Una società (Milan) senza memoria non ha futuro

20 dicembre 2016 | Di | Rispondi Di più

Ferdinando Valletti insieme al capitano Andrea Bonomi.

Riceviamo e pubblichiamo con piacere un articolo del nostro amico Davide Grassi, scrittore e storico del Milan. Nei giorni dedicati all’acquisto dello statuto del Milan da parte di Giuseppe La Scala ecco un pezzo di milanismo puro, una lezione di umanità che dovrebbero leggere a diverse latitudini. Da Milano a Pechino. 
Buona lettura.

Le storie di Ferdinando Valletti e Cina Bonizzoni, eroi rossoneri dimenticati dal Milan

Una società senza memoria non ha futuro, si usa dire. E per società si può intendere anche una di calcio, in questo caso proprio il Milan, inteso come gruppo dirigenziale. Le storie da raccontare sono di due grandi milanisti, che i più giovani forse non conoscono: Ferdinando Valletti, calciatore rossonero deportato in campo di concentramento, e Luigi Cina Bonizzoni, allenatore del Milan Campione d’Italia 1958-59. Due storie che hanno un doloroso punto in comune: il modo (indecoroso) in cui sono stati trattati dalla dirigenza milanista.
Per parlare di Valletti bisogna fare un salto nel tempo fino al primo marzo del 1944 quando – sotto l’occupazione nazista – iniziarono gli scioperi nelle principali fabbriche milanesi. Fu una protesta contro le razzie di operai e macchinari da parte dei tedeschi, contro la guerra, la militarizzazione delle fabbriche, le deportazioni.
Valletti, calciatore che ha giocato come mediano nel Verona, nel Seregno e, soprattutto, come difensore nel Milan per due stagioni, lavorava all’Alfa Romeo. Anche lui aderì allo sciopero e per questo motivo venne catturato dai fascisti, consegnato alle famigerate SS naziste e rinchiuso nel carcere di San Vittore. Presto venne fatto salire su un treno del binario 21 della Stazione Centrale di Milano e deportato prima nel campo di concentramento di Mauthausen e dopo in quello di Gusen II, dove lavorò nella “squadra cemento” che doveva scavare gallerie per nascondere alcune fabbriche belliche tedesche.
A Gusen la vita era durissima e furono in tanti a soccombere presto alla fatica e alle violenze. Ma un giorno a Valletti – marchiato con I57633 – capitò un fatto inaspettato: un kapò entra nella baracca e chiese se qualcuno sapeva giocare a calcio. Il motivo? Strano a dirsi, ma anche le SS di divertivano con il pallone e avevano bisogno di un giocatore.
Valletti si fece avanti: all’inizio nessuno gli credette quando disse di aver giocato nel Milan. Ma gli venne data la possibilità di dimostrare quello che diceva. Gli aguzzini lo fecero giocare a piedi scalzi e Nando si impegnò, dimostrò di essere un vero calciatore. Questo gli consentì di essere esentato dal lavoro massacrante nella “squadra cemento” e di avere il “privilegio” di diventare sguattero in cucina, dove iniziò anche a trafugare cibo da dare ai compagni di baracca, ormai ridotti allo stremo.
Qualcuno ce la fece, qualcun altro no: quando arrivarono gli alleati, il 5 maggio 1945, nella sua baracca erano ancora vivi in cinque, tra cui proprio lui.
Tornò a Milano, dove fu insignito del Diploma di medaglia garibaldina e gli venne riconosciuta la qualifica di Partigiano combattente. In famiglia all’inizio preferì parlare poco di quello che aveva visto, ma poi finì per tenere conferenze sulla terribile esperienza che ha aveva vissuto.
Il Milan rimase sempre nel suo cuore, tanto che a 80 anni la figlia Manuela pensò di contattare la società rossonera per chiedere un piccolo regalo per il padre. Racconta: “Il Milan aveva completamente dimenticato mio padre, ricordo che al compimento dei sui 80 anni, fui io a telefonare in via Turati per chiedere sommessamente che gli venisse recapitato un qualsiasi oggetto che potesse fargli sapere che la sua squadra del cuore lo ricordava. La mia richiesta cadde nel vuoto e io ci rimasi davvero molto male, ma di questo lui non seppe mai nulla”.
Ferdinando Valletti morì nel 2007, malato di Alzheimer, dimenticato dalla squadra in cui ha giocato e che ha amato per tutta la vita. Qualcuno, dalle parti di via Aldo Rossi, dovrebbe almeno ricordarsi cos’è la vergogna.

Luigi “Cina” Bonizzoni

La seconda storia ha per protagonista Luigi Bonizzoni soprannominato Cina per il particolare taglio d’occhi. Bonizzoni è stato allenatore del Milan Campione d’Italia 1958-59. Ma la società rossonera, alla festa del Centenario, si dimenticò di invitarlo. Lui ci rimase molto male, ma la figuraccia la fecero gli “smemorati” di via Turati, che non si scusarono neanche per la dimenticanza. Come diceva Totò, “signori si nasce” e lui, Cina, “modestamente lo nacque”. Qualcun altro, invece, forse no. Solo a distanza di molto tempo, in occasione dei 90 anni di Cina, il figlio Angelo – dopo diverse richieste e tramite l’intervento di alcuni amici – riuscì a fatica a strappare al Milan una targa d’argento.
Nel 2007, con gli amici Alberto Figliolia e Mauro Raimondi, ebbi l’onore di conoscere Bonizzoni. Ricordo, mentre era già costretto su una carrozzina, i suoi occhi velati di malinconia e delusione quando ci raccontò di non essere stato chiamato a partecipare alla festa di una squadra a cui fece vincere uno scudetto.
A casa sua, davanti a un vero e proprio tesoro di fotografie in bianco e nero, ci disse: “Ho avuto la fortuna di assistere al provino di Rivera in rossonero: giocava con la stessa classe di Schiaffino, non si riuscivano neppure a distinguere i due quel giorno, e Rivera aveva appena 16 anni! Pioveva a dirotto quando lo provammo; eravamo a bordo del campo d’allenamento milanista, nei pressi di Linate. Al termine del provino Schiaffino mi disse subito di non farmelo scappare”.
Poi raccontò anche il suo primo incontro, a Mantova, con il difensore Karl Heinz Schnellinger. Il tedesco, che quando indossò la maglia rossonera fu presto soprannominato Volkswagen, con tono scherzoso si presentò con un latinegginate “Ego sum Schnellinger”; Cina, piacevolmente sorpreso, replicò prontamente in tedesco: “Ich bin Bonizzoni!”.
A Ossona Bonizzoni, felice, emozionato e commosso, qualche anno fa presentò anche il suo libro Il futuro di ieri (quando il calcio è umanesimo) pubblicato per Albalibri, ricco di aforismi arguti e intelligenti. Eccone uno, riferito allo sport a cui ha dedicato la vita: “L’importante nel calcio è capire. Solo che si capisce sempre dopo”. E se è vero, come sostengo, che il calcio in fondo è una metafora della vita…
Grazie di cuore, quindi, a Cina Bonizzoni per aver dedicato un’intera vita al calcio con passione, onestà e intelligenza. Ed è un vero peccato la dimenticanza del Milan alla festa del Centenario: la memoria, anche nel calcio, è importante. Soprattutto quando si devono ricordare persone dello spessore umano e professionale di Bonizzoni, che così tanto avrebbero da insegnare ai giovani d’oggi.
Bonizzoni morì nel 2012. Il figlio Angelo ricorda: “In quel momento difficile ho sentito la vicinanza di molti tra cui la Nazionale cantanti, di cui mio padre fu il primo allenatore, e Fino Fini, medico federale dell’Italia per una vita. Dal Milan ricevetti un telegramma, ma al funerale non era presente nessun rappresentante della società”.
Per parafrasare il libro di Cina, quando il calcio non è umanesimo. E visto che anche nel calcio si capisce sempre dopo, chissà se nella dirigenza del Milan qualcuno prima o poi capirà che una squadra è fatta della sua storia. Anche di quella – gloriosa – scritta prima del 1986.

Davide Grassi

Categoria: Ricordi rossoneri

Sull'autore ()

Community rossonera, da sempre in prima linea contro l'AC Giannino 1986. Sempre all'attacco. Un sito di curvaioli (La Repubblica). Un buco nero del web (Mauro Suma)