Cagliari-Milan Serie A 2016/2017: presentazione

27 maggio 2017 | Di | Rispondi Di più

O di come mi sentivo, mi sento, mi sentirò.

La fine della stagione è sempre un periodo particolare, o almeno ho imparato a viverlo con un misto di gioia e tristezza, con una sorta di saudade brasiliana, specie in passato. Ai tempi del ciclo ancelottiano maggio era solitamente il mese dei grandi appuntamenti, delle palpitazioni, dei tremori da tensione e delle attese insopportabili. Tutto – la o le partite – si risolveva infine in uno scoppio di 90 o 120 minuti, foriero a seconda dei casi di gioie indimenticabili o altrettanto immarcescibili delusioni. La fine della stagione portava dunque con sé un velo di tristezza, anche nei casi migliori, difficile da sopportare. Perché quando con la tua maglia giocano Nesta, Shevchenko, Gattuso e Maldini, vorresti egoisticamente non riposassero mai, li vorresti vedere scorrazzare per qualche prato verde ogni settimana (macché settimana, ogni tre giorni), per soddisfare il tuo bisogno di Milan, la tua ossessione.

Con la decadenza del Milan degli ultimi anni il termine della stagione l’ho sempre vissuto invece come un vecchio sopporta il mutare delle stagioni, il giorno che diventa notte e la notte che diventa giorno in un ciclo inarrestabile e vorticoso su cui non ha controllo. Le ultime stagioni, o meglio gli ultimi maggio, sono stati per me così: un insipido trascorrere del tempo che mai avrebbe portato cambiamenti, soddisfazioni o scosse. Una maledizione, un incantesimo in cui ero (ed eravamo) intrappolati, come Bill Murray in Groundhog day, costretto a rivivere lo stesso, maledetto giorno.

Oggi, invece, come mi sento? Non so voi, ma non vedo l’ora che arrivi domani. E poi dopodomani. E poi il giorno dopo ancora. Non vedo l’ora di vedere quel che di buono – o cattivo, chi lo sa – combineranno le nuove facce in società. Voglio che il tempo passi in fretta, ma lasciandomi al contempo assaporare le novità di una società che osa fare mercato il 26 maggio. Voglio sentire il solitamente fastidioso ticchettio dell’orologio mentre mangio con gli occhi una volta di più la meravigliosa maglia che il Milan indosserà il prossimo anno. Voglio spulciare i siti sportivi alla ricerca di notizie sul Milan come facevo, curioso e speranzoso, fino a cinque o sei anni fa, o forse anche sette. Molto semplicemente, voglio ricominciare a vivere il mio Milan. A fantasticare sulle formazioni da schierare, a sperare nell’arrivo di questo o quel calciatore, ad appassionarmi davvero alle trattative di mercato, ad attendere spasmodicamente la prima amichevole contro il Bellinzona, il Varese, il Monza o il Renate in cui esordirà quel nuovo centrale, o l’attaccante appena arrivato, o quel centrocampista croato dai piedi buoni.

Non ho la certezza che ciò che ci riserva il futuro sia meglio del recente passato (almeno dal punto di vista dei risultati): l’esperienza dell’Inter (e non solo) è lì a dimostrare che spendere e spandere non sempre si traduce in trofei da lustrare. Ciò che però è innegabile è che il tifoso milanista, oggi, si sente rappresentato più da questa neonata società che riporta a casa Gattuso che dalla precedente, che faceva terra bruciata di tutte quelle bandiere anche solo potenzialmente scomode. Oggi non vedo l’ora di scoprire il futuro, di vedere se alla fine Morata e Kessie arriveranno: in poche parole, di tornare tifoso del Milan. Non che prima non lo fossi, anzi, era però quel simulacro di squadra a non essere degno di essere chiamato Milan, non io a non tifarlo.

Io mi sento così. Non vedo l’ora di sorpassare le Colonne d’Ercole e scoprire col batticuore il destino che ci attenderà.

Fabio

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Categoria: Serie A, Tattica

Sull'autore ()

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.