L’inevitabile e il minore dei mali

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Saprà il fatto suo, ma così al momento non pare

Nella giornata di ieri il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna ha ufficializzato l’esclusione del Milan dalle Coppe europee (leggi Europa League) per la stagione 2019/2020. Impossibile da evitare una simile sanzione per un club che sotto Berlusconi prima, Yonghong Li poi ed Elliott ora non ha mai rispettato i parametri imposti dal Fair Play Finanziario dell’Uefa. Una beffa per alcuni, dal momento che in passato (e nel presente) altre società non hanno dovuto fronteggiare una punizione analoga, ma forse il minore dei mali. Perché? Beh, innanzi tutto una spiegazione molto rapida e, si spera, scevra da inesattezze, di quel che è successo.

La decisione del Tas è arrivata per il mancato rispetto del break even durante i periodi 2015/2016/2017 e 2016/2017/2018, anni nei quali il Milan ha sempre (almeno a memoria del sottoscritto) speso più di quanto potesse. Spesso male, a volte addirittura senza investire (o investendo pochissimo) sul mercato, ma questo è. L’esclusione del Milan dall’Europa League della prossima stagione mette in pausa (almeno momentaneamente) il monitoraggio del break even da parte del board del FPF dell’Uefa, dando alla società una maggiore libertà economica sul mercato. Maggiore libertà economica che non vuol dire tuttavia poter spendere quanto e come si vuole, ma semplicemente non avere costantemente il fiato sul collo dei legulei svizzeri (che si sa, quando si parla di fare i conti sono minuziosi e certosini). Ad esempio, se il Milan non fosse stato escluso dalle competizioni continentali per la prossima stagione sportiva, avrebbe dovuto cercare di rientrare il prima possibile all’interno dei paletti decisi e imposti dall’Uefa, magari vendendo Donnarumma in fretta e furia, rischiando di raccattare anche molti meno milioni di quanti invece avrebbe potuto ottenere trattando col PSG con maggiore calma e mente fredda. Ricordate il caso Roma-Salah-Liverpool? L’egiziano si trasferì sulla Mersey per una quarantina di milioni il 22 giugno 2017, proprio pochi giorni prima del 30 giugno, la fatidica data entro la quale far quadrare i conti.

Ripetiamolo a scanso di equivoci: la situazione rimane delicata, ma non così delicata. L’esclusione dalle Coppe europee rimane un danno d’immagine, ma è un danno collaterale a cui sapevamo che saremmo potuti andare incontro, nel momento in cui avremmo dovuto investire del denaro per poter tornare competitivi. Il problema è piuttosto un altro, non certo un Purgatorio annuale (tra l’altro la rinuncia all’Europa League è tutt’altra cosa rispetto alla rinuncia alla Champions, nel caso in cui fossimo riusciti a raggiungerla). Il punto è affrontare il Purgatorio con letteralmente nulla in mano. I due anni trascorsi dopo l’addio di Berlusconi e Galliani sono stati di fatto buttati al vento, con la necessità ora di vendere il pezzo più pregiato della rosa per finanziare parte della campagna acquisti 2019, se non tutta. Il danno che il Milan deve fronteggiare sono i due anni persi ad oggi, l’idea di essere puniti per campagne acquisti che non hanno sortito l’effetto sperato, quello di farci tornare grandi. L’amaro in bocca, almeno personalmente, è tutto qui. La speranza, per quanto mi riguarda, è che il tempo perso rimanga quello già scialacquato.

Fab

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.