ritorno dei quarti di finale contro il Werder Brema — una partita da dentro o fuori dove vincere è l&#8217;unico verbo ammesso — Sacchi decide di non fare calcoli né turnover. In campo vanno i migliori, perché il tecnico di Fusignano sa che la mentalità si costruisce attraverso le grandi vittorie.</p>
<p style="text-align: justify">​Quel pomeriggio a San Siro, però, la stanchezza sparisce non appena l&#8217;arbitro fischia l&#8217;inizio. Il Milan sta crescendo, sta diventando quella macchina perfetta che cambierà per sempre la storia del calcio, e per la Juve di Dino Zoff non c’è scampo. Bastano quattordici minuti per trasformare il big match in un monologo rossonero. Al 12’ Ruud Gullit pennella un cross verso il centro dell&#8217;area, Van Basten si coordina e colpisce di sinistro: la palla, deviata in modo decisivo da Tricella, finisce in rete. È il vantaggio, ma il Milan non si ferma a respirare. Passano solo centoventi secondi e Gullit inventa ancora una giocata d&#8217;esterno destro verso il Cigno di Utrecht; sponda intelligente per Chicco Evani e palla nel sacco. 2-0.</p>
<p style="text-align: justify">​Il dominio è totale, fisico e tecnico. Stefano Tacconi, l&#8217;estremo difensore bianconero che qualche anno prima aveva ironizzato pesantemente sul Milan consigliando ai giocatori di usare gli elicotteri per scappare dalle contestazioni, stavolta deve usare le mani solo per raccogliere palloni in fondo alla rete.</p>
<p style="text-align: justify">Al 69’ entra in scena l&#8217;eroe inaspettato: Graziano Mannari. Subentra a Evani e dopo pochi minuti, su un cross perfetto di Donadoni, segna in tuffo la rete del 3-0. San Siro è in estasi, ma il ragazzino di Livorno non ha ancora finito. All’86’ Mannari scatta ancora e firma la sua personale doppietta per il definitivo 4-0. Mezz&#8217;ora di gioco, due gol alla Juventus: un pomeriggio leggendario da raccontare ai nipotini.</p>
<p style="text-align: justify">​Tre giorni dopo quel trionfo, il muro tedesco del Werder Brema metterà effettivamente in difficoltà i rossoneri, ma lo spirito nato da quel 4-0 alla Juve è ormai inarrestabile. Superato lo scoglio tedesco, si spalancheranno le porte per la prima Coppa dei Campioni dell’era Berlusconi.<br />
Da quel momento in poi, né il Real Madrid né lo Steaua Bucarest riusciranno ad arginare la marea rossonera.</p>
<p style="text-align: justify">Altri tempi, altri campioni, altro Milan, un&#8217;altra storia.<br />
Meditate gente.</p>
<p style="text-align: justify"><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Ricordi Rossoneri &#8211; Verona non è sempre fatale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 06:30:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[​Il 28 aprile 2002 il Milan scende in campo al Bentegodi contro il Verona con un obiettivo vitale: il quarto posto. La stagione è complicata, ma l&#8217;accesso ai preliminari di Champions League rappresenta il confine tra il successo e il fallimento del progetto tecnico. Il Verona, al contrario, vive un momento drammatico e cerca punti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">​Il 28 aprile 2002 il Milan scende in campo al Bentegodi contro il Verona con un obiettivo vitale: il quarto posto. La stagione è complicata, ma l&#8217;accesso ai preliminari di Champions League rappresenta il confine tra il successo e il fallimento del progetto tecnico. Il Verona, al contrario, vive un momento drammatico e cerca punti per una salvezza che sembra sfuggire di mano.<br />
La partita si mette subito in salita. Mutu segna un gol incredibile da trenta metri e porta in vantaggio i padroni di casa. La reazione del Milan c&#8217;è, ma la sfortuna si mette di mezzo: Pirlo colpisce un palo su punizione alla fine del primo tempo.<br />
Il secondo tempo comincia con un altro episodio negativo che sembra confermare la maledizione di questo stadio. Serginho ha l&#8217;occasione del pareggio su calcio di rigore, ma la palla finisce di nuovo sul palo. Lo spettro della &#8220;Fatal Verona&#8221; aleggia sul campo, ricordando i campionati persi nel 1973 e nel 1990. In un momento così critico, emerge però un protagonista inaspettato: Kakha Kaladze. Il difensore georgiano sale in cattedra, si sposta in avanti e si trasforma in un rifinitore aggiunto, cambiando il volto della sfida. Al minuto 65, Kaladze vede lo scatto di Inzaghi e scaglia una sventagliata precisa dalla metà campo. Il centravanti si coordina al limite dell&#8217;area, colpisce di controbalzo e batte Ferron. Il Milan trova l&#8217;1-1 e l&#8217;inerzia della gara cambia completamente. La squadra di Ancelotti smette di subire e inizia a chiudere il Verona nella propria trequarti, conscia che il pareggio serve a poco per la classifica. I rossoneri spingono e all&#8217;82&#8217; trovano il gol del sorpasso. Kaladze inventa la giocata della giornata con un filtrante rasoterra che taglia in due la difesa scaligera. Pirlo intercetta la sfera in corsa, salta secco Ferron e deposita a porta vuota. L&#8217;esultanza del fantasista sotto la curva è lo sfogo di una squadra che sente di aver scacciato i propri fantasmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa vittoria rappresenta un bivio fondamentale per la storia moderna del club. Grazie a questi tre punti, il Milan blinda l&#8217;accesso all&#8217;Europa che conta. Senza quel pomeriggio al Bentegodi, la cavalcata dell&#8217;anno successivo che culmina nella finale di Manchester contro la Juventus non sarebbe mai esistita. Per il Verona, invece, il fischio finale segna l&#8217;inizio di un declino lento verso la Serie B, categoria in cui la società rimane per ben undici anni.<br />
Verona non è sempre un luogo di sventure per i colori rossoneri. Quel pomeriggio di aprile dimostra che il destino si può cambiare con la volontà. Da questa sofferta vittoria nasce la leggenda europea del Milan di Ancelotti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Juventus-Milan: La vittoria che cambiò tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 06:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La settimana che va dal 3 al 10 gennaio 1988 la vivo in apnea, come mai prima di allora. La vittoria schiacciante contro il Napoli di Maradona, dominata e strameritata, mi proietta in una dimensione sconosciuta. Mi impossesso della gioia, dell’euforia e di un senso di idolatria pura per il mio nuovo eroe: Ruud Gullit, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">La settimana che va dal 3 al 10 gennaio 1988 la vivo in apnea, come mai prima di allora. La vittoria schiacciante contro il Napoli di Maradona, dominata e strameritata, mi proietta in una dimensione sconosciuta. Mi impossesso della gioia, dell’euforia e di un senso di idolatria pura per il mio nuovo eroe: Ruud Gullit, il gigante trecciuto che riempie il campo in attesa che il &#8220;Cigno&#8221; Van Basten riprenda a volare.</p>
<p style="text-align: justify">In quei giorni la Gazzetta dello Sport è l&#8217;unico pane quotidiano, insieme al mensile Forza Milan che però, per sua natura, non può soddisfare la mia fame di notizie fresche. L&#8217;attesa cresce a dismisura per la sfida successiva: la trasferta a Torino contro la Juventus, una classica del calcio italiano che, per noi milanisti, ha sempre il sapore della trasferta proibitiva.</p>
<p style="text-align: justify">Non vinciamo al Comunale dal lontano 1970, un&#8217;era geologica fa, quando i rossoneri si imposero per 2-0 con reti di Prati e Villa. In pratica, non sono ancora nato. In quello stadio, nei miei ricordi di tredicenne, ho visto solo sconfitte brucianti o, nel migliore dei casi, qualche pareggio sofferto. La Juventus rappresenta il &#8220;potere forte&#8221;, la squadra da battere, e la trasferta a Torino è sempre un esame di maturità.</p>
<p style="text-align: justify">Ma questa volta è diverso. Dentro di me lo sento. Voglio di più: voglio la vittoria per continuare a sognare l’incredibile, per dare un senso a quel Milan di Sacchi che sta rivoluzionando il calcio italiano.</p>
<p style="text-align: justify">Quella domenica pomeriggio, alle 14:30, mi chiudo in camera. Un rituale sacro. Accendo la radio, cerco e sintonizzo le frequenze per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto. La voce che sento è quella inconfondibile del compianto Enrico Ameri, che descrive con pathos le azioni dallo stadio. L’attesa sale, l’ansia pure, ma la fiducia è totale. I miei ragazzi sono carichi, si sente nell&#8217;aria che qualcosa di grande sta per accadere.</p>
<p style="text-align: justify">Sacchi schiera l’undici &#8220;classico&#8221;, quello che recito a memoria come una poesia, un mantra che mi infonde sicurezza: Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, Filippo Galli, Capitan Baresi, Donadoni, Ancelotti, Virdis, Gullit, Evani. Dall&#8217;uno all&#8217;undici, in rigoroso ordine numerico. Una formazione che entra nella leggenda.</p>
<p style="text-align: justify">Oltre all&#8217;eccitazione per avere la possibilità di vivere finalmente un Juventus-Milan da &#8220;protagonista&#8221;, seppur a distanza, sale anche una strana paura, quasi reverenziale. La Juventus rappresenta un&#8217;istituzione, un simbolo di potere e superiorità che, anche se ho solo 13 anni, inizio a intuire. La radio parla di migliaia di tifosi rossoneri al seguito della squadra, un vero e proprio esodo. L&#8217;entusiasmo è acceso, come il mio. C&#8217;è una passione che sta ricominciando a bollire sotto la cenere dopo anni di traversie, di serie B e di situazioni poco piacevoli. Il Milan è tornato a far parlare di sé.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo tempo è un po&#8217; sofferto. I ragazzi sembrano bloccati, forse intimoriti dal palcoscenico e dall&#8217;avversario blasonato. Il gioco è armonioso, bello da vedere, ma non sono spavaldi come una settimana prima al cospetto di Re Diego. E, per assurdo, è la Juventus ad andare vicina al gol con Ian Rush, il centravanti gallese. Dopo un insolito errore di Baresi, un gigante che raramente sbaglia, Rush si presenta davanti a Galli. Il portiere toscano è bravissimo a ipnotizzare l&#8217;attaccante bianconero con un&#8217;uscita coraggiosa. Non vi dico che sospiro di sollievo faccio, un nodo in gola che si scioglie all&#8217;improvviso.</p>
<p style="text-align: justify">Nella ripresa, però, torna in campo il &#8220;mio&#8221; Milan, quello che ho conosciuto una settimana prima. Bello, spigliato, che gioca a memoria, e il radiocronista fa fatica a commentare le azioni rossonere dalla velocità con cui si susseguono. Il Milan è letteralmente trasformato. Tassotti pennella un cross pregevole dalla destra, un invito a nozze per la testa di Gullit: Tacconi si supera con un colpo di reni incredibile. Il Tulipano si ferma, ammirato, e applaude il portiere avversario, un gesto da vero signore del calcio.</p>
<p style="text-align: justify">Ascoltare la radio mi costringe a un esercizio di immaginazione che oggi, con la televisione e lo streaming ovunque, non siamo più abituati a fare. Immagino le azioni, i volti, il boato del pubblico. Il pressing del Milan diventa finalmente asfissiante, collezioniamo calci d’angolo a ripetizione. Su uno di questi, ancora il &#8220;Tasso&#8221; al cross: Ruud è padrone dell’area, salta più in alto di tutti e stavolta non perdona. Il Milan è in vantaggio!</p>
<p style="text-align: justify">Al gol di Gullit esplodo di gioia. La mia mente è in un fermento immaginario impazzito. Lo sguardo corre veloce al mio poster in camera, che raffigura il gol di Hateley nel famoso derby di tre anni prima. Immagino il gol di Gullit esattamente così, con la stessa potenza e la stessa prepotenza. E con l&#8217;immaginazione non vado molto lontano, perché il simbolo rossonero sovrasta il povero Favero, che non ha nemmeno il tempo di saltare per contrastare Ruud. Dopo la prestazione monstre contro il Napoli, la Gullitmania è ufficialmente iniziata.</p>
<p style="text-align: justify">Però, inaspettatamente, proprio dopo il gol, affiora la paura di vincere. È una sensazione strana, quasi un blocco psicologico. Il Milan si ferma, forse i ragazzi sentono che quello può essere un momento storico, la svolta della stagione. Sentono la pressione. Al contrario, la Juve, che non ha più nulla da perdere, si getta in avanti con tutto il suo orgoglio. Prima Cabrini sfiora il pareggio con un tiro velenoso, poi Baresi salva sulla linea un colpo di testa di Bonini a portiere battuto. È l&#8217;apice della sofferenza. Al novantesimo, e dintorni, nuovamente Ian Rush si trova solo davanti a Giovanni Galli. Il portiere rossonero si oppone con successo, con una parata che vale un gol. Finisce così. Dopo quasi 18 anni, il Milan batte la Juve a domicilio.</p>
<p style="text-align: justify">Una sensazione che non ho mai provato prima, se non in parte nel 1985, quando battiamo la Juventus a San Siro in quella famosa partita vinta per 3-2 che racconterò un’altra volta. Ma uscire da Torino con i due punti, in casa degli Agnelli, è qualcosa di incredibilmente godurioso. Ho la netta sensazione che la squadra stia trasformando i nostri sogni in realtà.</p>
<p style="text-align: justify">Finita la partita, mi distendo sul letto. Devo riprendere fiato ed energie perché l&#8217;ho vissuta intensamente, quasi fossi in campo con loro. La mia mente non si ferma, continuo a immaginare i colpi di testa di Gullit, la faccia di Tacconi quando deve raccogliere il pallone in fondo alla rete. Proprio lui, quello che più o meno un anno prima ci prendeva in giro dicendo che gli elicotteri ci servivano per scappare dalla vergogna.</p>
<p style="text-align: justify">Provo a immaginare la curva piena di bandiere rossonere, un sogno che diventa realtà. Recuperate le energie, è ora di dare un volto alle mie fantasie: è ora di guardare Novantesimo Minuto. Spero che la sintesi della partita non sia oscurata da Napoli-Fiorentina, finita 4-0 per i partenopei, e poi finire con Domenica Sprint.</p>
<p style="text-align: justify">Ma soprattutto, il giorno dopo, posso finalmente cercare i miei compagni di scuola bianconeri e guardarli dritti negli occhi. È il momento del riscatto, per anni di prese in giro subite in silenzio.</p>
<p style="text-align: justify">Quelli a cui servono gli elicotteri per scappare sono proprio loro, perché il Diavolo è tornato, e sta segnando in maniera indelebile la mia adolescenza e quella di tutti i tifosi milanisti della mia generazione.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em></p>
<p><span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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