Lo strano caso dell’uomo senza qualità

29 luglio 2017 | Di | Rispondi Di più

Giannino Sniper – Nei giorni scorsi abbiamo visto come la nuova dirigenza del Milan stia eseguendo quello che era il “comandamento” di Clarence Seedorf: “bisogna cambiare almeno i tre quarti della rosa”. Comandamento che è accolto dalla maggior parte dei tifosi rossoneri fatta eccezione per il sottoscritto che da tempo sostiene che della rosa dello scorso anno avremmo dovuto confermare solo Donnarumma, Romagnoli e Locatelli. Ma, si sa, la moderazione non è la mia qualità principale. Lungi dal voler avere ragione ad ogni costo, mi “accontento” dell’epurazione in corso e dell’aggiunta di uomini di qualità al posto delle pippe che hanno infestato la rosa negli ultimi anni. Anche perché l’epurazione in campo è solo l’estensione di quella che Fassone e Mirabelli stanno attuando anche a livello dirigenziale. Via uno scarso, dentro uno buono. O comunque uno funzionale al progetto di una società nuova che sta rottamando il Giannino. Da Fassone per Galliani e Mirabelli per Maiorino in giù. Una pacchia, è come stare al cinema e guardare un film sull’Ok corral, sai già che vincerà Wyatt Earp ma la soddisfazione è altissima lo stesso. Epurazione per tutti. O quasi.

Fluctuat nec mergitur – Sullo stemma dell’Università di Parigi, l’ateneo che contende a quello di Bologna la palma di istituto più antico del mondo, è effigiata una nave  in un mare tempestoso sopra alla scritta latina che dal il titolo al paragrafo. Il motto, che è anche quello della capitale francese, in italiano suona, più o meno, come: “galleggia ma non affonda”. Da ragazzo avevo una felpa della Sorbona e tutte le volte che la indossavo mi trovavo a riflettere sul significato dell’adagio che vedevo riflesso nello specchio. Mi è sempre sembrato un esempio perfetto di come dovrebbe essere un milanista; per quante forte soffi la tempesta, per quanto siano alte le onde la nave coraggiosa continua a galleggiare. Bello vero? Fino a che non hai a che fare con la flotta di barchette di sughero degli ex giocatori del Giannino. Lo so, è un concetto che ho già espresso mille volte. Il Giannino era il prototipo del fluctuat nec mergitur ma non si trattava di nave che con coraggio porta in salvo uomini e carico bensì di un tappo di sughero che galleggia sull’acqua della palude accontentandosi di tenere la propria posizione nonostante l’acqua limacciosa e l’aria fetida.

L’uomo che sapeva fare ogni cosa – “Se dovessi iniziare a costruire una squadra da zero, partirei da Frank Rijkaard”. Parole e musica di Arrigo Sacchi, uno che ha allenato Maldini, Baresi, Gullit, Donadoni e Van Basten. Uragano Frankie era il prototipo del giocatore universale. Scusate, non il prototipo ma la sublimazione. Campione d’Europa con la nazionale d’Orange da difensore centrale e campione di tutto come centrale di centrocampo in casacca rossonera, giocava tutte le posizioni con una classe ed un’efficacia soprannaturali. 23 maggio 1990, il Milan stellare degli olandesi affronta il difficilissimo Benfica di Sven Goran Eriksson. Nessuna stella ma un gruppo compatto e roccioso che ti impedisce di sviluppare calcio; dovrebbe essere una passeggiata ma la squadra è bollita e l’agitazione si taglia con il coltello. In camera caritatis Sacchi confida ad un giornalista: “Domani o ci salva Frankie o non ce la facciamo…”. Ok, serve un assist di Van Basten in tutto e per tutto simile ad un verso di Leopardi, ma è proprio il centrocampista olandese a presentarsi da solo davanti al portiere lusitano Silvino e ad incrociare l’esterno destro che mette la palla nell’angolino. La difesa più forte di tutti i tempi fa il suo dovere e noi solleviamo la coppa numero quattro.

Il pendolo descriveva le sue oscillazioni con isocrona maestà – Dopo ieri sera possiamo con certezza rubare le parole ad Umberto Eco sapendo che dall’altra parte dell’arco disegnato dal pendolo della nostra analisi ci sono gli uomini del Giannino siano essi dotati o meno di fascia. La partita con il Craiova ci ha regalato, ove ce ne fosse stato il bisogno, la certezza che all’opposto del giocatore che sapeva fare tutto, ivi compreso il caricarsi un gruppo di fuoriclasse sulle spalle e vincere una partita per loro, ci sono dei soggetti che non sanno fare nulla. Come sempre a sorprendere non è tanto quello che si vede prima facie ma la sostanza vera della prestazione dei gianninisti. Non sorprende la goffaggine con cui si muove Montolivo o la insipienza del suo ennesimo assist al centravanti avversario. No. A colpire è la loro incapacità a fare qualsiasi cosa possa essere utile al conseguimento del successo. Il capitano del Giannino viene messo in campo nella posizione chiave del gioco rossonero, quella nella quale dovrebbe dare il ritmo al gioco dei rossoneri e pensa bene di stoppare la palla, alzare la testa, toccare la palla e poi darla via. Non conta che sbagli il passaggio, quel che interessa è che lo fa nella maniera sbagliata. C’è un tempo di gioco in più, quello che fa la differenza tra il saltare il pressing avversario e l’assecondarlo. Il fenomeno delle amichevoli estive galoppa nel prato a metà strada tra le discipline olimpiche dei “tremila siepi” e del “dressage” facendo costantemente l’inverso della cosa che si dovrebbe fare. Basta che la competizione sia riconosciuta da un qualsiasi organismo calcistico e questo uomo senza qualità passa quando deve tirare, scatta profondo quando dovrebbe accorciare, aiuta in difesa quando dovrebbe dare profondità alla squadra. O viceversa, fate voi.

A te e chi ti mette in campo – Ovviamente nell’elenco è compreso l’apporto pressoché nullo dato a livello di nerbo, garra ed esperienza. Ma quanto è stata piatta la prestazione di Abate giovedì sera? A parità di condizione fisica spiccano le prestazioni di Rodriguez (in costante progressione offensiva), Kessie (magari pasticcione ma sempre presente e combattivo in tante zone del campo) e dello stesso Borini che non sarà più forte di Niang ma sulla palla a lottare ci va sempre e si guadagna la punizione che Rquadro manda in porta. Sorprende la costanza con cui Montella si affida a questo gruppo di antichi orpelli di gallianesca memoria ben sapendo che il loro apporto tecnico, tattico e caratteriale è sempre nullo. A cosa serve spendere milioni per rafforzare la squadra se non si butta via la zavorra? Intendiamoci, quella è tutta gente che gioca a pallone meglio di me. Ma io non voglio giocare al posto loro, non sto rosicando di invidia perché loro giocano nel Milan ed io no. Mi chiedo solo che scopo avesse chi ha infarcito la nostra squadra di giocatori che risulta difficile perfino regalare, che scopo abbia chi li mette in campo sapendo che Calabria può crossare meglio di Abate, che Andre Silva stanco fa più cose di Niang fresco e che Jose Mauri fa meno danni di Montolivo. E che scopo ha chi li osanna in telecronaca o chi gli da la sufficienza in pagella su un quotidiano nazionale.

Ultima tappa – Siamo prevenuti? Dopo il miliardesimo esame di coscienza siamo obbligati a rispondere no. Non siamo stati noi a fischiare Montolivo in una partita con la maglia della nazionale a Roma per il solo fatto di essere entrato in campo ed aver sbagliato in dieci minuti tutto quello che poteva essere sbagliato. Basta con questa manfrina. Ci sono dei giocatori che possono essere salvati dallo scempio compiuto da “pelato e disinteressato” ma ce ne sono altri che non devono essere salvati. (In)Capacità tecniche, arroganza e rapporto con la tifoseria ormai guasto ne fanno degli elementi di disturbo che non vanno più presentati. Valeva per De Sciglio, vale per le altre barchette di sughero del Giannino che galleggiano sulla mefitica palude del condor.

Pier

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Categoria: Allenatori, Giocatori, Squadra

Sull'autore ()

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.