Milan-Sassuolo Serie A 2016/2017: presentazione

1 ottobre 2016 | Di | Rispondi Di più

Ce n'è di lavoro da fare...

Scrivere di tattica a proposito del Milan è sempre stato per me complicato. In primis perché non sono un esperto di tattica, in secondo luogo perché il Milan degli ultimi anni ha dato pochissimi spunti. Ecco, la squadra di Montella di spunti non ne dà affatto, contrariamente a quanto noi tifosi pensassimo e sperassimo nel momento in cui fu annunciato ufficialmente l’ingaggio dell’ex viola. Le esperienze precedenti di Montella avevano lasciato intuire che anche al Milan avrebbe cercato di imporre la sua mentalità e il suo gioco: vedere invece quella che in tutto e per tutto può essere considerata la copia del Milan di Mihajlovic non può che aver stupito. Poco possesso palla, debole nel fraseggio ma letale in contropiede, una difesa che in tre partite (contro Sampdoria, Lazio e Fiorentina) non ha subito gol e una squadra con il baricentro molto basso.

Non è nemmeno la prima volta che possiamo notare questo tipo di atteggiamento da parte del nostro allenatore: lo stesso Mihajlovic appena un anno fa nel principio della sua avventura al Milan impostò la squadra con l’inedito (per lui) 4312, evidentemente condizionato da fattori ambientali piuttosto che da convinzioni tecniche o tattiche. L’unica spiegazione che posso dare a un comportamento tanto errato (si dice – giustamente – che se si deve sbagliare, almeno che lo si faccia con la propria testa) è che gli allenatori, soprattutto coloro che non possiedono esperienze dirette pregresse dell’ambiente Milan, abbiano almeno inizialmente il timore di prendersi troppe libertà, di cambiare eccessivamente i meccanismi che muovono un ambiente che segue noiosamente i suoi ritmi e le sue muffose e polverose tradizioni. Il loro fine è probabilmente quello di sfangare i primi due-tre mesi, i più delicati, guadagnando così la fiducia di proprietà e management, per poi lentamente tentare di cambiare qualcosa, di apportare modifiche seguendo la propria indole e le proprie idee. Mihajlovic fece così, arrivando infine a uno scontro per lui fatale, reo di non aver abbassato la testa davanti al capo (un po’ come lo stesso Seedorf); Montella sembra invece decisamente più scaltro, più in grado rispetto al serbo di approcciarsi a determinati personaggi senza creare frizioni eccessive, ma il suo futuro dipenderà – banalmente – da come risponderà la squadra non appena deciderà di apportare qualche vero cambiamento tattico, e naturalmente dal benedetto closing che si spera spazzi via dal Milan coloro i quali vogliono cambiare sempre tutto, ma solo per lasciare tutto com’è.

Nelle ultime complicate tre partite abbiamo potuto apprezzare un Milan particolarmente solido e cinico. Merito di un’ottima retroguardia (con Paletta sugli scudi), di una fase difensiva molto buona e di una condizione fisica eccellente (non a caso il Milan chiude le contese in crescendo). I tre incontri hanno in comune però un dato: a parte il secondo tempo con la Lazio, nei restanti 5 blocchi da 45′ la squadra ha sempre lasciato il pallino del gioco agli avversari, anche nei primi 45′ di San Siro contro i biancocelesti. Il match contro il Sassuolo sarà quindi particolarmente interessante per questo: pur essendo una squadra dal gioco ormai collaudato e riconoscibile e che proprio nel gioco si rifugia nei momenti di maggiore difficoltà, è probabile che i neroverdi arrivino a Milano non con l’idea di imporsi, quanto con quella di speculare. Gli impegni degli emiliani cominciano a sentirsi nelle gambe, gli indisponibili non sono pochi e i punti, anche uno soltanto, servono sempre. Non stupirebbe nessuno vedere un Sassuolo più sparagnino, quindi per il Milan più pericoloso. Contro difese chiuse e baricentri bassi il 433 rossonero si trasforma nel miglior meccanismo di difesa per chiunque voglia portare via da San Siro qualche punticino. Più i ritmi si abbassano e più la squadra fatica a sfondare centralmente, più fa fatica a sfondare centralmente e più insiste in azioni sugli esterni, più insiste in azioni sugli esterni e più Bacca è isolato, ignorato, inutile, elidendo di fatto ogni possibilità di segnare. Contro squadre chiuse il guizzo del singolo rimane l’unico schema percorribile, ma i singoli del Milan sono per la maggior parte discontinui, spesso testardi nel portare avanti inutili azioni personali e odivaghi. Per questa ragione questo Milan si comporta meglio contro le big, per questo può anche portar via da Firenze tre punti, ma perdere in casa contro un’oscena Udinese. Curiosamente aveva lo stesso problema il Milan di Ancelotti, certo per ragioni totalmente diverse.

img_1671Bene, ora parliamo di cibo. Più che una ricetta oggi vorrei farvi (e farci) conoscere meglio due dei prodotti italiani, emiliani e modenesi più conosciuti nel mondo: lo zampone e il cotechino.

Lo Zampone Modena e il Cotechino Modena devono la loro fama all’origine geografica dei luoghi dove tradizionalmente sono stati ottenuti.
L’origine storica di queste produzioni risale a Modena molti secoli fa. Sono i padri di tutti gli insaccati che contengono cotenna.
In seguito vennero prodotti anche nelle altre regioni dell’Italia centro-settentrionale, dove furono tramandate e diffuse le stesse conoscenze nell’arte di fabbricare tali insaccati di puro suino.

La nascita dello  zampone viene concordemente fatta risalire al  1511.
In quel tempo le truppe di Papa Giulio II Della Rovere assediano Mirandola, presso Modena: la patria di Giovanni Pico, alleata fedele della Francia.
Alla fine dell’assedio i mirandolesi erano alla fame. Restavano loro soltanto dei maiali. Non macellarli era un peccato: significava regalarli al nemico, ormai prossimo ad entrare in città.
L’idea giusta venne ad uno dei cuochi di Pico della Mirandola, “Macelliamo gli animali, e infiliamo la carne più magra in un involucro formato dalla pelle delle sue zampe. Così non marcirà, e la potremo conservare. Per cuocerla più avanti”.  E così nacque lo Zampone. L’originalità della forma consacrò la fortuna di questo prodotto nei secoli successivi.

Verso la fine del ‘700 nell’immaginario gastronomico collettivo lo Zampone Modena sostituì (insieme all’altrettanto famoso Cotechino) la salsiccia gialla che rese celebre Modena già nel Rinascimento. Nel 1800 consacrò il successo su larga scala del prodotto, come testimoniano gli scritti del gastronomo romano Vincenzo Agnoletti e le numerose testimonianze letterarie.Emile Zola ammoniva ad esempio “se volete allegria, mangiate modenese, lo zampone dà gioia ad un animo triste”.

Oggi lo Zampone Modena e il Cotechino Modena sono entrati nella nostra tradizione.
Lo zampone è il classico piatto del cenone di Capodanno. Questo legame tra Zampone e le Feste di Natale e Capodanno nasce come conseguenza della tradizione contadina di sacrificare il maiale a partire dal giorno di Santa Lucia (13 dicembre).

Tra i prodotti del maiale da consumare in un breve lasso di tempo, ovvero tra quei prodotti che al contrario di salami e prosciutti non necessitano di un processo di  stagionatura, lo  Zampone é sempre stato considerato un prodotto particolarmente pregiato. Veniva quindi riservato proprio per le feste, accompagnato dalle altrettanto pregiate  lenticchie.
La presenza dello Zampone anche sulle tavole dei nobili è confermata da alcune ricette tradizionali che prevedono di accompagnarlo con lo zabaione, una crema che, dati i suoi ingredienti – uova, zucchero, vino liquoroso -, era destinata alle tavole dei più abbienti.

Fabio

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Categoria: Serie A, Tattica

Sull'autore ()

Ho questo ricordo, il primo sul Milan. Io che ad appena sette anni volevo vedere la finale di Atene, tra Milan e Barcellona… ma essendo piccolo dovevo andare a letto presto per la scuola. Allora mio padre, severo, mi permise di vedere la partita, ma solo il primo tempo. Finiti i primi 45 minuti, i miei genitori mi misero a letto, ma poco dopo sgattaiolai fuori dalle coperte e mi nascosi dietro la porta che dava sul salone. Al gol del Genio però non riuscii a trattenere la mia gioia… fortunatamente mio padre, interista, fu molto sportivo e mi lasciò concludere la visione di quella partita perfetta.