Udinese-Milan Serie A 2016/2017: presentazione

28 gennaio 2017 | Di | Rispondi Di più

Durante la partita di Coppa Italia di mercoledì scorso il telecronista ha enunciato un dato abbastanza eloquente sull’attuale momento che vive il Milan. Dalla partita contro il Crotone a quella di San Siro contro il Napoli, nei match disputati in campionato, il Milan è stato in vantaggio per soli sei minuti, vale a dire gli ultimi quattro della sfida contro i calabresi e gli ultimi due di quella contro il Cagliari (entrambi gli incontri sono stati infatti vinti con i gol nei minuti finali di Lapadula e Bacca). Vale a dire che nell’ultimo mese e mezzo di Serie A il Milan si è trovato per la stragrande maggioranza del tempo che è stato in campo in situazione di pareggio, o peggio, di svantaggio.
Negli ultimi tre match disputati il Milan ha subito nella primissima parte della prima frazione di gara ben sei reti, due a Torino contro il Toro, due contro il Napoli in casa e infine altrettante allo Stadium in Coppa Italia. In una sola di queste occasioni la squadra è riuscita a raddrizzare il risultato andando a punti, nelle altre due ha dovuto soccombere all’avversario, pur tenendo botta.
Nelle ultime nove partite giocate dal Milan in tutte le competizioni il ruolino di marcia è il seguente: tre vittorie, tre pareggi (rigori di Doha esclusi) e tre sconfitte. Dieci i gol segnati e altrettanti quelli subiti. Equilibrio assoluto, ma non per questo positivo.

Tali dati sono da un lato preoccupanti, dall’altro in un certo senso “comprensibili”, o per lo meno hanno una spiegazione razionale e logica. Per quanto riguarda i risultati, non si può tacere il fatto che nell’ultimo periodo il Milan ha dovuto affrontare compagini di indiscutibile valore: due volte la Juventus, Napoli, Roma, un’Atalanta in grande spolvero e il sempre complicato Torino (due volte). In senso assoluto, nonostante il ciclo terribile, il rendimento tenuto non può essere considerato in nessun modo soddisfacente, ma il tema è piuttosto un altro: in questo periodo, pur non crollando sotto i colpi degli avversari, il Milan di Montella contro le grandi non è riuscito ad attivare anticorpi che nelle scorse stagioni, pur parzialmente, avevano dato discreti frutti. Il motivo è presto detto, e la responsabilità di ciò è direttamente in capo all’allenatore: lo stile di gioco imposto dal nuovo corso non è speculativo come quello dei precedenti, ma al contrario creativo. Prova ne è che la Juventus di Higuain, Dybala, Cuadrado, Mandzukic e Pjanic, anche se in superiorità numerica nella ripresa, per larghi tratti del match di Coppa Italia si è arroccata nella propria metà campo lasciando la sterile iniziativa offensiva nelle mani dei rossoneri. Gli anni passati accadeva invece il contrario. La sconfitta patita a San Siro dai piemontesi è stata in questo senso utile ad Allegri, che ha messo da parte il fioretto per giocare di rimessa. Anche contro Roma e Napoli il Milan non ha rinunciato alla propria identità, al palleggio ragionato (anche troppo, in alcuni frangenti) e a tenere il pallone. Quando però la partita viene messa su questo piano è più probabile che a prevalere siano le squadre in possesso di maggior cifra tecnica, come in effetti è stato.

C’è poi il problema delle reti subite nei primi minuti. Non ritengo che sia ascrivibile al lato fisico (ovviamente) e solo parzialmente a quello mentale (nelle discussioni post partita ho sentito più “siamo molli” che in una conferenza di Malesani), piuttosto, anche qui, di cifra tecnica e soprattutto ritmo. Il Torino in casa è una brutta bestia, idem con patate la Juventus e il Napoli. In tutti e tre questi confronti i nostri avversari si sono presentati in campo con l’intenzione di mangiare l’erba, imponendo al match un ritmo insostenibile per quelle che sono le nostre caratteristiche. Pressing alto, uscita della palla complicata e inserimenti consistenti hanno causato i patatrac. I secondi tempi più gagliardi non sono stati tanto figli di una certa reazione d’orgoglio, quanto di una partita incanalatasi su binari a noi più congeniali, leggi ritmo più basso. In questa condizione il Milan può giocarsela contro chiunque, ma solo se evita di compromettere la prestazione con un primo tempo in alcuni casi troppo arrogante.

La questione che ci si pone di fronte ora è semplice: rinunciare alla nostra identità costruita faticosamente in questi mesi per abbandonarci al vecchio pragmatismo o proseguire indefessi sulla strada tracciata da Montella? Personalmente propendo più per la seconda ipotesi, non escludendo però aprioristicamente una terza via: approcciare le partite più complicate con un pizzico meno di supponenza e sicumera, con più umiltà. Se sappiamo che nelle prime frazioni di gioco possiamo subire la buriana degli attacchi avversari, allora dovremmo comportarci di conseguenza, stringendo i denti e giocando un calcio più accorto. Lasciare sfogare i nemici insomma, aspettando il momento adatto – la ripresa – per colpire. È ciò che ogni singola grande squadre fa quando è di scena su campi complicati, è ciò che lo stesso Milan ancelottiano ha a più riprese fatto, specie nella maledetta stagione 2004/2005. Questo Milan non è (ancora) una grande squadra, ma il cammino per diventarlo è costellato anche da simili difficoltà.

Fabio

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Categoria: Serie A, Tattica

Sull'autore ()

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.