Come eravamo, com’è come non è, come saremo

22 marzo 2017 | Di | Rispondi Di più

Come eravamo

Come eravamo Nella sequenza finale di “Come eravamo” (film del 1973 diretto da Sydney Pollack) i due protagonisti, Robert Redford ed una sensazionale Barbra Straisand, si incontrano per strada qualche anno dopo la fine della loro storia d’amore tanto travagliata quanto impossibile. Il film non è nell’Olimpo del cinema (lo stesso regista arrivò quasi a disconoscerlo) ma quella scena è un capolavoro di malinconia cosparsa di quella frustrante sensazione di “avrebbe potuto essere stupendo ma non lo è stato”. Così frustrante che non hai nemmeno la forza di incazzarti. Le note dell’omonima canzone di Marvin Hamlisch (due oscar per miglior canzone e colonna sonora) sono la compagnia perfetta per quella sensazione agrodolce e costringono ad estrarre il fazzoletto. Per voi o per chi sta guardando il film al vostro fianco. I tifosi del Milan sono come la Straisand che accarezza quel suo amore che è stato meraviglioso e tragico, che avrebbe potuto essere ancor meglio ma che ha completamente cambiato entrambi lasciando cicatrici impossibili da cancellare con il tempo. Ci giriamo e riusciamo a sentire ancora quella passione che ci ha bruciato dentro. Ma sappiamo che non sarà più.

Strategic Defense Initiative – Ci torniamo. Nel frattempo saltiamo dieci anni più avanti quando, è il 23 marzo 1983, il Presidente degli Stati Uniti d’America dell’epoca (Ronald Reagan, curiosamente un attore) annuncia la SDI acronimo del titolo di questo paragrafo. In italiano passerà alla storia come “scudo stellare” ed è un insieme di misure volto ad “utilizzare sistemi d’arma con base al suolo e nello spazio per proteggere gli Stati Uniti da attacchi di missili balistici con testate nucleari. L’iniziativa si focalizzava sulla difesa strategica piuttosto che sulla dottrina strategica previamente accettata della Mutual Assured Destruction (MAD).” Dopo avere ringraziato sentitamente Wikipedia spieghiamo: la teoria della MAD (che in inglese sta per “pazzo”) implicava che, causando una guerra nucleare la distruzione totale di tutti i contendenti, ci si potesse armare in maniera simile perché tanto nessuno sano di mente avrebbe scatenato una guerra nucleare. Si puntava allo zero a zero, insomma. Già, ma se qualcuno fosse stato così folle da premerlo quel bottone rosso?

The Day after – Alla fine del 1983 esce un film che, undici anni dopo l’urlo di Chen, terrorizza l’Occidente. “Il giorno dopo” racconta la storia di una escalation nucleare e mostra il suo effetto su una tranquilla cittadina degli Stati Uniti. Seguirà tutta una “letteratura” sul mondo post nucleare fatta anche di libri e cartoni animati (Ken Shiro, per esempio) ma la psicosi scatenata da quel film non ha pari. E, com’è come non è, lo “scudo stellare”, una mazzata da quarantaquattro miliardi di dollari per le casse del governo federale, vede venire meno ogni opposizione. La SID si basa sul presupposto che la guerra termonucleare globale possa essere vinta senza grosse conseguenze. La polemica infurierà per anni mentre i detrattori cercavano di spiegare che il concetto di vittoria accettabile in quel caso non esiste. Nel campo avverso come la prende il blocco sovietico? Abboccano tutti. È la grande vittoria di Reagan che spariglia le carte. Ha bluffato? Probabile, ma il solo concetto di scudo stellare manda in tilt tutti gli apparati del mondo comunista che non hanno le conoscenze ed il denaro necessario per rispondere alla paventata neutralizzazione del loro arsenale nucleare. Gli economisti ci spiegano che il sistema comunista crolla sotto il peso delle proprie incapacità ad opporsi all’economia di mercato. Ma, com’è come non è, solo sei anni dopo l’approvazione della SID i tedeschi abbattono il Muro di Berlino e fischiano la fine del match.

Com’è – Fatte le debite proporzioni anche i tifosi del Milan si aggirano in quella specie di deserto post nucleare che è il Giannino. Bande (raramente termine fu più azzeccato) si aggirano nel web, allo stadio, nei bar scannandosi tra di loro per quel poco di rossonero che è rimasto. Tutti con l’assurda pretesa di essere gli unici possessori della “Verità”, maiuscolo e tra virgolette. Il popolo eletto, quello che ha camminato imperterrito proseguendo, dritto come un fuso, il proprio sentiero accanto alla squadra lungo due retrocessioni in serie B ed un fallimento sfiorato per un nonnulla si sgretola nel deserto del Giannino. Retorica? Populismo? Come no, a pioggia, quanto ne volete! Il popolo che ha trattato alla stesso modo la sconfitta interna con la Cavese e la vittoria in semifinale di Coppa dei Campioni con il Real Madrid. La Cavese, cazzo! Sapete cosa è? La squadra di Cava dei Tirreni, un posto che oggi (come all’epoca della sfida nel nostro secondo anno di B) può agevolmente essere contenuto all’interno dello stadio di San Siro. Tutta la sua popolazione, anziani e bambini compresi. E avanza addirittura lo spazio per gli spettatori medi delle partite odierne del Giannino. Il popolo che per un anno ha licenziato il cassiere perché erano stati venduti tutti gli abbonamenti. Tutti. Bene, oggi quel popolo ridotto ad ammasso di scassacazzo senza arte, parte e guida battibecca come le comari al mercato per qualsiasi motivo. Meglio se futile.

Grande cuore rossonero. Uno dei punti da cui partire per il Milan del futuro

Come non è – Cosa non sia il Giannino è facile a dirsi: non è una società di calcio. Lo sappiamo, la nostra analisi è chiara da anni. Stiamo parlando di un coacervo di interessi e disinteresse che ha fatto della squadra più prestigiosa del mondo una barzelletta che ha varcato i confini nazionali. Logicamente, quasi con perfetta simmetria, una non-società di calcio ha dei non tifosi. Qui occorre, rapidamente, tornare a dire e fare qualcosa di milanista smettendo immediatamente questa ridicola farsa del “ho ragione io” anche per una sola virgola. Occorre, ed anche in tempi rapidi, tornare a parlare milanista stabilendo quali sono le basi, i fondamentali dell’essere tifosi rossoneri. Mi spiego con un esempio. Un anno fa di questi tempi milannight ha vissuto la presentazione della biografia di Gianni Rivera organizzata da APA Milan. Avevamo lanciato la campagna per il ritiro della maglia numero 10 del grande capitano ma, non essendo universalmente accettata, ci fermammo. Sbagliando. Gianni Rivera è, anzi deve essere, uno dei “fondamentali” del tifo rossonero. Gianni Rivera non va bene perchè il suo simbolo si staglia contro il Giannino Gallian-Berlusconiano, Gianni Rivera va bene perchè è il Milan, stop. Perchè con la nostra maglia, sottolineo nostra, ha vinto tutto e ci ha difeso contro i soprusi della gobberia. Paolo Maldini è il simbolo del Milan tanto quanto Gianni Rivera e non può non andare bene perchè ha sbattuto la porta in faccia a degli improbabili cinesi. Paolo Maldini è il Milan, pingpongLi, interistone ed interistelli possono, al massimo, essere quelli che pagano i debiti alle regole che stabiliamo noi. In caso contrario c’è Zamparini che vende il Palermo. Partiamo da Paolo Maldini, Gianni Rivera, Demetrio Albertini e Franco Baresi che sono il Milan del passato, del presente e del futuro. Franco Baresi non può non andare bene perchè non insulta Galliani e Berlusconi. Franco Baresi va bene e basta. E ringraziare i vostri dei che rimane lì a rappresentare gli ultimi brandelli di Milan in quella enorme pagliacciata che è il Giannino. Partiamo da qui, se no siamo come i miserabili che fanno le petizioni contro le telecronache di Massimo Ambrosini. E non vado oltre perchè vomito solo a pensarci.

Ambrosini uno di noi

I mattoni della casa comune – Non tocca alla redazione di milannight stabilire quali sono i mattoni della casa comune del tifo rossonero. Lo dobbiamo fare insieme ma non possiamo permettere che a farlo siano quei personaggi di dubbia fede milanista che infestano il web, i giornali e le televisioni. Non dobbiamo arrenderci, non possiamo arrenderci soprattutto in questo momento assurdo in cui al Milan non ci pensa nessuno. Rivera, Maldini e Baresi sono i nostri capitani, hanno già dimostrato tanto. PingpongLi deve meritarsi il titolo di tifoso figurarsi il ruolo di simbolo. Punto, andiamo avanti. Lo statuto del Milan comprato da Giuseppe La Scala è roba da Milan, la dirigenza del Giannino che quello statuto ha colpevolmente e ridicolmente ignorato non lo sono. Punto, andiamo avanti. Non dobbiamo arrenderci, non possiamo arrenderci soprattutto in questo momento assurdo in cui al Milan non ci pensa nessuno.
Torniamo dove siamo partiti, torniamo alla sequenza finale del film che da il titolo a questo post. Barbra Streisand sta organizzando una piccola manifestazione di protesta contro le bombe atomiche (ma guarda…) e la voce fuori campo di Robert Redford dice: “Tu non molli mai eh?”. Ecco il tifo rossonero deve essere così. Confuso, incazzato e malinconico. Ma sempre pronto alla battaglia e mai domo. Perchè quando qualcuno ci farà la stessa domanda colma di ammirazione noi potremo rispondere la verità.
No, noi non ci arrendiamo mai.

Pier

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Categoria: Comunicazione, Mondo Milan

Sull'autore ()

La prima volta che sono entrato a San Siro il Milan vinceva il suo decimo scudetto. Ai miei occhi di bambino con la mano nella mano di suo nonno quello era il paradiso. Migliaia di persone in delirio, i colori accesi di una maglia meravigliosa e di un campo verde come gli smeraldi. I miei occhi sulla curva e quello striscione "Fossa dei leoni" che diceva al mondo come noi eravamo diversi dagli altri, leoni in un mondo di pecore. Da allora ogni volta, fosse allo stadio, con la radiolina incollata all'orecchio o davanti alla televisione la magia è stata sempre la stessa.